Introduzione
di Marco Minghetti
Il management ha imparato a risolvere problemi. Pier Giorgio Curti apre una domanda diversa: che cosa accade quando ciò che chiamiamo problema contiene un’esperienza che l’organizzazione fatica ancora a comprendere? Conflitto, demotivazione, sofferenza professionale e fragilità possono segnalare un fallimento interpretativo. Procedure e decisioni restano necessarie. Prima occorre costruire parole, immagini e relazioni capaci di rendere condivisibile ciò che sta accadendo.
Curti unisce due linee della propria ricerca: le idee sviluppate in Riflessi di solitudine e in Elogio del lamento, insieme all’esperienza maturata nella direzione di strutture sociosanitarie. Da questo incontro nasce una teoria simbolica dell’organizzazione che assegna al lamento una funzione precisa: interrompere le interpretazioni automatiche, convocare l’altro e aprire il lavoro con cui una comunità rende comunicabile l’esperienza.
Il legame con il Prolegomeno 187 dedicato a Edgar Morin appare immediato. Il pensiero complesso respinge la semplificazione lineare. Curti identifica l’operazione che permette a una comunità di restare nella complessità: l’interpretazione condivisa. Il contributo prolunga anche il Prolegomeno 149 di Luca Magni. Il leader generativo costruisce mondi simbolici con Naming, Framing, Anchoring ed Expanding. Curti risale alla ragione antropologica di quel lavoro, radicata nel bisogno di rendere comunicabile l’esperienza.
La proposta dialoga inoltre con la community interpretante del Prolegomeno 162 e con la Conversazione Collaborativa sul linguaggio sviluppata nei Prolegomeni 188, 189 e 191. Le parole organizzative distribuiscono riconoscimento, memoria e potere. Curti aggiunge una responsabilità: dare forma anche a ciò che arriva come lamento, disagio o conflitto, prima che l’organizzazione lo riduca a errore da correggere.
Il Prolegomeno 195 di Luca Mori offre un altro raccordo. Gli esperimenti mentali sospendono le evidenze e permettono di immaginare assetti diversi. Curti colloca il lamento prima di quell’esercizio: una rottura dell’automatismo ancora priva di soluzione, dalla quale può nascere una domanda capace di modificare il modo in cui una comunità comprende se stessa.
Il welfare culturale rende questa teoria osservabile. Nel progetto Ronzinanti, diciotto persone con disabilità intellettiva hanno contribuito alla creazione di un murale, di un libro e di un percorso di mediazione rivolto alla città. Due partecipanti sono diventati guide dell’opera. La struttura di cura ha prodotto cultura pubblica e i destinatari hanno assunto il ruolo di interpreti.
Il contributo incontra infine il Prolegomeno 185 sull’impresa agentica e il Prolegomeno 190 di Paola Villani sulle Medical Humanities. L’intelligenza artificiale può generare testi, immagini e associazioni simboliche. La comunità decide quali significati riconoscere, contestare e inserire nella propria memoria. Nella cura, come nel management, questa responsabilità resta umana e collettiva.
Buona lettura.
Custodire il significato
Per una teoria simbolica dell’organizzazione tra Pop Management e welfare culturale
di Pier Giorgio Curti
Il limite del problem solving
Ogni teoria dell’organizzazione presuppone un’idea dell’essere umano. Anche il management, spesso presentato come disciplina tecnica, poggia su un’antropologia implicita che orienta il modo di concepire il lavoro, le istituzioni e la cooperazione. Una parte rilevante dell’immaginario manageriale moderno ha letto l’organizzazione come sistema razionale destinato a ridurre l’incertezza, coordinare le risorse, aumentare l’efficienza e risolvere problemi. Questa prospettiva ha sostenuto lo sviluppo delle istituzioni e delle imprese produttive, pur lasciando fuori una parte ampia della riflessione organizzativa.
L’accelerazione tecnologica e la diffusione dell’intelligenza artificiale invitano oggi a riesaminare uno dei suoi presupposti: l’identificazione dell’intelligenza organizzativa con la capacità di elaborare informazioni e assumere decisioni efficienti. Sistemi artificiali analizzano dati, costruiscono scenari, rilevano correlazioni e assistono la decisione. La crisi riguarda dunque una concezione dell’organizzazione che ha affidato la propria identità alla produzione di soluzioni.
Un’organizzazione vive di procedure, decisioni e risultati. Vive anche della capacità di attribuire un significato condiviso all’esperienza delle persone che la compongono. Il paradigma del problem solving interpreta il problema come anomalia da eliminare e orienta l’azione verso il ripristino dell’equilibrio. Molti problemi organizzativi esprimono trasformazioni, bisogni e conflitti ancora privi di una forma adeguata di rappresentazione.
La questione assume così una natura culturale. Demotivazione, perdita del senso del lavoro, difficoltà nell’innovare e disagio professionale possono segnalare l’esaurimento delle forme simboliche disponibili. L’esperienza vissuta eccede le parole, i rituali e le categorie con cui l’organizzazione prova a comprenderla.
Questo contributo propone la simbolizzazione come fondamento antropologico dell’organizzare. La complessità diventa pensabile quando una comunità costruisce rappresentazioni condivise, riconosce ciò che sta accadendo e colloca l’esperienza dentro una storia comune. Il processo integra elaborazione delle informazioni e lavoro interpretativo, che attribuisce direzione e valore ai dati.
La decisione richiede dunque un tempo dell’interpretazione e l’intervento richiede ascolto. Conflitti e fragilità rendono visibile un’esperienza collettiva in formazione. La capacità di comprenderla prepara risposte che generano apprendimento, evitando il semplice ripristino dell’assetto precedente.
La continuità organizzativa dipende dall’efficienza delle attività e dalla presenza di appartenenza, memoria, fiducia e orientamento comune. L’organizzazione produce cultura perché crea linguaggi, criteri di riconoscimento e racconti con cui le persone interpretano il proprio lavoro.
Anche la collaborazione acquista un significato più ampio. L’intelligenza collaborativa unisce competenze condivise e lavoro interpretativo: una comunità comprende i propri conflitti, rilegge le trasformazioni e immagina il futuro.
Governare un’organizzazione significa amministrare risorse, coordinare processi e creare le condizioni perché la comunità interpreti la propria esperienza. La funzione manageriale assume così una dimensione culturale ed ermeneutica. Alla responsabilità di decidere si affianca la custodia degli spazi in cui i significati vengono costruiti, discussi e rinnovati. Questa funzione trova una formulazione affine nel Prolegomeno 149, dedicato al leader come architetto di mondi simbolici. Luca Magni descrive il lavoro manageriale con le pratiche di Naming, Framing, Anchoring ed Expanding: dare un nome all’esperienza, costruirne la cornice, collegarla alla memoria della comunità e aprirla verso nuove possibilità. La custodia del significato assume così una forma organizzativa concreta. Il manager crea le condizioni perché ciò che accade possa essere riconosciuto, interpretato e inserito in un orizzonte comune.
Questo lavoro può trasformare il bisogno in desiderio. La mancanza si trasforma da richiesta di compensazione in spinta creativa orientata al futuro. La riflessione nasce dall’esperienza maturata nella direzione e nella consulenza di organizzazioni sociosanitarie, dove la qualità della cura dipende anche dalla capacità di interpretare ciò che accade fra ospiti, operatori, famiglie e territorio.
Pop Management e welfare culturale esprimono, da angolature diverse, una concezione dell’organizzazione centrata sulla produzione condivisa di significato. Per comprenderne le radici occorre risalire al movimento con cui l’essere umano dà forma alla propria esperienza e la rende accessibile agli altri.
Dalla solitudine all’organizzazione: il percorso della simbolizzazione
Alla radice delle forme storiche dell’organizzazione agisce un’esigenza umana: trasformare l’esperienza individuale in un mondo condiviso. L’organizzazione può essere letta come tecnica di coordinamento e come risposta culturale a una condizione costitutiva dell’esistenza.
Il problema dell’organizzare precede quello dell’efficienza. Il soggetto scopre presto che la propria esperienza resta in parte opaca anche a se stesso. Ciascuno nasce dentro un universo simbolico già formato, eppure il significato richiede una continua ricostruzione nell’incontro con gli altri.
La solitudine esprime questa condizione originaria. Essa differisce dall’isolamento e indica la distanza irriducibile fra ciò che il soggetto vive e ciò che riesce a comprendere. Ogni esperienza conserva un’eccedenza che sfugge alle parole e alle categorie disponibili. Da questa sproporzione nasce la necessità di linguaggi, narrazioni, istituzioni e forme di convivenza.
La cultura è il lavoro con cui una comunità dà forma a ciò che il singolo fatica a sostenere da solo. Miti, riti, racconti, opere d’arte e pratiche educative rendono condivisibile l’incertezza dell’esperienza e costruiscono un mondo nel quale le persone possono riconoscersi.
La solitudine incontra il lamento quando un’esperienza ancora priva di parole cerca una relazione. L’immaginario contemporaneo lo associa spesso alla debolezza e gli oppone resilienza, efficienza e soluzione. Il lamento differisce dalla lamentela e dal rifiuto dell’azione. È la prima espressione con cui il vissuto chiede ascolto.
Il suo valore consiste nell’interrompere l’automatismo delle interpretazioni consolidate. Ciò che sembrava evidente torna interrogabile. Il linguaggio abituale rivela la propria insufficienza e il soggetto riconosce che il significato disponibile ha esaurito la capacità di spiegare ciò che vive. Il cambiamento può iniziare da questa sospensione.
Antigone rende visibile tale dinamica. La legge della città, difesa da Creonte, e la legge familiare e religiosa invocata da Antigone possiedono entrambe una legittimità interna. Il conflitto sfugge alla soluzione procedurale, poiché coinvolge due ordini di senso incompatibili. Il lamento espone la ferita prodotta da quella incompatibilità e obbliga la comunità a interrogare i propri criteri.
Da questa distanza può nascere l’esperimento mentale. Il soggetto sospende l’evidenza delle interpretazioni disponibili e considera la possibilità di comprendere l’esperienza in altro modo. L’esercizio intellettuale arriva dopo una frattura simbolica che ha reso instabile ciò che appariva acquisito.
Il lamento costituisce quindi una condizione originaria dell’esperimento mentale. Apre uno spazio nel quale il significato dato può essere discusso prima che una nuova risposta lo sostituisca. L’incertezza di questo intervallo lo rende fragile e fecondo.
Da tale intervallo prende avvio la simbolizzazione. L’esperienza può trovare nel linguaggio una forma condivisibile. Il linguaggio alimenta memorie comuni e intorno a quelle memorie possono formarsi comunità capaci di conservare, discutere e rinnovare un patrimonio di significati. L’organizzazione nasce anche da questo lavoro, sempre incompiuto e conflittuale, di costruzione del mondo comune. La stessa dinamica sostiene il passaggio dall’azienda narrativa alla community interpretante proposto nel Prolegomeno 162. Una comunità organizzativa matura quando le persone partecipano alla produzione, alla discussione e alla revisione dei racconti con cui l’organizzazione comprende se stessa. Il significato perde così il carattere di messaggio confezionato dal vertice e diventa il risultato provvisorio di un’attività corale. Custodirlo significa mantenere viva questa capacità interpretativa, comprese le divergenze che impediscono alla narrazione comune di irrigidirsi in una versione unica.
La sequenza descrive un movimento antropologico che evita ogni automatismo. Dalla solitudine si passa al lamento, poi all’esperimento mentale e alla simbolizzazione. L’organizzazione dà durata a questo lavoro collettivo sul significato, senza chiuderne il conflitto.
Il Pop Management può essere letto, su questo fondamento, come una teoria dell’organizzazione chiamata a custodire il significato. Il welfare culturale ne offre una realizzazione concreta nei contesti della cura, dell’educazione e dello sviluppo delle comunità.
Il welfare culturale come processo di simbolizzazione: l’esperienza del progetto Ronzinanti
Il welfare culturale riunisce pratiche con cui la partecipazione alla cultura contribuisce al benessere delle persone e delle comunità. Questa definizione descrive gli effetti più visibili. Il suo fondamento risiede nel processo di simbolizzazione che trasforma esperienze segnate da vulnerabilità, isolamento o sofferenza in un patrimonio condiviso di significati.
La cultura diventa così un luogo della cura. Persone e comunità reinterpretano la propria esperienza, costruiscono appartenenze e si riconoscono in una narrazione comune. Il welfare culturale esprime in forma concreta la natura simbolica dell’organizzazione. Questa concezione incontra la prospettiva delle Medical Humanities sviluppata da Paola Villani nel Prolegomeno 190. La cura acquista profondità quando accoglie narrazioni, immagini, biografie e linguaggi capaci di restituire alla persona una posizione attiva nell’interpretazione della propria esperienza. La cultura amplia quindi lo spazio clinico e assistenziale: permette di riconoscere la sofferenza, rielaborarla e trasformarla in una storia comunicabile. Il welfare culturale trasferisce questo lavoro dal rapporto individuale alla comunità, coinvolgendo operatori, famiglie, istituzioni e territorio.
Il progetto Ronzinanti offre un caso significativo. L’iniziativa è stata promossa dall’ODV ETS OAMI di Livorno nell’ambito del Bando Sociale della Regione Toscana e realizzata, sotto la mia direzione, insieme al collettivo artistico livornese Uovo alla Pop. La pratica artistica ha coinvolto persone, istituzione e territorio in un processo condiviso di produzione di significato.
Diciotto persone con disabilità intellettiva medio-grave hanno partecipato a un ciclo di laboratori dedicati a Ronzinante, il cavallo di Don Chisciotte. La figura scelta possiede un valore simbolico definito: appare fragile, marginale e inadatta all’impresa eroica, eppure resta inseparabile dal cammino del cavaliere. Ronzinante ha offerto al laboratorio un’immagine con cui fragilità, marginalità e partecipazione all’impresa potevano essere rappresentate senza tematizzare in forma diretta la disabilità.
Il laboratorio mirava a costruire un’esperienza comune, resa visibile dall’opera d’arte. Disegno, confronto e preparazione dei bozzetti hanno prodotto un vocabolario figurativo condiviso. Il murale realizzato sulle pareti esterne della struttura OAMI di Livorno conserva la traccia materiale di quel processo.
I diciotto partecipanti hanno contribuito alla costruzione dei bozzetti e alla definizione della narrazione visiva. La pratica artistica ha creato occasioni di espressione, riconoscimento reciproco e partecipazione. Gli effetti successivi rendono osservabile il cambiamento di ruolo prodotto dal progetto.
Il murale ha trasformato le pareti della struttura in un’opera pubblica e ha modificato la percezione del luogo di cura. La sede sociosanitaria è diventata anche un centro di produzione culturale aperto alla città. Cittadini, scuole e associazioni hanno visitato l’opera, creando nuove occasioni di incontro fra la struttura e il territorio.
Due partecipanti sono stati formati per accompagnare i visitatori nella lettura del murale. Chi aveva ricevuto un intervento culturale ha assunto il ruolo di mediatore e interprete del patrimonio artistico che aveva contribuito a creare. La disabilità è apparsa così anche come capacità di produrre e trasmettere conoscenza.
L’esperienza è poi confluita nel volume I Ronzinanti, pubblicato dalla casa editrice Erasmo. Nel dicembre 2022 il libro è stato distribuito come inserto speciale del quotidiano Il Tirreno, raggiungendo un pubblico più ampio ed entrando nella memoria culturale della città. Alcune scuole dell’infanzia lo hanno adottato, estendendo il valore educativo del progetto alle nuove generazioni.
Murale, visite, guide, volume e attività scolastiche costituiscono sedimentazioni successive del medesimo processo. L’esperienza personale ha trovato un linguaggio comune. La percezione sociale della vulnerabilità è cambiata e l’istituzione ha costruito nuove relazioni con il territorio. Il progetto ha generato un patrimonio capace di continuare a produrre significato.
Ronzinanti offre quindi una verifica concreta della teoria proposta. Il cambiamento nasce dalla costruzione di un processo simbolico che rende possibile una diversa interpretazione dell’esperienza. Il welfare culturale incontra il Pop Management quando l’organizzazione alimenta il lavoro con cui una comunità comprende ciò che vive.
Il valore organizzativo comprende i servizi erogati e il patrimonio simbolico generato. Nel progetto Ronzinanti la cura si è trasformata in cultura e la cultura è divenuta bene comune.
Custodire il significato: organizzare l’umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Quale funzione può svolgere l’organizzazione in un tempo in cui l’intelligenza artificiale elabora informazioni, assiste le decisioni e ottimizza i processi? La domanda riguarda il management e investe il modo in cui le organizzazioni pensano l’essere umano.
La riflessione sulla solitudine e sul lamento mostra che l’organizzare risponde anche a un’esigenza antropologica. L’esperienza eccede le possibilità del singolo e chiede di essere narrata, riconosciuta e condivisa. Linguaggio, cultura, istituzioni e organizzazioni prendono forma dentro questa necessità.
Il management governa processi e custodisce gli spazi nei quali una comunità costruisce significati. Lavoro, conflitto, memoria e cambiamento richiedono interpretazioni che li trasformino in patrimonio comune. L’efficienza resta necessaria e il suo valore dipende dai fini e dai criteri che la orientano.
Pop Management e welfare culturale condividono questa responsabilità. Il Pop Management restituisce centralità alla dimensione culturale dell’agire organizzativo. Il welfare culturale mostra come cura, educazione e sviluppo delle comunità acquistino efficacia quando generano nuove forme di simbolizzazione.
L’intelligenza artificiale può produrre testi, immagini, narrazioni e associazioni simboliche. Può partecipare alla costruzione degli immaginari organizzativi. Cresce perciò la responsabilità della comunità umana, chiamata a riconoscere i significati da accogliere o contestare, quelli da trasformare in memoria condivisa e le conseguenze di cui rispondere.
La specificità umana risiede nella responsabilità per il significato attribuito ai simboli, più che nel monopolio della loro produzione. La memoria di una comunità nasce da scelte, conflitti, riconoscimenti e oblii condivisi. Un sistema artificiale può contribuire a rappresentarla. La comunità decide quale valore assegnarle e risponde degli effetti.
Il management del XXI secolo eredita così un compito ulteriore rispetto all’organizzazione della produzione: custodire il significato mentre tecnologie sempre più capaci intervengono nei processi cognitivi e decisionali. Tale custodia richiede criteri espliciti, possibilità di contestazione, memoria delle decisioni e responsabilità riconoscibili.
Le organizzazioni producono beni, servizi e decisioni. Nel medesimo movimento producono mondi simbolici, danno forma all’esperienza, trasformano la vulnerabilità in relazione, fanno del conflitto una possibilità di apprendimento e costruiscono progetti di futuro a partire dalla memoria.
L’intelligenza artificiale può produrre simboli. Soltanto una comunità umana può assumerne la responsabilità. Custodire il significato significa riconoscere, interpretare e condividere ciò che rende quei simboli parte della storia di una comunità. Il Pop Management incontra il welfare culturale in questa responsabilità verso il futuro delle organizzazioni.
L’autore
Pier Giorgio Curti è psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista e saggista.
Dirige le strutture O.A.M.I. di Livorno e la collana ETS «Oltre la disabilità» e svolge attività di supervisione per persone e istituzioni.
Da oltre trent’anni studia i rapporti fra psicoanalisi, filosofia e arte. Fra i suoi libri recenti figurano Riflessi di solitudine ed Elogio del lamento.
201 – continua