Introduzione
di Marco Minghetti
Siamo entrati nel pieno di un’estate nella quale il caldo ha smesso di rappresentare un’eccezione. Temperature estreme, ondate prolungate, notti tropicali e infrastrutture sotto pressione stanno modificando le condizioni nelle quali viviamo e lavoriamo. Eppure, nelle organizzazioni, la risposta rischia ancora di ridursi a un insieme di misure puntuali: distribuire acqua, aumentare le pause, installare un ventilatore, anticipare un turno. Sono interventi indispensabili, ma non esauriscono il problema.
Renato Albanese sposta il discorso dal solo rischio fisico alla qualità del disegno organizzativo. Il caldo non agisce soltanto sui corpi. Interviene sull’attenzione, sui tempi di risposta, sulla capacità di comunicare, sulla gestione degli errori e sulla possibilità di interrompere una tensione prima che diventi conflitto. Una bottiglietta può attenuare la sete. Non può sostituire un collega assente, sbloccare una procedura, spiegare un’attesa, modificare una sequenza di lavoro o autorizzare la sospensione di un’attività divenuta pericolosa.
Il contributo rende visibile ciò che spesso l’organizzazione formale non registra: la presenza di tempi recuperabili, sostituzioni praticabili, responsabilità chiare, possibilità di chiedere aiuto e persone autorizzate a intervenire. Renato Albanese raccoglie questi elementi nel concetto di margine organizzativo. Il termine non indica una zona di inefficienza da eliminare, ma la capacità concreta di assorbire una variazione senza scaricarne tutto il peso su chi si trova in prima linea.
Qui il Prolegomeno incontra il Pop Management. Ogni organizzazione vive anche grazie a una trama che non compare nell’organigramma: relazioni informali, gesti di cooperazione, conoscenze tacite, tempi di recupero, persone che si accorgono di un problema e decidono di occuparsene. Quando questa trama viene impoverita dalla saturazione continua, l’efficienza apparente produce fragilità. Tutto funziona finché nulla cambia. Poi basta un ritardo, un malore, un errore di registrazione o una richiesta inattesa perché il sistema perda la propria capacità di risposta.
Questa prospettiva dialoga con il Prolegomeno 30, dedicato alla Cura come primo asse dell’Hypermedia Platfirm. In quel testo la cura non veniva presentata come gentilezza accessoria, ma come criterio che orienta priorità, decisioni e distribuzione delle risorse. La distinzione tra cura autentica e cura inautentica acquista qui un significato preciso. Offrire acqua senza consentire una pausa reale, invitare alla prudenza senza modificare i carichi, raccomandare attenzione senza attribuire il potere di fermare un’attività rischia di trasformare la cura in un messaggio privo di conseguenze.
Anche il Prolegomeno 34 sulla Convivialità entra in questo quadro. Un’organizzazione conviviale non coincide con un luogo sempre armonioso. È un ambiente nel quale le persone possono riconoscersi come interdipendenti, segnalare una difficoltà e trovare una risposta. Nei giorni di caldo intenso, questa qualità relazionale diventa una risorsa operativa. La comunicazione si accorcia, la pazienza diminuisce, i piccoli ostacoli acquistano peso. Dove esiste una rete di relazioni affidabili, una tensione può essere intercettata. Dove ciascuno resta isolato nel proprio compito, la stessa tensione cresce fino a produrre errore, scontro o abbandono.
Il collegamento prosegue con il Prolegomeno 41 sulla Convocazione. Convocare significa creare le condizioni perché una persona possa prendere parola, assumere responsabilità e contribuire alla decisione. Applicata al caldo sul lavoro, la convocazione implica che chi opera sul campo possa segnalare che una condizione è cambiata senza essere accusato di debolezza, scarso impegno o resistenza. Significa anche riconoscere valore conoscitivo a quella segnalazione: chi svolge il compito vede spesso prima degli altri quando il confine tra fatica ordinaria e rischio è stato superato.
Il Prolegomeno 43 sulla Co-creazione di valore aggiunge un ulteriore passaggio. La gestione del rischio non può restare confinata in procedure elaborate lontano dai luoghi nei quali il lavoro prende forma. Orari, pause, sostituzioni, sequenze operative e criteri di sospensione devono essere progettati anche con il contributo di chi conosce le condizioni reali delle attività. La co-creazione, in questo caso, non è un esercizio partecipativo. È uno strumento per costruire misure più aderenti ai contesti e quindi più efficaci.
Il testo di Albanese si collega inoltre al Prolegomeno 69 sull’Organizzazione Pop, dove l’azienda viene descritta come un ecosistema di persone, relazioni e contesti in trasformazione. La qualità dell’esperienza non può essere separata dall’efficienza produttiva, perché un sistema che consuma attenzione, fiducia e capacità di cooperazione compromette anche i propri risultati. Il caldo porta questa interdipendenza in superficie: mostra che il benessere non è una voce distinta dal funzionamento dell’organizzazione, ma una delle sue condizioni.
Nel Prolegomeno 85 avevamo distinto le predisposizioni individuali, il macrocontesto e le leve che restano nelle mani del management. Il caldo appartiene al contesto, ma le sue conseguenze dipendono anche dalle scelte organizzative. Decidere quali attività rinviare, chi può sostituire una persona in difficoltà, come vengono gestite le attese, quali segnali richiedono un intervento e chi possiede l’autorità per modificare il lavoro sono responsabilità manageriali. Attribuire tutto alla resistenza individuale significa nascondere queste leve.
Il Prolegomeno 174, dedicato al burnout e al benessere organizzativo, aveva già messo in discussione una resilienza ridotta alla capacità personale di sopportare lo stress. Il contributo di Albanese porta avanti la stessa critica. Un’organizzazione non diventa resiliente perché chiede alle persone di resistere più a lungo. Lo diventa quando sa cambiare priorità, redistribuire attività, rallentare un processo e intervenire prima che la pressione produca danno.
Il caldo assume così la funzione di uno stress test della cultura organizzativa. Rivela la distanza tra dichiarazioni e pratiche, tra cura proclamata e cura incorporata nei processi. Mostra se una pausa esiste anche quando rallenta la produzione, se una richiesta di aiuto trova un interlocutore, se chi è sul campo può prendere una decisione o deve attendere un’autorizzazione mentre il rischio cresce.
Da questo intreccio emerge una tesi coerente con il Pop Management: la cura delle persone coincide con la qualità dell’organizzazione. Un’azienda che prevede sostituzioni, consente di rallentare o sospendere le attività, ascolta i segnali provenienti dal lavoro reale e attribuisce potere decisionale a chi può intervenire affronta meglio il caldo. E costruisce, nello stesso tempo, una capacità di risposta utile davanti a ogni altra condizione inattesa.
Caldo sul lavoro: quando la bottiglietta non basta
di Renato Albanese
Quando il caldo deforma l’asfalto, piega le rotaie e manda in affanno le reti, il danno appare subito. Più difficile è vedere ciò che accade a un’organizzazione quando, nelle stesse condizioni, pretende di procedere ignorando il mutamento del contesto.
Le aziende misurano quasi tutto: temperature, assenze, produttività, tempi di attesa, incidenti. Solo di rado rilevano la risorsa che consente al lavoro reale di assorbire un imprevisto prima che diventi errore, conflitto o blocco. È il margine organizzativo: tempo per spiegare una decisione, possibilità di sostituire chi è in difficoltà, presenza di una figura pronta a intervenire, libertà di interrompere un’attività, attenzione sufficiente per cogliere il cambiamento di una situazione.
Questa è l’organizzazione invisibile. Resta fuori dall’organigramma ed è composta da margini, ridondanze, relazioni e possibilità di recupero. Il progetto Le Aziende InVisibili indaga proprio questa dimensione: ciò che sfugge alla struttura formale e determina la capacità effettiva delle persone di cooperare e dell’insieme organizzativo di restare operativo sotto pressione.
Una parte di questo margine può essere letta attraverso il concetto di organizational slack. In A Behavioral Theory of the Firm, Richard Cyert e James March collocarono lo slack nella differenza tra le risorse complessive e gli impegni necessari. L. J. Bourgeois lo descrisse poi come un cuscinetto di risorse effettive o potenziali, utile per adattarsi alle pressioni interne ed esterne. Lo slack può diventare spreco; la questione consiste nel distinguere ciò che è superfluo da ciò che agisce da ammortizzatore. Quando l’efficienza coincide con la saturazione di ogni persona e di ogni minuto, l’assetto sembra solido finché le condizioni restano ordinarie. Al primo scarto emerge un dato: ciò che era stato eliminato come eccedenza costituiva anche una capacità di risposta.
Nel Prolegomeno 69, dedicato all’Organizzazione Pop, l’azienda viene osservata come un ecosistema nel quale persone, relazioni e contesti cambiano; la qualità dell’esperienza resta inseparabile dall’efficienza della macchina produttiva. Il margine appartiene a questa infrastruttura: una pausa praticabile, una sostituzione possibile o una presenza aggiuntiva rappresentano condizioni operative, anziché costi improduttivi per definizione. Consentono all’organizzazione di continuare a funzionare quando una variabile esterna ne riduce la capacità di tenuta.
Il caldo è una di queste variabili. Nei luoghi di lavoro viene affrontato, a ragione, come un rischio fisico attraverso acqua, pause, ombra, ventilazione e rimodulazione degli orari. La protezione del corpo, però, esaurisce soltanto una parte del problema, perché il lavoro nasce da decisioni, attese, comunicazioni, richieste, errori da recuperare e relazioni da governare.
Nella quarta edizione (2025) di The Social Psychology of Aggression, Barbara Krahé ricostruisce l’origine dei comportamenti aggressivi attraverso l’interazione tra caratteristiche individuali, interpretazione degli eventi e fattori situazionali. Una causa unica o una presunta indole personale spiegano poco. Il caldo, da solo, non trasforma una persona in un aggressore; può tuttavia modificare il contesto nel quale una provocazione viene interpretata, una risposta viene regolata e una tensione viene interrotta oppure lasciata crescere.
Tra il 2004 e il 2019, lo studio The impact of extreme heat on workplace harassment and discrimination, pubblicato nel 2022 nei Proceedings of the National Academy of Sciences, ha analizzato circa 250.000 ricorsi presentati nell’ambito delle pari opportunità di impiego. I ricorsi contenevano oltre 800.000 contestazioni relative a molestie e discriminazioni, registrate in più di 12.000 sedi del servizio postale statunitense. Nei giorni con una temperatura massima superiore ai 90 gradi Fahrenheit, poco più di 32 gradi Celsius, gli episodi registrati risultavano superiori di circa il 5 per cento rispetto alle giornate comprese tra 60 e 70 gradi Fahrenheit.
Il dato riguarda un’organizzazione specifica e non consente di attribuire al caldo la singola condotta. Mostra però che la pressione termica può affiorare anche nelle relazioni di lavoro, oltre che nei dati su malori e infortuni. La domanda, allora, riguarda l’effetto del caldo su un sistema già costruito senza riserve: che cosa accade quando la pressione termica ne consuma il margine?
In un deposito, nel primo pomeriggio, un autista aspetta da tempo. Un errore di registrazione blocca lo scarico; l’addetto alla ricezione, provato dal caldo, risponde con crescente bruschezza. In un’organizzazione che conserva margine, un collega può sostituirlo per alcuni minuti, un referente spiega l’attesa, il responsabile resta raggiungibile e modifica la sequenza delle attività. Il gruppo recupera l’errore prima che la tensione diventi scontro. In un assetto saturo, invece, ciascuno resta vincolato alla propria postazione, la pausa esiste soltanto sulla carta, la richiesta di supporto cade nel vuoto e il problema grava su chi opera in prima linea. La temperatura resta identica. Cambia la traiettoria organizzativa.
La distinzione proposta nel Prolegomeno 85, Comunicare, valutare, trasformare, tra predisposizioni individuali, macrocontesto e leve affidate al management aiuta a individuare lo spazio delle scelte organizzative. Il caldo mette alla prova proprio queste leve. La bottiglietta è necessaria, eppure resta una misura puntuale: non stabilisce quali attività debbano proseguire nelle ore critiche, chi possa rallentarle o sospenderle, quali segnali richiedano un intervento e chi debba rispondere quando una persona dichiara di non avere più le condizioni per svolgere il compito.
Qui emerge il paradosso. Molte organizzazioni dichiarano di voler essere resilienti, ma giudicano inefficiente tutto ciò che genera margine: una presenza in più, un tempo libero dalla saturazione, una pausa praticabile, la possibilità di rivedere una decisione. Chiedono alle persone di adattarsi all’imprevisto dopo aver eliminato le condizioni che rendono possibile l’adattamento.
Il Prolegomeno 174, dedicato al burnout e al benessere organizzativo, mette in discussione la resilienza trasformata in qualità individuale da pretendere. Chiedere «resistenza allo stress» può normalizzare lo squilibrio dell’ambiente e trasferirne il costo sulla persona. Il margine organizzativo rovescia questa prospettiva. La resilienza smette di coincidere con la capacità del lavoratore di sopportare e diventa capacità del sistema di modificarsi prima che la pressione produca danno, errore o conflitto.
Per chi esercita responsabilità manageriali, preservare margine significa stabilire in anticipo le priorità, attribuire poteri decisionali e rendere il supporto accessibile nei fatti, senza mantenere risorse inutilizzate prive di criterio. La verifica passa anche da indicatori semplici: pause saltate con frequenza, sostituzioni impossibili, errori privi del tempo necessario per il recupero, comunicazioni che si accorciano, attese senza spiegazione, richieste di aiuto senza seguito, episodi di attrito concentrati negli stessi orari o reparti. Sono segnali di una capacità di tenuta in calo.
Riconoscere il peso del contesto lascia intatta la responsabilità individuale. Evita di trattare il comportamento come un evento isolato e mostra che l’efficienza, quando coincide con la saturazione delle risorse, può trasformarsi in fragilità.
Quando il caldo deforma l’asfalto, ce ne accorgiamo subito. Quando consuma il margine invisibile che consente a un’organizzazione di decidere, comunicare e contenere le tensioni, il segnale arriva spesso in ritardo: l’errore resta senza recupero, la richiesta di aiuto senza risposta, una situazione ordinaria è già diventata conflitto.
Renato Albanese si occupa di rischio comportamentale e organizzativo nei luoghi di lavoro, con particolare attenzione a violenze, molestie e condotte ostili. È Voting Member del Workplace Violence Prevention Technical Committee di ASIS International e membro di AETAP. Ha pubblicato contributi nell’area Pro Labour de Il Fatto Quotidiano.
203 – continua