La fame ha una voce
Una voce registrata nel 1995 racconta le bucce di patata raccolte da terra dopo il lavoro in cucina, quando la fame era tale che i prigionieri arrivavano a contendersi ciò che in altre circostanze sarebbe finito fra i rifiuti. Poi affiora il ricordo di una zuppa di barbabietole essiccate, amara, quasi immangiabile. Mario Calabresi apre così La storia obliterata – gli Internati Militari Italiani, episodio di SEIETRENTA XL pubblicato il 19 settembre 2026, lasciando che sia una voce sopravvissuta al tempo a introdurre una vicenda che per decenni ha occupato uno spazio marginale nella memoria pubblica italiana.
La voce appartiene a Giovanni Cappello, Ninì per la famiglia e per gli amici. Nel settembre 1943 ha ventidue anni, viene da Lecce, studia Economia e Commercio e presta servizio militare a Cremona. Dopo l’8 settembre viene catturato dai tedeschi e rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Saranno la deportazione e il lavoro coatto a ricondurre la sua storia dentro quella dei circa 650.000 Internati Militari Italiani, uomini che pagarono il rifiuto della collaborazione subendo prigionia, fame e condizioni di lavoro durissime.
Ninì è anche il padre di Alessandra Cappello, Pop Opinionist e Pop Ambassador della nostra community, che ha reso disponibile il materiale familiare da cui il podcast trae una parte decisiva della propria forza narrativa. Una registrazione rimasta per decenni dentro la memoria di una famiglia raggiunge così persone che Ninì non avrebbe potuto immaginare mentre parlava davanti a un registratore nel 1995. Il supporto cambia e cambia anche la relazione fra quella testimonianza e chi la riceve: una storia che poteva restare affidata alla cerchia degli affetti entra nella conversazione pubblica grazie a un formato immerso nella quotidianità digitale.
Proprio qui la vicenda di Ninì interroga una convinzione che accompagna il Pop Management fin dalle sue origini. Cultura Pop e profondità vengono spesso collocate su versanti opposti, quasi che l’accessibilità portasse con sé una perdita inevitabile di densità e che la serietà di un contenuto avesse bisogno di forme severe, destinate a pubblici già attrezzati per comprenderlo. La voce di Ninì mette in crisi questa opposizione, perché consegna a un podcast una materia che conserva intatta la propria gravità: la deportazione, la fame, il lavoro coatto e la scelta compiuta da un ragazzo mentre lo Stato e l’esercito si disgregano intorno a lui. Il podcast avvicina quella storia a persone che forse non l’avrebbero cercata in un saggio o in un archivio, senza attenuarne la durezza, e crea una prossimità nuova fra la testimonianza e chi ascolta.
Un ragazzo nel disordine del 1943
La testimonianza acquista forza anche perché Ninì non compare nella veste rassicurante dell’eroe costruito a posteriori. Nell’estate del 1943 è un giovane soldato inserito in un sistema che sta cedendo e, dopo la caduta di Mussolini, riceve a Cremona incarichi di ordine pubblico. Nel nastro ricorda il presidio dell’edificio del giornale legato a Roberto Farinacci, minacciato dalla rabbia di alcuni cittadini, e racconta la scorta alla segretaria di Farinacci durante i trasferimenti fra carcere e tribunale.
La biografia conserva così l’ambiguità della situazione storica. Nel giro di poche settimane, il soldato chiamato a eseguire gli ordini di un apparato ancora esistente si trova di fronte al collasso di quelle coordinate e deve decidere quale rapporto mantenere con ciò che sta nascendo dalle macerie del regime. Dopo l’8 settembre viene catturato insieme ad altri commilitoni e gli viene proposta l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana. Rifiuta. Passa da Mantova, viene caricato su un treno merci e deportato nell’area dell’attuale Teplice, allora territorio del Reich, dove sarà destinato al lavoro coatto.
Noi conosciamo le conseguenze di quella scelta, mentre Ninì, quando la compie, dispone soltanto delle informazioni frammentarie offerte da un Paese allo sbando. Questa distanza fra il nostro sguardo retrospettivo e il suo presente incerto protegge il racconto dalla retorica, perché il significato morale del rifiuto non gli viene consegnato da un copione già scritto. Nasce dentro una situazione confusa, nella quale l’autorità che fino a poche ore prima aveva stabilito ordini e obbedienze non è più in grado di fornire una direzione credibile.
La Repubblica italiana ha riconosciuto solo in anni recenti uno spazio commemorativo specifico a questa esperienza. La legge 13 gennaio 2025, n. 6, ha istituito per il 20 settembre la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale, ricordando i militari e i civili sottoposti a violenze e lavoro coatto dopo il rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica Sociale Italiana.
L’episodio di Calabresi è uscito alla vigilia della ricorrenza del 2026 e sceglie una storia individuale per restituire consistenza a una memoria collettiva. Il titolo, La storia obliterata, richiama la lunga difficoltà italiana nel collocare gli IMI dentro il racconto condiviso della guerra, ma ciò che rende l’episodio coinvolgente non è l’enunciazione di questa rimozione. È Ninì che ricorda le bucce di patata.
Dal nastro al podcast
Fra il 1943 e l’ascolto di oggi corre una lunga storia di mediazioni. L’esperienza viene prima raccontata da Ninì e poi registrata nel 1995. Il materiale resta nella memoria familiare fino alla scelta di Alessandra di renderlo disponibile, quindi entra nel lavoro editoriale di Chora Media e raggiunge, trentun anni dopo la registrazione, persone nate molto tempo dopo la guerra.
Durante questo percorso il contenuto non resta immobile, perché il medium modifica il modo in cui vi entriamo. Il nastro conserva una voce destinata in origine a un contesto circoscritto. Il podcast la inserisce dentro una costruzione narrativa che fornisce riferimenti storici, seleziona passaggi e crea una durata d’ascolto compatibile con le abitudini contemporanee. Questo lavoro non sostituisce la ricerca storica, né potrebbe farlo; offre piuttosto una porta d’ingresso a chi quella ricerca non l’ha ancora cercata.
Da una buccia di patata si risale alla fame nei campi, mentre la vicenda di un ventiduenne leccese conduce alla crisi dell’esercito dopo l’armistizio. Il racconto individuale rende percepibile un fenomeno collettivo perché gli restituisce una voce e una materialità che le cifre, da sole, non possiedono.
È una dinamica che appartiene da tempo alla riflessione dello Humanistic Management.
La transmedialità prima del Pop Management
La transmedialità non entra nel nostro percorso insieme ai Prolegomeni. La sua storia risale molto più indietro e accompagna buona parte delle sperimentazioni dello Humanistic Management, come ricorda la voce che le è dedicata fra le Parole Chiave sul sito dedicato allo Humanistic e al Pop Management. Lì il passaggio dalla multimedialità alla crossmedialità e poi alla transmedialità viene ricostruito tramite esperienze che, a distanza di anni, mostrano una continuità sorprendente con ciò che stiamo facendo oggi.
L’Impresa shakespeariana metteva in relazione scrittura manageriale e illustrazione, mentre Nulla due volte costruiva un dialogo fra la poesia di Wisława Szymborska e altri linguaggi. Le Aziende InVisibili compie poi un salto ulteriore: il romanzo collettivo scritto a duecento mani e illustrato da Luigi Serafini non rimane confinato nel libro, perché la sua materia narrativa migra nel blog e nella Web Opera in Second Life. Il cambio di medium comincia così ad aggiungere esperienze che il testo originario non poteva offrire.
Con Alice Postmoderna questa ricerca entra ancora più a fondo nella logica transmediale. Blog, social network, attività didattica e piattaforme audiovisive non funzionano come copie reciproche dello stesso contenuto. Chiedono ai partecipanti di muoversi fra ambienti diversi, contribuendo alla costruzione del significato. L’utente smette di essere il destinatario finale di una sequenza già conclusa e partecipa alla sua evoluzione.
È una distinzione utile anche per comprendere ciò che stiamo facendo oggi con iniziative quali Ritorno al Prolegomeno. Pubblicare il medesimo contenuto su Spotify, YouTube e LinkedIn amplia la distribuzione, ma la transmedialità richiede che il passaggio fra media produca qualcosa che prima non c’era. Il Prolegomeno 103, dedicando alla Transmedialità il sesto elemento del Mindset Pop, recupera questa storia e la collega alla convergenza descritta da Henry Jenkins, alla ri-mediazione e alla costruzione di ecosistemi narrativi nei quali ciascun medium apporta un contributo proprio.
Le Aziende InVisibili torna lì come laboratorio originario, mentre Ariminum Circus sviluppa una traiettoria diversa, dal romanzo illustrato alla graphic novel e al videogioco. Questa ricerca prosegue oggi con Romanzo E, dove la dimensione transmediale si intreccia al Social Reading e alla costruzione di una comunità interpretativa. Il romanzo non coincide più soltanto con il testo: continua nel gruppo LinkedIn Romanzo E — Social Reading Pop, dove i lettori commentano episodi e personaggi, propongono letture, producono reinterpretazioni visive e partecipano a esperimenti che trasformano la ricezione in una forma di collaborazione. Il confine fra autore e pubblico diventa così più permeabile, perché ciò che nasce dalla lettura può rientrare nel processo creativo e modificare il campo di significati che circonda l’opera.
Quando, nel Prolegomeno 179, abbiamo provato a disegnare una mappa del lavoro svolto nei primi due anni, questa linea ha trovato posto nel cluster dedicato ai media ecosystem e ai format Pop. Romanzo E ne rappresenta oggi uno degli sviluppi più avanzati: non una storia semplicemente distribuita su canali diversi, bensì un ecosistema nel quale testo, immagini, conversazioni sociali e contributi dei lettori si alimentano reciprocamente, facendo della transmedialità anche una pratica di intelligenza collaborativa.
La storia di Ninì consente ora di osservare tale processo su un terreno lontanissimo dalla sperimentazione organizzativa. La registrazione del 1995 possiede un’identità documentale e familiare. Nel podcast riceve una nuova cornice, perché la voce viene inserita nella storia degli IMI. Questo Prolegomeno compie un ulteriore spostamento, collegando la testimonianza a una riflessione sulla Cultura Pop, sulla memoria e sulle forme contemporanee della divulgazione. Se in futuro Alessandra raccontasse nel Popcast ciò che il padre diceva in famiglia, oppure ciò che preferiva tacere, emergerebbe ancora un’altra parte della storia, che il nastro e l’episodio di Calabresi non contengono.
La transmedialità acquista senso quando la migrazione del racconto produce questa espansione e ciascun ambiente aggiunge una possibilità di conoscenza.
La serietà del Pop
Arriviamo così al nodo che accompagna il Pop Management fin dall’inizio. Pop viene ancora usato, spesso, come sinonimo di leggero, veloce o commerciale, mentre il nostro lavoro parte dall’idea opposta: l’accessibilità può diventare una qualità culturale quando permette alla complessità di circolare fuori dai recinti specialistici senza trasformarla in materiale povero.
Il podcast dedicato a Ninì sottopone questa idea a una verifica esigente. La fame e la deportazione entrano in Spotify, quindi in uno spazio associato anche all’intrattenimento e al consumo quotidiano di contenuti, senza che la loro presenza acquisti per questo un carattere frivolo. La responsabilità si sposta sul modo in cui quella materia viene trattata. Se il racconto cerca soltanto commozione, la sofferenza rischia di diventare merce emotiva; se l’emozione apre invece un desiderio di conoscenza, il formato assolve una funzione culturale.
Il dettaglio delle bucce di patata agisce in questa seconda direzione. Colpisce, certo, ma soprattutto rende concepibile una condizione che l’espressione “fame nei campi” rischierebbe di lasciare astratta. Il racconto rende quella realtà più accessibile senza semplificarla fino a deformarla.
È qui che torna una formula nata nel Prolegomeno 23, firmato da Francesco Gori, al quale dedicheremo anche uno dei prossimi episodi di Ritorno al Prolegomeno. Riflettendo sulla buona e sulla cattiva semplificazione, Gori riprendeva una distinzione che abbiamo usato spesso in questi anni: «semplificare è POP, banalizzare è populismo». La buona semplificazione rende comprensibile una realtà complessa, mentre la banalizzazione la mutila fino a favorire disinformazione e polarizzazione.
La vicenda di Ninì permette di capire perché la distanza fra le due operazioni sia così rilevante. Il suo racconto potrebbe essere facilmente ridotto a una parabola edificante nella quale un giovane coraggioso sceglie il bene, subisce la punizione e diventa un simbolo. Un simile trattamento eliminerebbe proprio ciò che rende la sua decisione umana: il disordine dell’8 settembre, gli incarichi svolti poche settimane prima e l’impossibilità di conoscere in anticipo le conseguenze del rifiuto.
Nel Prolegomeno 104 il rapporto fra Pop e populismo entra come decimo elemento del Mindset Pop e viene associato al rischio dell’adesione acritica alle parole d’ordine, dentro ambienti culturali nei quali la complessità viene sacrificata alla necessità di ottenere consenso. La questione investe quindi anche il rapporto che una narrazione costruisce con chi la riceve. Una cultura orientata all’adesione offre conclusioni già confezionate, mentre una Cultura Pop degna del proprio nome può rendere più facile l’ingresso e lasciare a chi ascolta la responsabilità di proseguire.
Anche l’emozione cambia funzione dentro questa distinzione. La voce di Ninì suscita partecipazione affettiva perché porta vicino la fame di un uomo reale, ma quella partecipazione acquista spessore quando conduce alla domanda su chi fossero gli IMI e sul motivo per cui la loro esperienza sia rimasta ai margini per tanto tempo. L’emozione, allora, non chiude il percorso. Lo avvia.
Alessandra e la responsabilità della trasmissione
Il ruolo di Alessandra Cappello acquista qui un significato che supera la circostanza familiare. Nella nostra community Alessandra è Pop Opinionist e Pop Ambassador ed è stata la protagonista del primo episodio di Ritorno al Prolegomeno, dedicato alla Generosità Collaborativa. Mi preme sottolineare la continuità fra il significato che attribuiamo al ruolo di Pop Ambassador e la scelta di affidare una memoria privata a una circolazione pubblica.
Un Ambassador crea connessioni e permette a contenuti nati in un contesto di raggiungerne altri. Alessandra compie un atto analogo quando decide che la voce del padre possa uscire dalla dimensione familiare, assumendosi la responsabilità implicita in questa esposizione. La tecnologia conserva il file, mentre la memoria richiede che qualcuno riconosca ciò che quel file porta ancora con sé e trovi un contesto capace di restituirgli ascolto.
Ritorno al Prolegomeno nasce da un principio affine, pur operando in un ambito del tutto diverso. Dopo oltre duecento testi abbiamo scelto il podcast per tornare dagli autori e chiedere loro: «Lo scriveresti ancora?». Non volevamo produrre la versione audio di pagine già disponibili, perché il passaggio alla voce avrebbe avuto poco senso se si fosse limitato alla duplicazione. La conversazione serve invece a riaprire ciò che la scrittura aveva fissato, facendo entrare nel racconto il tempo trascorso e le revisioni maturate in seguito.
Il Popcast prosegue così una storia transmediale cominciata molto prima di lui e oggi distribuita fra Nova100, il sito del Pop Management e i diversi momenti, analogici e digitali, di incontro della community. La pagina permette un rapporto con il testo che l’audio non offre, mentre la voce restituisce sfumature che la pagina tende a lasciare implicite. Il valore nasce dalla relazione fra questi ambienti, quando ciascuno amplia ciò che gli altri hanno avviato.
Il podcast di Calabresi porta questa riflessione molto più lontano, perché mostra che un formato Pop può farsi carico anche della memoria civile. La distanza fra una conversazione sul management e la testimonianza di un Internato Militare Italiano rimane enorme e va preservata. Ciò che li collega è la convinzione che un linguaggio contemporaneo possa aprire accessi a contenuti complessi senza trattare chi ascolta come un destinatario al quale offrire una realtà predigerita.
Una voce che continua
Resta, alla fine, il ragazzo di ventidue anni che nel 1943 deve decidere dentro un sistema ormai incapace di orientarlo. Ninì rifiuta l’adesione alla RSI e da quella decisione nascono la deportazione, il lavoro coatto e la fame. Molti anni dopo racconta ciò che ha vissuto. Sua figlia conserva la registrazione e consente che venga ascoltata fuori dalla famiglia. Nel 2026 quella voce raggiunge persone che non conoscono Ninì e che forse, prima di premere play, sanno poco degli Internati Militari Italiani.
La sequenza possiede già una forza che non ha bisogno di essere trasformata in morale.
Ci consegna però una responsabilità culturale. Rendere accessibile la complessità significa cercare linguaggi capaci di avvicinare senza addomesticare ciò che raccontano. La vecchia opposizione fra cultura alta e cultura bassa serve sempre meno a comprendere questo lavoro, perché un saggio può impoverire la realtà quanto un prodotto digitale, mentre un podcast può aprire una ricerca che continua molto oltre i suoi trenta minuti.
«Semplificare è POP, banalizzare è populismo» perde allora il carattere di una formula astratta e diventa un criterio editoriale. La semplificazione costruisce un accesso lasciando intuire quanto rimane ancora da conoscere. La banalizzazione offre invece l’illusione che ciò che abbiamo ascoltato esaurisca la realtà.
Mario Calabresi ha scelto la voce di Ninì per riaprire una memoria che rischiava di restare lontana. Alessandra Cappello ha consentito a quella voce di uscire dall’archivio familiare e di entrare in una nuova relazione col presente. Da qui il racconto può continuare il proprio viaggio fra media diversi, ricevendo altri significati senza perdere il legame con l’esperienza da cui proviene.
Forse la serietà del Pop si riconosce proprio da questa capacità: portare una voce lontana più di ottant’anni nella vita quotidiana di chi ascolta, lasciando che la sua storia continui a chiedere attenzione anche dopo che il podcast è finito.
209 – continua