Prolegomeni al Manifesto del Pop Management 191. Linguaggio, identità e potere nelle organizzazioni – Parte Terza

Introduzione di Marco Minghetti

Nelle due parti precedenti di questa Conversazione Collaborativa abbiamo stabilito che le parole non descrivono soltanto un’organizzazione: la rendono abitabile o inabitabile. Attraverso il linguaggio un’organizzazione rivela la propria cultura, costruisce o consuma fiducia, decide chi può prendere parola e chi resta ai margini.

Ma anche prima, in una lunga serie di Prolegomeni dedicati al linguaggio, il Sensemaking Pop è stato progressivamente messo alla prova come arte di costruire interpretazioni praticabili della complessità. Già il Prolegomeno 10, con Vanni Codeluppi, aveva mostrato che i media non si limitano a rappresentare il reale, ma ne modellano la percezione. Il Prolegomeno 50 di Roberto Maria Razeto, aveva spostato la questione sul terreno geopolitico, mostrando come anche gli eventi più complessi abbiano bisogno di narrazioni condivise, simboli e contesti comuni per diventare leggibili. Nel Prolegomeno 54 Clemente Perrone aveva proposto una case history aziendale per dimostrare che l’apertura alla diversità diventa credibile solo quando produce significati condivisi e pratiche situate. Lorenzo Tedeschi, nel Prolegomeno 56,  aveva fissato una formula che resta decisiva: “Lavorare è un atto politico”. Il lavoro, cioè, non è soltanto prestazione, ruolo o contratto. È il luogo in cui si negoziano dignità, riconoscimento, giustizia sociale e possibilità di futuro.

Da qui si è aperta una seconda linea, legata all’etica del dubbio e alla crisi delle cornici simboliche. Il Prolegomeno 74 partiva dalla domanda di Gianmarco Govoni “Il dubbio è Pop?” per contrastare la riduzione digitale del pensiero a scelta binaria, clic, reazione immediata. Il dubbio non vi compariva come freno, ma come condizione di responsabilità. L’excursus filosofico del Prolegomeno 82 aveva poi mostrato il rischio di una “autenticità su richiesta”, soprattutto quando la tecnologia simula prossimità, intimità e confidenza. I Prolegomeni 86 e 87 avevano inserito nel percorso il tema della salute mentale e della diversità, distinguendo fra benessere come formula aziendale e benessere come infrastruttura di senso. Non basta dire cura, non basta dire inclusione, non basta dire ascolto. Occorre chiedersi quale idea di normalità viene prodotta, quali fragilità vengono riconosciute, quali differenze vengono accolte senza essere addomesticate.

La stessa domanda è tornata, con accenti diversi, nei Prolegomeni dedicati alla nuova grammatica del lavoro. Nei numeri 126, 128 e 130, curati da Valerio Flavio Ghizzoni  – contributori: Stefano Bottaro (HR Director, Avio); Mihaela Gavrila (Professoressa di Media Studies, Università La Sapienza di Roma); Michela Matarazzo (Professoressa Ordinaria di Management e Marketing Internazionale, Università Guglielmo Marconi); Fabrizio Tripodi (Global People Leader, Brown-Forman – Jack Daniel’s); il Senior Avisor HR Roberto Zecchino – il lavoro è stato letto come spazio instabile di identità, appartenenza e purpose. La grammatica non riguardava solo le parole, ma i criteri con cui una comunità professionale rende comprensibile ciò che fa e ciò che chiede alle persone. In questo senso il Prolegomeno 149, con Luca Magni, ha introdotto una delle formulazioni più operative del Sensemaking Pop: il leader come “architetto di mondi simbolici”, capace di agire attraverso quattro atti, “Naming, Framing, Anchoring, Expanding”. Dare un nome, costruire una cornice, ancorare un significato, aprire possibilità sono funzioni organizzative primarie.Nel Prolegomeno 146, Nello Barile aveva mostrato il rovescio di questa responsabilità: quando l’immaginario comune si frantuma, anche il management perde le immagini con cui orientarsi.

Negli ultimi passaggi, il tema si è fatto ancora più corporeo e organizzativo. Il Prolegomeno 159, con Paolo Bortolotti, ha riportato la cura al corpo come test di realtà: rigidità, respiro corto, contrazioni e stanchezza non sono dettagli privati, ma segnali di ciò che il lavoro produce sulle persone. Il Prolegomeno 171 ha applicato la semiotica della moda al linguaggio organizzativo: le parole “vestono” i messaggi, danno forma riconoscibile a una cultura oppure la mascherano. Il Prolegomeno 174, con Daniela Gensabella, ha letto il burnout non come fragilità individuale, ma come effetto di un sistema che “chiede più di quanto sappia trasformare in senso, riconoscimento del lavoro svolto e possibilità di crescita personale”. Alex Cascarano, nel Prolegomeno 175, ha interrogato l’ipermondo digitale, dove il vero non si oppone più in modo semplice al simulato e l’autenticità diventa un problema pratico di costruzione dell’esperienza. Il Prolegomeno 187, dedicato a Edgar Morin, ha infine dato a questo percorso la sua cornice più ampia: la complessità non si domina chiudendola in un modello, si abita con una razionalità aperta, capace di restare in dialogo con l’esperienza.

È dentro questa genealogia che si collocano i Prolegomeni 188, 189 e 190. Il 188 ha affrontato il linguaggio come soglia di accesso e criterio di riconoscimento: negli annunci di lavoro, nei processi di selezione, nelle reti commerciali, nel rapporto fra generazioni, le parole stabiliscono chi può riconoscersi in una chiamata e chi viene escluso prima ancora di essere valutato. Il 189 ha spostato il tema sull’identità professionale nell’epoca dell’AI generativa, sulla frammentazione dei codici comunicativi e sul marketing come funzione di sensemaking: quando la voce viene co-generata, tradotta, adattata, amplificata o normalizzata, la questione non è più soltanto stilistica, ma riguarda la proprietà del criterio, la responsabilità della firma, la riconoscibilità di chi parla. Il 190, con il contributo di Paola Villani, ha aggiunto un passaggio ulteriore: le storie non servono solo a comunicare, ma a ricomporre l’esperienza. L’Homo Textilis è un soggetto tessuto di biologia e biografia, corpo e parola, trauma e memoria. La Medicina narrativa mostra che fra la cartella clinica e il racconto della persona si apre lo spazio della cura. Anche nelle organizzazioni accade qualcosa di simile: il dato non basta se cancella l’esperienza, la procedura non basta se perde la biografia, la diagnosi non basta se non ascolta la storia.

Heidegger scriveva che il linguaggio è la casa dell’essere. La formula, portata dentro la vita organizzativa, va presa alla lettera. Il linguaggio non è un rivestimento della cultura aziendale, ma il luogo in cui ciò che conta può apparire, essere riconosciuto, diventare condivisibile. Una parola come cura non vale perché viene pronunciata. Vale se apre uno spazio fatto di ascolto, tempo, responsabilità, diritto al dissenso costruttivo. Se invece copre procedure opache, decisioni già prese e rituali partecipativi senza conseguenze, allora non abita più nulla. Resta una facciata davanti a una casa vuota.

In questo quadro, la terza parte della Conversazione Collaborativa su Linguaggio, identità e potere nelle organizzazioni,  nasce da un confronto a due voci su alcune domande decisive. Come si distingue un linguaggio che cura le persone da uno che ne adotta soltanto la superficie? Chi risponde del linguaggio in un’organizzazione? E come si costruisce fiducia, nelle organizzazioni come nelle comunità digitali, quando i numeri crescono e le appartenenze diventano più instabili?

Le prospettive di Giulia Aloisio Rafaiani e Donato Occhilupo si intrecciano a partire da esperienze diverse. Aloisio Rafaiani muove dall’esperienza di chi ha attraversato queste dinamiche dall’interno, nelle redazioni e nelle grandi organizzazioni. Occhilupo osserva il linguaggio come sistema di potere, capace di distribuire visibilità, legittimità e possibilità d’azione. Insieme aiutano a riconoscere i segnali di disallineamento tra parole e pratiche, là dove una promessa viene pronunciata, smentita dai comportamenti e poi lasciata senza spiegazione.

Il punto comune è che il linguaggio diventa dimora solo quando le parole reggono il peso dell’esperienza. Quando cura, ascolto, fiducia e partecipazione trovano conferma nei processi, nelle decisioni, nella gestione del dissenso, le persone possono abitare un mondo comune. Quando il legame si spezza, non si danneggia soltanto la comunicazione. Si rompe la possibilità stessa di sentirsi parte di una comunità che dice ciò che è e fa ciò che dice.

 

IL LINGUAGGIO COME DIMORA: RESPONSABILITÀ O DELEGA?

Una conversazione con Giuia Aloisio e Donato Occhilupo

Marco Minghetti «Il linguaggio è la casa dell’essere» (Heidegger). Se prendiamo sul serio questa formula, nelle organizzazioni le parole non si limitano a descrivere ciò che accade: orientano ciò che viene percepito come legittimo, pensabile, desiderabile, possibile. Dire cura, ascolto e centralità della persona non equivale ad abitarne il significato. Quando questi termini vengono usati per accompagnare pratiche che restano gerarchiche o opache, il linguaggio smette di essere dimora e diventa rivestimento.

Quali segnali concreti permettono di distinguere un linguaggio che esprime una reale cura delle persone da uno che ne adotta soltanto la superficie? Chi esercita davvero la responsabilità del linguaggio in un’organizzazione? Esiste un punto oltre il quale il disallineamento tra parole e pratiche compromette la fiducia in modo difficilmente recuperabile?

Giulia Aloisio Nelle organizzazioni esiste sempre una distanza più o meno grande tra ciò che si dichiara e ciò che si fa. Una differenza che viene tollerata, fino a un certo punto, ma che oltre a una certa soglia può portare a un meccanismo di non ritorno.

Quando le parole vengono utilizzate senza convinzione, la partecipazione ai riti aziendali – dai sondaggi alle riunioni di feedback – diventa sempre più meccanica; nei meeting, quando nessuno chiede più nulla di sostanziale, non è perché tutto vada bene, ma perché le persone hanno già capito che la risposta non cambierà nulla.

E non è mai un episodio singolo a distruggere il rapporto di fiducia, bensì la ripetizione: ogni volta che una promessa viene smentita senza spiegazione, la disponibilità a fidarsi si riduce un po’. Nelle organizzazioni, la ricostruzione della fiducia è ancora più complessa che nelle relazioni personali: quando si esaurisce, non basta più una buona decisione a recuperare. Serve una costanza nella dimostrazione di coerenza, ancora più difficile da mantenere quando si è costruito un ambiente in cui nessuno ha più fiducia vera.

Per prevenire il declino bisogna smettere di misurare la soddisfazione e iniziare a misurare la franchezza: quanto le persone si sentono libere di dire una cosa scomoda, di dissentire, di segnalare un problema senza temere conseguenze. Quando questa libertà scompare, il distacco è già in corso.

Donato Occhilupo Il criterio decisivo non è il lessico utilizzato, ma la sua capacità di produrre conseguenze osservabili. Un’organizzazione può utilizzare con grande disinvoltura parole come ascolto, fiducia, centralità della persona o inclusione senza che queste incidano realmente sui processi decisionali. L’autenticità emerge quando quelle parole influenzano la distribuzione delle risorse, i criteri di valutazione, la gestione degli errori e la qualità del confronto interno.

Chi non deve mai rendere conto delle parole che usa ha già stabilito una gerarchia più profonda di qualsiasi organigramma: la gerarchia di chi emette promesse senza che nessuno possa esigerle. Kahneman aiuta a comprendere perché questo meccanismo funzioni: termini come cura, benessere o partecipazione agiscono innanzitutto sul Sistema 1, la componente intuitiva del pensiero, generando una predisposizione positiva prima ancora che intervenga la valutazione critica. Lakoff aggiunge un livello ulteriore, sostenendo che ogni parola attivi un frame cognitivo radicato. Dire “ascolto” in un contesto strutturalmente autocratico tradisce il frame profondo associato al termine, costruendo una diffidenza che rende sospetta ogni nuova iniziativa.

Per questo, entrambi consideriamo la gestione del dissenso il test più affidabile. È nel momento in cui emerge un conflitto o una richiesta scomoda che si comprende se parole come ascolto e rispetto rappresentano un orientamento reale oppure un dispositivo retorico. Nell’era dei sistemi generativi, paradossalmente, le imperfezioni di un linguaggio autentico diventano segnali di credibilità proprio perché distinguono una voce situata da una voce ottimizzata.

Marco Minghetti Chi esercita davvero la responsabilità del linguaggio in un’organizzazione? Il vertice, l’HR, la comunicazione, il management intermedio, oppure chiunque partecipi alla vita quotidiana dell’organizzazione? E come si distribuisce, in pratica, questa responsabilità?

Donato Occhilupo Tutti esercitano la responsabilità del linguaggio, che esiste davvero solo quando viene riconosciuto e praticato da una comunità.

Il linguaggio organizzativo assomiglia in questo senso a un contratto sociale: può essere promosso da qualcuno, ma attribuirne la responsabilità esclusivamente al vertice è una semplificazione comoda che non regge all’osservazione.

Oggi questa responsabilità non passa più soltanto attraverso le persone. Come anticipava Lessig con la formula “Code is Law”, il linguaggio è incorporato nelle architetture digitali. Le piattaforme interne, i sistemi di valutazione, gli algoritmi che regolano la visibilità delle informazioni producono significati e distribuiscono potere. Dichiarare partecipazione mentre si adottano strumenti che riducono l’autonomia è una contraddizione che le persone percepiscono rapidamente.

Resta attuale la lezione di Orwell: una comunità sana è quella che conserva la capacità di nominare i problemi reali senza rifugiarsi in formule rassicuranti. Quando il linguaggio viene utilizzato esclusivamente per produrre consenso, le persone continuano a usare la lingua ufficiale performativamente senza abitarla, partecipano ai rituali senza crederci. È probabilmente questo il punto in cui il linguaggio perde la sua funzione di orientamento e diventa semplice rappresentazione.

Giulia Aloisio La responsabilità del linguaggio si muove di concerto con la distribuzione del potere. Più opaco sarà il potere, meno chiara sarà la responsabilità.

Il vertice dell’azienda sceglie sia le parole, sia gli argomenti. Ciò che viene nominato diventa legittimo da discutere; ciò che non viene mai nominato scompare dal vocabolario collettivo. Ma quando il vertice opera a distanza dalla vita quotidiana, non percepisce lo scarto tra il suo linguaggio e quello che viene effettivamente ricevuto.

È il management intermedio a trasformare il linguaggio in realtà: una sorta di traduttore che non sarà mai neutrale, poiché una decisione comunica sempre più di una dichiarazione. Si trova compresso tra aspettative dall’alto e bisogni dal basso, e deve comunicare di più spesso. Ogni persona contribuisce attraverso ciò che dice, tollera o non corregge. Ma questa responsabilità diffusa può diventare un modo per alleggerire chi ha più potere di cambiare le cose.

Marco Minghetti Esiste un punto oltre il quale il disallineamento tra parole e pratiche compromette la fiducia in modo difficilmente recuperabile? Come si riconosce questo punto prima che si manifesti in uscita dei talenti, cinismo diffuso o chiusura relazionale?

Giulia Aloisio

Il punto di non ritorno esiste e, generalmente, non è un evento singolo. È una soglia attraversata con la ripetizione di un pattern: promessa fatta, smentita pratica, spiegazione assente. Ogni ciclo riduce la disponibilità delle persone a concedere il beneficio del dubbio.

I segnali precoci arrivano prima del cinismo e dell’uscita, ma vengono spesso scambiati per altro. Il linguaggio si impoverisce: le persone adottano il vocabolario istituzionale in modo meccanico, senza investimento. Le domande scompaiono nei momenti di confronto — non perché tutti siano soddisfatti, ma perché hanno già valutato che la risposta non cambierà nulla. Si formano due sistemi di comunicazione paralleli: quello ufficiale, ottimista e allineato, e quello informale, realistico e cinico. Quando le persone investono più energia nel secondo, il primo ha già perso legittimità.

La fiducia ha una asimmetria temporale: si costruisce lentamente e si distrugge rapidamente. Ma il punto critico avviene quando le persone iniziano a raccontare una storia alternativa a quella ufficiale, quando anche i più convinti sostenitori smettono di farlo. A questo punto ogni gesto del vertice per recuperare viene interpretato come ulteriore tattica comunicativa. È necessario avere il coraggio di ascoltare onestamente chi se ne va, e — prima ancora — dare spazio ai conflitti aperti accettando di confrontarsi con le critiche e le cattive notizie.

Donato Occhilupo

La frattura raramente coincide con un singolo episodio. È quasi sempre il risultato di una stratificazione progressiva di incoerenze che trasformano la sfiducia in una disposizione stabile. In una prima fase le persone cercano di spiegare e contestualizzare le incongruenze. Quando si ripetono, il giudizio si automatizza in un’euristica di sfiducia: le nuove iniziative vengono interpretate attraverso una lente di sospetto, senza essere valutate nel merito.

Quando il frame costruito dall’organizzazione perde credibilità, viene sostituito. Si produce allora una doppia vita cognitiva silenziosa: si usa il linguaggio ufficiale senza abitarlo, si partecipa ai rituali senza crederci. È il rischio che Orwell aveva descritto: un linguaggio che perde progressivamente la propria funzione descrittiva fino a diventare un repertorio di formule incapaci di nominare la realtà.

Le organizzazioni non entrano in crisi quando le persone protestano. Entrano in crisi quando smettono di aspettarsi che protestare serva a qualcosa. Quando diminuiscono le domande, le obiezioni, la curiosità, cresce la convinzione che esprimersi non produca alcun effetto reale. Resto convinto che esista una possibilità di recupero anche a questo stadio, a condizione però che qualcuno rompa il silenzio per primo e che l’organizzazione sappia riceverlo senza neutralizzarlo.

Marco Minghetti Zygmunt Bauman descrive la modernità liquida come condizione in cui le identità non si cristallizzano mai del tutto. Le comunità digitali professionali vivono questa liquidità come condizione permanente. Un messaggio troppo costruito per risultare accogliente rischia un effetto paradossale: quanto più appare progettato per piacere a tutti, tanto meno viene percepito come autentico da chiunque. La fiducia non nasce dal messaggio ottimizzato, ma dalla coerenza comportamentale nel tempo. La fiducia nelle comunità digitali è ancora scalabile oppure appartiene strutturalmente alla dimensione dei cerchi stretti? Quali condizioni rendono possibile la fiducia quando i numeri crescono e le appartenenze si fanno più instabili?

Giulia Aloisio Nelle relazioni strette, la fiducia si costruisce sull’esperienza diretta: lenta da costruire e difficile da trasferire. Nelle comunità digitali grandi, questo meccanismo non scala, poiché non si può avere esperienza diretta di migliaia di persone. Quindi, Aloisio sostiene che la fiducia si sposti dal piano della persona, a quello del contesto che la contiene.

Un esempio concreto arriva dal mondo degli acquisti online: quando si acquista qualcosa da un venditore mai incontrato non ci si fida di lui, ma del sistema di recensioni, delle regole della piattaforma, della possibilità di essere rimborsati. La fiducia diventa istituzionale.

Per creare fiducia quando i numeri crescono servono alcune condizioni: la coerenza nel tempo, poiché una community che gestisce i conflitti sempre allo stesso modo costruisce affidabilità indipendentemente dalle singole persone, e la trasparenza sulle regole. Anche se manca il “cerchio stretto”, nelle comunità digitali sane esiste un piccolo e spesso invisibile nucleo che tiene insieme tutto il resto quando i numeri e le appartenenze diventano instabili.

Donato Occhilupo La fiducia nelle comunità digitali è scalabile attraverso meccanismi molto diversi da quelli che osserviamo nei gruppi piccoli, e dipende dalla prevedibilità dei comportamenti, prima che dalla prossimità – considerando che le comunità digitali sono caratterizzate da appartenenze fluide, partecipazioni intermittenti e identità in continua ridefinizione.

Le piattaforme digitali sono progettate per stimolare la modalità automatica attraverso velocità, notifiche e gratificazioni immediate. La fiducia richiede invece le condizioni opposte: tempo, memoria e verificabilità, ossia le condizioni che attivano il pensiero lento e consentono di valutare la coerenza di una comunità nel tempo. Questa tensione strutturale spiega perché le community digitali producano facilmente engagement e fatichino a produrre appartenenza duratura.

Come scrive Floridi, nell’infosfera ogni membro è contemporaneamente destinatario e produttore di informazione: la fiducia dipende dall’intera ecologia delle interazioni, da come vengono trattate le opinioni divergenti, da quali contenuti diventano visibili, da come si costruisce la reputazione collettiva. La fiducia digitale scala quando si afferma una logica di credibilità verificabile; ma verificabile da chi, e attraverso quali strumenti? La trasparenza sull’infrastruttura è condizione necessaria, raramente sufficiente.

Marco Minghetti Quali pratiche concrete ritieni più efficaci per mantenere fiducia in una community professionale digitale con migliaia di membri eterogenei? Pensa a frequenza, formato, tono, gestione delle critiche, continuità editoriale, visibilità del moderatore.

Giulia Aloisio L’elemento fondamentale è la regolarità, non la quantità. Una community che pubblica poco ma con costanza costruisce un’aspettativa affidabile: le persone sanno cosa trovare e quando. Chi invece alterna silenzi lunghi a raffiche di contenuti trasmette l’idea che la community esista a intermittenza, e la fiducia, in quei vuoti, si raffredda.

Le community professionali tendono a scivolare nel linguaggio formale e levigato, quello che non sbaglia mai perché non dice mai niente di preciso, suggerisce Aloisio. Ma è esattamente quel tono che tiene le persone a distanza. Un moderatore che scrive in modo diretto, che ammette un’incertezza o riconosce un errore, crea più fiducia di mille comunicati ben costruiti.

Donato Occhilupo I post che riconoscono una posizione precedentemente sbagliata o un dato aggiornato costruiscono più fiducia di quelli che confermano sempre ciò che si era già detto. La continuità editoriale è coerenza del metodo.

Non serve un piano editoriale rigido, serve un punto di vista riconoscibile, una voce coerente nel tempo.

Sul fronte delle critiche, la tentazione è sempre quella di ignorarle o spostarle in privato – ed è quasi sempre la scelta sbagliata. Rispondere pubblicamente a una critica legittima mostra che il dissenso ha spazio: chi osserva senza commentare impara da quella risposta molto più di quanto impari dai contenuti ordinari. Come elabora Occhilupo, la gestione visibile del dissenso è fondamentale: occorre mostrare come il conflitto viene trattato, rispondere pubblicamente alle critiche sostanziali con argomentazioni, non rassicurazioni.

Ed è qui che si inserisce anche il principio della visibilità della leadership nei momenti difficili. Le community ricordano soprattutto quei momenti, piuttosto che i contenuti ordinari o le iniziative ben riuscite: è lì che si capisce se chi guida considera la comunità un interlocutore o un pubblico. Un moderatore invisibile nei momenti di tensione sta rivelando che il presidio è condizionale.

In un contesto di identità collettive liquide, ha ancora senso parlare di valori condivisi come fondamento della fiducia? Oppure dobbiamo pensare a forme più contingenti e negoziali di coesione comunicativa?

Giulia Aloisio

Aloisio e Occhilupo condividono l’idea che i valori condivisi siano ancora fondamentali, utili come orientamento generale, come una specie di bussola che indica in che direzione si va. Ma pretendere che siano il fondamento solido della fiducia, in contesti dove le persone entrano ed escono, portano storie diverse e cambiano idea, è spesso un’illusione. Bisogna piuttosto trattare i valori condivisi come pratiche continuamente negoziate.

La legittimità nasce dalla partecipazione alla loro costruzione, non dall’adesione a ciò che altri hanno già definito. I valori costruiti collettivamente attraverso pratiche partecipative autentiche hanno una robustezza che quelli calati dall’alto difficilmente raggiungono.

La coesione non nasce dall’allineamento, bensì dalla capacità di attraversare il disaccordo senza rompersi.

Donato Occhilupo Una comunità vitale è quella che ha risolto una questione preliminare: chi ha il mandato per rimettere in discussione i valori condivisi e con quale legittimità. Senza una risposta a questa domanda, la rinegoziazione non rafforza la comunità: apre una competizione permanente su chi abbia il diritto di definirne il significato.

191 – continua

1 – DALLO HUMANISTIC AL POP MANAGEMENT
2 – MANIFESTI, ATLANTI, MAPPE E TERRITORI
3 – IL MANAGER PORTMANTEAU
4 – WHICH WAY, WHICH WAY?
5 – LEADERSHIP POP (LEZIONI SHAKESPEARIANE)
6 – OPINION PIECE DI RICCARDO MAGGIOLO
7 – LEADERSHIP POP (APERTURA, AUTONOMIA, AGIO, AUTO-ESPRESSIONE)
8 – OPINION PIECE DI JOSEPH SASSOON
9 – OPINION PIECE DI CESARE CATANIA
10 – OPINION PIECE DI VANNI CODELUPPI
11 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO GIAUME
12 – COLLABORAZIONE POP. L’IRRESISTIBILE ASCESA DELLE COMMUNITY INTERNE
13 – COLLABORAZIONE POP. L’EMPATIA SISTEMICA
14 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE PRIMA
15 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE SECONDA
16 – OPINION PIECE DI MATTEO LUSIANI
17 – OPINION PIECE DI MARCO MILONE
18 – OPINION PIECE DI ALESSIO MAZZUCCO
19 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA STRANGES
20 – OPINION PIECE DI FRANCESCO VARANINI
21 – ORGANIZZAZIONE  POP. COMANDO, CONTROLLO, PAURA, DISORIENTAMENTO
22 – OPINION PIECE DI ROBERTO VERONESI
23 – OPINION PIECE DI FRANCESCO GORI
24 – OPINION PIECE DI NELLO BARILE
25 – OPINION PIECE DI LUCA MONACO
26 – OPINION PIECE DI RICCARDO MILANESI
27 – OPINION PIECE DI LUCA CAVALLINI
28 – OPINION PIECE DI ROBERTA PROFETA
29 – UN PUNTO NAVE
30 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CURA)
31 – OPINION PIECE DI NICHOLAS NAPOLITANO
32 – LEADERSHIP POP. VERSO L’YPERMEDIA PLATIFIRM (CONTENT CURATION)
33 – OPINION PIECE DI FRANCESCO TONIOLO
34 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVIVIALITA’)
35 – OPINION PIECE DI LUANA ZANELLATO
36 – OPINION PIECE DI ANDREA BENEDETTI E ISABELLA PACIFICO
37 – OPINION PIECE DI STEFANO TROILO
38 – OPINION PIECE DI DAVIDE GENTA
39 – OPINION PIECE DI ANNAMARIA GALLO
40 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: IL READING!
41 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVOCAZIONE)
42 – OPINION PIECE DI EDOARDO MORELLI
43 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CO-CREAZIONE DI VALORE)
44 – OPINION PIECE DI MARIANNA PORCARO
45 – OPINION PIECE DI DONATO IACOVONE
46 – OPINION PIECE DI DENNIS TONON
47 – OPINION PIECE DI LAURA FACCHIN
48 – OPINION PIECE DI CARLO CUOMO
49 – OPINION PIECE DI CARLO MARIA PICOGNA
50 – OPINION PIECE DI ROBERTO RAZETO
51 – OPINION PIECE DI ALBERTO CHIAPPONI
52 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO ANTONINI
53 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA PILIA
54 – OPINION PIECE DI CLEMENTE PERRONE
55 – OPINION PIECE DI FABRIZIO RAUSO
56 – OPINION PIECE DI LORENZO TEDESCHI
57 – OPINION PIECE DI EUGENIO LANZETTA
58 – OPINION PIECE DI GIOLE GAMBARO
59 – OPINION PIECE DI DANTE LAUDISA
60 – OPINION PIECE DI GIAMPIERO MOIOLI
61 – OPINION PIECE DI GIOVANNI AMODEO
62 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO LOTTO
63 – OPINION PIECE DI GIANLUCA BOTTINI
63 – OPINION PIECE DI MARILU CARNESI
65– OPINION PIECE DI SIMONE FARINELLI
66– OPINION PIECE DI FRANCESCA ANNALISA PETRELLA
67– OPINION PIECE DI VALERIO FLAVIO GHIZZONI
68– OPINION PIECE DI STEFANO MAGNI
69– OPINION PIECE DI LUCA LA BARBERA
70 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: LA GRAPHIC NOVEL!
71 – LEADERSHIP POP. APOFATICA E CATAFATICA DELLA COMUNICAZIONE
72 – OPINION PIECE DI FEDERICA CRUDELI
73– OPINION PIECE DI MELANIA TESTI
74 – OPINION PIECE DI GIANMARCO GOVONI
75– OPINION PIECE DI MARIACHIARA TIRINZONI
76 – SENSEMAKING POP. LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE’
77 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA CAPPELLO E ALESSANDRA MAZZEI
78 – OPINION PIECE DI JOE CASINI
79 – OPINION PIECE DI MARTA CIOFFI
80 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE PRIMA)
81 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE SECONDA)
82 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (NOTE A MARGINE)
83 – ENGAGEMENT POP. IL MANAGER INGAGGIANTE IMPARA DAI POKEMON
84 – ENGAGEMENT POP. DARE VOCE IN CAPITOLO
85 – ENGAGEMENT POP. COMUNICARE, VALUTARE, TRASFORMARE
86 – SENSEMAKING POP. MALATTIA MENTALE E BENESSERE PSICOLOGICO SUL LAVORO
87 – SENSEMAKING POP. FOLLIA O DIVERSITA’?
88 – OPINION PIECE DI LUIGIA TAURO
89 – OPINION PIECE DI NILO MISURACA
90 – OPINION PIECE DI FRANCESCO DE SANTIS
91 – INNOVAZIONE POP. REMIX, RI-USO, RETELLING
92 – STORYTELLING POP. ARIMINUM CIRCUS AL BOOK PRIDE 2025
93 – OPINION PIECE DI SIMONE VIGEVANO
94 – OPINION PIECE DI LORENZO FARISELLI
95 – OPINION PIECE DI MARTINA FRANZINI
96 – OPINION PIECE DI EMANUELA RIZZO
97 – INNOVAZIONE POP. OLTRE LA PRE-INTERPRETAZIONE
98 – INNOVAZIONE POP. FORMAZIONE: ANALOGICA, METAVERSALE, IBRIDA
99 – ARIMINUM CIRCUS: LA VISUAL NOVEL!
100 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE PRIMA)
101 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE SECONDA)
102 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE TERZA)
103– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUARTA)
104– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUINTA)
105– OPINION PIECE DI ALEXANDRA NISTOR
106– FORMAZIONE POP. PARTE PRIMA
107– FORMAZIONE POP. PARTE SECONDA
108– OPINION PIECE DI FEDERICA GRAZIA BARTOLINI
109– OPINION PIECE DI FEDERICO PLATANIA
110– OPINION PIECE DANIELA DI CIACCIO
111– OPINION PIECE DI LUCIANA MALARA E DONATELLA MONGERA
112– IL RITORNO DEL CEOPOP
113– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 1)
114– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 2)
115 – LA COMUNICAZIONE DEL CEOPOP
116– CEOPOP E PARTI SOCIALI
117– CHE POP MANAGER SEI? L’ESTETA
118– STORYTELLING POP. UNA COMUNICAZIONE POP PER IL NON PROFIT
119– CHE POP MANAGER SEI? VISIONARIO/VISIONARIA
120– OPINION PIECE DI REMO PONTI
121– CHE POP MANAGER SEI? EMPATICA/EMPATICO
122– OPINION PIECE DI GIACOMO GRASSI
123– CHE POP MANAGER SEI? INNOVATORE/INNOVATRICE
124– SECONDA CONVERSAZIONE COLLABORATIVA SUL POP BRANDING
125– CHE POP MANAGER SEI? SIMPOSIARCA
126– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (1)
127– CHE POP MANAGER SEI? ESPLORATORE/ESPLORATRICE
128– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (2)
129– CHE POP MANAGER SEI? IRONIC DIVA/DIVO
130– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (3)
131– CHIUSI PER FERIE
132– OPINION PIECE DI ELENA BOBBOLA E MARIE LOUISE DENTI
133– CHE POP MANAGER SEI? PRATICO/PRATICA
134- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – INDUSTRIA
135- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO SERVIZI
136- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO PROFIT
137- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE PRIMA
138- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE SECONDA
139- LA CONSULENZA NELL’ERA DELL’AI AGENT
140- INNOVAZIONE POP NEL RETAIL
141- LA NUOVA ERA MEDIATICA
142- BRAND FORWARD!
143- OPINION PIECE DI ALESSANDRA LAZZAZARA E STEFANO ZA
144- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE PRIMA
145- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE SECONDA
146 – NELLO BARILE E LE IMMAGINI DI UN MONDO IN FRANTUMI
147 – INNOVARE NELLA PA
148 – OPINION PIECE DI SALVATORE RICCO
149 – OPINION PIECE DI LUCA MAGNI
150 – INNOVAZIONE POP. DISTANT WRITING E SOCIAL READING
151 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 1
152 – OPINION PIECE DI CRISTIANO GHIRINGHELLI, RAOUL NACAMULLI, LUCA QUARATINO 
153 – OPINION PIECE DI MICHELA MATARAZZO
154 – OPINION PIECE DI MARIA FRANCESCA IANNONE
155– OPINION PIECE DI MOIRA BUZZOLANI
156– OPINION PIECE DI LUCA GUERRASIO
157 – IMPARARE LA LEADERSHIP DALLE SERIE TV
158 – DA HAMLET A E: GENEALOGIA DEL DISTANT WRITING COLLABORATIVO
159 – OPINION PIECE DI PAOLO BORTOLOTTI
160 – DAL DISTANT WRITING AL SOCIAL READING: TRE LIVELLI DI INTELLIGENZA COLLABORATIVA
161 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 2
162 – DALL’AZIENDA NARRATIVA ALLA COMMUNITY INTERPRETANTE
163 – OPINION PIECE DI MARCO GRECO
164 – LE AI CHE RECITANO LA COSCIENZA
165 – LA SINGOLARITA’ ORGANIZZATIVA
166 – MANAGER ALL’ASILO!
167 – IL MANOSCRITTO E LA RESA SILENZIOSA
168 – L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLE VENDITE
169 – OPINION PIECE DI CATERINA BOSCHETTI
170 – INTELLIGENZA ARTIFICIALE E STILI COGNITIVI
171 – OPINION PIECE DI GIULIA ALOISIO RAFAIANI
172 – DAGLI STILI COGNITIVI ALLA GOVERNANCE COGNITIVA
173 – OPINION PIECE DI FRANCOIS RASTIER
174 – OPINION PIECE DI DANIELA GENSABELLA
175 – OPINION PIECE DI ALEX CASCARANO
176 – OPINION PIECE DI ELIO BORGONOVI, FILIPPO ABRAMO, MAURO MEDA
177 – OPINION PIECE DI FILIPPO POLETTI
178 – OPINION PIECE DI AGATHE MEZZADRI-GUEDJ
179 – DUE ANNI DI AVVENTURE COLLABORATIVE
180 – OPINION PIECE DI FEDERICO MATTIA DOLCI
181 – OPINION PIECE DI MONICA MAGNONI
182– OPINION PIECE DI LUIGI CONGEDO
183– IL PROTOCOLLO DI SORVEGLIANZA STILISTICA
184– OPINION PIECE DI MANUELA RONCHI
185– PRIMA CHE GLI AGENTI DECIDANO PER NOI
186– OPINION PIECE DI VALENTINA DARA
187– LA COMPLESSITA’ E’ COLLABORATIVA. IL PENSERO POP DI EDGAR MORIN
188– LINGUAGGIO, IDENTITA’ E POTERE NELLE ORGANIZZAZIONI. PARTE PRIMA
189– LINGUAGGIO, IDENTITA’ E POTERE NELLE ORGANIZZAZIONI. PARTE SECONDA
190 – OPINION PIECE DI PAOLA VILLANI