Introduzione
di Marco Minghetti
Con questo contributo di Paola Villani, italianista, narratologa e autrice di Homo Textilis. Tra Medicina narrativa e Narratologia medica, i Prolegomeni al Manifesto del Pop Management tornano su uno dei loro nuclei più persistenti: il rapporto fra narrazione, identità e costruzione del senso.
Fin dall’inizio del percorso, il Pop Management ha cercato di superare l’idea della narrazione come semplice tecnica comunicativa. Le storie non servono soltanto a raccontare meglio un prodotto, un brand, una leadership o un’organizzazione. Servono a dare forma all’esperienza. Consentono alle persone di leggere ciò che accade, collegare eventi dispersi, attribuire un significato a ciò che altrimenti resterebbe frammento, urto, dato isolato.
In questa prospettiva, la proposta di Villani entra in dialogo diretto con il filone dello Storytelling Pop, che ha interpretato romanzi, serie TV, graphic novel e forme narrative contemporanee come laboratori cognitivi; con il Sensemaking Pop, dove il significato nasce dall’incontro fra linguaggi, memorie, emozioni e contesti; con l’idea di azienda narrativa e di community interpretante, sviluppata nel Prolegomeno 162 con la riflessione sulle community narrative, già presente nei Prolegomeni 77 e 83
Il punto decisivo è questo: se ogni organizzazione è anche un sistema di racconti, ogni persona è a sua volta una trama vivente. Villani lo dice attraverso la figura dell’Homo Textilis: non solo Homo narrans, non solo storyteller, ma soggetto tessuto di biologia e biografia, di corpo e parola, di trauma e memoria. L’identità non viene data una volta per tutte. Si compone, si lacera, si ripara. E lo fa attraverso narrazioni.
Scrive Villani: “L’Homo Textilis… Un animale che ricerca principi causali e anche cause finali. Ragioni, meccanismi, ma anche scopi e obiettivi. Un narratore che ha necessità di collegare fatti, personaggi, eventi nella catena cronosequenziale di una storia, una sintassi di senso. Proprio come Marcus Ethington, il protagonista del romanzo collettivo o comunitario E. (https://www.marcominghetti.com/home-2/e/), ogni individuo compie il suo lavoro identitario come lavoro sulla memoria. Sente una inappagabile istanza di archivio, una tensione a ordinare il disordine dell’esistenza in una trama coesa. E questo, tanto più quanto il disordine è un disordine di dolore, proprio come nel caso di Marcus”.
Da qui il collegamento con la Medicina Narrativa. La malattia non è soltanto un dato clinico. È un evento che modifica la biografia, interrompe una continuità, costringe chi la vive a riformulare il rapporto con sé, con gli altri, con il futuro. La cartella clinica registra la storia della patologia; il racconto del paziente prova a ricostruire la storia della persona. Fra questi due piani si apre lo spazio della cura.
Per il Pop Management, questa riflessione ha un valore che oltrepassa il campo medico. Ogni organizzazione conosce fratture, crisi, passaggi di soglia, perdite di senso. Ogni comunità professionale deve imparare a distinguere fra il dato e l’esperienza, fra la procedura e la persona, fra la diagnosi e la biografia. In questo senso, la Medicina narrativa diventa anche una lezione organizzativa: non c’è cura senza ascolto, non c’è ascolto senza competenza interpretativa, non c’è interpretazione senza responsabilità verso la storia dell’altro.
È qui che l’Homo Textilis incontra il Pop Management: nella convinzione che le organizzazioni non siano fatte solo di processi, ruoli, dati e obiettivi, ma anche di memorie, ferite, desideri, interpretazioni, voci. E che una cultura manageriale davvero umanistica debba imparare a leggerle.
Curarsi con le storie. Dallo Storyteller all’«uomo testuale»
di Paola Villani
Paola Villani, italianista e narratologa, coordina un Master in Medical Humanities e Medicina narrativa e ha pubblicato un libro dal titolo Homo Textilis. Tra Medicina narrativa e Narratologia medica (FrancoAngeli, 2026)
Homo textilis: l’identità come trama
«Do it for the plot», fallo per la trama: è stato a lungo uno slogan virale nell’ecumene dei social media. Questa formula motivazionale, nata come antidoto contro la paura delle scelte (la «scelta madre dell’angoscia» di Kierkegaard) è in realtà un invito a farsi personaggio. Quasi a recupero della provocazione di Roland Barthes con il suo «non esiste il fatto, esiste il racconto», la sfida oggi sembra quella di saltare dal piano del fatto a quello del racconto; prendere decisioni simulando di essere un personaggio e provare a immaginare se quella scelta possa o meno avviare una trama convincente, per sé stessi e per gli altri.
Oltre un secolo fa, ne era convinto, tra gli altri, un vero «personaggio» come Gabriele D’Annunzio. Il celebre manifesto est/etico del poeta vate «vivere la vita come un’opera d’arte» rivelava una specifica intenzionalità finzionale, immaginativa (praticata oltre che proclamata), ad altissimo tasso di leadership diciamo oggi, da parte di chi costruisce la vita in una preventiva articolazione bio-grafica, e dunque progetta e organizza il fatto in vista del racconto.
È solo uno dei moltissimi esempi dell’innegabile influsso che le narrazioni hanno sul reale fino a deformarlo o anche solo conformarlo. Un vettore antimimetico, diremmo, o meglio mimetico a senso inverso, nell’adattamento del mondo alle storie. Ne ha dato prova, libero da velleità superomistiche e con una maggiore consapevolezza teorica che attinge a un universo culturale a noi più vicino, anche un autore come Gabriel García Márquez con il titolo della sua autobiografia, Vivere per raccontarla, e con il celebre testamento-provocazione: «La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e quella che si ricorda per raccontarla».
Il potere manipolatorio (o creativo, a vederlo in positivo) che la narrazione eserciterebbe sulla vita, carico di non pochi interrogativi, sembra farsi più tangibile oggi. La presenza pervasiva della rete nelle biografie privatissime, e all’inverso delle biografie privatissime nella rete, non è che prova di una diffusa, ineludibile istanza narrativa. Questo evidente bisogno di narrazioni non è solo un istinto di evasione, non è rubricabile semplicemente come fuga dal reale. Piuttosto è un’inappagabile istanza di senso (Sensemaking). È questo uno dei primi fondamenti dell’ipotesi di un Homo Textilis, un uomo testuale (testo come tessuto di senso, ci ricorda ancora Barthes), intreccio di tessuti biologici e tessuti narrativi, animale anfibio tra natura e cultura, tra biologico e biografico.
Un animale che ricerca principi causali e anche cause finali. Ragioni, meccanismi, ma anche scopi e obiettivi. Un narratore che ha necessità di collegare fatti, personaggi, eventi nella catena cronosequenziale di una storia, una sintassi di senso. Proprio come Marcus Ethington, il protagonista del romanzo collettivo o comunitario E. (https://www.marcominghetti.com/home-2/e/), ogni individuo compie il suo lavoro identitario come lavoro sulla memoria. Sente una inappagabile istanza di archivio, una tensione a ordinare il disordine dell’esistenza in una trama coesa. E questo, tanto più quanto il disordine è un disordine di dolore, proprio come nel caso di Marcus.
Il popolo del web, con una singolare uniformità transgenerazionale, ha fatto delle storie il proprio universo vitale; sembra anzi voglia trascurare la cittadinanza nel mondo reale per quella nel mondo virtuale, nell’orizzonte di una infosfera che, a riflettere, non è che un universo perfuso di narrazioni. Ancora più deciso del «do it for the plot», il «do it for the content», altro slogan altrettanto diffuso, è l’invito alla organizzazione del proprio mondo fattuale in vista di un contenuto narrativo: non un semplice plot, ma un intreccio, con una precisa morfologia e con medium e codici linguistici/visivi già definiti. Per una singolare inversione della traiettoria temporale, non si racconta quello che si è vissuto ma, al contrario, si architetta la vita presente pensando al racconto futuro (racconto, foto o video) che ne verrà fuori in forma di passato. La logica narrativa sembra guidare il reale con un meccanismo di proiezioni retroattive.
Il paradigma narrativo
Al di là dei nodi che questo paesaggio impone e al netto dei timori per quello che appare come un sacrificio del reale sull’altare del virtuale, basti qui considerare quanto riduttiva sia la semplificazione binaria del reale-virtuale come sinonimo di vero-falso. E quanto non possa liquidarsi come «menzogna» questa dimensione «finzionale» che è invece verissima, non reale ma verissima e operante, spesso nella forma deviante di una vera dipendenza, fino a concretissimi, tragici casi di cronaca. Stia dunque a testimoniare, neutramente, il potere suasivo delle narrazioni. È il vero fondamento dell’ormai pervasivo storytelling aziendale, che troppo spesso viene invocato trascurando il lavoro identitario che i singoli appartenenti alla comunità aziendale vogliono, hanno bisogno di organizzare nella sfera, individuale e sociale insieme, della propria lifenarrative.
Nel proporre il paradigma di Homo Textilis partiamo proprio da qui, dalla evidenza del potere, realissimo, delle storie. Partiamo dalla evidenza della forza formante e deformante che esercitano sulla vita quotidiana. E dunque dalla centralità di una competenza narratologica. Le narrazioni finzionali, romanzi, racconti, graphic novels e naturalmente le serie TV sono un fecondissimo laboratorio narrativo (Prolegomeno 157), per una leadership che non si improvvisa e alla quale la competenza nella lettura, interpretazione e anche costruzione di storie e trame può senza dubbio risultare strategica (Prolegomeno 162). Si conferma così quanto da tempo vengono elaborando sul piano teorico i cognitivisti e i neuroscienziati. Sembra cioè riaffermarsi, pur con altri parametri, quel Narrative Turn che si registrava a partire dai primi anni Novanta (o forse prima) quando cioè diverse discipline approdavano alla narrazione come specifico oggetto di studio, dalla Mente narrativa di Bruner allo Storytelling Animal di Gottschall, passando per gli studi di Turner, Macintyre e di altri riconosciuti scienziati della mente e della psiche.
Oltre che paradigma cognitivo, condizione e modalità cardine di conoscenza del mondo e del sé, o propriamente di sopravvivenza, la narratività si fa condizione esistenziale, con immediate ricadute nella dimensione relazionale e dunque anche organizzativo-aziendale. In una prospettiva propriamente strategica, infatti, se si riesce a intercettare e governare questa inestinguibile e individualissima ricerca di senso, può davvero costruirsi un modello applicativo di impatto immediato e tangibile in tutte le organizzazioni.
Con particolare riferimento al sistema sanitario, il percorso del volume Homo Textilis. Tra Medicina narrativa e Narratologia medica nasce pensando all’universo della cura. Pensa al «narratore ferito» e alla relazione medico-paziente. Ma la proposta potrebbe estendersi a ogni tipo di relazione, perché in fondo ogni relazione è sempre una relazione di cura. Senza dimenticare che, per quanto non diretta a obiettivi di profitto, anche l’organizzazione sanitaria può e deve organizzarsi come community aziendale. Purché nella prospettiva di Humanistic Management: azienda come azienda narrativa e comunità interpretante (Prolegomeno 162) o community narrativa (Prolegomeni 77, 83).
Essere-tessere. Si attinge alla fortunata metafora della tessitura, cara alla filosofia e alla psicanalisi, cui spesso si fa riferimento parlando di un Soggetto-persona e del suo sofferto lavoro al telaio identitario, al tessere e al sarcire il testo/tessuto della sua personale lifenarrative. Molto più del suo diretto antenato, Homo narrans, molto più dello Storyteller, l’Homo textilis non si limita a costruire storie: è egli stesso un intreccio, è un tessuto (texture) e viene tessuto, all’intreccio tra biografie (al plurale) e autobiografia (al singolare). È un soggetto che si conosce, si costruisce, e si ripara anche, nella tessitura di una trama. È testimone dell’inestinguibile ricerca di senso che muove l’esistenza. E i singoli esistenti. E questa ricerca di senso si fa più viva e pressante in occasione della malattia, all’incontro-scontro con il nonsenso del dolore.
Medicina narrativa. La cura delle parole?
Le storie che curano, curarsi, ma anche curare con le storie. Se ne parla da tempo nella psicoanalisi, ora anche nella medicina generale. Ma come e, soprattutto, perché? Con quali strumenti l’uomo può “usare” la competenza nella produzione e nella fruizione di narrazioni per costruire e riparare il Sé? Che relazione c’è tra biologia e biografia, tra la cartella clinica e la storia del malato, tra i dati e il racconto autobiografico del sé? Sono i nodi teorici della Medicina narrativa, di questa formula sempre più diffusa, evocata più che praticata, auspicata più che compresa.
Proposta ufficialmente da una clinica statunitense dal doppio curriculum (internista con un dottorato in Letteratura inglese) Rita Charon ma anche da due studiosi nordeuropei, Trisha Greenhalgh e Brian Hurwitz, la proposta di una «Medicina narrativa» raccoglie in realtà una tradizione millenaria, che si coagula con maggiore concretezza nell’ultimo secolo. In Europa, è bene dirlo, molto prima che negli Stati Uniti. Si raccoglievano tensioni diverse, che convergevano in una generale insofferenza per un iperspecialismo che, unito a numerosi altri fattori di natura organizzativa, economica ma anche sociale, aveva accompagnato una graduale spersonalizzazione, una erosione dell’aspetto relazionale.
Si faceva luce sugli oggetti di indagine ma rischiando di dimenticare i soggetti, il medico si faceva operatore, il percorso si traduceva in un processo, la pratica in una sequenza di procedure standardizzate, e la missione ampia, complessa e duratura della cura si riduceva alla somministrazione di una terapia. E intanto, anche al di fuori dall’universo medicale, nel corso del secondo Novecento si venivano rodendo, gradualmente, alcuni tra i più consolidati archetipi. Da più parti, con diversi fondamenti teorici e differenti approcci, si trovavano a convergere molte tensioni, a disordinare felicemente non solo i metodi epistemici ma anche l’immaginario comune del confine salute/malattia, normale/patologico.
A queste istanze non può non aggiungersi il Narrative Turn, appunto, il crescente interesse per le storie. Attenzione: non c’è storia senza un personaggio, non c’è trama senza un soggetto che la realizzi, avverte la cosiddetta narratologia naturale di Monika Fludernik. Si vuol dire insomma che questa presunta «svolta narrativa» si articolava come progressiva affermazione della soggettività, declinandosi non di rado come quella che la storiografia statunitense avrebbe battezzato come svolta biografica. Osservando questo paesaggio così vasto e complesso, troppo spesso trascurato dalla manualistica di settore, si può meglio inserire la proposta della Medicina narrativa. Una formula che sembra ossimoro, nell’accostamento della oggettività ferma dei dati con la individualità fluida del racconto. E invece si vuole appunto proporre un processo di progressiva soggettivizzazione, personalizzazione della malattia e della cura. In termini narratologici, si tratta di un cambio di focalizzazione, dalla malattia al malato/curante, dalla storia clinica alla più ampia biografia.
La Medicina narrativa può anche intendersi come un’interfaccia. Si tratta infatti di mettere in dialogo i due diversi piani, storia clinica e storia del malato, che traducono in codici e linguaggi differenti l’osservazione di uno stesso oggetto. La storia clinica porterà referti (neoplasia di 7 mm, percentuale di sopravvivenza, posizionamento, immagini…), la storia del malato conterrà invece un tessuto di informazioni cognitive, relazionali, il racconto del prima, il progetto del poi…. E potremmo intendere appunto la Medicina narrativa come interfaccia tra il codice oggettivo dei dati clinici e il codice soggettivo, emotivo, visivo, percettivo del malato e del suo contesto socio-culturale.
Da trauma a trama
«Voglio partecipare anche alle gare di Los Angeles del 2028. Non ho mai visto l’America. Non la vedrò neppure stavolta ma… voglio andare lo stesso». Assunta Legnante, classe 1978, medaglia argento alle Paralimpiadi di Parigi 2024, campionessa non vedente in getto del peso e lancio del disco. La sua esperienza, in una pagina web intitolata, non a caso, «la storia continua» (https://www.memoriaparalimpica.it/document/it/assunta_legnante/la_storia_continua ). È solo uno dei tanti esempi: da una diagnosi oggettiva, indiscutibile e soprattutto inesorabile che ha colpito lei come migliaia di altri non vedenti, Assunta ha deciso di scrivere un’altra storia. Dati clinici comuni, comuni i referti prognostici. Eppure, per migliaia che, con la stessa patologia, hanno rinunciato alla vita, Assunta ha voluto impegnarsi a costruire una nuova biografia, assolutamente inattesa da tutti. E lo ha fatto innanzitutto costruendola in racconto; come fa ancora oggi, quando immagina la sfida futura del 2028. Collega ben più celebre, naturalmente, Alex Zanardi.
Dopo il tragico incidente che lo paralizzò nel settembre 2001, Alex ha deciso di costruire una narrazione memoriale, e progettuale anche, del «personaggio Zanardi». A dispetto di un reale schiacciante e di fatti che lo avevano ferito e menomato, non si è lasciato vincere dal peso della perdita. Con l’aiuto di una medicina ad alta specializzazione, che ha collaborato in modo decisivo alla realizzazione del suo progetto (suo e solo suo), Zanardi è riuscito a costruire un nuovo campione, medaglia d’oro di handbike alle paralimpiadi di Londra nel 2012. Il resto, la tenacia persecutoria della storia su quel personaggio, è a tutti noto. Valga da esempio di valoroso e doloroso storyteller progettuale. E la galleria degli atleti paralimpici offre davvero una fittissima antologia di veri testimoni di Medicina narrativa. Uomini piegati dai fatti ma che quei fatti hanno piegato alla costruzione di mondi possibili: hanno inventato personaggi e quindi in una referenzialità inversa, hanno adeguato il facto al ficto, il reale alla finzione, che si fa progetto.
La Narrative Based Medicine (NBM) si propone quindi come un approccio, teorico e pratico, non oppositivo ma come complementare rispetto alla Evidence Based Medicine (EBM). L’assunto di metodo è la malattia come esperienza, è il passaggio dal «che cosa?» al «chi?», la focalizzazione sul Soggetto che quel dolore sente e soffre. Nello spostamento dal piano oggettivo a quello soggettivo, come dire dal radiografico al biografico, la patologia non è solo una modificazione bio-molecolare o funzionale di un organo o di un apparato, piuttosto se ne può parlare in termini di «un evento sfortunato che minaccia o modifica irrimediabilmente la nostra vita individuale».
Tra le migliaia di definizioni, ci basti questa, proposta da un accreditato dominio medicale, Giorgio Bert, per l’insistenza sul piano della biografia personale, non solo fisica, oltre che per l’avverbio «irrimediabilmente». Prescindendo infatti dagli esiti, dalla possibile o negata guarigione, la modificazione procurata dalla malattia resta segno indelebile; un evento non previsto, non voluto si trova a causare una deviazione definitiva del corso della vita. La patologia può essere sconfitta, rimossa, può persino risultare invisibile alle successive indagini diagnostiche, ma per l’individuo che l’ha vissuta e patita quell’evento non può mai cancellarsi. Per molti aspetti si tratta di un trauma, una ferita, da medicare sul piano squisitamente biografico, oltre che biologico.
La lifenarrative si fa lavoro continuo di sarcitura degli strappi tra psiche e soma, come anche tra l’Io e il mondo, tra l’ideale e la storia. È il topos del soggetto ferito che si racconta, a fondare anche una precisa istanza umana: la narrazione nasce dal dolore, e viceversa, il dolore chiede di essere raccontato. Il trauma chiede di essere articolato in una trama. È un lavoro anche propriamente semantico. Un percorso di comprensione, ma anche solo di accoglienza e accettazione della malattia. La tesi di un Homo textilis si articola in riferimento all’Homo patiens, al «paziente» in quanto, in senso proprio, «sofferente», nel suo rapporto con il nuovo Sé, un Sé-come-Altro giunto inatteso e ovviamente non voluto, anzi da sempre temuto.
E questo nuovo sé modifica il suo stare al mondo, il suo percepirsi ed essere percepito, le sue interazioni sociali. Una nuova storia, che la malattia scrive solo in parte ma che resta tutta in capo all’individuo che la vive e che deve immaginarla prima ancora di viverla. Attingendo alla narratologia, può intendersi come un decisivo snodo narrativo, che apre numerosi sviluppi possibili, articolati su due piani diversi, talvolta addirittura contrastanti: la storia clinica della malattia e la storia personale del malato.
Dalla malattia al malato, dal fatto alla condizione di essere: il passaggio di focalizzazione segna anche la separazione semantica tra salute e guarigione, due parole troppo spesso considerate sinonimi. Nella loro pratica quotidiana, i professionisti possono testimoniarlo: ci sono pazienti gravi che vivono da sani, e altri clinicamente sani o con patologie lievissime che invece vivono come fossero malati. Altri, anche dopo la guarigione, a cartella clinica chiusa, continuano a sentirsi malati o almeno a non superare, non riescono a tornare alla vita.
Altri ancora hanno difficoltà, quasi paura quando non propriamente nostalgia, nel concludere le terapie farmacologiche. Si vuol dire insomma, provocando, che salute non coincide necessariamente con guarigione. Come pure si vuol dire che salute e malattia non sono sempre domini separati e rigorosamente alternativi e che nell’universo medicale un ruolo tutt’altro che secondario svolge proprio il Soggetto, l’unicità irripetibile delle persone in gioco: la persona che quella malattia aiuta a superare o a sopportare (curanti o caregivers), ma soprattutto la persona che per quella malattia soffre. Il malato. E non esitiamo a chiamarlo «paziente».
Se infatti è stata più volte rifiutata questa definizione, perché già connotata nell’orizzonte di una pervasiva medicalizzazione della salute (a partire da Leonardo Sciascia), il termine paziente può ricondursi anche all’etimo originario, patiens, nel richiamo alla sua sofferenza; ma c’è anche un richiamo alla categoria filosofica di paziente come contrario di agente, in riferimento a uno stato passivo di colui che viene colpito, che subisce un colpo.
Proprio il nodo della passività, il nodo di chi «è colpito» da una malattia e «si sottopone» a una cura, apre l’ultima grande sfida della Medicina narrativa, quella che, sempre attingendo ai territori della narratologia, può intendersi come passaggio dalla terza alla prima persona. Si segna così il passaggio dalla biografia alla autobiografia. Come propone Arthur Frank nel fortunato volume Il narratore ferito, la Medicina narrativa deve proporsi anche come percorso di progressiva appropriazione, deve puntare cioè alla trasformazione del paziente in agente e quindi anche in autore della propria storia di malattia e storia di cura.
In questa «testualizzazione» della salute, nella possibile riscrittura del vastissimo dominio della «malattia» e della «cura», il malato, Homo textilis, tessuto (texture) di storie, può conoscersi, formarsi e curarsi anche per via narrativa.
E se è frequente augurare il superamento dell’interdisciplinarità nel segno della transdisciplinarità, si possono anche tracciare le possibili premesse di una Narratologia medica. Leggere allora l’incontro paziente-curante nella prospettiva di un «patto», patto di cura-lettura, e il paziente come testo, o meglio laboratorio testuale. Si è fin troppo insistito su una medicina patient-centred nei termini di capacità di ascolto e di lettura da parte del professionista della cura. Forse ancora poco si riflette e si lavora sulla possibilità di racconto e scrittura che il malato in prima persona può e deve condurre per arrivare a comprendere, ma anche possedere e integrare la sua storia di malattia e di cura nel personale percorso biografico.
Affermare dunque una supremazia della dizione autoriale che si traduce, in questa specifica prospettiva medicale, in una riappropriazione del Sé, di un Sé organizzato in una trama. E in questa trama egli non è solo attore protagonista, e neppure narratore. Sarà invece propriamente autore. Autore della sua storia. Una storia come romanzo. Il romanzo della cura.
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