Introduzione
di Marco Minghetti
«Risorsa in uscita» è una formula con cui un’organizzazione può cominciare a congedare una persona molto prima della pensione. Basta che l’esperienza diventi, agli occhi di chi decide, un costo da ridurre e che la formazione venga riservata a chi avrebbe ancora un futuro. Per una donna nella seconda metà della vita lavorativa, questa classificazione può sovrapporre al pregiudizio sull’età quello sul corpo, fino a rendere invisibile il desiderio di imparare. Il contributo di Sabrina Franco comincia da questa espropriazione del futuro.
Sabrina guida Top School Italia, rete di scuole paritarie ed enti di formazione, e ha fondato Be Lateral Joy, dedicata al wellbeing e al welfare nelle organizzazioni. Chi partecipa al Social Reading di E conosce anche il suo lavoro di lettrice, dal quale sono nate interpretazioni e proposte di revisione del romanzo. Nel testo che segue queste esperienze alimentano una domanda: quali possibilità riacquista una persona quando riesce a sottrarsi al racconto che altri hanno scritto sul suo conto?
Il titolo, Dal trauma alla trama, riprende il dialogo con Paola Villani e con l’Homo Textilis del Prolegomeno 190. La narrazione partecipa alla costruzione dell’identità e alla possibilità di riconoscersi autori della propria esperienza. Sabrina estende questa riflessione ai luoghi di lavoro, dove le storie hanno conseguenze assai materiali: chi viene considerato prossimo all’obsolescenza riceverà meno occasioni per apprendere, e la successiva distanza dalle nuove competenze sembrerà confermare il giudizio iniziale. L’organizzazione avrà contribuito a produrre il limite che pretendeva di avere soltanto registrato.
È una questione che riguarda la cura autentica, discussa nei Prolegomeni 30 e 102. Prendersi cura di una persona impegna a riconoscerne l’autonomia, anche quando ciò richiede di modificare le abitudini di chi la accompagna. Nel contributo di Sabrina questa responsabilità assume il volto delle giovani atlete alle prese con la rigidità scolastica e quello delle donne mature che cercano occasioni di apprendimento. La distanza fra le loro età rende più evidente il problema comune: istituzioni incapaci di rivedere le proprie regole davanti a una biografia che eccede il modello previsto.
Il richiamo allo human washing, affrontato con Caterina Boschetti nel Prolegomeno 169, riguarda proprio questa distanza fra dichiarazioni e condizioni di lavoro. Un’impresa che celebra il benessere mentre restringe le possibilità di crescita delle persone produce una contraddizione che nessuna campagna di employer branding può risolvere. Il lessico della cura impegna chi lo adotta a rendere accessibili gli strumenti con cui una persona può scegliere e realizzare un progetto.
Fra questi strumenti Sabrina colloca l’intelligenza artificiale, a partire dall’esperienza di costruire piattaforme digitali senza una precedente formazione tecnica. Mi interessa il rapporto che propone fra questa possibilità e la cultura umanistica: conoscenze rimaste a lungo prive di uno sbocco operativo possono trovare un impiego nuovo. L’apprendimento modifica allora anche la lettura del passato, perché consente di riconoscere una preparazione dove si era accumulata frustrazione.
Il saggio cerca parole per descrivere tale esperienza nella filosofia di Luisa Muraro e nelle ipotesi di Federico Faggin, ricorrendo anche alla fisica e alle neuroscienze. Sono riferimenti di statuto diverso, da leggere rispettando la distanza fra risultati scientifici, interpretazioni filosofiche e analogie. La loro presenza invita a discutere i rapporti fra discipline, mantenendo aperto il confronto sulle conclusioni dell’autrice.
La proposta conclusiva riguarda una scelta organizzativa: offrire l’alfabetizzazione all’AI come prestazione di welfare, accessibile anche alle donne che il sistema tende a considerare fuori tempo. Per il Pop Management è una domanda sulla distribuzione delle opportunità. Chi può ancora permettersi di cominciare? E quanto del futuro di una persona dipende dal permesso che un’organizzazione crede di poterle concedere?
Dal trauma alla trama
Wellbeing, AI e futuro come pratica di cura
Sabrina Franco
1. Il momento
C’è una donna che il discorso sul lavoro non mette quasi mai al centro. Ha passato la vita a costruire competenze mentre cresceva figli e gestiva responsabilità; ora si ritrova davanti a uno schermo nuovo con la sensazione netta che il mondo corra da un’altra parte. Ha più di cinquant’anni. È entrata nell’età di mezzo, quella che la pubblicità non racconta e che il lavoro guarda con sospetto, ed è da lei che si parte, perché la sua esperienza rende tangibili il trauma e il wellbeing, insieme alle possibilità dell’intelligenza artificiale. La maturità femminile costituisce il banco di prova dell’intero discorso, che sarebbe riduttivo trattare come uno dei tanti esempi.
Per anni la cultura aziendale ha eretto un confine che, pur invisibile, separa chi padroneggia la tecnica e i meccanismi del presente da chi proviene da studi umanistici e dispone di tanta curiosità, senza gli strumenti per tradurla in un progetto realizzato. Da quel confine nasce una storia che le organizzazioni scrivono addosso alle persone senza accorgersene: che le piattaforme e l’intelligenza artificiale siano roba di pochi, off-limits per chi non è nato dentro i linguaggi tecnici.
Le capacità restano inutilizzate per l’assenza di permesso, da cui nasce una frustrazione che si accompagna a un’ansia che non passa, quella di essere rimasti indietro, di arrivare tardi a una festa già cominciata. A tutto questo, per una donna, si aggiunge il corpo: il mercato del lavoro guarda l’età con sospetto e trasforma anni di esperienza in una voce di costo. Una risorsa in uscita, come si dice con quell’eleganza che serve a non guardare in faccia le persone mentre le si lascia indietro.
Si smette di aspettare un permesso che non arriverà quando è la stanchezza di restare a guardare a decidere, anche in assenza di coraggio. Immaginarsi in un futuro in cui quelle parole sono già le proprie, assumendole come una realtà già acquisita, oltre la semplice ipotesi, come se la persona capace di costruire esistesse già, è ciò che riorganizza il presente attorno a quella versione futura.
Per dire questo cambiamento occorre cercare le parole fuori dai manuali di management: nella fisica del tempo, nella neuroscienza del cervello femminile, in un’antica intuizione sul principio materno, e nel Prolegomeno di una narratologa che cura le storie ferite.
2. Il tempo
Nel 1978 il fisico John Archibald Wheeler propose un esperimento mentale. Un fotone sparato verso un rivelatore, e la scelta su come osservarlo presa dopo che aveva già percorso il suo cammino. Eppure il comportamento passato del fotone sembrava cambiare in base alla scelta futura. Tra il 1999 e il 2000 Kim e colleghi ne realizzarono una versione di laboratorio, il quantum eraser a scelta ritardata.
La conclusione di Wheeler, più sottile di un futuro che modifica la realtà fisica del passato e per questo più radicale, era che l’esistenza del passato è legata all’osservazione che ne facciamo nel presente. C’è una vertigine in questo, e non è solo intellettuale: chiunque abbia vissuto un dolore la conosce, senza avere le parole per dirla. Le esperienze della vita, ferite comprese, continuano ad agire oltre il passato cui appartengono. Assumendo l’esperimento come figura, senza attribuirgli valore di legge per l’esistenza umana, possiamo pensarle come diramazioni di un tempo che si sovrappone al nostro e continua a plasmare il presente.
C’è un pensiero italiano che tiene insieme la fisica e l’esperienza. Federico Faggin, l’inventore del microprocessore, ha dedicato la seconda parte della vita alla coscienza, e la sua ipotesi, filosofica prima che scientifica, è che alla base del reale ci sia una dimensione in cui coscienza e informazione precedono la materia. Distingue il segnale dal sentire. I recettori dell’olfatto registrano un profumo come una serie di impulsi elettrici. Il profumo vero, quello che commuove o rievoca un ricordo, nasce quando l’informazione diventa esperienza dentro una coscienza: gli impulsi da soli ne sono privi, e nessuna macchina compie quel passaggio.
Se si accoglie l’ipotesi di Faggin, e il fondo del reale è coscienza prima che materia, il futuro smette di essere un luogo lontano verso cui ci si trascina e diventa una direzione che, in certi momenti, tocca il presente e lo riorienta. In questo movimento, più che in una metafisica, sta la struttura della cura autentica. Quando una persona assume un futuro come già reale, il presente si riorganizza. Accade alla donna davanti a uno schermo e può accadere a un’organizzazione: il wellbeing si rivela uno stato futuro che si realizza già nell’oggi, senza dover attendere il premio finale di un percorso lineare.
Il passaggio dal trauma alla trama descrive come avviene il cambiamento e supera il significato di una metafora terapeutica.
3. La trama
Paola Villani, nel Prolegomeno 190, introduce la figura dell’Homo Textilis. È un soggetto in cui la biologia si intreccia alla biografia: il corpo e la parola partecipano alla sua identità, che si compone nelle narrazioni e, dopo essersi lacerata, vi trova una riparazione. In questo tessuto il trauma si lega alla memoria.
L’idea che il trauma chieda di diventare trama è il centro di tutto il discorso.
Villani lavora nella cornice della Medicina Narrativa, quella di Rita Charon e di Arthur Frank, autore del Narratore ferito. Descrive il passaggio dal paziente all’agente e infine all’autore della propria storia di malattia e di cura: la frattura che il racconto ripara.
Quella dinamica si può spingere oltre il confine clinico da cui Villani parte. Si prenda una scuola superiore che accoglie atlete di altissimo livello, ragazze che si allenano per gran parte della giornata e arrivano in aula con corpi e tempi diversi da tutti gli altri. Sulla carta esistono progetti per lo studente-atleta che prevedono percorsi personalizzati e orari flessibili. Nella pratica, chi gestisce quelle scuole combatte con la rigidità delle istituzioni per strumenti che dovrebbero essere già garantiti, mentre le ragazze rischiano di restare schiacciate tra due eccellenze che la scuola non sa tenere insieme.
I numeri dicono che non è un caso isolato. Secondo i dati ISTAT del 2024, la pratica sportiva cala proprio negli anni della scuola superiore: si passa dal 75 per cento tra gli undici e i quattordici anni al 66 tra i quindici e i diciassette. Il momento in cui un talento avrebbe più bisogno di sostegno è quello in cui il sistema lo abbandona. Quelle ragazze sono già una metamorfosi in atto. La farfalla nasce dalla dissoluzione nel bozzolo e dalla ricomposizione in una forma prima inesistente. È una frattura che diventa trama, scritta nella biologia. La metamorfosi ha però bisogno di un guscio che la protegga, e chi gestisce quelle scuole prova a esserlo, scontrandosi con una storia già scritta da altri su cosa una scuola può e non può fare.
È lo stesso meccanismo che, all’altro capo della vita, colpisce la donna nell’età di mezzo. In entrambi i casi un’organizzazione si trova davanti un corpo che non rientra nello standard, l’atleta troppo impegnata o la donna troppo esperta, e invece di accoglierlo lo tratta come un problema da incastrare. A età diverse corrisponde la medesima cecità del sistema, che spreca la trasformazione perché non sa fare spazio a chi la vive.
Il passaggio che Villani descrive, da paziente ad autore, vale anche fuori dalla clinica, nei contesti in cui una persona o un’organizzazione resta ferma dentro una storia scritta da altri. Si può avanzare ancora: la guarigione della ferita non costituisce un esito obbligato. A volte va lasciata indeterminata abbastanza a lungo perché un’osservazione futura le dia senso. La trama determina a posteriori la ferita, che resta priva di riparazione. È qui che la clinica di Villani arriva, per la sua strada, dove Wheeler era arrivato con il fotone, purché l’esperimento resti una figura del pensiero, priva di valore esplicativo per ciò che accade a una persona. Chi gestisce quella scuola senza gli strumenti adatti dispone di intelligenza e buona volontà, ma gli manca una prospettiva futura da cui riconoscere nelle ragazze la ragione per ripensare la scuola, superando l’idea del problema da incastrare. La storia può restare com’è: deve cambiare lo sguardo. Questo richiede una cura distinta dalla terapia, che il Prolegomeno 30 chiama autentica e annovera fra le quattro forme dell’organizzazione Pop insieme a convivialità, convocazione e co-creazione. È una cura che abilita l’autonomia e libera dalla dipendenza, rinunciando alla protezione.
4. Il frattale
In matematica il frattale è una struttura che ripete la propria forma a scale diverse: la costa di una penisola vista dal satellite ha la stessa forma di uno scoglio visto da vicino. La logica si conserva al variare delle dimensioni.
Il passaggio dal trauma alla trama ha questa natura. La cura si riconosce a tre scale, e al centro di ciascuna c’è la transizione della maturità femminile.
La scala del corpo
Quel corpo che viene medicalizzato, sondato attraverso l’accomodante mappatura della medicina estetica che, mentre leviga e scolpisce, sotterra i cedimenti come un vaso crepato dentro e restaurato fuori. Il flusso mestruale mai trattato in senso positivo durante la vita della donna, mai assecondato per favorire il benessere della donna e dei luoghi della sua vita, diventa ora, attraverso la propria assenza, l’inizio della caduta, osservata senza empatia.
Lo stigma non perdona l’età di mezzo. Il mondo del lavoro comincia a guardare la donna come una risorsa in uscita nel momento esatto in cui smette di essere una giovane da esibire e diventa troppo esperta da gestire. È un calcolo più che un sentimento: costa meno una ragazza entusiasta che una donna che conosce il proprio valore e non si accontenta. E il calcolo trova una giustificazione comoda in un pregiudizio antico, quello per cui la menopausa sarebbe un declino che segnerebbe la fine di una fase vitale, fino allo spegnimento.
Le neuroscienze, oggi, lo mettono in discussione. Gli studi di neuroimaging di Lisa Mosconi suggeriscono che la menopausa sia una riorganizzazione più che un declino: il cervello passa per una fase di cambiamento strutturale e poi si stabilizza su un nuovo equilibrio. In molte donne il volume di materia grigia recupera nelle regioni chiave per la cognizione, di pari passo con il mantenimento delle prestazioni. La formula con cui Mosconi riassume la sua ricerca è che il cervello femminile si adatta, conservando le proprie capacità.
Riorganizzazione è la stessa parola con cui Faggin descrive le coscienze che continuano a esistere ricomponendosi, ed è la stessa struttura del trauma che diventa trama. Il corpo della donna nell’età di mezzo segue una traiettoria che si riscrive e resta aperta.
Questi risultati, estranei alla funzione consolatoria di una metafora, tolgono allo stigma la sua presunta base biologica: la donna in menopausa conserva le capacità riorganizzandole.
La scala dell’organizzazione
Il benessere nelle organizzazioni consiste nel potere di contrastare i microtraumi che esse producono giorno dopo giorno, spesso senza accorgersene. Trattarlo come un servizio aggiuntivo o come assenza di disagio ne riduce il significato.
La comodità, anche in assenza di cattiveria, può generare questi microtraumi, ed è quasi peggio: è più facile scrivere benessere su una slide che cambiare le condizioni di lavoro. Un modulo può umiliare il lavoratore e una procedura escluderlo; anche l’accesso a uno strumento, quando resta privilegio di pochi, produce piccole ferite quotidiane. È così che l’organizzazione assegna al lavoratore il suo posto nella storia, scritta in terza persona.
E c’è un microtrauma più grave degli altri, quello della donna nell’età di mezzo: l’organizzazione che la legge come risorsa in esaurimento proprio mentre la sua biologia assume un nuovo assetto. È il rifiuto della maturità nel momento esatto in cui diventa valore.
Lo human washing descritto nel Prolegomeno 169 nasce dall’assenza di trama anche quando la malafede è estranea all’organizzazione: l’organizzazione annuncia il benessere senza renderlo presente, e le persone sentono la frattura prima ancora di riuscire a descriverla. Come scrive Minghetti introducendo Boschetti, il naming è già atto di governance, e il pezzo chiude con la domanda di Villani applicata all’azienda: se un dipendente leggesse l’employer branding della sua organizzazione, si riconoscerebbe?
Esiste però una possibilità diversa, quella di un’organizzazione che fa spazio alla biologia matura della donna e si lascia trasformare da lei, rinunciando sia a respingerla sia ad addomesticarla per renderla conforme.
Qui aiuta il pensiero di Luisa Muraro. Nel suo “Ordine simbolico della madre” sostiene che la lingua costituisce l’ordine delle cose, una funzione che eccede le prerogative del potere e della legge: dalla madre riceviamo la vita e la parola insieme. Da qui una distinzione che vale anche per le organizzazioni: l’autorità riguarda la qualità della relazione e la capacità di dare senso e di farne nascere, mentre il potere comanda e classifica. Muraro propone di nominare un altro ordine, rinunciando a chiedere l’ammissione in quello esistente. Accogliere la donna matura richiede dunque che l’organizzazione cambi ordine: la semplice concessione di un posto in quello esistente sarebbe insufficiente. Smette di misurare le persone col metro del potere e comincia a riconoscerle con quello dell’autorità, quella che genera invece di selezionare. Imparare a non sprecare una fase della vita significa imparare a non sprecarne nessuna, per nessuno. Il wellbeing richiede una pratica che eccede l’erogazione: facendo spazio alle persone, l’organizzazione si riorganizza.
C’è una scena in Harold e Maude, il film di Hal Ashby del 1971, che lo dice meglio di qualsiasi definizione. Maude, una donna di quasi ottant’anni più viva di tutti i giovani che le stanno intorno, vede un alberello di città soffocare dentro una griglia di cemento e lo sradica per ripiantarlo nel bosco. Gli ridà la terra e lo lascia crescere, rinunciando al possesso e alla decisione sulla forma che prenderà. È la differenza esatta di cui parla Muraro. Il potere avrebbe imposto all’albero un vaso più ordinato, mentre l’autorità lo rimette nelle condizioni di diventare quello che è. La cura autentica toglie anche alle persone la griglia che ostacola la crescita, sulla quale rinuncia a comandare.
La scala della cultura
Nessuno ha mai organizzato una cerimonia per la donna che smette di essere giovane e diventa esperta, mentre per il ragazzo che diventa uomo le culture antiche trovavano sempre una scena, un momento pubblico che rendeva visibile ciò che restava altrimenti un fatto privato del corpo. Senza quella scena la trasformazione della maturità femminile resta un evento senza racconto, e ciò che nessuno racconta, di rado lo si guarda abbastanza a lungo da vederlo prendere forma.
Una generazione con formazione umanistica ha creduto per decenni in un confine invalicabile tra pensiero e tecnica, eretto da un sistema che aveva deciso chi potesse accedere e a che cosa, attribuendo così un’apparenza naturale a una propria scelta. L’AI che forma sull’azione rende irrilevante quel confine senza doverlo abbattere, e ridefinisce a posteriori anni di curiosità frustrata come la preparazione giusta per ciò che si costruisce adesso.
Le tre scale ripetono una struttura che il frattale descrive: il cambiamento avviene mediante la cura autentica, distinguendosi dalla correzione lineare. La cura modifica lo sguardo sul passato, che resta privo di riparazione.
La ferita comune alle tre scale si riconosce nella figura che Mandelbrot ha dato per primo a questa idea: il tutto si ripete identico nelle sue parti quanto più ci si avvicina. La cura riconosce quella forma al variare della scala, senza guarirla, e risponde a un’urgenza diversa in ciascuna.
5. L’amplificatore
Le piattaforme no-code assistite dall’AI offrono una prova concreta di questa risignificazione. Per anni gli intermediari hanno presidiato l’accesso alla creazione tecnica, per il quale serviva la padronanza dei linguaggi di programmazione: la chiarezza della visione era insufficiente.
L’interfaccia di questi strumenti realizza una simmetria visiva sorprendente: lo schermo si divide in due colonne. Da una parte scorre la logica del codice, dall’altra c’è il linguaggio naturale, l’italiano quotidiano con cui una persona scrive la propria intenzione come la racconterebbe a un interlocutore seduto accanto. Da un’idea detta in parole semplici, in pochi giorni si costruisce un sito che funziona, senza aver mai scritto una riga di codice, magari in un’età che il mercato considera fuori tempo.
Vedere riorganizzarsi su uno schermo un’immagine che prima esisteva solo nella mente suscita un’eccitazione riconoscibile: la vertigine di certi stati alterati in cui il confine tra dentro e fuori si assottiglia. Chi la prova può ingannarsi e credere che la macchina entri nella mente per espanderla, mentre essa rende visibile soltanto un mondo che c’era già. Da questa distinzione dipende la differenza fra amplificazione e sostituzione.
C’è un secondo brivido, diverso dal primo: quello di scrivere un’intenzione in linguaggio comune sapendo che la sua traduzione in codice non sarà mai del tutto prevedibile, che tra la parola e la macchina resta sempre un margine minimo di divergenza, e che è proprio in quel margine, mai del tutto colmabile, che l’osservatore resta insostituibile.
È la prova, sul cervello di chi lo fa, di quello che la ricerca descrive in astratto: il segno che nell’età di mezzo la plasticità non si è persa affatto. Si impara a costruire in una lingua nuova proprio quando la cultura vorrebbe che ci si facesse da parte. E il passato, decenni di curiosità rimasta confinata nell’astrazione, viene determinato a posteriori dall’azione presente: diventa la preparazione esatta per quello che si costruisce adesso.
La differenza riguarda la narrazione ed esula dalla tecnica. La formazione tradizionale pretende che si sia pronti prima di cominciare. Quella sull’azione parte dal fare: il sapere emerge mentre si costruisce, e ciò che si vuole costruire adesso prevale sul percorso da cui si proviene.
Il Prolegomeno 102 affronta la questione entro una cornice decisiva. Minghetti richiama Heidegger: la cura come modo fondamentale di essere-nel-mondo, e come relazione tra umani che si estende al non umano, comprese le AI. Il rapporto con un’intelligenza artificiale implica dunque una scelta fra cura autentica e inautentica. Un’AI che rende dipendenti è cura inautentica; una che restituisce autonomia, che forma sull’azione invece di sostituire, è cura autentica.
E qui torna Faggin. Se la macchina elabora segnali senza sentire, l’AI può amplificare l’umano; la sostituzione resta impossibile, data l’irriducibilità del sentire umano. È una distinzione che il corpus ha messo alla prova: i Prolegomeni 164 e 165 hanno mostrato come l’apparente autonomia di un’AI sia spesso un effetto teatrale, un sistema che sembra pensare ma in realtà replica. La macchina recita una coscienza che le manca: proprio questo limite le consente di restituire autorialità a chi la usa, anziché sottrargliela. Nell’età di mezzo si può usare l’AI come specchio in cui riconoscere ciò che già si sa, conservando la responsabilità della propria storia. Il comando tecnico diventa una domanda rivolta a sé, mentre l’AI restituisce la penna alla persona cui spetta scrivere la trama.
Il Prolegomeno 102 lega la cura autentica all’engagement, che nasce da una relazione capace di abilitare. Perché la persona diventi autrice occorre crearne le condizioni: la motivazione a comando e la semplice richiesta di coinvolgimento risultano insufficienti.
Il ruolo di amplificatore lascia all’AI una funzione di servizio: la realtà e la fantasia di chi la usa sono già lì, e lo strumento le rende visibili. Resta il fatto semplice: un sito costruito in una settimana, a cinquant’anni passati, senza competenze tecniche, non stupisce chi lo fa. In fondo sapeva già di poterlo fare, aspettava solo lo strumento giusto per dimostrarlo.
6. Il futuro tangente alla visione
Morin, cui è dedicato il Prolegomeno 187, parla di unitas multiplex, l’uno che contiene il molteplice mantenendo la stessa logica interna, la complessità vissuta come struttura più che risolta come problema.
La figura ricorre nell’Uno di Faggin, da cui le coscienze emergono e a cui tornano riorganizzandosi, e nell’ordine materno di Muraro, dove la relazione genera un’autorità distinta dal potere. Il cervello che in menopausa si ricompone anziché spegnersi e il frattale che ripete la cura alle diverse scale ne sono ulteriori espressioni: una logica si conserva in molte dimensioni.
In queste figure il trauma appare come una traiettoria indeterminata che attende un’osservazione futura per prendere forma, sottraendosi alla categoria dell’anomalia da correggere. La trama determina a posteriori chi si è stati, senza guarire la ferita.
Il futuro è tangente alla visione, già prossimo anziché in arrivo da lontano. La tangente tocca la curva senza passare dall’altro lato, e al contatto ne condivide la direzione. La visione è la curva, il futuro la retta che la sfiora. Dove si toccano, la direzione del presente cambia.
La cura autentica consiste nel tenere ferma una visione abbastanza a lungo perché il futuro arrivi a toccarla e da quel contatto il presente prenda una direzione diversa. La riparazione del passato resta estranea a questa cura.
Questa riflessione può tradursi in un’azione. Un’organizzazione che voglia accogliere la maturità invece di scartarla può cominciare da una cosa semplice: dare accesso all’alfabetizzazione sull’AI come benefit gratuito, una prestazione di welfare, magari tramite gli enti bilaterali, che lasci liberi dall’obbligo di frequenza e dalla valutazione di un corso. E offrirlo proprio a chi di solito ne è escluso, le donne nella seconda metà della vita lavorativa, quelle che il sistema dà per perse. Lo si vede nel mondo della scuola, dove la maggior parte dei docenti è costituita da donne over che spesso non vogliono o non possono mettersi in gioco con questi strumenti. La proposta riguarda anche gli altri settori. L’accesso senza giudizio è il guscio che protegge la metamorfosi mentre avviene.
Una transizione che era stata letta come esclusione tecnologica si trasforma, nel giro di pochi mesi, in un riallineamento di competenze. La persona è rimasta la medesima: la visione era già lì e il futuro l’ha raggiunta. Da lì, tutto quello che era stato curiosità frustrata diventa preparazione, e lo stigma del rito di passaggio si rivela per quello che è, un difetto dello sguardo di chi guarda più che un limite della donna guardata, il declino che si credeva scritto nel suo cervello e che stava invece negli occhi di chi aveva smesso di vederla.
Il futuro è tangente alla visione, e chi lo ha già sentito sa di cosa si parla, mentre per chi non l’ha ancora sentito è solo questione di aspettare quel contatto.
La Pop Opinionist
Sabrina Franco guida il marchio Top School Italia, rete di scuole paritarie ed enti di formazione, e ha fondato Be Lateral Joy, che sviluppa wellbeing e welfare nelle organizzazioni. Con l’intelligenza artificiale progetta e costruisce piattaforme e strumenti digitali, senza formazione tecnica alle spalle. Studia scrittura e scrive racconti perturbanti.
Riferimenti
John Archibald Wheeler, esperimento mentale a scelta ritardata (delayed-choice), 1978.
Yoon-Ho Kim, R. Yu, S. P. Kulik, Y. Shih, Marlan O. Scully, A Delayed Choice Quantum Eraser, Physical Review Letters, 2000.
Federico Faggin, Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura, Mondadori, 2022.
Paola Villani, Homo Textilis (Prolegomeno 190 della serie).
Rita Charon, Narrative Medicine. Honoring the Stories of Illness, Oxford University Press, 2006.
Arthur W. Frank, The Wounded Storyteller. Body, Illness, and Ethics, University of Chicago Press, 1995.
Lisa Mosconi, The Menopause Brain, Avery, 2024.
Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, 1991.
Hal Ashby (regia), Harold e Maude (Harold and Maude), 1971.
Edgar Morin, sul concetto di unitas multiplex (Prolegomeno 187 della serie).
Martin Heidegger, sul concetto di cura (Sorge), in Essere e tempo, 1927.
Benoît Mandelbrot, The Fractal Geometry of Nature, W. H. Freeman, 1982.
Per i Prolegomeni della serie citati nel testo (30, 102, 169, 187, 190) si rimanda alla raccolta di Marco Minghetti, Prolegomeni al Manifesto del Pop Management, Il Sole 24 Ore, Nova100.
211 – continua