Introduzione
di Marco Minghetti
Una città resta senza corrente nel pieno di un’ondata di calore. Il sistema che governa la rete elettrica protegge i servizi classificati come essenziali e interrompe la fornitura in altri quartieri. Ha eseguito il protocollo. Eppure, a distanza di poche ore, quella scelta rivela una domanda a cui nessuno, in Comune, sa rispondere: chi aveva deciso quali vite contavano nel calcolo?
Rileggendo queste pagine ho pensato ad Arkham, la città in cui si apre il primo capitolo di E. Un horror. Vacui., il romanzo firmato Federico D. Fellini. «Ad Arkham la notte metteva in ordine»: da qui comincia il racconto di una smart city che, dopo un vasto programma di automazione, perde la capacità di riconoscere i propri cittadini. I sensori segnalano presenze in appartamenti vuoti e ignorano famiglie che sono in casa; la Tavola di Orientamento Civico di Federal Square indica percorsi che finiscono davanti a cantieri e strade chiuse. Il sistema promette di conoscere la città, mentre chi ci vive deve imparare a diffidare delle sue istruzioni.
Arkham e Vissara appartengono a universi narrativi diversi. Eppure condividono un interrogativo: che cosa accade quando la classificazione di un territorio prevale sull’esperienza di chi ci vive? Ad Arkham gli abitanti imparano a disobbedire alle mappe; a Vissara un protocollo elettrico scambia un quartiere per una zona a bassa densità di servizi critici e lascia nell’ombra le persone più esposte. La città visibile al sistema e quella vissuta dai cittadini cessano di coincidere.
È una domanda che accompagna anche il gruppo LinkedIn Romanzo E — Social Reading Pop. Negli esercizi di worldbuilding i lettori hanno discusso la tenuta dei luoghi immaginari e i dettagli capaci di renderli credibili; nel lavoro collettivo sugli «Orologi di Arkham» hanno osservato il rapporto fra guasto dei dispositivi, esperienza urbana e città-personaggio. Il Social Reading ci offre così un banco di prova: quando chi legge contesta una mappa o segnala un’assenza, contribuisce a rendere visibile ciò che il sistema narrativo aveva lasciato fuori.
Paolo Fusero, urbanista e autore di Città nel caos, affida lo stesso interrogativo a Vissara, la città immaginaria da cui prende avvio questo Opinion Piece. La sua proposta compie un viaggio a ritroso: dalle Città invisibili di Calvino alle Aziende InVisibili, per tornare alle città dove le piattaforme e i sistemi di intelligenza artificiale selezionano percorsi, servizi, investimenti e occasioni di vita. Ciò che sfugge allo sguardo dei cittadini rischia di coincidere con ciò che le macchine non sanno vedere dei cittadini stessi.
Il dialogo con i Prolegomeni è fitto. Diego Fontana, nel 214, ci ha ricordato che ogni mappa chiede un confronto con il territorio. Fusero mostra che cosa accade quando le raccomandazioni algoritmiche finiscono per modificare il territorio che pretendono di descrivere. Giammario Battaglia, nel 213, ha interrogato il costo della dipendenza dai sistemi e il diritto di uscita: per un Comune cambiare fornitore può essere oneroso; per chi vive in un quartiere, uscire dalle conseguenze di una decisione è spesso impossibile.
Il collegamento più diretto è con il Prolegomeno 215, dedicato al governo della delega cognitiva. La scelta può essere già incorporata nei criteri di una gara, nei dati raccolti, nelle priorità scritte in un capitolato. La firma del sindaco arriva dopo. Se gli uffici hanno perso capacità di valutazione, ricostruire il percorso di una decisione diventa un problema politico prima ancora che tecnico.
Fusero aggiunge una proposta: mettere in comune competenze, infrastrutture e clausole contrattuali tra amministrazioni, secondo la logica della globalità federata discussa nel Prolegomeno 204. Qui il Pop Management trova una delle sue prove più esigenti: rendere il giudizio esercitabile da chi ha la responsabilità delle scelte e dare voce alle persone sulle quali quelle scelte ricadono.
La nota conclusiva dell’autore racconta anche il lavoro con l’intelligenza artificiale impiegata nella ricerca e nella scrittura. La pubblico perché il processo dichiarato fa parte del contributo. L’articolo trova il suo centro in un’immagine: una donna, sopravvissuta a una notte di blackout, chiede che qualcuno dica alla macchina che lei esiste.
Le città invisibili, al contrario
Paolo Fusero
Il viaggio a ritroso
Calvino raccontava città invisibili perché fatte di desideri, di memorie, di segni. Marco Minghetti, con Le Aziende InVisibili, ha riletto quell’atlante immaginario nel mondo dell’impresa, aprendo il cantiere dei Prolegomeni. Io, che di mestiere faccio l’urbanista, vorrei proporre il viaggio a ritroso. Le aziende, nella forma delle piattaforme digitali e dei sistemi di intelligenza artificiale, sono entrate nelle città. E le città sono tornate invisibili.
Questa volta, però, l’invisibilità ha due facce. Ai cittadini sfuggono le decisioni dell’algoritmo: quali quartieri restano senza luce durante un’emergenza, dove salgono gli affitti, quale strada diventa una scorciatoia per migliaia di automobilisti. E all’algoritmo sfuggono i cittadini, che per lui si riducono a densità di servizi e probabilità statistiche. Sul retro di copertina di Città nel caos, il mio ultimo libro, si parla di “un potere che si è fatto invisibile”, e che dobbiamo imparare a riconoscere prima che decida per noi.
La responsabilità delle istituzioni comincia dal rendere visibili entrambe le facce. In città questa responsabilità pesa più che in qualunque azienda. Da un fornitore, o da un contratto di servizio, si può uscire, almeno sulla carta. Dal proprio quartiere, no.
Lo mostra il Prologo del libro, ambientato in una città inventata, in un anno ancora lontano. Quella notte le dimensioni sociale, tecnologica e organizzativa della città si annodano.
Vissara, luglio 2037, ore 3:17
Vissara ha centoventimila abitanti, sta sul mare, nell’Italia centrale, ed è al quinto giorno consecutivo di caldo insopportabile sopra i quaranta gradi. Alle tre di notte l’asfalto non si è ancora raffreddato, e la città sta sudando nel buio.
Alle 3:17 ARIA, il sistema di intelligenza artificiale che gestisce la rete elettrica, rileva un sovraccarico critico. E fa quello per cui è stato programmato: applica il protocollo di emergenza e stacca la corrente alle “zone a minore densità di servizi critici”. Nella centrale operativa la mappa della città si colora. Restano in verde il centro, l’ospedale, il municipio, i quartieri dei professionisti sulla collina e lungo la riviera. Diventano rossi i Casoni, quartiere di edilizia popolare degli anni Ottanta, e la periferia est, dove vivono famiglie immigrate e pensionati esclusi dal centro. Il sindaco chiede al tecnico di turno se il sistema abbia deciso da solo. “Ha applicato il protocollo”, gli risponde il ragazzo. Il sindaco ripete la domanda. Questa volta il tecnico ammette di sì.
Alle 4:01 compare su cinque piattaforme social un video del sindaco. Invita alla calma, assicura che il blackout durerà al massimo un paio d’ore, chiede di fidarsi delle istituzioni. È un deepfake, e in diciassette minuti raggiunge migliaia di persone. Una parte della città gli crede e resta in casa, anche chi avrebbe dovuto chiedere aiuto. Un’altra parte non gli crede e scende in piazza alle quattro del mattino, con quarantadue gradi. In mezzo, i soccorsi faticano a passare.
In via della Repubblica, al quarto piano di un palazzo del 1973, la signora Carla, ottantadue anni, vedova, vede il video sul telefono e pensa: meno male. Poi comincia a sentirsi stanca, di una stanchezza calda e pesante, come una coperta bagnata sulle spalle. Si siede sul pavimento della cucina, con il telefono sul tavolo. Alle dieci e venti la trovano i vigili del fuoco, confusa ma viva. Renato Albanesi, ottantun anni, ex insegnante di matematica, muore invece alle sei e quarantacinque per un colpo di calore. Il referto dice: cause naturali. Sul piano tecnico è corretto.
Alla conferenza stampa una giornalista chiede al sindaco se sapesse che l’algoritmo poteva fare una cosa del genere. “Era nel protocollo”, risponde lui. “Ma lei lo conosceva, il protocollo?” Questa volta è il sindaco a non rispondere.
Nel libro, subito dopo, confesso al lettore di aver inventato tutto: Vissara, il sindaco, ARIA, la signora Carla. Gli elementi di quella notte, però, hanno riscontri reali. Sistemi di intelligenza artificiale che isolano le zone meno sensibili della rete per proteggere le infrastrutture strategiche sono stati sperimentati in Cina. Un audio falso di un candidato è circolato pochi giorni prima del voto nelle elezioni slovacche del 2023. E il silenzio del sindaco ha già un nome: nel Prolegomeno 165 Minghetti lo chiama “singolarità organizzativa”, il passaggio in cui la delega del compito diventa delega del giudizio, e dire “non sono stato io” diventa più facile. Nessuno ha sbagliato, nessuno ha deciso. Però Carla ha passato sette ore sul pavimento della cucina e Renato è morto.
La doppia invisibilità
A Vissara le due facce dell’invisibilità si mostrano insieme. Occorre distinguerle.
La prima riguarda il cittadino escluso dalla decisione: ignora il protocollo, il suo autore e i criteri con cui vengono scelti i quartieri da spegnere. È un’opacità grave, che però può essere incrinata da un’inchiesta, un’interrogazione, una sentenza. A Vissara la prima incrinatura affiora la mattina dopo, davanti a una giornalista che fa la domanda giusta.
La seconda è più insidiosa, credo. È l’algoritmo che non vede il cittadino. ARIA conosceva la rete: carichi, cabine, picchi di consumo. Ignorava che in via della Repubblica viveva una donna sola, costretta da cinque notti a limitare l’aria condizionata per il costo della bolletta. Per il sistema i Casoni erano una zona a bassa densità di servizi critici. Che fossero anche una zona ad alta densità di anziani non era un dato considerato.
Qui l’urbanista ha qualcosa da dire, perché questo problema lo conosciamo da prima degli algoritmi. Le zone omogenee dei piani regolatori, gli standard per abitante, le medie di quartiere: anche la pianificazione ha sempre lavorato per astrazioni, rischiando di escludere chi resta fuori dalla media. La differenza è che un piano regolatore si discute in consiglio comunale, si osserva, si impugna, e sulla sua cartografia ognuno può andare a cercare la propria casa. Il protocollo di ARIA, a Vissara, non l’aveva mai visto nessuno.
Quando la mappa fabbrica il territorio
Quando un milione di persone chiede a Google Maps il percorso più veloce, l’algoritmo finisce per distribuire le automobili sulla rete stradale. Una strada di quartiere prima tranquilla può ritrovarsi intasata. Una ricerca del CNR e della Scuola Normale Superiore di Pisa, pubblicata nel 2026 su Machine Learning, ha simulato un effetto affine per i sistemi che suggeriscono luoghi da visitare: le loro raccomandazioni possono concentrare le visite su pochi poli già popolari, lasciando ai margini altre zone. Ne risulta una città a «piramide appuntita»: pochi luoghi affollati e una vasta periferia trascurata.
Con il mercato immobiliare succede la stessa cosa, ma girano più soldi. Un fondo immobiliare compra dove il modello predittivo gli segnala che i prezzi saliranno. Gli acquisti di fondi guidati da modelli simili fanno salire i prezzi. Il modello aveva ragione, e i residenti storici, che quei prezzi non possono pagarli, se ne devono andare. Nel libro l’ho descritta così: “Una profezia che si auto-avvera. Scritta in codice. Eseguita di notte.” Airbnb ha fatto qualcosa di simile con i centri storici europei: chi oggi li visita ci trova proprio ciò che la piattaforma prometteva, un quartiere per turisti. I residenti finiscono ai margini.
Diego Fontana, nel Prolegomeno 214, sostiene che per giudicare una mappa bisogna «immergersi nel territorio»: è l’esperienza diretta a correggerla, come il film visto in sala corregge il consiglio dell’algoritmo che te l’ha suggerito. In città questa verifica si inceppa, perché il territorio conferma la mappa dopo che è stata la mappa a ridisegnarlo.
Dalla città non si esce
In Città nel caos racconto di città europee che hanno adottato sistemi di sorveglianza, traffico ed energia prodotti da aziende cinesi, Huawei in testa, e oggi devono sostituirli per ragioni di sicurezza, affrontando costi elevati. Stanno scoprendo sulla propria pelle il prezzo del potere, che dà il titolo al Prolegomeno 213 di Giammario Battaglia. Nell’introduzione a quel testo si legge che un’organizzazione può scegliere un fornitore e scoprire, dopo anni di investimenti, “che cambiarlo richiede di ricostruire una parte del proprio lavoro”.
Nel 1970 Albert Hirschman descrisse le due reazioni possibili davanti a un’organizzazione che peggiora: andarsene, exit, oppure protestare, voice. Il Comune, almeno in teoria, un’uscita ce l’ha, per quanto costosa. Il cittadino no. La signora Carla non poteva cambiare quartiere alle tre di notte, e in realtà non può farlo nemmeno dopo. Traslocare è possibile, ma abbandonare il proprio quartiere è spesso un effetto subito, come sanno i residenti espulsi dai centri storici turistici. Per chi ci vive, l’uscita resta impraticabile. Resta la voce, che però funziona solo se c’è un luogo dove esercitarla e qualcuno disposto ad ascoltare. Nel consiglio comunale che a Vissara si riunisce il giorno dopo, il presidente del consiglio di quartiere dei Casoni lo dice senza giri di parole: nel suo quartiere vivono quattromila persone, e nessuna di loro ha mai partecipato a una riunione in cui si decidesse come funzionava ARIA.
Fra i soggetti di un nuovo contratto sociale Battaglia indica, accanto all’operatore sistemico e all’istituzione pubblica, “la persona o il territorio esposto”. Nel suo testo il territorio resta sullo sfondo. Io vorrei provare a metterlo in primo piano e a dargli un indirizzo: via della Repubblica, quarto piano, Vissara. Oppure, se preferite un luogo reale, uno qualunque dei quartieri popolari delle nostre città, dove le decisioni arrivano già prese.
Il Comune senza criterio
A Vissara il protocollo di emergenza era stato elaborato tre anni prima da un fornitore esterno, sulla base di un capitolato di gara che in Comune nessuno aveva letto con attenzione. Era già stato applicato due volte, in situazioni minori, senza conseguenze. Nel consiglio comunale del giorno dopo qualcuno lo ammette con onestà: nessuno si era mai chiesto che cosa sarebbe successo se nelle zone rosse vivessero persone fragili, perché il sistema funzionava e nessuno si era fatto male. “Ci siamo fermati prima della domanda scomoda.” Quella notte il sindaco non ha deciso niente. Ha trovato la decisione già presa, scritta in un documento che recava anche il timbro del suo Comune.
Nel Prolegomeno 215 Minghetti descrive un caso che sembra scritto apposta. Un comitato sceglie un fornitore fra tre candidati e scopre, dopo, che i candidati erano cinque: due erano stati esclusi durante la preparazione del dossier, con criteri che nessuno aveva discusso. “Prima di suggerire una scelta”, scrive, “il sistema seleziona ciò che il gruppo potrà prendere in considerazione.” E nello stesso testo osserva che “la firma umana può sopravvivere alla capacità di giudicare”.
Nei Comuni italiani è andata proprio così. Le firme sono rimaste, mentre gli uffici che dovevano dare loro un contenuto si svuotavano, un pensionamento alla volta. La contrazione degli investimenti ordinari e i vincoli di organico si sommano alla perdita di personale tecnico qualificato. I confronti storici sugli investimenti richiedono dati omogenei per anni, voci contabili e Comuni. Nelle città la diminuzione delle capacità di dare risposte, prima di essere un problema tecnico, è un problema di organico.
C’è poi un effetto meno visibile: la competenza si forma facendo. Un Comune che esternalizza tutto perde anche la possibilità di formare i giovani sul campo. Il tecnico di ventisette anni che quella notte legge sullo schermo il rapporto di ARIA sa spiegare che cosa ha fatto il sistema. Ignora quali criteri lo abbiano guidato. Nessuno glieli ha insegnati, perché in Comune nessuno li conosceva.
Quali capacità deve avere, allora, un Comune per governare un sistema IA che acquista? Comincerei dal capitolato, dove un adempimento burocratico diventa una scelta di criteri. Un algoritmo ottimizza ciò che gli si chiede di ottimizzare. Se il Comune chiede soltanto di proteggere la rete, avrà una rete protetta. Se vuole anche che nessun anziano solo resti al buio senza che parta un soccorso, deve saperlo scrivere in termini che il fornitore sia obbligato a rispettare. Nel libro la chiamo progettazione con obiettivi espliciti di equità: l’equità va scritta nei requisiti di gara.
Poi c’è ciò che il Comune sa già, ed è il dettaglio che, rileggendo il prologo, mi colpisce di più. I servizi sociali di una città come Vissara sanno, con ogni probabilità, dove vivono gli anziani soli, chi riceve assistenza domiciliare, chi vive al quarto piano senza ascensore. Quelle informazioni stavano negli uffici dello stesso Comune che aveva comprato ARIA, ma non sono mai entrate nel protocollo, perché a nessuno era venuto in mente. La cecità dell’algoritmo era prima di tutto una cecità dell’organizzazione.
Serve infine la capacità di ricostruire una decisione e, quando occorre, di contestarla. Il 215 propone un test semplice e spietato: quale decisione assistita dall’intelligenza artificiale sapremmo ricostruire e discutere se venisse contestata oggi? Per un’amministrazione significa documentare in modo leggibile i sistemi in uso e affidare a un organo indipendente il potere di verificarli e, se serve, di sospenderli. Se questo fallisce, interviene il giudice. Nel 2020 il tribunale dell’Aia ha fermato SyRI, il sistema algoritmico con cui il governo olandese assegnava ai beneficiari di sussidi un punteggio di rischio di frode. L’anno dopo il governo Rutte si è dimesso per uno scandalo analogo, nato nel fisco: una crisi istituzionale legata al trattamento ingiusto di migliaia di famiglie. Le vicende sono distinte, ma richiedono entrambe un controllo rigoroso dei sistemi pubblici.
Città federate
È il 20 gennaio 2025, nella Rotonda del Campidoglio di Washington. Donald Trump sta per giurare per il suo secondo mandato. Fra gli invitati figurano Elon Musk, Jeff Bezos, Sundar Pichai, Mark Zuckerberg e Tim Cook, ai vertici delle maggiori imprese tecnologiche americane. Nel libro ho dedicato a quella fotografia un intero paragrafo, perché mostra chi siede dall’altra parte del tavolo quando un Comune compra un sistema di intelligenza artificiale.
Da sola, una città di centoventimila abitanti come Vissara non ha alcuna possibilità. Anche le grandi faticano. Quando nel 2017 Amazon cercò una sede per il suo secondo quartier generale, oltre un centinaio di città americane e canadesi si misero in fila per offrirle esenzioni fiscali e varianti ai piani regolatori. Il progetto di New York saltò soltanto perché i residenti del Queens si opposero in modo determinato.
Come possono allora le città ritrovare forza contrattuale davanti ai grandi fornitori tecnologici? Il Prolegomeno 204 propone la “globalità federata”: autonomie che cooperano secondo criteri dichiarati, con infrastrutture comuni e responsabilità riconoscibili. A livello urbano alcune basi esistono già. Amsterdam e Helsinki hanno aperto al pubblico registri degli algoritmi usati dalle loro amministrazioni. Nel 2018 Amsterdam, Barcellona e New York hanno dato vita alla Coalizione delle città per i diritti digitali. Eurocities riunisce da quarant’anni oltre duecento grandi città europee. E l’AI Act europeo offre per la prima volta un linguaggio comune con cui scrivere i capitolati.
La sfida è trasformare tali esperienze in potere contrattuale. Un capitolato tipo, scritto insieme da una rete di città, con le stesse clausole su trasparenza, equità e portabilità dei dati, ridurrebbe la possibilità di imporre a una piccola città condizioni peggiori di quelle concesse ad Amsterdam. In Italia le centrali di committenza offrono già strumenti per gli acquisti aggregati, estendibili ai sistemi IA. Ai Comuni piccoli e medi servirebbero uffici tecnici condivisi, in grado di verificare sistemi che nessuna singola amministrazione potrebbe valutare da sola. Quando un Comune da solo non ce la fa, le competenze vanno federate insieme alla forza contrattuale.
In questo l’Europa parte avvantaggiata, con una tradizione millenaria di città che si governano da sé, anche se spesso se ne dimentica.
Bisogna dirglielo
Torno a Vissara un’ultima volta. Nel tardo pomeriggio il figlio, Andrea, arriva in ospedale per riportare la signora Carla a casa. Lei protesta per tutto il viaggio, con le obiezioni che i figli adulti riconoscono come amore travestito da resistenza. Poi, all’altezza di un’area di sosta, Carla smette di parlare e guarda fuori dal finestrino.
“Quella macchina che ha spento la corrente. Non lo sapeva, eh? Non sapeva che c’ero io.”
Andrea ci pensa un po’. “Sì. Non lo sapeva.”
“Allora bisogna dirglielo. Che ci siamo. Che abitiamo lì. Che esistiamo anche noi.”
Spiegare a un algoritmo che una persona vive lì è un compito nuovo per l’urbanistica. Lo scopo resta quello di sempre: fare in modo che la città veda tutte le persone che ci vivono, senza diseguaglianze. Nessuno, per lei, deve restare invisibile.
Nota di metodo
Come per Città nel caos, anche per questo testo mi sono servito dell’intelligenza artificiale. Nella Postfazione sostengo che dichiararlo dovrebbe diventare una prassi ordinaria. Ho utilizzato tre piattaforme, ciascuna per una funzione diversa: NotebookLM per organizzare le fonti; Perplexity per la cronaca più recente; Claude come interlocutore con cui discutere l’impianto e rivedere le bozze, dopo avergli fornito i miei libri e le mie posizioni, per evitare che producesse una sintesi indistinta di testi altrui. Avevo chiamato quel metodo “un dialogo, non una delega”.
Leggendo i Prolegomeni ho scoperto che somiglia parecchio al Distant Writing Collaborativo con cui Minghetti ha scritto il romanzo E. All’origine c’è il distant writing di Luciano Floridi, che in una lezione, The future of writing with AI, avverte: chiedere alla macchina di scrivere al posto nostro “è solo essere un po’ pigri”, mentre scrivere a distanza è un lavoro “di architettura, di controllo e di design”. Minghetti ha applicato questa idea al lavoro organizzativo, con una regola, “delega l’esecuzione, non delegare il criterio” (Prolegomeno 160), e con una divisione dei ruoli: l’autore è Supervisor, decide i criteri e autorizza; le macchine sono Workers ed eseguono. Nel romanzo, spiega, ogni scelta richiede la sua autorizzazione.
Per questo Opinion Piece ho lavorato allo stesso modo. Ho chiesto all’IA di ripercorrere tutti i Prolegomeni e di cercare le connessioni con il mio libro. La struttura è nata da indicazioni, proposte, correzioni e verifiche successive. Ho scritto le bozze, le ho fatte revisionare e le ho approvate una per una. Il controllo delle citazioni sulle fonti ha rivelato due problemi: in una prima versione dello schema una frase del Prolegomeno 165 era citata in modo inesatto, e il caso olandese mescolava due vicende diverse. Le ho corrette. È il rischio che nei Prolegomeni prende il nome di “resa cognitiva”: adottare un risultato senza verificarne il criterio. Il rimedio non è diverso da quello che propongo ai Comuni: non smettere mai di controllare.
Ignoro se ho risparmiato tempo nella scrittura; nella ricerca, di sicuro. Anche qui la scrittura, per me di solito solitaria, è diventata un dialogo e talvolta una discussione. Floridi lega ormai la paternità di un testo alla responsabilità di chi lo firma più che alla sua produzione materiale, e per spiegarlo usa un esempio che a un architetto non può sfuggire: il colonnato di San Pietro è del Bernini, anche se le colonne non le ha messe lui.
Paolo Fusero, Città nel caos. Come sopravvivere al futuro tra guerre, crisi climatiche e intelligenza artificiale, FrancoAngeli, 2026. Scheda del libro sul sito dell’editore
Bio
Paolo Fusero, genovese, vive a Pescara. È professore di Urbanistica all’Università “G. d’Annunzio”, dove ha diretto per molti anni il Dipartimento di Architettura. Prima della cattedra ha redatto piani regolatori per diverse città italiane e ha guidato come city manager il settore tecnico del Comune di Parma. Con Città nel caos (FrancoAngeli, 2026) completa una trilogia sul futuro urbano iniziata con E-City (Actar-List 2009) e proseguita con Hypercity (FrancoAngeli, 2024).
218 – continua