Introduzione
di Marco Minghetti
Con questo Opinion Piece di Rossella Palmieri e Gaetano Serviddio, i Prolegomeni incontrano un territorio che il discorso manageriale continua spesso a osservare attraverso categorie povere: declino, costo, uscita, sostituzione. La vecchiaia appare invece come una forma del tempo capace di generare desiderio, memoria, apprendimento e progetto.
L’incontro fra una studiosa di Letteratura italiana e un medico internista costruisce un esercizio pieno di Medical Humanities. Paolo Mantegazza, Jean Améry, Simone de Beauvoir, Luigi Pirandello, Italo Svevo e Camillo Golgi dialogano con la brain age, i gemelli digitali e le tecnologie di compagnia. Il sapere scientifico definisce possibilità e limiti; la letteratura rende leggibile ciò che una misura, da sola, lascia fuori.
Il contributo si collega al Prolegomeno 30, dove la cura assume valore organizzativo e comunitario, e al Prolegomeno 83, dedicato ai paradossi dell’Engagement. Una comunità di lavoro perde energia quando riduce l’età a indicatore di obsolescenza. Acquista profondità quando riconosce nei senior una memoria attiva e nei più giovani interlocutori capaci di rimetterla in circolo.
Il Prolegomeno 79 ha descritto la cultura pop come terreno comune fra persone, generazioni e mondi lontani. Il Prolegomeno 190 ha mostrato come biologia e biografia compongano la trama della cura. Palmieri e Serviddio uniscono questi due movimenti: la staffetta fra generazioni diventa pratica sociale e organizzativa; la longevità diventa capitale umano, culturale ed economico.
Il nucleo più originale del testo prende il nome di vecchiaia artificiale. Algoritmi e modelli predittivi leggono l’invecchiamento, anticipano rischi, simulano traiettorie, offrono presenza. Cresce così una domanda che riguarda medicina, organizzazioni e società: chi resta autore dell’ultimo tratto della propria biografia? La qualità della longevità dipenderà anche dalla risposta.
La mappa proposta nel Prolegomeno 2 trova qui un nuovo territorio. La vecchiaia sfugge sia alla carta vuota del pregiudizio sia alla mappa totale della previsione algoritmica. Chiede orientamento, reciprocità e libertà.
Buona lettura.
Elogio della vecchiaia artificiale
Desiderio, longevità e sovranità nell’età dell’intelligenza artificiale
di Rossella Palmieri e Gaetano Serviddio
Longa est vita si plena est
Longa est vita si plena est. La brevità della frase di Seneca, tratta dalle Epistole a Lucilio, attraversa i secoli e apre una domanda attuale: che cosa rende piena la vita quando il tempo trascorso supera quello che immaginiamo davanti a noi?
La risposta richiede l’incontro fra letteratura, medicina e neuroscienze. L’età avanzata coincide talvolta con fragilità fisiche, cognitive o emotive; ridurla a una condanna impedisce però di vedere le differenze fra le persone, i percorsi biologici, le risorse relazionali e le possibilità creative. La senescenza può diventare uno spazio di trasformazione nel quale il soggetto conserva integrità, desiderio e capacità di scelta.
Nel Prolegomeno 2, Marco Minghetti richiama il saggio di Thomas G. West Thinking Like Einstein, dedicato al pensiero visivo, all’intuizione e alla creatività rese accessibili dalle tecnologie di rappresentazione. West descriveva nel 2004 una svolta che oggi attraversa la vita quotidiana: parole, numeri e immagini si combinano in ambienti capaci di mostrare strutture complesse e generare nuove ipotesi.
Paolo Mantegazza (1831-1910) aveva anticipato questo intreccio fra immaginazione e sapere scientifico. Medico, fisiologo, igienista, antropologo e scrittore, seppe leggere il proprio tempo da più punti di osservazione. Nel suo Elogio della vecchiaia unì medicina, filosofia, letteratura e arte per descrivere un cervello anziano ancora capace di esperienza, invenzione e piacere.
La vecchiaia come clinica della complessità
Un elogio credibile della vecchiaia evita la consolazione generica. Parte dalla distinzione fra età cronologica ed età biologica. Il sistema immunitario, il metabolismo, la rete vascolare e il cervello seguono ritmi differenti; le loro traiettorie possono divergere anche fra persone della stessa età. La senescenza assume così la forma di una costellazione di processi misurabili, influenzati dalla genetica, dagli stili di vita, dalle condizioni sociali e dalla storia clinica.
Le tecniche di neuroimaging, soprattutto la risonanza magnetica, alimentano modelli computazionali capaci di stimare la cosiddetta brain age. Il modello confronta le caratteristiche cerebrali osservate con quelle apprese da ampie popolazioni e calcola lo scarto fra età prevista ed età anagrafica. Tale indicatore può contribuire allo studio dell’invecchiamento e della vulnerabilità a patologie neurodegenerative; da solo, tuttavia, non formula una diagnosi.6
La misura acquista senso dentro una biografia. Attività fisica, stimolazione cognitiva, qualità del sonno, salute cardiovascolare e partecipazione sociale concorrono alla salute cerebrale insieme a numerosi fattori ambientali e clinici. Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità invitano a lavorare su questa pluralità di condizioni e a evitare promesse semplicistiche.7
La letteratura aggiunge una conoscenza diversa. Racconta la percezione del corpo, la perdita, l’attesa, la memoria, il timore della dipendenza e la persistenza del desiderio. Medicina e narrazione descrivono lo stesso passaggio con linguaggi distinti. Il loro incontro evita due riduzioni opposte: la vecchiaia trasformata in puro dato biologico e la vecchiaia idealizzata fino a cancellarne la vulnerabilità.
Desolazione e possibilità
Quando si parla di vecchiaia emergono spesso due traiettorie opposte. Jean Améry, sopravvissuto alla Shoah, ne descrive il territorio più aspro:
“L’invecchiamento, con il quale emergono e divengono per noi evidenti il ‘non’ e l’‘in’ della nostra esistenza, è una regione di vita desolata, priva di ogni ragionevole consolazione; non ci si dovrebbero fare illusioni. Nell’invecchiamento diveniamo il senso interno, orfano del mondo, del tempo puro. Invecchiando diveniamo estranei al nostro corpo e al contempo più intimamente legati alla sua massa inerte di quanto non lo siamo mai stati”.1
Simone de Beauvoir, in La vieillesse (1970), denunciò la congiura del silenzio che colpiva l’età senile nelle società industrializzate. L’esclusione degli anziani seguiva la perdita di produttività economica e rendeva la vecchiaia invisibile agli occhi della società. La sua analisi conserva forza in un’epoca che celebra la longevità e continua, nello stesso tempo, a discriminare i corpi, le competenze e i ritmi che associa all’età.
Mantegazza esplora l’altra direzione. Il suo anziano resta inserito nella vita sociale, coltiva relazioni, pratica movimento, mantiene curiosità e disciplina. La nevrastenia, che l’autore legava alla fretta e all’alienazione del proprio secolo, riappare oggi nelle forme del burnout, dell’insonnia, della depressione e dell’isolamento. Il lessico clinico è cambiato; la domanda sul rapporto fra ambiente, corpo e psiche è rimasta.
Michelangelo, Tiziano, George Sand, La Fontaine e Goethe diventano, nelle pagine di Mantegazza, esempi di una creatività capace di attraversare l’età. Le loro opere non autorizzano una legge generale e mostrano una possibilità concreta: il tempo avanzato può contenere lavoro, invenzione e desiderio.
Longevità fra scienza, letteratura e storia
Il biologo e immunologo Il’ja Il’ič Mečnikov, premio Nobel per la Medicina nel 1908, studiò i processi dell’invecchiamento e immaginò una vita umana capace di raggiungere i centoventi anni. Nelle Études sur la nature humaine. Essai de philosophie optimiste (1903) descrisse la senilità come un possibile serbatoio di vigore, entusiasmo e serenità. Antoine-Auguste Cancalon discusse quelle tesi l’anno successivo nell’Examen de la théorie de la vieillesse de M. Élie Metchnikoff.
Mečnikov lavorò all’Institut Pasteur e costruì la propria ipotesi all’incrocio fra fisiologia, microbiologia e filosofia. Immaginava una morte percepita, al termine di una vita lunga, con la naturalezza del sonno. Italo Svevo riprese questa visione in Ottimismo e pessimismo: “nel tempo in cui la vita dell’uomo si allungherà fino a 120 anni, non sarà più un male perché l’organismo esausto le domanderà come un riposo”.
La storia offre altre figure. Luigi Cornaro, nobile veneziano vissuto fra Quattrocento e Cinquecento, scrisse in tarda età un trattato sulla vita sobria.2 Paolo Azzarini, ricordato da Mantegazza come salvatore di Garibaldi, trascorse gli ultimi anni circondato dall’affetto familiare e dalla comunità. Alla domanda sulla possibilità di raggiungere il secolo rispondeva: “Sarà quel che sarà”.
In questi racconti affiorano alcuni ingredienti del vivere sociale: relazioni fra generazioni, continuità delle competenze, valore della memoria, riconoscimento della persona oltre la funzione produttiva. La longevità diventa un bene comune quando una comunità offre condizioni di salute, partecipazione e senso.
Anche la trattatistica medica ottocentesca immaginava un futuro nel quale la prevenzione avrebbe prolungato la vita. Il medico Frédéric-Louis-Joseph Turck, nel De la vieillesse étudiée comme maladie et des moyens de la combattre (1852), affidava alla medicina preventiva il compito di ridurre le cause evitabili di morte. La sua fiducia appartiene al proprio tempo; la domanda che la sostiene resta aperta: quali conoscenze migliorano la durata della vita e quali forme sociali ne custodiscono la qualità?
Dalla geropoli alla comunità della cura
Il ruolo dell’anziano nel tessuto sociale incontra i paradossi dell’Engagement discussi nel Prolegomeno 83. L’ingaggio si indebolisce quando le organizzazioni lo associano soltanto all’energia giovanile, alla disponibilità continua e all’adattamento a ritmi uniformi. Si rafforza quando ogni persona, in qualunque fase della vita, trova spazi di parola, riconoscimento e possibilità di contribuire.
Educatori, comunicatori, professionisti della salute e decisori pubblici possono costruire un’idea diversa dell’età avanzata. Le Università della terza età, i servizi territoriali, l’abitare assistito, le reti di prossimità e i programmi culturali mostrano vie possibili. L’assistenza agli anziani fragili richiede una convergenza fra cure sanitarie, relazioni sociali e sostegno alle famiglie.
Vincenzo Paglia ha dedicato studi e iniziative alla necessità di superare un modello centrato quasi per intero sulle RSA.3 Una rete integrata può unire servizi domiciliari, presìdi di comunità, tecnologie, volontariato, abitazioni accessibili e competenze cliniche. La cura descritta nel Prolegomeno 30 acquista qui forma concreta: responsabilità condivisa, convivialità, reciprocità e co-creazione.
Mantegazza aveva immaginato un gerocomio destinato a trasformarsi in geropoli, una città dei vecchi e non un recinto per vecchi. Parchi, giardini, case differenti, biblioteche, musica, conferenze, attività fisica, caccia, pesca, fiori sulle tavole e premi per chi inventava un nuovo divertimento componevano il suo progetto. Un’équipe amministrativa e sanitaria avrebbe seguito la comunità senza trasformarla in ospedale.
Quella geropoli esprime una concezione precisa: la cura comprende il piacere, la scelta, la cultura, la varietà degli spazi e il contributo personale. La persona anziana conserva il diritto di inventare una festa, proporre un’attività, cambiare abitudini, cercare solitudine o compagnia. Il benessere nasce anche dalla possibilità di incidere sulla forma della vita comune.
La perdita del padre e la staffetta fra generazioni
Romano Luperini ha descritto l’Ottocento come secolo del dolore, il Novecento come secolo dell’ansia e dell’angoscia, il postmoderno come tempo del languore e dell’anestesia del desiderio. I personaggi del romanzo moderno reagiscono alla crisi dell’identità attraverso il doppio, la frantumazione dell’io, la psicoanalisi. Mattia Pascal, Vitangelo Moscarda e Zeno Cosini attraversano, in forme diverse, una crisi dell’eredità paterna.
Mattia cresce dopo la morte precoce del padre; Moscarda si misura con il patrimonio materiale e morale ricevuto dal proprio; Zeno resta prigioniero di una relazione irrisolta che continua ad agire dopo la morte del genitore. Giacomo Debenedetti ha letto questa condizione come perdita del padre, scomparsa di una figura capace di indicare il sentiero e rendere familiari le apparizioni della foresta:
“Il padre sapeva il sentiero, prendeva per mano, raccontava la buona fiaba che promette un asilo al termine del cammino, era il depositario della norma per comportarsi tra le terribili apparizioni e renderle familiari. Adesso che lui non c’è più bisogna rivolgersi alla foresta, interrogare le apparizioni. La risposta che si riceve dalla natura, fino a un nuovo ordine, è un innaturale silenzio”.4
La metafora paterna può essere liberata dalla sua struttura gerarchica e tradotta in reciprocità generazionale. Nel Prolegomeno 79, Marta Cioffi descrive la cultura pop come un insieme di immagini, suoni, tendenze e social capace di creare un terreno comune fra persone, generazioni e mondi lontani. Tale terreno rende possibile una staffetta nella quale ciascuno trasmette e riceve.
Pirandello, ne I vecchi e i giovani, rappresenta due generazioni incapaci di passarsi il testimone sullo sfondo di una Sicilia sconvolta dalle lotte sociali e politiche. Il romanzo mostra il costo di una memoria che si chiude nella delusione e di una giovinezza che riceve un’eredità priva di fiducia. La lezione riguarda anche il presente: la trasmissione richiede ascolto, revisione e libertà di trasformare ciò che viene consegnato.
Gli esseri umani restano esseri desideranti. La longevità acquista valore quando la società evita di anestetizzare quel desiderio e costruisce occasioni nelle quali possa tradursi in apprendimento, relazione, produzione culturale e progetto.
Età, memoria e desiderio nelle organizzazioni
Le organizzazioni concentrano spesso le politiche sull’ingresso dei giovani e sull’uscita dei senior. Tra questi due momenti si apre un lungo tratto di vita professionale nel quale l’età agisce attraverso opportunità, stereotipi, accesso alla formazione, assegnazione dei ruoli e possibilità di parola. L’ageismo professionale compare quando un numero sostituisce l’osservazione delle competenze e anticipa un giudizio di obsolescenza.
La perdita dei senior può disperdere conoscenze che nessun archivio contiene per intero: eccezioni riconosciute nel tempo, reti di fiducia, errori già attraversati, segnali deboli, criteri pratici, memoria dei conflitti e delle decisioni. Questa conoscenza tacita acquista valore quando circola. Conservata come privilegio individuale si irrigidisce; trasferita in una relazione, diventa patrimonio comune.
Mentoring e reverse mentoring descrivono due direzioni di uno stesso scambio. Il senior offre esperienza, memoria storica e capacità di leggere le conseguenze; il collega più giovane introduce linguaggi, tecnologie, sensibilità e domande che possono riaprire pratiche consolidate. Il risultato dipende dalla qualità della relazione e dalla possibilità concessa a entrambi di modificare il proprio punto di vista.
L’intelligenza artificiale può aiutare a registrare storie professionali, ricostruire decisioni, collegare documenti e rendere accessibili patrimoni dispersi. La comunità deve però governare selezione, interpretazione e uso di quei materiali. Una memoria algoritmica priva di confronto tende a cristallizzare la versione più documentata, che coincide spesso con la voce di chi ha avuto maggiore potere.
Il Pop Management legge la longevità professionale come capitale sociale ed economico. Ciò richiede percorsi di apprendimento lungo tutto l’arco della vita, ruoli mobili, tempi compatibili con fasi diverse, comunità di pratica intergenerazionali e criteri di valutazione capaci di distinguere età, prestazione e potenziale. La persona senior resta così autrice del proprio contributo e interlocutrice nella costruzione del futuro.
La questione organizzativa coincide con la questione del desiderio. Un lavoro che riconosce soltanto la prestazione presente impoverisce la persona; un lavoro che riconosce memoria, possibilità di crescita e capacità generativa alimenta appartenenza. L’engagement nasce anche dalla percezione che l’esperienza accumulata possa ancora cambiare ciò che accadrà.
Lo psicoscopio e la nascita della vecchiaia artificiale
Nel romanzo ucronico L’anno 3000, Mantegazza immagina lo psicoscopio, uno strumento capace di vedere i pensieri altrui. L’invenzione mira a fini umanitari: la trasparenza dell’interiorità dovrebbe favorire sentimenti buoni. La stessa ipotesi apre però un problema etico. Il mistero personale, l’opacità e la libertà di custodire una parte di sé appartengono alla dignità umana.
Lo psicoscopio diventa una figura utile per leggere la medicina contemporanea e l’IA applicata all’invecchiamento. Dati clinici, immagini, segnali raccolti da sensori e modelli predittivi rendono la senescenza più leggibile. La conoscenza può anticipare rischi, suggerire interventi e personalizzare le cure. Nello stesso movimento cresce il potere di classificare, prevedere e orientare la vita.
Chiamiamo vecchiaia artificiale questa nuova stagione dell’invecchiamento. L’espressione indica una senescenza interpretata, simulata e accompagnata da sistemi algoritmici. Il corpo vissuto incontra un secondo corpo di dati; la biografia incontra una previsione; il presente incontra scenari probabili costruiti da un modello.
Prima figura: l’età biologica computazionale
La brain age offre una prima figura della vecchiaia artificiale. Il cervello viene tradotto in un’età prevista e lo scarto rispetto all’età anagrafica diventa indicatore di una traiettoria. Studi recenti mostrano associazioni fra un maggiore brain age gap e alcune condizioni neurodegenerative, pur richiedendo ulteriori validazioni prima dell’uso clinico esteso.6
La stima può sostenere la prevenzione e rendere visibili cambiamenti che sfuggono all’osservazione ordinaria. Il suo significato resta probabilistico. Un numero sintetizza molti segnali e rischia di assumere un’autorità superiore alle proprie capacità. Una persona può iniziare a vivere secondo l’età attribuita dal modello, anticipando limitazioni che il corpo e la biografia ancora ignorano.
La medicina ha quindi un compito interpretativo: spiegare il margine di incertezza, distinguere rischio e destino, integrare il dato con la storia clinica e con le preferenze della persona. La previsione conserva valore quando sostiene una scelta; perde qualità quando la sostituisce.
Seconda figura: il gemello digitale
Il gemello digitale dell’anziano rappresenta una figura più radicale. Un modello personalizzato, aggiornato da dati clinici e comportamentali, mira a simulare risposte a farmaci, traiettorie di rischio ed esiti funzionali. La ricerca sui human digital twins mostra applicazioni promettenti, soprattutto a livello di organi e sistemi, e segnala ancora problemi di standardizzazione, validazione, trasparenza e trasferimento nella pratica clinica.8
Il gemello digitale promette una medicina preventiva e personalizzata. Introduce anche una domanda morale: chi possiede la rappresentazione computazionale di una persona? Il paziente, il medico, l’ospedale, il fornitore tecnologico o il soggetto che ha addestrato il modello? La risposta incide sull’accesso ai dati, sulla possibilità di correggerli e sul diritto di contestare una previsione.
La simulazione di una biografia possibile può aiutare la persona a scegliere fra terapie e stili di vita. Può anche trasformarla nel destinatario di un percorso deciso altrove. La sovranità biografica richiede consenso comprensibile, accesso alle ragioni della raccomandazione, possibilità di dissenso e responsabilità umane riconoscibili.
Terza figura: la compagnia artificiale
Sistemi conversazionali, assistenti digitali e robot sociali vengono proposti per contrastare solitudine, fragilità e perdita di memoria. Le ricerche indicano benefici possibili su solitudine e umore in alcuni contesti di assistenza, insieme a campioni ridotti, durate limitate e risultati eterogenei.9
Una compagnia artificiale può ricordare un appuntamento, stimolare una conversazione, facilitare il contatto con familiari e operatori, sostenere attività cognitive. Il valore emerge quando la tecnologia amplia la rete umana e restituisce autonomia. Il rischio cresce quando la macchina sostituisce relazioni costose, imprevedibili e reciproche con una presenza programmata.
La relazione umana comprende contraddizione, attesa, responsabilità e libertà dell’altro. Un agente che asseconda sempre, resta disponibile e simula empatia può offrire conforto; può anche abituare a una reciprocità priva di alterità. La cura richiede allora un’igiene della relazione fra persona e tecnica: scopi dichiarati, supervisione, possibilità di interrompere l’uso e continuità dei legami umani.
Sovranità sull’ultimo tratto
La vecchiaia artificiale tende a ridurre l’imprevisto, anticipare il rischio e mitigare il danno. Proprio questa promessa alimenta la tentazione del controllo. Una vita più prevedibile può diventare una vita organizzata intorno alle probabilità del modello.
Mantegazza cercava misura, igiene e prevenzione senza separarle dalla felicità, dalla creatività e dalla libertà. La tecnica doveva servire la vita e lasciare aperto ciò che la rende personale. Lo psicoscopio supera il proprio limite quando la trasparenza sostituisce l’interiorità e la previsione cancella il diritto di cambiare.
La posta più alta dell’invecchiamento riguarda quindi la sovranità sull’ultimo tratto dell’esistenza. Durata, sicurezza e assistenza contano; contano anche il diritto al rischio, alla revisione, al desiderio, alla relazione e all’opacità. La persona anziana resta soggetto di decisione, mai semplice oggetto di previsione.
La stessa regola vale nelle organizzazioni. Un sistema può stimare prestazioni, rischio di uscita, bisogno formativo e compatibilità con un ruolo. La comunità professionale deve impedire che tali stime diventino sentenze. Il criterio umano interviene per discutere il dato, riconoscere eccezioni, ascoltare la persona e assumere la responsabilità della decisione.
La mappa irregolare della felicità
Il Prolegomeno 2 ha descritto manifesti, atlanti, mappe e territori come strumenti per orientarsi in una realtà cangiante. Camillo Golgi usava la figura del “fortunato viaggiatore” per raccontare una ricerca costruita per tappe:
“Permettete io confessi che in questa psicologia del fortunato viaggiatore, io vedo un perfetto riscontro nella psicologia che ha caratterizzato la mia azione così negli studi, come negli altri campi nei quali si è svolta la mia attività […] ed è dalla somma delle tappe piccole ma coordinate e sempre proporzionate alle forze del più modesto lavoratore che mi fu dato di conseguire i risultati che il mondo ha giudicato meritevoli”.5
La vecchiaia richiede una cartografia dello stesso tipo: precisa e incompleta, scientifica e biografica, capace di orientare senza pretendere di coincidere con il territorio. I modelli computazionali possono arricchirla; la persona conserva il diritto di ridisegnare il percorso.
Mantegazza, ne L’arte d’esser felici, scrive che la felicità è racchiusa da una linea irregolare, simile a quella che nelle carte geografiche delimita isole e continenti. Capi e seni, penisole e istmi, fiumi e laghi, monti e valli ne compongono la forma. Le linee rette e il circolo risultano troppo esatti.
In quella irregolarità viva si colloca la vecchiaia. Fine di alcune possibilità, nascita di altre; tempo di fragilità e di desiderio; patrimonio biologico, narrativo e sociale. La sua pienezza dipende dalla libertà con cui ciascuno può abitarla e dalle comunità capaci di riconoscerla come una forma diversa del tempo.
Gli autori
Rossella Palmieri è professoressa ordinaria di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia. Insegna Letteratura italiana, Letterature comparate e Letteratura teatrale italiana. La sua ricerca attraversa il teatro, il Seicento e il Novecento, con particolare attenzione alle forme del personaggio, alla scrittura di Pirandello e ai rapporti fra letteratura e altri saperi.
Gaetano Serviddio è professore ordinario di Medicina interna e direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Foggia. Svolge attività clinica, didattica e di ricerca nell’ambito della medicina interna e dell’epatologia, con attenzione ai processi metabolici, allo stress ossidativo, alla prevenzione e alla medicina traslazionale.
Il loro contributo nasce dall’incontro fra due discipline che osservano la stessa esperienza da prospettive differenti. La letteratura restituisce voce, memoria e conflitto; la medicina misura processi, rischi e possibilità di cura. La nozione di vecchiaia artificiale nasce da questo dialogo.
Note
- J. Améry, Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare, Bollati Boringhieri, Torino 1988, pp. 148-149.
- L. Cornaro, Trattato de la vita sobria (1558), presentazione di M. Rigoni Stern, Il Polifilo, Bologna 2004, p. 13.
- V. Paglia, L’età da inventare. La vecchiaia fra memoria ed eternità, Piemme, Milano 2021; Id., La forza della fragilità, Laterza, Roma-Bari 2023; F. Di Blasi, Anziani digitali. La risposta della tecnologia a una popolazione che invecchia, prefazione di V. Paglia, Armando, Roma 2023.
- G. Debenedetti, Saggi critici, Il Saggiatore, Milano 1959, pp. 133-134.
- C. Golgi, Discorso del Senatore Prof. Camillo Golgi, in Annuario Università di Pavia, Bizzoni, Pavia, 1908-1909, pp. 373-380.
- H. Kim et al., “A novel deep learning-based brain age prediction framework for routine clinical MRI scans”, npj Aging, 11, 70 (2025). Lo studio descrive la brain age come età prevista da immagini MRI e ne discute il potenziale, insieme alla necessità di ulteriori validazioni cliniche.
- World Health Organization, Risk reduction of cognitive decline and dementia: WHO guidelines, seconda edizione, 2026.
- “A scoping review of human digital twins in healthcare applications and usage patterns”, npj Digital Medicine (2025). La rassegna rileva applicazioni emergenti e richiama la necessità di standard, validazione e trasparenza metodologica.
- “The Effect of Social Robots on Depression and Loneliness for Older Residents in Long-Term Care Facilities: A Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials”, Journal of the American Medical Directors Association (2024).