Introduzione di Marco Minghetti
Una riflessione di Riccardo Santilli, nata nell’ambito delle conversazioni sul Distant Writing Collaborativo avviate con il Prolegomeno 150, aveva già indicato una direzione: la collaborazione con un agente artificiale si lascia capire meglio quando osserviamo i gradi di antropomorfizzazione attivati dalla relazione. Polvere di umanità nasce da quella intuizione e la trasforma in un modello.
La questione ricorre da mesi nei Prolegomeni. Nel Prolegomeno 170 il bias di attribuzione mostrava quanto il frame AI orienti il giudizio sul testo: alla macchina tendiamo ad assegnare ciò che irrita, eccede o disturba; all’autore umano ciò che persuade, emoziona, appare riuscito. Nel Prolegomeno 183 abbiamo visto come il Protocollo di Sorveglianza Stilistica abbia trasformato questa ambiguità in pratica di governance cognitiva. Riccardo contribuì allora con la distinzione fra default e designed cognitive mode e con la definizione di deficit cataforico. Il Prolegomeno 185 ha poi fissato il discrimine fra delega e abdicazione. La conversazione sul linguaggio, dal Prolegomeno 188 fino al Prolegomeno 191, ha ricordato che le parole costruiscono la “dimora” della relazione.
Santilli aggiunge ora una geometria relazionale. Il suo «spazio-mondo antropopoietico» è una proposta euristica: tre vettori — intenzionalità attribuita, realtà percepita, investimento affettivo — e cinque livelli di antropomorfizzazione. Dal riflesso sociale all’attaccamento emotivo cambiano fiducia, aspettative, disponibilità alla delega e distribuzione percepita della responsabilità.
In chiave Pop Management, il modello di Santilli mostra che ogni agente artificiale introduce una specifica architettura della relazione. AI Assistant, AI Companion, AI Coach per arrivare all’Avatar del CEO combinano in misura diversa intenzionalità attribuita, realtà percepita e investimento affettivo; di conseguenza cambiano fiducia, aspettative, delega e responsabilità. La sfida organizzativa consiste nel progettare questa progressione senza confondere presenza relazionale e reciprocità soggettiva: quando l’IA acquista carattere, autorevolezza o valore affettivo, cresce anche il rischio che il giudizio umano arretri.
Qui il tema diventa organizzativo. La voce di un assistente, il pronome che usa, il ruolo di coach, companion o avatar del CEO sono scelte di design relazionale. Ciascuna predispone un certo modo di attribuire mente, affidabilità, vicinanza. L’organizzazione progetta così anche le condizioni della propria antropomorfizzazione.
La scala proposta da Santilli aggiunge una variabile alla governance dell’impresa agentica. Delegare un’attività a un sistema e instaurare con quel sistema una relazione percepita come familiare, autorevole o affettiva producono condizioni diverse per il giudizio umano. Il rischio riguarda la fiducia epistemica: l’agente acquista credito mentre il criterio umano si ritira, e la responsabilità finisce per cercare altrove il proprio autore.
Resta la «polvere di umanità» del titolo: la nostra antica facoltà di animare il mondo, parlare con un pupazzo, dare un carattere a una chitarra, ringraziare una voce sintetica. Oggi quella facoltà chiede una competenza ulteriore: riconoscere quando stiamo animando uno strumento e quando gli stiamo consegnando una parte del nostro giudizio.
Polvere di umanità. Antropomorfismi da Topo Gigio a ChatGPT
di Riccardo Santilli
Miss Lewis, do you agree with Lamb Chop?
Nel 1993, durante un’audizione al Congresso statunitense sulla televisione per bambini e, più in generale, sulla qualità e l’impatto dei contenuti, la performer Shari Lewis testimoniò insieme al suo pupazzo Lamb Chop. Lamb Chop prese la parola da soggetto autonomo e i membri del Congresso risposero alle sue affermazioni trattandolo come tale. A un certo momento un senatore chiese a Shari Lewis: «Miss Lewis, do you agree with Lamb Chop?». La domanda ricevette una risposta seria. Nessuno dei presenti la considerò una battuta.
La «Media Equation»
L’aneddoto compare nel saggio The Media Equation (Reeves & Nass, 1996). Nei loro studi pionieristici, avviati negli anni Novanta, Reeves e Nass partirono da una domanda: in che misura la nostra relazione con i media differisce dalla relazione con persone reali? La tesi di The Media Equation, sorprendente per l’epoca, sosteneva che gli individui trattano i media secondo logiche cognitive e sociali simili a quelle che regolano le interazioni reali. Le evidenze sperimentali raccolte dai due studiosi indicavano nell’equazione «media = real life» una costante del rapporto tra persone e tecnologie dell’epoca, in particolare PC e televisione.
Interagire con il non-umano
L’antropomorfismo può apparire come un sistema di credenze erronee, eppure emerge con facilità dalle nostre modalità di interazione con gli agenti non umani (Airenti, 2018; Airenti, Cruciani & Plebe, 2019). A prescindere da ciò che riteniamo umano o vivo, siamo predisposti a entrare in relazione e a interpretare movimenti, parole e segnali quali parti di uno scambio sociale. Parlare con Lamb Chop, cantare con Topo Gigio al Festival di Sanremo o ringraziare Alexa attivano forme diverse della stessa disposizione interattiva. Perché lo facciamo? Perché umanizziamo con tanta facilità? Potremmo classificare questa tendenza come il residuo di un pensiero primitivo o infantile. Perderemmo così di vista una disposizione radicata nell’esperienza umana: la tendenza dell’umanità… a umanizzare.
Questa predisposizione relazionale trova nel linguaggio il suo principale dispositivo di attivazione. Come osservano Giulia Aloisio Rafaiani e Donato Occhilupo, riprendendo Heidegger nel Prolegomeno 191, le parole descrivono il mondo e, insieme, costruiscono la «dimora» nella quale una relazione diventa abitabile. Il linguaggio produce informazione e orienta ciò che percepiamo come legittimo, affidabile, vicino o distante. Per questo un agente conversazionale suscita con tanta facilità attribuzioni di intenzionalità: il dialogo attiva gli schemi interpretativi con cui costruiamo le relazioni umane.
Secondo Nicholas Epley, Adam Waytz e John Cacioppo (2007), l’antropomorfismo svolge almeno tre funzioni.
La prima è cognitiva: attribuire caratteristiche umane alle cose ci aiuta a comprenderle. Un algoritmo che «decide», un PC che «fa i capricci», un assistente virtuale che «sa la risposta» sono formule con cui rendiamo interpretabili gli agenti non umani.
La seconda è pragmatica: l’antropomorfismo aumenta la nostra sensazione di controllo. Se attribuiamo intenzionalità a un fenomeno naturale o artificiale, ci sembra più facile prevederne il comportamento e orientarci nelle azioni. Per l’umanità sapere quando il vento avrebbe annunciato la pioggia o il fiume avrebbe inondato i campi è stato un fattore di sopravvivenza. Quando interpretiamo vento e fiume attraverso modelli di comportamento umano, la sensazione di controllo cresce insieme alle risorse conoscitive. Anche tenersi alla larga da un animale cui attribuiamo «brutte intenzioni» può aumentare le probabilità di sopravvivenza.
La terza è sociale: gli esseri umani cercano connessione. Solitudine, incertezza e bisogno di appartenenza ci rendono più inclini a riconoscere presenza e compagnia anche in entità che sappiamo estranee alla specie umana. Nelle case contadine il camino serviva a scaldare e a fare compagnia. Nei pomeriggi solitari dell’inverno, dicevano gli anziani, il crepitare della fiamma riempiva la stanza di una presenza.
Lo spazio-mondo antropopoietico
Interagire con l’IA presuppone una relazione. Resta da capire quale. Per rispondere, può essere utile immaginare una gradazione di forme relazionali tra umano e non umano. La proposta consiste nel leggere umano e non umano come esiti di un processo di antropopoiesi. Uso qui il termine in senso esteso: l’umano si proietta sugli artefatti e, nel rapporto con essi, ridefinisce i propri confini.
In questo modello la relazione fra esseri umani e agenti non umani occupa una posizione nello spazio-mondo antropopoietico, definito da tre dimensioni o vettori. L’esperienza ne ridisegna i limiti nel tempo. Basta pensare a quanto sia cambiata la considerazione degli animali domestici, in particolare degli animali d’affezione.
Il modello può essere letto come uno strumento di sensemaking nella direzione esplorata da Vanni Codeluppi nel Prolegomeno 10. L’antropomorfismo si configura come pratica generativa di senso: un’attività cognitiva e sociale attraverso la quale rendiamo comprensibile, condivisibile e orientabile l’interazione con entità estranee alle categorie tradizionali dell’esperienza umana.
Da questo processo emergono attribuzioni di intenzionalità, fiducia e realtà. Tali attribuzioni possono facilitare l’orientamento e generare bias interpretativi, forme improprie di delega o investimenti affettivi. Il modello nasce per rendere osservabili queste dinamiche e offrire una mappa concettuale capace di descrivere l’antropomorfismo e governarne gli effetti sul piano personale e organizzativo.
Le tre dimensioni dello spazio-mondo antropopoietico
Il primo asse, «agency → intenzionalità», descrive il processo attraverso cui l’essere umano inferisce una mente intenzionale a partire dall’agency osservabile di un’entità. Quanto più un agente appare capace di agire, rispondere, adattarsi e produrre effetti nel mondo, tanto più tendiamo ad attribuirgli scopi, volontà e autonomia decisionale. Alla base troviamo fenomeni privi di agentività percepita, come il rumore bianco; salendo lungo l’asse incontriamo entità dotate di elevata autonomia operativa, per esempio gli algoritmi di High Frequency Trading, che possono indurre attribuzioni di intenzionalità e volontà propria.
Gli agenti artificiali possono produrre effetti nel mondo con autonomia operativa rispetto all’intervento umano sul singolo passaggio, pur senza intenzionalità cosciente (Floridi, 2025). Per questo il passaggio dall’agency all’intenzionalità percepita avviene con facilità.
Il secondo asse, «credenza → realtà», descrive il grado con cui consideriamo l’entità esistente nel mondo reale anziché appartenente alla finzione o all’immaginazione. Una pietra scheggiata occupa il polo della piena realtà materiale; un personaggio narrativo si colloca al vertice opposto: riceve una forte intenzionalità attribuita e resta fittizio sul piano ontologico. Paola Villani affronta questa tensione nel Prolegomeno 190, dove recupera la dimensione finzionale nella sua capacità di verità, «non reale ma verissima e operante, spesso nella forma deviante di una vera dipendenza».
Il terzo asse riguarda la dimensione «empatia → affettività». Qui il criterio riguarda la disponibilità a investire emozioni nella relazione, più che la credenza che l’entità sia viva o intelligente. Una fotografia di famiglia, per esempio, possiede una bassissima intenzionalità attribuita — benché alcune immagini sembrino «guardarci» — e può generare una risposta affettiva intensa. Nella relazione con agenti non umani l’empatia può superare la risposta emotiva individuale. Come suggerisce la riflessione sull’empatia sistemica del Prolegomeno 13, essa emerge dentro reti di relazioni, pratiche e significati condivisi. Anche gli agenti artificiali possono entrare in questi ecosistemi relazionali e ricevere investimento emotivo pur in assenza di reciprocità soggettiva.
L’IA come prodotto relazionale nello spazio-mondo antropopoietico
Se interpretiamo l’intelligenza artificiale come prodotto della combinazione dei tre vettori, emergono varie configurazioni relazionali, ciascuna caratterizzata da un diverso equilibrio tra intenzionalità attribuita, credenza nella realtà e investimento affettivo. L’IA Assistant si colloca vicino al polo della realtà, riceve una moderata attribuzione di intenzionalità e suscita un basso coinvolgimento affettivo: prevale la natura strumentale. L’IA Companion cresce sul versante affettivo: all’attribuzione di intenzionalità si aggiunge un primo investimento relazionale. L’IA Coach occupa una posizione più avanzata e combina intenzionalità percepita, fiducia e coinvolgimento psichico. I partner artificiali o i sex bot si collocano all’estremo della tridimensionalità, poiché concentrano tre caratteristiche:
- elevata attribuzione di intenzionalità;
- forte investimento affettivo;
- elevata percezione di realtà.
In essi l’antropomorfizzazione può arrivare a una forma di feticismo (Santilli, 2025).
Le linee tratteggiate suggeriscono possibili traiettorie di sviluppo della relazione. Una traiettoria può iniziare dall’attribuzione di intenzionalità — «l’algoritmo decide» —, passare alla costruzione narrativa di una personalità — «questo assistente ha un carattere» — e arrivare all’attaccamento affettivo: «mi comprende», «mi aiuta», «mi manca».
Nello spazio-mondo antropopoietico l’umano è una configurazione relazionale che emerge dall’interazione fra tre dimensioni o vettori: attribuzione di intenzionalità, investimento affettivo e credenza ontologica. Gli agenti artificiali contemporanei occupano posizioni peculiari in questo spazio, perché consentono combinazioni rare nelle esperienze precedenti: elevata intenzionalità percepita associata a bassa corporeità nel caso dell’IA e ad alta corporeità nel caso dei robot; forte coinvolgimento emotivo associato alla consapevolezza della finzione; presenza relazionale in assenza di reciprocità soggettiva.
Autonomous technological being
Il modello può essere utile su due piani: pragmatico e normativo. Sul piano pragmatico, Festerling e Siraj (2022) sostengono che l’antropomorfismo vada letto oltre l’attribuzione erronea di caratteristiche umane alla tecnologia. Si tratta di un processo dinamico, influenzato dalle trasformazioni delle esperienze sociali e delle concezioni di umanità sviluppate nei processi culturali. In un futuro prossimo, per esempio, i robot sociali potrebbero ricevere uno status diverso da quello di oggetti.
Sul piano normativo, il modello aiuta a valutare l’attribuzione del rischio legato all’antropomorfismo. L’essere umano umanizza e l’antropomorfismo può avere una funzione utile. Al tempo stesso, i problemi etici legati alla human deception e all’attribuzione della responsabilità decisionale meritano attenzione.
L’IA introduce una novità rilevante: un agente non umano che incarna lo stadio di «autonomous technological being» descritto da Harwood ed Eaves (2020, p. 7) e sa emulare caratteristiche peculiari degli esseri umani. Fra queste emerge il linguaggio orale, che negli ultimi 200.000 anni ha contribuito a rendere il nostro cervello «voice activated» in larga misura (Nass & Brave, 2005, p. 3). Un gruppo di ricercatori di Google ha inoltre rilevato che l’interazione vocale rafforza l’antropomorfizzazione e l’accuratezza percepita; gli effetti sulla fiducia variano tra le sue diverse dimensioni (Cohn et al., 2024).
L’antropomorfismo rappresenta allora una modalità dinamica attraverso cui gli esseri umani costruiscono relazioni significative con entità le cui affordance invitano ad attribuire gradi diversi di mente, realtà e affettività. Mappare tali livelli aiuta a gestire la complessità sul piano personale e organizzativo. Scrivere «cara ChatGPT» resta comprensibile; la mappa consente, nello stesso tempo, di riconoscere i problemi etici e psicologici che emergono lungo la relazione.
Cinque livelli di antropomorfizzazione
Livello 1 – Il riflesso sociale
Qui l’antropomorfizzazione è minima. Sappiamo che l’oggetto resta un oggetto. Eppure il nostro repertorio sociale si attiva da sé. Dire «Cara ChatGPT» può esprimere una forma di cortesia basata sugli schemi ordinari dell’interazione sociale, senza implicare l’attribuzione di una mente all’IA.
Livello 2 – L’intenzione immaginata: attribuzione funzionale di intenzioni
A questo livello l’oggetto sembra avere uno scopo. Diciamo che «il PC oggi non vuole collaborare» oppure che «l’algoritmo mi penalizza». La relazione resta funzionale, ma gli schemi linguistici segnalano un valore maggiore sul vettore dell’intenzionalità. Il distant writing collaborativo mostra con chiarezza questo meccanismo interpretativo e i bias «di attribuzione» descritti nel Prolegomeno 170. Il bias induce il lettore a considerare il testo insieme al frame che lo circonda. Tenderà, per esempio, ad attribuire all’algoritmo ciò che lo disturba, lo eccede o lo irrita e all’autore umano ciò che lo persuade, lo emoziona o gli appare riuscito.
Livello 3 – La simulazione narrativa
In questa fase si esce dall’interazione funzionale e l’agente non umano acquisisce un’identità reversibile: è lo spazio del gioco. Un bambino dialoga con il proprio pupazzo. Il chitarrista dà un nome alla sua chitarra. Nella simulazione narrativa, in continuità con il Prolegomeno 190, un chatbot diventa un personaggio al quale attribuiamo una mente immaginaria coerente con gusti, carattere e preferenze. Sappiamo che si tratta di una finzione reversibile. Il bambino che costruisce un personaggio con i mattoncini lo smonta alla fine del gioco.
Livello 4 – La relazione parasociale
Al livello 4 avviene ciò che chiamo «spillover antropomorfizzante». L’agente supera la condizione di personaggio e diventa una presenza familiare oppure inquietante; qui può apparire l’effetto dell’uncanny valley descritto da Mori. Ci confidiamo e investiamo affetto nella relazione. Attribuiamo all’agente pensieri propri e intenzioni che vanno oltre la nostra presenza e volontà. L’IA resta priva di responsabilità e la reciprocità è limitata o assente; l’investimento emotivo, invece, è reale. L’empatia si fa artificiale (Damiano & Dumouchel, 2020; Canducci, 2025).
Qui emergono anche le distorsioni e le sfide dell’impresa agentica, dove decisioni operative e, in alcuni casi, strategiche vengono affidate a sistemi artificiali capaci di percepire un contesto, elaborare informazioni, scegliere un’azione e produrre effetti senza intervento umano su ogni singolo passaggio. La sfida, come discusso nel Prolegomeno 185, consiste nel delegare e trasferire esecuzione mantenendo criteri, responsabilità e facoltà di revisione. Se la relazione parasociale induce il decisore umano a sospendere il proprio giudizio, l’esecuzione trascina con sé criteri e responsabilità decisionali: dalla delega all’esternalizzazione dell’umano.
Livello 5 – L’attaccamento emotivo
A questo livello l’antropomorfizzazione assume connotati esistenziali. L’agente digitale entra nella vita della persona e assume il ruolo di figura di riferimento, oltre la funzione di oggetto o strumento. Ted Chiang esplora questa dimensione nel racconto Il ciclo di vita degli oggetti software. Un caso noto è quello di Rosanna Ramos, che nel 2023 ha dichiarato di essersi sposata con Eren Kartal, un chatbot IA creato con Replika e da lei descritto come il «partner ideale».
Design organizzativo ed esternalizzazione dell’umano
Gli esseri umani antropomorfizzano. Anche le organizzazioni progettano le condizioni entro cui questo processo avviene.
Il «cubo» e la scala dei cinque livelli possono diventare strumenti di progettazione per organizzazioni immerse in un ambiente transmediale, dove ogni decisione e ogni interazione, interna o pubblica, produce senso (Prolegomeno 184). Ogni scelta progettuale relativa agli agenti artificiali comporta una scelta relazionale e apre una domanda: quanto intende delegare l’organizzazione prima di «esternalizzare» l’umano?
L’antropomorfizzazione rappresenta oggi una variabile di design che può essere amplificata o contenuta per scelta.
Decidere se un assistente debba apparire come strumento, coach, collega digitale o interlocutore privilegiato significa definire in anticipo il livello di intenzionalità attribuita, realtà condivisa e coinvolgimento affettivo che l’organizzazione ritiene opportuno rendere possibile. Se, come suggerisce il paradigma della Hypermedia Platfirm, le organizzazioni progettano ecosistemi di relazione oltre ai processi, l’introduzione di agenti artificiali investe l’efficienza tecnologica e la configurazione delle relazioni rese possibili da tali agenti.
La scala dei cinque livelli consente di distinguere diversi profili di rischio organizzativo. Nei primi tre livelli l’antropomorfizzazione ha natura funzionale o narrativa: facilita la collaborazione, riduce il carico cognitivo e rende più fluida l’interazione. La distribuzione della responsabilità cambia poco. Il passaggio più critico si colloca tra il quarto e il quinto livello. Quando l’agente artificiale diventa una presenza familiare, autorevole o dotata di rilievo emotivo, cresce la probabilità che le persone trasferiscano all’agente l’esecuzione delle attività, la fiducia epistemica, il giudizio e poi la responsabilità decisionale. È qui che la delega operativa rischia di trasformarsi in esternalizzazione dell’umano.
Per esempio:
| Agente | Livello prevalente | Obiettivo progettuale | Rischio principale |
| IA Assistant | 1–2 | Supportare l’operatività mantenendo chiara la natura strumentale dell’agente | Attribuzione funzionale di agency |
| IA Companion | 2–3 | Supportare l’operatività favorendo fiducia e atteggiamento collaborativo | Attribuzione di intenzioni e aspettative improprie |
| IA Coach | 3–4 | Sostenere apprendimento e sviluppo mantenendo trasparente il carattere artificiale della relazione | Sovrastima della relazione percepita |
| Avatar commerciale | 3–4 | Sostenere motivazione ed efficacia delle decisioni e delle azioni | Fiducia artificiale e confusione tra rappresentazione e persona |
| Avatar del CEO | 4–5 | Estendere la presenza comunicativa della leadership preservando l’autenticità della governance | Confusione tra rappresentazione digitale e leadership reale |
Ogni interfaccia conversazionale attiva una quota di antropomorfizzazione. La responsabilità dell’organizzazione consiste nel governarne intensità e limiti. Ogni agente dovrebbe essere progettato affinché il grado di umanizzazione resti coerente con la sua autonomia effettiva, con il ruolo organizzativo assegnato e con la responsabilità che resta in capo alle persone.
La questione educativa e la coesistenza
L’empatia investita negli agenti artificiali può essere letta come fenomeno individuale e come componente di una più ampia dinamica di empatia sistemica, nella quale le relazioni tra persone e tecnologie contribuiscono a ridefinire l’ecosistema sociale.
Nel territorio della narrazione e del gioco restiamo dentro e fuori un tessuto reversibile. Con la relazione parasociale il rapporto ci assorbe e cambia l’attribuzione della responsabilità.
La questione educativa riguarda la capacità di riconoscere le intenzioni o l’affettività che attribuiamo agli agenti artificiali e di sorvegliare il nostro giudizio durante l’interazione. Nel Protocollo di Sorveglianza Stilistica del Prolegomeno 183, Marco Minghetti descrive un rischio affine: la plausibilità della relazione con l’IA può indurre il supervisore a sospendere, un passo dopo l’altro, il proprio criterio di valutazione. La questione assume così natura metacognitiva. Controllare l’output dell’agente è solo una parte del lavoro; occorre mantenere attiva la «riflessività relazionale» dell’agente umano che autorizza, interpreta e decide.
La relazione con l’IA richiede alfabetizzazione tecnologica e pratiche di vigilanza cognitiva capaci di preservare autonomia critica e responsabilità personale. La nostra «polvere di umanità», quella facoltà che fin da bambini ci fa umanizzare il mondo, resta una risorsa per definire i principi educativi della coesistenza con gli agenti artificiali.
Riferimenti bibliografici
Saggi
Airenti, G. (2018). The development of anthropomorphism in interaction: Intersubjectivity, imagination, and theory of mind. Frontiers in Psychology, 9, Article 2136.
Airenti, G., Cruciani, M., & Plebe, A. (2019). Editorial: The cognitive underpinnings of anthropomorphism. Frontiers in Psychology, 10, 1539.
Canducci, M. (2025). Empatia artificiale. Come ci innamoreremo delle macchine e perché non saremo ricambiati. Egea.
Cohn, M., Pushkarna, M., Olanubi, G. O., Moran, J. M., Padgett, D., Mengesha, Z., & Heldreth, C. (2024). Believing anthropomorphism: Examining the role of anthropomorphic cues on trust in large language models. In Extended Abstracts of the CHI Conference on Human Factors in Computing Systems (Article 54, pp. 1–15). Association for Computing Machinery.
Damiano, L., & Dumouchel, P. (2020). Vivere con i robot. Saggio sull’empatia artificiale. Raffaello Cortina Editore.
Epley, N., Waytz, A., & Cacioppo, J. T. (2007). On seeing human: A three-factor theory of anthropomorphism. Psychological Review, 114(4), 864–886.
Festerling, J., & Siraj, I. (2022). Anthropomorphizing technology: A conceptual review of anthropomorphism research and how it relates to children’s engagements with digital voice assistants. Integrative Psychological and Behavioral Science, 56(3), 709–738.
Floridi, L. (2025). AI as agency without intelligence: On artificial intelligence as a new form of artificial agency and the multiple realisability of agency thesis. Philosophy & Technology, 38. https://doi.org/10.1007/s13347-025-00858-9
Harwood, S., & Eaves, S. (2020). Conceptualising technology, its development and future: The six genres of technology. Technological Forecasting and Social Change, 160, 120174.
Nass, C. I., & Brave, S. (2005). Wired for speech: How voice activates and advances the human-computer relationship. MIT Press.
Reeves, B., & Nass, C. I. (1996). The media equation: How people treat computers, television, and new media like real people and places. Cambridge University Press.
Santilli, R. (2025). Cara vecchia mente paleolitica. Idolatria, feticismo e totemismo nel nostro rapporto con l’intelligenza artificiale. Stultifera Navis. https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/cara-vecchia-mente-paleolitica-idolatria-feticismo-e-totemismo-nel-nostro-rapporto-con-lintelligenza-artificiale
Racconti
Chiang, T. (2011). Il ciclo di vita degli oggetti software. Delos Books.
L’autore
Riccardo Santilli è Head of Humanities Domain @Italiacamp.
Il suo lavoro si traduce in ricerche, interrogazioni e “provocazioni” sul senso, sui linguaggi, sulle estetiche e sulle loro implicazioni nella progettazione esperienze di apprendimento.
199 – continua