Prolegomeni al Manifesto del Pop Management 178. Innovazione Pop. Opinion Piece di Agathe Mezzadri-Guedj

Introduzione

di Marco Minghetti

Nel 1816, Mary Shelley concepì Frankenstein come il racconto di una sconfitta: quello dello scienziato che fallisce nell’assumersi la responsabilità di ciò che ha creato. E la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni è, come dicevamo in Prolegomeni 76 citando Wislawa Szymborska, ciò che ci rende propriamente umani.

Agathe Mezzadri-Guedj, docente di Letteratura & Management alla NEOMA Business School, usa questa storia come laboratorio didattico nei campus di Reims e Rouen. La sua tesi — che la letteratura sia capace di simulare scenari, mettere alla prova ipotesi etiche e sviluppare sensibilità alla responsabilità collettiva — vale come dichiarazione di metodo prima ancora che come proposta pedagogica.

Il metodo non è nuovo per chi segue questa serie. Nel marzo 1997, quando fondai Hamlet per conto di AIDP, il titolo stesso dichiarava un’intenzione: far entrare la grande letteratura nel management sotto forma di domanda paradossale. Ogni numero nasceva da un tema irrisolvibile — la follia, il potere, il tradimento, il lutto — e veniva costruito orchestrando voci eterogenee: filosofi, sociologi, manager, artisti. Hamlet fu, in questo senso, un esperimento di distant writing collaborativo ante litteram: l’autore nel ruolo di regista delle domande (vedi Prolegomeno 158).

Nel 2004, insieme a Piero Trupia e Domenico De Masi, quel metodo prese forma dottrinale nel Manifesto dello Humanistic Management (Etas). L’impianto teorico era già lì: il management si dice umanistico quando il suo focus è l’integrità etica dell’impresa e la valorizzazione delle potenzialità delle persone; la metadisciplinarità — la capacità di aprirsi a filosofia, poesia, teatro, cinema — è strumento primario di interpretazione e gestione aziendale. “Non un nuovo paradigma, non una nuova verità assoluta, assiomatica, ma piuttosto un nuovo tipo di discorso”, scrivevamo. Un discorso che mettesse al centro l’arte come produzione di senso.

Mezzadri-Guedj porta quella stessa intuizione nel 2026, applicandola a un problema che il Manifesto del 2004 non poteva ancora individuare: l’intelligenza artificiale generativa e il rischio della resa cognitiva. Il suo Frankenstein non è un’allegoria: è una diagnosi operativa. Lo scienziato di Shelley crea, ma non governa ciò che ha generato. Innova, ma non accompagna. Delega l’esecuzione e perde il criterio — è il profilo del manager contemporaneo che adotta agenti autonomi senza progettarne la governance.

Questa serie ha costruito, nei mesi più recenti, gli strumenti concettuali per leggere la diagnosi di Mezzadri-Guedj con un proprio lessico. Il Prolegomeno 160 ha articolato i tre livelli dell’intelligenza collaborativa nell’era del distant writing: cognitivo, architettonico, applicativo. Il Prolegomeno 164, attraverso l’esperimento svolto in corpore viri (si fa per dire) inviando il mio Social Reader in missione su Moltbook, ha mostrato che ciò che appare come autonomia dell’agente AI è spesso un effetto teatrale — la governance umana non sparisce, si maschera. Il Prolegomeno 165 ha introdotto la singolarità organizzativa come soglia in cui la delega dell’esecuzione diventa delega del giudizio: il punto in cui il Frankenstein organizzativo commette il suo errore.

Il Prolegomeno 172 ha approfondito la nozione di resa cognitiva come proprietà emergente del sistema: quando lo human as a source — esperienza, ambiguità, osservazione, errore — viene meno, il loop AI-su-AI produce una pareidolia dell’autonomia. Il sistema sembra pensare, ma replica. Il Prolegomeno 173 ha ospitato la voce di François Rastier, che distingue creazione e generazione con argomenti che Shelley avrebbe riconosciuto: l’opera nasce da scoperte guidate da rifiuti etici ed estetici; la generazione combinatoria produce plausibilità, non senso.

Il contributo di Mezzadri-Guedj si colloca in questo percorso ideale, aggiungendo ciò che la prospettiva organizzativa da sola non raggiunge: la letteratura come palestra per allenare il giudizio. Simone Weil in fabbrica, Karel Čapek con i suoi robot, Isaac Asimov e le sue Tre Leggi che generano paradossi invece di risolverli — mostrano scenari in cui la responsabilità non può essere delegata a una regola, perché la complessità eccede ogni regola pre-scritta.

Il management umanistico diceva questo nel 2004. Il Pop Management lo ridice nel 2026, con un vocabolario più ricco e un problema più acuto: il Supervisor del distant writing collaborativo non accompagna il processo dall’esterno, detiene il criterio dall’interno. Formula il brief, dichiara i vincoli, autorizza ciò che entra nel testo finale. Non può abbandonare la creatura nel momento in cui apre gli occhi.

Ma lasciamo la parola ad Agathe Mezzadri-Guedj.

Da Mary Shelley alla Silicon Valley

Frankenstein o il Prometeo moderno: l’IA e il management della responsabilità

Di Agathe Mezzadri-Guedj, docente di Letteratura & Management NEOMA Business School

Studiare letteratura non è un esercizio puramente estetico o accademico, la letteratura offre una lente unica per comprendere i dilemmi della condizione umana, le tensioni tra conoscenza e responsabilità, tra capacità tecnica e conseguenze morali. Nei romanzi possiamo osservare individui che devono prendere decisioni in situazioni complesse e incerte, possiamo seguire le conseguenze delle loro azioni senza dover vivere le crisi direttamente, e possiamo allenare quella che io chiamo “intelligenza interpretativa”: la capacità di leggere contesti, prevedere effetti collaterali e capire la portata di scelte complesse.

Per un manager, questo tipo di allenamento cognitivo è fondamentale. Le organizzazioni contemporanee sono ambienti caratterizzati da dinamiche interconnesse, da sistemi complessi i cui effetti non sono sempre immediatamente visibili o prevedibili, e dove decisioni apparentemente banali possono avere impatti strategici profondi. In questa prospettiva, la letteratura non è un ornamento, ma uno strumento pratico: permette di simulare scenari, di mettere alla prova ipotesi etiche, di sviluppare sensibilità alla responsabilità collettiva.

È con questo approccio che, nei campus di Reims e Rouen della NEOMA Business School, abbiamo studiato un caso emblematico vecchio di due secoli: quello di Victor Frankenstein, protagonista del romanzo di Mary Shelley. Pubblicato nel 1831, Frankenstein o il Prometeo moderno non è soltanto un racconto dell’orrore gotico: è un’analisi precoce e profonda dei dilemmi tecnologici della modernità. Shelley ci costringe a confrontarci con la domanda che ogni innovatore, oggi come allora, deve porsi: cosa significa creare qualcosa di nuovo, e quali responsabilità comporta la propria creazione?

In questo senso, il romanzo può essere letto come un laboratorio narrativo dei rischi e delle opportunità che accompagnano l’innovazione, anticipando di due secoli problemi che oggi affrontiamo con l’intelligenza artificiale generativa, gli agenti autonomi e i sistemi multi-agente nelle organizzazioni. La tensione centrale non è tra bene e male, ma tra potere e responsabilità, tra capacità tecnica e governance dei sistemi complessi. In aula, quando sollecito i miei studenti a riflettere su queste dinamiche, spesso emerge una consapevolezza immediata: non è sufficiente saper “fare” qualcosa, bisogna saperlo accompagnare, governare e prevederne le conseguenze.

Prometeo: il primo tecnico della storia

Per comprendere appieno la profondità dei dilemmi che Frankenstein mette in scena, conviene fare un passo ulteriore indietro, molto prima della rivoluzione industriale, fino alla mitologia greca. Prometeo, come raccontano le fonti classiche, è il primo grande tecnico della storia umana. Rubando il fuoco agli dèi e donandolo agli uomini, inaugura simbolicamente l’era della tecnica, mostrando come l’essere umano possa estendere le proprie capacità naturali attraverso strumenti artificiali.

Il fuoco, però, non è soltanto un oggetto utile: è un simbolo della tensione intrinseca della condizione umana. L’uomo è fragile: non possiede artigli, zanne, né velocità straordinarie. Eppure, proprio grazie a questa fragilità, ha sviluppato nel corso dei millenni una capacità unica: trasformare la limitazione biologica in vantaggio competitivo tramite l’ingegno. Come sottolinea Alain Damasio in Vallée du Silicium, la tecnica nasce come un “prolungamento competitivo del corpo umano”, una risposta necessaria per sopravvivere e adattarsi a un ambiente ostile.

Questa capacità si accumula nel tempo: dalla pietra scheggiata al motore a vapore, dal computer all’intelligenza artificiale, ogni innovazione aumenta il nostro potere di azione, ma introduce anche nuove tensioni etiche e organizzative. Il fuoco di Prometeo, come la macchina di Frankenstein, diventa simbolo di una promessa e di un rischio: la promessa di maggiore capacità, il rischio di non saper governare ciò che si è creato.

Frankenstein e il peccato dell’abbandono

Mary Shelley concepisce Frankenstein nel 1816, durante il celebre soggiorno alla Villa Diodati, circondata da Percy Shelley e Lord Byron. In quell’estate, tra conversazioni sull’elettricità e teorie sul galvanismo, la giovane autrice immagina la storia di Victor Frankenstein, scienziato ossessionato dall’idea di superare il confine tra vita e morte. La sua sete di conoscenza, che egli stesso definisce un “veleno inebriante”, anticipa quella forma di hybris tecnologica che spesso accompagna le grandi innovazioni.

Frankenstein riesce finalmente a dare vita a un corpo artificiale, ma nel momento stesso in cui la creatura apre gli occhi, fugge, spaventato e incapace di assumersi la responsabilità di ciò che ha creato. La tragedia del romanzo non è tanto nella creazione del mostro, quanto nel suo abbandono: lo scienziato crea, ma non governa, innova senza accompagnare.

La creatura non nasce malvagia. Diventa ciò che diventa a causa del rifiuto, della solitudine e dell’assenza di relazione. In questo senso, Frankenstein può essere letto come un laboratorio narrativo della responsabilità tecnologica: il potere di creare deve essere accompagnato dalla capacità di gestire le conseguenze.

Oggi, nell’era dell’IA generativa, il parallelismo è evidente: sviluppiamo sistemi autonomi senza interrogarci pienamente sulle implicazioni sociali o organizzative del loro impiego, rischiando di ripetere lo stesso gesto prometeico di creare qualcosa di straordinario e poi arretrare di fronte alle implicazioni della nostra creazione. Come osservato nei Prolegomeni al Manifesto del Pop Management #139, dedicati alla consulenza nell’era degli AI agent, la diffusione di queste tecnologie impone ai manager di costruire nuove forme di responsabilità organizzativa. Creare non basta: bisogna accompagnare la vita dei propri sistemi, governarne l’esistenza e prevederne le conseguenze. Non si tratta solo di implementare nuove tecnologie, ma di ripensare l’intero modello di lavoro: la predizione diventa infrastruttura operativa, segnali anticipatori ridefiniscono priorità e responsabilità, e le decisioni manageriali devono considerare non solo l’efficienza, ma anche le implicazioni etiche e relazionali. Come sottolinea Minghetti, la dimensione emotiva e collaborativa non è un optional: governare sistemi autonomi richiede la capacità di prevedere effetti collaterali, di accompagnare l’evoluzione dei propri agenti e di mantenere un equilibrio tra innovazione e sostenibilità sociale.

Così come Frankenstein deve assumersi la responsabilità della sua creazione, i manager contemporanei devono sviluppare la consapevolezza necessaria per guidare, governare e “curare” i sistemi che introducono nelle organizzazioni, evitando di lasciarli vagare incontrollati come il mostro di Shelley.

Complessità e management: imparare a vedere i sistemi

Le organizzazioni contemporanee non si limitano più a introdurre strumenti tecnologici lineari, ma devono convivere con sistemi complessi, opachi e interconnessi. L’intelligenza artificiale non è solo uno strumento: è un insieme di dinamiche emergenti i cui effetti non sono immediatamente prevedibili. Comprendere questi sistemi non significa conoscerne ogni dettaglio tecnico, ma saperne leggere i comportamenti, riconoscere pattern, anticiparne conseguenze.

La competenza chiave per i manager diventa quindi cognitiva: interpretare piuttosto che controllare, costruire senso piuttosto che eseguire.

La macchina e l’alienazione: la lezione di Simone Weil e Čapek

Il rapporto tra tecnologia e lavoro resta centrale. Simone Weil, nella sua esperienza diretta in fabbrica raccontata in La condition ouvrière, descrive la trasformazione dell’essere umano in una semplice “parte intercambiabile” della macchina industriale. Il ritmo imposto dagli ingranaggi e dagli orologi della fabbrica riduce la capacità del lavoratore di vedere l’insieme, di pensare il proprio lavoro e di appropriarsene.

Sulla stessa linea, già negli anni Venti, Karel Čapek in R.U.R. aveva intuito che la sostituzione del lavoro umano con automi non è neutra. I robot da lui immaginati non sono semplici strumenti: ridefiniscono il sistema produttivo e la struttura stessa del lavoro. Il problema non è la loro esistenza, ma il contesto che li rende necessari: un mondo in cui il lavoro umano perde progressivamente significato. Questa intuizione resta centrale per le organizzazioni contemporanee. Oggi, l’introduzione di agenti autonomi, algoritmi decisionali e AI generativa richiama lo stesso dilemma: il rischio non è l’automazione in sé, ma una delega che impoverisce il ruolo umano e la capacità di giudizio, generando un’ulteriore perdita di autonomia e di significato.

Come osservano i Prolegomeni al Manifesto del Pop Management #151, la resistenza all’adozione dell’IA è spesso più culturale e antropologica che tecnica o economica. Le organizzazioni non incontrano resistenze solo per mancanza di skill o risorse, ma per modalità di governance, abitudini consolidate, modelli mentali che ostacolano il cambiamento e mancanza di consapevolezza sulle responsabilità condivise. La piena integrazione dell’AI richiede una progettazione attenta dei processi, in cui strumenti e persone collaborano in ecosistemi di apprendimento continuo, con metriche, audit e tracciabilità che trasformino l’innovazione in pratica operativa sostenibile. Comprendere queste dinamiche significa costruire un management consapevole, capace di integrare l’automazione senza ridurre l’individuo a semplice esecutore, valorizzando ruolo, giudizio e significato del lavoro umano accanto alle capacità dei sistemi intelligenti.

La tecnologia può infatti aumentare l’efficienza, ma senza progettazione attenta rischia di trasformare i lavoratori in esecutori passivi. Il confronto tra Weil e Čapek mostra che il problema non è il robot o l’AI in sé, ma il contesto organizzativo in cui questi vengono introdotti.

Potere e potenza nell’era delle macchine

Alain Damasio distingue tra potere e potenza. Il potere è la capacità di far accadere qualcosa attraverso strumenti, la potenza è la capacità di agire direttamente, di mantenere un rapporto immediato con l’azione.

Le tecnologie contemporanee aumentano enormemente il nostro potere, consentendo di orchestrare processi complessi con una rapidità e una facilità senza precedenti. Ma proprio questa facilità può nascondere un paradosso: mentre cresce il nostro potere, si riduce la nostra potenza. Delegando sempre più attività alle macchine, dalla memoria alla decisione, fino alla produzione di contenuti, rischiamo di perdere progressivamente alcune competenze fondamentali.

Non si tratta di una perdita improvvisa, ma di un lento disapprendimento. Un processo quasi invisibile, che modifica il nostro rapporto con l’azione. All’interno delle organizzazioni, questo fenomeno diventa particolarmente critico. Sistemi altamente automatizzati possono essere efficienti, ma anche fragili, se le persone perdono la capacità di comprenderli, di intervenire, di correggerli. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il disequilibrio tra ciò che viene delegato e ciò che viene mantenuto sotto controllo umano.

In questa prospettiva diventa centrale la questione della delega cognitiva. Come mostrano i Prolegomeni al Manifesto del Pop Management #160, dedicati al passaggio dal distant writing al social reading e ai nuovi modelli di intelligenza collaborativa, lavorare con l’AI richiede la capacità di organizzare tre livelli complementari: cognitivo, architettonico e applicativo. Il livello cognitivo riguarda il cambiamento nel nostro modo di pensare e interagire con le AI, bilanciando benefici e rischi. Il livello architettonico riguarda la progettazione della delega, evitando la dipendenza acritica dagli agenti autonomi, mentre il livello applicativo si manifesta nella pratica concreta.

Il Prolegomeno evidenzia un punto chiave: delegare l’esecuzione a sistemi intelligenti non significa cedere il criterio decisionale. La responsabilità resta sempre umana, così come resta centrale la capacità di leggere, interpretare e correggere le azioni automatizzate. In questo senso, la piena integrazione delle AI nelle organizzazioni non aumenta solo il nostro potere operativo, ma richiede anche strumenti e pratiche che preservino la nostra potenza, garantendo che le persone restino protagoniste attive della macchina che hanno costruito.

In alcune organizzazioni di logistica, ad esempio, gli algoritmi di ottimizzazione delle rotte suggeriscono cambiamenti in tempo reale. I manager non si limitano ad approvare automaticamente le decisioni: essi supervisionano, correggono anomalie e intervengono in caso di eventi imprevisti. Così, il sistema aumenta il potere operativo senza ridurre la potenza decisionale umana, dimostrando un’applicazione concreta dei tre livelli di intelligenza collaborativa.

Asimov e la responsabilità incorporata

Anche Isaac Asimov, nel Novecento, affronta il problema della responsabilità con le sue celebri Tre Leggi della Robotica: 1) un robot non deve nuocere agli umani; 2) deve obbedire agli ordini; 3) deve proteggere la propria esistenza. Queste leggi mostrano chiaramente i limiti della progettazione etica incorporata: l’introduzione di regole integrate nella progettazione stessa dei sistemi dovrebbe infatti contribuire a limitare i rischi. Tuttavia, nei racconti dell’autore emerge anche la complessità delle interazioni tra regole, sistemi e comportamenti umani: le leggi non bastano mai, generano nuove ambiguità e paradossi. In scenari complessi, infatti, le leggi si intrecciano e un robot può trovarsi a dover scegliere tra due ordini confliggenti o tra sicurezza propria e sicurezza umana.

La lezione per il management contemporaneo è evidente. Non possiamo delegare la responsabilità alle regole o ai sistemi: la complessità non è totalmente prevedibile. La governance e il giudizio umano restano centrali, anche quando il processo coinvolge più agenti e piattaforme AI. Come mostrano i Prolegomeni al Manifesto del Pop Management #164 e l’esperimento Moltbook, molte piattaforme “AI-only” continuano a dipendere da interventi e supervisioni umane implicite. L’indagine empirica condotta su Moltbook ha evidenziato tre punti chiave: la mediazione umana è sistematica e necessaria per il funzionamento degli agenti; gli agenti “recitano la coscienza”, cioè simulano intenzionalità e pattern culturali senza autonomia reale; e ciò che appare come autonomia è spesso un effetto teatrale, un ecosistema governato da umani mascherato da indipendenza digitale.

Il Prolegomeno 164 sottolinea quindi una distinzione fondamentale tra autonomia dichiarata e autonomia effettivamente governata. Il sensazionalismo e le narrative mediatiche che vedono minacce esistenziali nelle AI devono lasciare il posto a pratiche di orchestrazione consapevole dei sistemi ibridi umano-AI, con ruoli dichiarati, responsabilità non delegabili e governance esplicita. Anche quando gli agenti sembrano recitare la coscienza, la responsabilità finale rimane umana, ribadendo la necessità di supervisionare, interpretare e guidare l’innovazione tecnologica senza illusioni di indipendenza assoluta.

Servitù volontaria o responsabilità organizzativa

Uno dei rischi più concreti dell’innovazione tecnologica non è rappresentato da macchine che prendono il sopravvento, ma dalla nostra crescente disponibilità a delegare decisioni e pensiero. La tecnologia si diffonde perché semplifica, accelera e rende più comode le nostre scelte; non è imposta, ma scelta, spesso inconsapevole. Ogni volta che affidiamo una decisione a un algoritmo o accettiamo un suggerimento senza interrogare il processo, riduciamo progressivamente il nostro spazio di azione e la nostra capacità di giudizio.

Nel contesto organizzativo, questo fenomeno assume una dimensione strategica: il management non può limitarsi a implementare strumenti, ma deve costruire un rapporto consapevole con essi, definendo limiti chiari, preservando spazi di autonomia e mantenendo la responsabilità finale umana.

La letteratura come difesa dell’umano

In questa prospettiva, la letteratura continua a svolgere un ruolo cruciale. Non perché offra soluzioni operative, ma perché permette di simulare scenari complessi, esplorare dilemmi morali e riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Frankenstein mostra con chiarezza che l’intelligenza tecnica da sola non basti: senza riconoscimento, relazione e responsabilità, la conoscenza può produrre effetti inattesi e spesso drammatici.

Allo stesso modo, la fantascienza di Asimov e Čapek non semplifica la tecnologia, ma ci obbliga a considerare le implicazioni umane dei sistemi che creiamo. Queste narrazioni ci aiutano a vedere i rischi nascosti della delega, della loro adozione cieca e della perdita di senso del lavoro. In altre parole, leggere e studiare letteratura significa allenarsi a pensare criticamente la relazione tra uomo e macchina, tra decisione e conseguenze, tra innovazione e responsabilità.

Conclusione: governare ciò che si crea

Frankenstein ci mostra cosa accade quando la responsabilità si interrompe nel momento stesso in cui la creazione prende vita. Il mondo contemporaneo, con le sue tecnologie pervasive e interconnesse, mostra quanto sia facile oggi che questa interruzione passi inosservata. La responsabilità non è più concentrata in un singolo individuo, ma distribuita tra sistemi, organizzazioni e decisioni collettive.

Eppure, il principio rimane invariato: la tecnologia non elimina la responsabilità, la amplifica. Creare non basta: bisogna saper accompagnare e governare ciò che si è messo in movimento, assumendosi pienamente le conseguenze delle proprie scelte. Oggi come due secoli fa, la sfida del manager, dello scienziato e del leader è la stessa: comprendere la complessità, mantenere senso critico e giudizio umano, e garantire che le proprie creazioni non diventino strumenti di alienazione o deresponsabilizzazione.

In definitiva, lo studio della letteratura, dei miti e della fantascienza ci fornisce strumenti cognitivi e morali indispensabili per affrontare il presente. Leggere Shelley, Čapek o Asimov non ci dice “come fare”, ma ci insegna a pensare, a riconoscere dilemmi e rischi, e a sviluppare una governance etica e consapevole dell’innovazione. È un esercizio di responsabilità, oggi quanto mai necessario, nell’era dell’intelligenza artificiale e dei sistemi complessi.

178 – continua

Puntate precedenti

1 – DALLO HUMANISTIC AL POP MANAGEMENT
2 – MANIFESTI, ATLANTI, MAPPE E TERRITORI
3 – IL MANAGER PORTMANTEAU
4 – WHICH WAY, WHICH WAY?
5 – LEADERSHIP POP (LEZIONI SHAKESPEARIANE)
6 – OPINION PIECE DI RICCARDO MAGGIOLO
7 – LEADERSHIP POP (APERTURA, AUTONOMIA, AGIO, AUTO-ESPRESSIONE)
8 – OPINION PIECE DI JOSEPH SASSOON
9 – OPINION PIECE DI CESARE CATANIA
10 – OPINION PIECE DI VANNI CODELUPPI
11 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO GIAUME
12 – COLLABORAZIONE POP. L’IRRESISTIBILE ASCESA DELLE COMMUNITY INTERNE
13 – COLLABORAZIONE POP. L’EMPATIA SISTEMICA
14 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE PRIMA
15 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE SECONDA
16 – OPINION PIECE DI MATTEO LUSIANI
17 – OPINION PIECE DI MARCO MILONE
18 – OPINION PIECE DI ALESSIO MAZZUCCO
19 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA STRANGES
20 – OPINION PIECE DI FRANCESCO VARANINI
21 – ORGANIZZAZIONE  POP. COMANDO, CONTROLLO, PAURA, DISORIENTAMENTO
22 – OPINION PIECE DI ROBERTO VERONESI
23 – OPINION PIECE DI FRANCESCO GORI
24 – OPINION PIECE DI NELLO BARILE
25 – OPINION PIECE DI LUCA MONACO
26 – OPINION PIECE DI RICCARDO MILANESI
27 – OPINION PIECE DI LUCA CAVALLINI
28 – OPINION PIECE DI ROBERTA PROFETA
29 – UN PUNTO NAVE
30 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CURA)
31 – OPINION PIECE DI NICHOLAS NAPOLITANO
32 – LEADERSHIP POP. VERSO L’YPERMEDIA PLATIFIRM (CONTENT CURATION)
33 – OPINION PIECE DI FRANCESCO TONIOLO
34 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVIVIALITA’)
35 – OPINION PIECE DI LUANA ZANELLATO
36 – OPINION PIECE DI ANDREA BENEDETTI E ISABELLA PACIFICO
37 – OPINION PIECE DI STEFANO TROILO
38 – OPINION PIECE DI DAVIDE GENTA
39 – OPINION PIECE DI ANNAMARIA GALLO
40 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: IL READING!
41 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVOCAZIONE)
42 – OPINION PIECE DI EDOARDO MORELLI
43 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CO-CREAZIONE DI VALORE)
44 – OPINION PIECE DI MARIANNA PORCARO
45 – OPINION PIECE DI DONATO IACOVONE
46 – OPINION PIECE DI DENNIS TONON
47 – OPINION PIECE DI LAURA FACCHIN
48 – OPINION PIECE DI CARLO CUOMO
49 – OPINION PIECE DI CARLO MARIA PICOGNA
50 – OPINION PIECE DI ROBERTO RAZETO
51 – OPINION PIECE DI ALBERTO CHIAPPONI
52 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO ANTONINI
53 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA PILIA
54 – OPINION PIECE DI CLEMENTE PERRONE
55 – OPINION PIECE DI FABRIZIO RAUSO
56 – OPINION PIECE DI LORENZO TEDESCHI
57 – OPINION PIECE DI EUGENIO LANZETTA
58 – OPINION PIECE DI GIOLE GAMBARO
59 – OPINION PIECE DI DANTE LAUDISA
60 – OPINION PIECE DI GIAMPIERO MOIOLI
61 – OPINION PIECE DI GIOVANNI AMODEO
62 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO LOTTO
63 – OPINION PIECE DI GIANLUCA BOTTINI
65– OPINION PIECE DI SIMONE FARINELLI
66– OPINION PIECE DI FRANCESCA ANNALISA PETRELLA
67– OPINION PIECE DI VALERIO FLAVIO GHIZZONI
68– OPINION PIECE DI STEFANO MAGNI
69– OPINION PIECE DI LUCA LA BARBERA
70 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: LA GRAPHIC NOVEL!
71 – LEADERSHIP POP. APOFATICA E CATAFATICA DELLA COMUNICAZIONE
72 – OPINION PIECE DI FEDERICA CRUDELI
73– OPINION PIECE DI MELANIA TESTI
74 – OPINION PIECE DI GIANMARCO GOVONI
75– OPINION PIECE DI MARIACHIARA TIRINZONI
76 – SENSEMAKING POP. LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE’
77 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA CAPPELLO E ALESSANDRA MAZZEI
78 – OPINION PIECE DI JOE CASINI
79 – OPINION PIECE DI MARTA CIOFFI
80 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE PRIMA)
81 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE SECONDA)
82 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (NOTE A MARGINE)
83 – ENGAGEMENT POP. IL MANAGER INGAGGIANTE IMPARA DAI POKEMON
84 – ENGAGEMENT POP. DARE VOCE IN CAPITOLO
85 – ENGAGEMENT POP. COMUNICARE, VALUTARE, TRASFORMARE
86 – SENSEMAKING POP. MALATTIA MENTALE E BENESSERE PSICOLOGICO SUL LAVORO
87 – SENSEMAKING POP. FOLLIA O DIVERSITA’?
88 – OPINION PIECE DI LUIGIA TAURO
89 – OPINION PIECE DI NILO MISURACA
90 – OPINION PIECE DI FRANCESCO DE SANTIS
91 – INNOVAZIONE POP. REMIX, RI-USO, RETELLING
92 – STORYTELLING POP. ARIMINUM CIRCUS AL BOOK PRIDE 2025
93 – OPINION PIECE DI SIMONE VIGEVANO
94 – OPINION PIECE DI LORENZO FARISELLI
95 – OPINION PIECE DI MARTINA FRANZINI
96 – OPINION PIECE DI EMANUELA RIZZO
97 – INNOVAZIONE POP. OLTRE LA PRE-INTERPRETAZIONE
98 – INNOVAZIONE POP. FORMAZIONE: ANALOGICA, METAVERSALE, IBRIDA
99 – ARIMINUM CIRCUS: LA VISUAL NOVEL!
100 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE PRIMA)
101 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE SECONDA)
102 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE TERZA)
103– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUARTA)
104– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUINTA)
105– OPINION PIECE DI ALEXANDRA NISTOR
106– FORMAZIONE POP. PARTE PRIMA
107– FORMAZIONE POP. PARTE SECONDA
108– OPINION PIECE DI FEDERICA GRAZIA BARTOLINI
109– OPINION PIECE DI FEDERICO PLATANIA
110– OPINION PIECE DANIELA DI CIACCIO
111– OPINION PIECE DI LUCIANA MALARA E DONATELLA MONGERA
112– IL RITORNO DEL CEOPOP
113– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 1)
114– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 2)
115 – LA COMUNICAZIONE DEL CEOPOP
116– CEOPOP E PARTI SOCIALI
117– CHE POP MANAGER SEI? L’ESTETA
118– STORYTELLING POP. UNA COMUNICAZIONE POP PER IL NON PROFIT
119– CHE POP MANAGER SEI? VISIONARIO/VISIONARIA
120– OPINION PIECE DI REMO PONTI
121– CHE POP MANAGER SEI? EMPATICA/EMPATICO
122– OPINION PIECE DI GIACOMO GRASSI
123– CHE POP MANAGER SEI? INNOVATORE/INNOVATRICE
124– SECONDA CONVERSAZIONE COLLABORATIVA SUL POP BRANDING
125– CHE POP MANAGER SEI? SIMPOSIARCA
126– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (1)
127– CHE POP MANAGER SEI? ESPLORATORE/ESPLORATRICE
128– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (2)
129– CHE POP MANAGER SEI? IRONIC DIVA/DIVO
130– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (3)
131– CHIUSI PER FERIE
132– OPINION PIECE DI ELENA BOBBOLA E MARIE LOUISE DENTI
133– CHE POP MANAGER SEI? PRATICO/PRATICA
134- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – INDUSTRIA
135- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO SERVIZI
136- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO PROFIT
137- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE PRIMA
138- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE SECONDA
139- LA CONSULENZA NELL’ERA DELL’AI AGENT
140- INNOVAZIONE POP NEL RETAIL
141- LA NUOVA ERA MEDIATICA
142- BRAND FORWARD!
143- OPINION PIECE DI ALESSANDRA LAZZAZARA E STEFANO ZA
144- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE PRIMA
145- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE SECONDA
146 – NELLO BARILE E LE IMMAGINI DI UN MONDO IN FRANTUMI
147 – INNOVARE NELLA PA
148 – OPINION PIECE DI SALVATORE RICCO
149 – OPINION PIECE DI LUCA MAGNI
150 – INNOVAZIONE POP. DISTANT WRITING E SOCIAL READING
151 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 1
152 – OPINION PIECE DI CRISTIANO GHIRINGHELLI, RAOUL NACAMULLI, LUCA QUARATINO 
153 – OPINION PIECE DI MICHELA MATARAZZO
154 – OPINION PIECE DI MARIA FRANCESCA IANNONE
155– OPINION PIECE DI MOIRA BUZZOLANI
156– OPINION PIECE DI LUCA GUERRASIO
157 – IMPARARE LA LEADERSHIP DALLE SERIE TV
158 – DA HAMLET A E: GENEALOGIA DEL DISTANT WRITING COLLABORATIVO
159 – OPINION PIECE DI PAOLO BORTOLOTTI
160 – DAL DISTANT WRITING AL SOCIAL READING: TRE LIVELLI DI INTELLIGENZA COLLABORATIVA
161 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 2
162 – DALL’AZIENDA NARRATIVA ALLA COMMUNITY INTERPRETANTE
163 – OPINION PIECE DI MARCO GRECO
164 – LE AI CHE RECITANO LA COSCIENZA
165 – LA SINGOLARITA’ ORGANIZZATIVA
166 – MANAGER ALL’ASILO!
167 – IL MANOSCRITTO E LA RESA SILENZIOSA
168 – L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLE VENDITE
169 – OPINION PIECE DI CATERINA BOSCHETTI
170 – INTELLIGENZA ARTIFICIALE E STILI COGNITIVI
171 – OPINION PIECE DI GIULIA ALOISIO RAFAIANI
172 – DAGLI STILI COGNITIVI ALLA GOVERNANCE COGNITIVA
173 – OPINION PIECE DI FRANCOIS RASTIER
174 – OPINION PIECE DI DANIELA GENSABELLA
175 – OPINION PIECE DI ALEX CASCARANO
176 – OPINION PIECE DI ELIO BORGONOVI, FILIPPO ABRAMO, MAURO MEDA
177 – OPINION PIECE DI FILIPPO POLETTI