Un’organizzazione può scegliere un fornitore e scoprire, dopo anni di investimenti, che cambiarlo richiede di ricostruire una parte del proprio lavoro. Il contratto consente l’uscita; i dati, le competenze e i processi costruiti attorno al servizio la rendono onerosa.
In questa distanza fra un diritto riconosciuto e la possibilità di esercitarlo si annida una questione che riguarda da vicino il Pop Management: quanta autonomia conservano le persone e le organizzazioni dentro le relazioni da cui dipendono? Giammario Battaglia, giurista, co-founder e vicepresidente dello Human Economic Forum, propone di discutere questa domanda attraverso il Dividendo Sociale Sistemico e il Capitalismo del Senso. Il suo contributo riprende sei Prolegomeni, collegando il lavoro di Lorenzo Tedeschi sul sensemaking alla riflessione sulle Academy e alla globalità federata. Cambia la scala della responsabilità: che cosa accade quando una funzione privata assume un peso tale da condizionare le scelte di imprese, lavoratori e territori?
Nel Prolegomeno 204 ho descritto la produttività come una proprietà del sistema. Ogni risultato dipende da condizioni che eccedono la singola organizzazione, a partire dalle infrastrutture e dalla conoscenza condivisa. Battaglia distingue questa origine del valore dal potere di un operatore di generare dipendenze e propagare rischi. Il DSS lega a tale potere una responsabilità che comincia dalla prevenzione e riguarda, dopo le misure adottate, il rischio residuo. La sua diminuzione dovrebbe ridurre anche il contributo richiesto all’impresa. La proposta va quindi valutata rispetto all’autonomia che riesce a restituire alle persone esposte alla trasformazione.
Il rapporto fra interdipendenza e autonomia è già presente nel modello dell’Hypermedia Platfirm, delineato nei Prolegomeni 30, 34, 41 e 43 attorno a Cura, Convivialità, Convocazione e Co-creazione di valore. Nel Prolegomeno 30, in particolare, la distinzione fra cura autentica e cura che produce dipendenza consiste nell’aiutare l’altro a diventare libero e responsabile, evitando di sostituirsi a lui. Il Prolegomeno 34 affronta la convivialità anche nel rapporto con gli strumenti: la loro utilità va valutata rispetto alla libertà di chi li usa. Convocazione e co-creazione richiedono che le persone possano prendere parola e contribuire alle decisioni dalle quali nasce il valore condiviso.
In questo quadro, Daniel Trabucchi e Tommaso Buganza del Politecnico di Milano illustrano il Platform Thinking a partire dalle risorse e dalle relazioni già presenti nelle imprese (Prolegomeno 192,). La piattaforma organizza gli scambi fra attori diversi, definisce accessi e regole, mette a disposizione risorse che una singola organizzazione lascerebbe inutilizzate. Il valore dipende dalla qualità delle interazioni e dalla governance che le rende possibili. Battaglia aggiunge una domanda sulle conseguenze: quando l’architettura degli scambi rende un operatore difficile da sostituire, quali obblighi derivano dal potere acquisito?
Il Prolegomeno 184 di Manuela Ronchi esamina quindi la responsabilità editoriale e culturale nell’Hypermedia Platfirm. La partecipazione dipende anche dai linguaggi con cui un’organizzazione descrive le proprie scelte e le rende comprensibili agli altri. Il richiamo è utile per discutere il DSS: rendere visibili le dipendenze richiede criteri leggibili e interlocutori capaci di contestarli. Il modello della Platfirm e la proposta di Battaglia operano su scale diverse, ma condividono una questione di governo delle relazioni: come cooperare conservando la facoltà di dissentire e di scegliere altre possibilità?
Per chi si occupa di management, il diritto alla transizione solleva una domanda sul rapporto fra apprendimento e appartenenza. Le competenze acquisite in un’azienda possono accompagnare una persona quando cambia datore di lavoro, mestiere o territorio? Le Learning Hub, discusse nel Prolegomeno 197, acquistano così una rilevanza che supera il perimetro aziendale. Occorre chiedersi a quali condizioni una persona possa utilizzare quanto ha appreso anche dopo la fine del rapporto nel quale quel sapere è maturato.
La discussione coinvolge anche il giudizio. Quando un sistema di intelligenza artificiale seleziona le alternative disponibili, l’autonomia del decisore dipende dalla possibilità di comprenderne i criteri e contestarne le esclusioni. Battaglia affronta il tema nell’articolo «L’algoritmo può decidere. Ma chi risponde?», pubblicato su HEF Focus. La governance preventiva dovrebbe consentire di considerare le conseguenze umane e le opzioni trascurate prima che una scelta diventi irreversibile. È una responsabilità vicina a quella del Pop Manager: conservare la facoltà di interrogare le decisioni, anche quando una soluzione tecnologica le presenta come già definite. La contestabilità vale dunque sia per il potere dell’operatore sia per quello dell’istituzione chiamata a valutarlo.
Pubblico questo Opinion Piece come proposta da discutere, con interrogativi aperti sulla misurazione del rischio e sul diritto alla transizione. Invito il lettore a esaminarla alla luce delle esperienze della propria organizzazione: quali dipendenze hanno consentito di creare valore, quali hanno ridotto la possibilità di scegliere, quali responsabilità sono rimaste prive di un soggetto che se ne facesse carico? Il confronto con l’Hypermedia Platfirm può aiutare a distinguere la cooperazione che accresce l’autonomia dal vincolo che la consuma.
Queste domande accompagnano un itinerario di dialogo con il mondo associativo e delle imprese, avviato ai primi di settembre con il laboratorio sul Pop Management del gruppo PlaytheBrain di AIDP Piemonte e Valle d’Aosta, ospitato dalla Fondazione LINKS e proseguito il 1° ottobre al People Tech Forum di Bologna.
Il 22 ottobre parteciperò a Milano al convegno di ANRA, l’Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili delle Assicurazioni aziendali, dedicato a «Cultura e comunicazione del rischio per una governance efficace». Il 26 ottobre il confronto proseguirà alla Liberty Tower di Milano con «Red Change — Il filo rosso della trasformazione», appuntamento conclusivo del percorso promosso da BIP Red sui nuovi modelli di leadership e sul rapporto fra linguaggio, persone, cultura e tecnologia nel cambiamento delle organizzazioni.
A novembre interverrò al convegno AIF di Roma e coordinerò ComunicaImpresa 2026, organizzato da ASCAI, l’Associazione per lo sviluppo della comunicazione aziendale in Italia, presso Vittoria Assicurazioni a Milano. Il programma articola il confronto attorno agli usi dell’IA, alle competenze dei comunicatori e alle condizioni della fiducia. Dai progetti di IA agentica di Intesa Sanpaolo ai criteri di autenticità e trasparenza dei messaggi, la discussione riguarderà la capacità delle organizzazioni di adottare questi strumenti conservando il giudizio umano e la responsabilità delle decisioni. Sono occasioni per discutere le proposte del Pop Management con chi affronta nelle organizzazioni i problemi della formazione, del cambiamento e della responsabilità.
Il patrocinio accordato da FERPI alla serie di podcast «Ritorno al Prolegomeno», disponibile nella playlist dedicata sul canale YouTube del Pop Management, amplia questo scambio anche al mondo della comunicazione e delle relazioni pubbliche. Le conversazioni con gli autori tornano sulle idee dei Prolegomeni per valutarle alla luce delle loro esperienze e delle questioni emerse dopo la pubblicazione.
Il 9 dicembre 2026 sono stato invitato alla III edizione dello Human Economic Forum, nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati. Il dialogo fra istituzioni, imprese e studiosi sul rapporto fra intelligenza artificiale, lavoro e responsabilità offrirà un’occasione concreta per valutare i modelli qui discussi, insieme a quelli dello Humanistic e del Pop Management. L’appuntamento alla Camera rappresenterà il momento istituzionale più rilevante di questo percorso: un’occasione per confrontare le proposte con le esperienze maturate da settembre e discutere quali condizioni consentano di tradurle nelle pratiche delle organizzazioni.
Il prezzo del potere
Dal Dividendo Sociale Sistemico al Capitalismo del Senso: un nuovo contratto sociale nell’era dell’intelligenza artificiale
Giammario Battaglia
Che cos’è il potere economico quando si è liberi di uscire solo in teoria?
Per molto tempo lo abbiamo identificato con ciò che si possiede: capitale, fabbriche, materie prime, reti distributive. Nell’economia digitale questa rappresentazione non basta più. Una parte crescente del potere deriva dal controllo delle condizioni di accesso: dati, capacità computazionale, infrastrutture cloud, standard, piattaforme, modelli di intelligenza artificiale.
Si può essere liberi per contratto di cambiare fornitore e, nello stesso tempo, trovarsi di fatto impossibilitati a farlo perché migrare significa perdere dati, compatibilità, competenze o interi processi. Alla capacità di possedere si affianca il potere di rendere difficile la propria sostituzione.
Nel Prolegomeno 204 Marco Minghetti descrive un mondo nel quale le interdipendenze non scompaiono con la frammentazione geopolitica: cambiano forma, diventano più selettive e difficili da governare. La sua “globalità federata” prova a trasformare l’interdipendenza da condizione subita in responsabilità progettata. Nello stesso testo emerge un’altra osservazione decisiva: il digitale si rimaterializza. Intelligenza artificiale e cloud dipendono da energia, acqua, data center, reti, materie critiche, competenze e lavoro. [1]
Vorrei partire da questa osservazione per porre una domanda ulteriore: quando una dipendenza diventa sistemica, quali responsabilità devono derivarne?
La produttività appartiene anche al sistema
Nel medesimo Prolegomeno, Minghetti osserva che la macchina isolata non basta a generare produttività, che dipende dalla composizione fra tecnologia, tecnici, dati, manutenzione, credito, software, formazione e comunità professionali. È una proprietà del sistema. [1]
Questa intuizione richiama una distinzione che ho elaborato lavorando sul Dividendo Sociale Sistemico: quella fra valore appropriabile e valore sistemico. Il primo può essere contabilizzato, scambiato e attribuito a un soggetto. Il secondo nasce da relazioni, infrastrutture, istituzioni e conoscenza condivisa che nessuna organizzazione ha creato per intero da sola.
Il Prolegomeno 176 di Elio Borgonovi, Filippo Abramo e Mauro Meda descrive un’impresa sempre più porosa, nella quale il valore emerge dall’interazione con lavoratori, cittadini, territori e partner. [2] Nel 198 Frank Pagano amplia la prospettiva a dati, fiducia, welfare e stakeholder, chiedendo quale valore venga prodotto, per chi e secondo quale criterio. [3]
Il fatto che una parte del valore abbia origine sistemica non fonda, da solo, un’obbligazione a redistribuire il profitto.
Capitale, investimento, organizzazione, innovazione e assunzione del rischio devono continuare ad avere un ritorno. La questione cambia quando una funzione privata, oltre a utilizzare condizioni sistemiche, acquisisce la capacità di condizionare il funzionamento del sistema stesso: genera dipendenza, diventa difficile da sostituire, può propagare i propri effetti e lascia sulla collettività rischi che il singolo non è in grado di governare da sé.
È il passaggio dalla partecipazione al sistema alla capacità di condizionarlo che rende rilevante la responsabilità sistemica.
Da questo passaggio emerge una questione più ampia del DSS: quale forma di capitalismo può continuare a legittimare il profitto senza confondere la capacità di creare valore con la capacità di creare dipendenza?
Responsabilità senza colpa
La responsabilità sistemica che propongo non nasce dalla colpa.
La dimensione di un’impresa, i suoi guadagni o la sua capacità di innovare non bastano a determinarne la responsabilità. Può rispettare le regole, offrire un servizio di grande utilità e occupare tuttavia una posizione tale per cui una sua interruzione, una modifica unilaterale o una trasformazione tecnologica producano conseguenze diffuse su lavoratori, imprese, territori o istituzioni.
La responsabilità nasce allora dalla capacità di incidere, dal grado di dipendenza, dalla difficoltà di sostituzione e dalla propagazione degli effetti. Due imprese con ricavi analoghi possono avere responsabilità molto diverse se una può essere sostituita senza difficoltà e l’altra controlla una funzione dalla quale dipendono milioni di soggetti.
La responsabilità richiede anzitutto di conoscere le dipendenze, renderle comprensibili e ridurre il rischio dove possibile: prima degli obblighi monetari vengono quelli di conoscenza, organizzazione e prevenzione.
Il confronto con i Prolegomeni chiarisce questo passaggio. Nel 198 Pagano pone al centro la questione del criterio: l’AI può ottimizzare, purché qualcuno abbia deciso che cosa ottimizzare, per chi e con quali limiti. Nel 204 Minghetti insiste sulla necessità di non confondere delega dell’esecuzione e delega del giudizio. [1][3]
Quando una funzione privata acquista rilevanza sistemica, questa domanda diventa anche istituzionale: quali dipendenze è legittimo produrre? Quali devono essere ridotte? Chi misura il rischio che resta? E chi può contestare quella misurazione?
Prima del denaro viene la libertà di uscita
Il DSS prevede la prevenzione come prima risposta, prima di ogni contributo.
Interoperabilità, portabilità, continuità operativa, pluralità dei fornitori, trasferibilità delle competenze e possibilità effettiva di migrare hanno una rilevanza che supera i dettagli tecnici: determinano la differenza fra libertà formale e libertà sostanziale.
Il Data Act europeo riconosce una parte del problema: impone di rimuovere ostacoli allo switching nei servizi di data processing e, dal 12 gennaio 2027, elimina le switching charges, comprese quelle per il data egress. [7] Pur distinto dal DSS, afferma un principio essenziale: la libertà di un mercato resta incompleta quando l’uscita è possibile nel contratto e impraticabile nella realtà.
In The Price of Power ho cercato di rendere questa intuizione misurabile: il numero dei concorrenti va considerato insieme ai tempi e ai costi di migrazione, alla portabilità effettiva e alla disponibilità di alternative equivalenti nei fatti.
funzione → dipendenza → rischio → prevenzione → rischio residuo → responsabilità → diritto alla transizione
Si identifica la funzione, quindi le dipendenze che genera e gli effetti che può propagare. Si individuano le misure capaci, secondo una valutazione ragionevole, di ridurre l’esposizione. Soltanto ciò che rimane dopo la prevenzione — il rischio residuo — può entrare nel meccanismo mutualistico.
Il DSS attribuisce un valore economico alla capacità di prevenire il rischio, escludendo che il contributo possa acquistare il diritto di produrlo.
Un precedente logico viene dal sistema europeo di risoluzione bancaria, che utilizza contributi ex ante corretti anche in funzione del profilo di rischio. [8] Poiché i rischi sono diversi, il precedente non costituisce una base giuridica automatica per il DSS; mostra però che l’architettura europea contempla già una contribuzione risk-adjusted.
Un sistema che desidera diventare meno necessario
Un buon DSS dovrebbe desiderare di incassare sempre meno.
Se un operatore aumenta l’interoperabilità, rende la propria funzione più sostituibile, protegge continuità e competenze, diversifica le dipendenze e costruisce alternative, il rischio residuo diminuisce. E se il rischio diminuisce, deve diminuire anche il contributo.
Questa è una differenza profonda rispetto a un’imposta. Una base fiscale può essere stabile; un meccanismo fondato sul rischio deve invece tendere a ridurre la propria base di rischio. Il risultato migliore sarebbe la minore fragilità del sistema, anziché la crescita del Fondo.
Trasparenza e contestabilità del potere sistemico
C’è però una condizione indispensabile affinché un modello del genere non diventi arbitrario.
Il potere sistemico deve poter essere contestato, oltre a essere trasparente.
Un operatore designato deve conoscere funzione, dati, parametri e ragioni della decisione; deve poter contestare errori, proporre misure alternative e uscire dal regime quando ne vengono meno i presupposti. Anche un algoritmo regolatorio che produce conseguenze giuridiche deve poter essere spiegato e discusso. Senza contraddittorio, la responsabilità sistemica rischierebbe di diventare essa stessa potere opaco.
Il lavoro e la protezione della transizione
La stessa logica vale per il lavoro.
Le evidenze disponibili sull’intelligenza artificiale non autorizzano a proclamare la “fine del lavoro”. L’ILO stima che un lavoratore su quattro nel mondo si trovi in un’occupazione con qualche grado di esposizione alla GenAI; la persistente necessità di input umano rende però la trasformazione dei lavori più probabile della loro sostituzione integrale. [9]
Il problema politico diventa quindi più concreto: chi sostiene il costo temporale, professionale ed economico della transizione fra mansioni che scompaiono, mansioni che cambiano e competenze che devono essere costruite?
Il Prolegomeno 56 di Lorenzo Tedeschi è utile perché considera il lavoro oltre il salario: identità, senso, possibilità di contribuire, libertà di scegliere e qualità della vita. Tedeschi sottolinea l’esigenza di sostenere le persone durante la transizione e considera anche il basic income fra gli strumenti capaci di ridurre la dipendenza dalla necessità economica. [4]
Rispetto a questa proposta, il DSS segue una strada differente.
Nella sua architettura originaria, il DSS esclude un reddito universale e incondizionato e propone un diritto alla transizione collegato a una trasformazione e a un’esposizione verificabili. Può tradursi soprattutto in formazione, tempo, servizi, accesso alle tecnologie, sostegno professionale e capacità territoriale, con eventuali componenti monetarie solo in presenza di coperture autonome e stabili.
Il diritto alla transizione protegge la possibilità di continuare a scegliere mentre il lavoro cambia, senza remunerare l’inattività.
Il confronto con Tedeschi estende la prospettiva del DSS: oltre all’occupabilità, la transizione riguarda la possibilità di scegliere un lavoro nel quale riconoscere dignità, senso e capacità di contribuire.
La promessa “il tuo lavoro non cambierà” va sostituita con un impegno diverso: “il cambiamento non ti priverà degli strumenti necessari per scegliere il tuo futuro”.
Dall’Academy alla capacità di affrontare il cambiamento
Il Prolegomeno 197 propone di superare l’Academy tradizionale per trasformarla in Learning Hub: un’infrastruttura relazionale nella quale comunità professionali, esperienze, tecnologie e apprendimento nel lavoro interagiscono con continuità. Nel caso di STMicroelectronics, il sapere diventa patrimonio quando una comunità lo riconosce, lo aggiorna e lo trasmette. [5]
La formazione, oltre a essere una prestazione da finanziare, costituisce un’infrastruttura permanente di capacità.
L’OECD segnala che circa il 40% dei datori di lavoro di manifattura e finanza che non hanno ancora adottato AI indica la carenza di competenze come barriera, così come oltre metà delle PMI che non utilizzano GenAI; raccomanda formazione continua e reskilling come responsabilità condivisa. [10]
Il passo ulteriore che propongo è questo: ciò che un buon Learning Hub rende possibile dentro un’organizzazione deve poter accompagnare la persona anche quando cambia organizzazione.
L’Academy prepara l’impresa ad affrontare il cambiamento. Il diritto alla transizione deve consentire alla persona di gestirlo anche quando cambia impresa, mestiere o territorio.
Tre soggetti per un nuovo contratto sociale
Un nuovo contratto sociale richiede almeno tre soggetti, poiché il rapporto fra impresa e beneficiario copre soltanto una parte delle responsabilità.
L’operatore sistemico deve conoscere le dipendenze che genera, prevenirne il rischio e dimostrare le misure adottate.
L’istituzione pubblica deve misurare prima di prelevare, rendere pubblici criteri e regole, assicurare contraddittorio, verificare i risultati e ridurre il Fondo quando il rischio diminuisce.
La persona o il territorio esposto deve poter accedere agli strumenti che ricostruiscono capacità di scelta quando la transizione è verificata.
The Price of Power distingue ciò che il DSS chiede alle imprese e allo Stato da ciò che promette alle persone. L’Europa possiede già frammenti di queste logiche, distribuiti fra strumenti diversi: switching nel Data Act; mutualizzazione ex ante del rischio nella risoluzione bancaria; upskilling, reskilling, ricerca del lavoro e inclusione attiva nel Just Transition Fund. [7][8][11]
Nessuno di questi strumenti è il DSS.
La domanda originale è se prevenzione della dipendenza, responsabilità sul rischio residuo e diritto alla transizione possano essere ricomposti quando il potere economico nasce dal controllo di funzioni digitali divenute sistemiche.
Dal DSS al Capitalismo del Senso
Il DSS è un meccanismo, insufficiente da solo a costituire un modello di società.
Occorre spiegare quale idea di economia giustifichi il meccanismo e quale concezione del progresso esso intenda servire. A questa esigenza risponde il Capitalismo del Senso.
Il Prolegomeno 1 ricostruisce il percorso dallo Humanistic al Pop Management: l’apertura dell’organizzazione alla filosofia, alla narrazione, alla cultura, alle community, all’intelligenza collaborativa e alle tecnologie, nel tentativo di costruire un modo di fare impresa adeguato alla complessità contemporanea. [6]
Attribuire al Pop Management l’origine del Capitalismo del Senso sarebbe una ricostruzione artificiale. Il dialogo evidenzia però un terreno comune: anche con il progresso tecnologico occorre un criterio di giudizio, mentre la complessità richiede responsabilità e la creazione di valore non può restare separata a tempo indeterminato dalle relazioni che la rendono possibile.
Il Capitalismo del Senso trasferisce questa domanda dal livello dell’organizzazione al livello del sistema economico.
Il Capitalismo del Senso conserva mercato, proprietà privata, investimento e profitto, distinguendo profitto e rendita da dipendenza, valore appropriabile e sistemico, efficienza e resilienza, libertà formale e capacità effettiva di scegliere.
Il profitto remunera capacità, rischio e organizzazione. La rendita da dipendenza nasce invece dalla difficoltà degli altri di uscire, sostituire o negoziare.
“Senso” indica la direzione che l’attività economica imprime sulle capacità umane, sociali, culturali e democratiche, senza pretendere di stabilire dall’alto la bontà morale di un’impresa.
Più autonomia o meno autonomia?
Più competenze o erosione delle competenze?
Più possibilità di uscita o maggiore lock-in?
Più resilienza o maggiore fragilità?
Più pluralità o concentrazione irreversibile?
Questa è, per me, una possibile misura economica del Senso.
Il DSS rappresenta una possibile prima traduzione istituzionale del Capitalismo del Senso, senza esaurirlo, e collega produzione del valore, generazione del rischio e protezione delle persone. L’operatore viene incentivato a rendere il proprio successo meno rischioso per chi da esso dipende, senza essere punito per averlo ottenuto. La collettività riceve strumenti per evitare di sopportare per intero un rischio che non poteva governare attraverso l’azione dei singoli; il DSS esclude l’acquisizione automatica di una quota del profitto.
Se, come suggerisce il Prolegomeno 204, la produttività è proprietà di un sistema, alla domanda manageriale “quanto valore abbiamo prodotto?” deve essere affiancata un’altra domanda:
“quale ecosistema abbiamo lasciato dopo averlo prodotto?”
Il prezzo del potere deve poter diminuire
Un nuovo contratto sociale per l’intelligenza artificiale deve ammettere che tecnologie, imprese e lavori cambieranno, senza prometterne l’immobilità.
Deve stabilire chi risponde delle dipendenze che il cambiamento produce; come renderle visibili e ridurle; quale parte del rischio possa rimanere privata e quale non possa essere trasferita alla società; quali capacità garantire alle persone quando il rischio diventa transizione concreta.
Per questo il dividendo ha un significato che eccede il denaro.
È una quota di potere restituita alla capacità di scegliere, cambiare, imparare, resistere a uno shock e affrontare una trasformazione senza dipendere da un’unica componente il cui guasto comprometterebbe l’intero sistema.
Anche il prezzo del potere assume così un significato diverso: la responsabilità per la parte di rischio che non è stato possibile eliminare con misure ragionevoli, escludendo una tassa sul successo.
Il successo del DSS si misurerebbe nella riduzione della dipendenza dal Fondo, anziché nella sua crescita: imprese più sostituibili, infrastrutture più resilienti, competenze più trasferibili, lavoratori più capaci di affrontare il cambiamento, territori meno vulnerabili, cittadini con maggiori possibilità di scelta.
Quando il rischio diminuisce, deve diminuire anche il prezzo del potere.
Il Dividendo Sociale Sistemico si collega così al Capitalismo del Senso.
La crescita della tecnologia, dell’automazione o del valore appropriabile resta insufficiente a conferire senso al progresso. Il progresso lo acquista quando conserva aperte le capacità umane e collettive dopo la trasformazione e, dove possibile, le amplia.
Nell’era dell’intelligenza artificiale, la questione decisiva sarà quanta libertà sapremo generare con le macchine, più che quante saremo capaci di costruirne.
Fonti e riferimenti essenziali
[1] Marco Minghetti, Prolegomeni al Manifesto del Pop Management, n. 204, “Dalla globalizzazione frammentata alla globalità federata”, Nova100 – Il Sole 24 Ore, 4 agosto 2026. Link
[2] Elio Borgonovi, Filippo Abramo, Mauro Meda, Prolegomeno n. 176, Opinion Piece sulla co-creazione del valore e le imprese liquide, Nova100 – Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2026. Link
[3] Frank Pagano, Prolegomeno n. 198, Opinion Piece su Total Marketing, AI e valore condiviso, Nova100 – Il Sole 24 Ore, 14 luglio 2026. Link
[4] Lorenzo Tedeschi, Prolegomeno n. 56, “Sensemaking Pop”, Nova100 – Il Sole 24 Ore, 18 novembre 2024. Link
[5] Marco Minghetti, Prolegomeno n. 197, “Reinventare le Academy aziendali”, Nova100 – Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2026. Link
[6] Marco Minghetti, Prolegomeno n. 1, “Dallo Humanistic al Pop Management”, Nova100 – Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2024. Link
[7] Commissione europea, Data Act explained. Link
[8] Regolamento delegato (UE) 2015/63 sui contributi ex ante ai meccanismi di finanziamento della risoluzione. Link
[9] International Labour Organization, Generative AI and Jobs: A 2025 Update, 2025. Link
[10] OECD, AI and Skills: What We Know So Far, 2026. Link
[11] Regolamento (UE) 2021/1056, Just Transition Fund, art. 8. Link
Giammario Battaglia, The Systemic Social Dividend. For a New Society — The New Social Contract in the Age of Artificial Intelligence, 2026.
Giammario Battaglia, The Price of Power. The Systemic Social Dividend: A Prudential Proposal for Measuring Systemic Risk and Financing the Transition, 2026.
Il Pop Opinionist
Giammario Battaglia è giurista, ideatore e co-founder del Human Economic Forum, di cui è Vicepresidente. È ideatore del Capitalismo del Senso e del Dividendo Sociale Sistemico (DSS), proposta per un nuovo diritto alla transizione nell’era dell’intelligenza artificiale. La sua ricerca si concentra sul rapporto tra innovazione tecnologica, potere economico, responsabilità sistemica, dignità del lavoro e nuovi diritti sociali europei. È autore di The Systemic Social Dividend e The Price of Power.
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