Alex Cascarano — collega in Bip Red, consulente di strategia e trasformazione digitale, osservatore del presente tecnologico con una formazione che attraversa design, cultura e management — porta dentro i Prolegomeni una domanda che finora era rimasta sullo sfondo: che cosa accade quando la simulazione cessa di essere un’eccezione spettacolare e diventa l’ambiente ordinario in cui percepiamo, decidiamo, costruiamo relazioni e organizziamo il lavoro. Il suo What a wonderful (hyper) world affronta questo passaggio con un taglio che tiene insieme cultura digitale, teoria critica e sensibilità progettuale. Non si limita a registrare l’espansione delle tecnologie immersive, delle piattaforme e delle identità fluide; prova a capire quale forma di soggettività, di politica e di esperienza esse stiano rendendo normale. È questo a rendere il suo contributo prezioso per la serie: l’ipermondo non viene trattato come una moda concettuale, ma come la condizione dentro cui siamo già immersi.
Il contributo muove da un’intuizione semplice e tagliente: la complicità nascosta nel nostro “lo sapevamo”. Riconoscere nel presente i tratti della distopia prevista dalla fantascienza produce spesso una soddisfazione intellettuale che attenua l’urgenza critica. Ci accorgiamo della simulazione, la nominiamo, la classifichiamo, e in questo modo rischiamo di neutralizzarla. Cascarano prende sul serio questo automatismo e lo usa come punto di avvio per una ricognizione che attraversa Baudrillard, Jäger, Clark e Chalmers, Haraway, Han, Morton, fino al pluriverso di Escobar, Kothari e Demaria. Il suo merito sta nel tenere insieme questi riferimenti senza trasformarli in repertorio: ognuno serve a illuminare un tratto del nostro presente.
Da qui deriva anche la sua originalità. L’ipermondo, nel testo che segue, non coincide soltanto con la proliferazione dei simulacri. È anche iperpolitica, cioè politicizzazione continua senza vera capacità trasformativa; è ipercultura, cioè circolazione laterale e ricombinante dei codici; è iperoggetto, cioè complessità che eccede la percezione locale — un concetto che il Prolegomeno 65 di Simone Farinelli aveva già sviluppato nella serie, mostrandone la portata per il Pop Management: ogni decisione organizzativa si inscrive in reti di conseguenze non lineari che attraversano spazio e tempo ben oltre i confini di chi le produce; è infine una soglia antropologica in cui l’iperumano smette di essere figura futuribile e diventa il profilo ordinario di soggetti che pensano attraverso protesi cognitive sempre più intime. In questo senso il’Opinion Piece dialoga bene anche con il Prolegomeno 141 sulla quinta era mediatica, dove l’adozione dell’AI veniva letta come trasformazione dei processi organizzativi e come possibile slittamento verso forme di cura inautentica.
Il passaggio conclusivo, dal Metaverso al Pluriverso, è forse il più importante. Cascarano non propone una semplice sostituzione lessicale. Mette in questione l’idea che la tecnica porti con sé un unico modello di progresso, un solo ordine del mondo, una sola grammatica del valore. Per questo il suo intervento tocca un punto sensibile del Pop Management: la possibilità di pensare organizzazione, innovazione e collaborazione senza ridurle a standardizzazione astratta.
Il testo che segue va letto tenendo in mente la domanda che lo attraversa dall’inizio alla fine: il lo sapevamo ci rende lucidi o ci rende passivi? Una coscienza che riconosce il proprio tempo è ancora una coscienza critica?
What a wonderful (hyper) world
di Alex Cascarano
Viviamo in un ipermondo contemporaneo — segnato da simulazioni pervasive, identità fluide e tecnologie sempre più intime — dove interrogare le narrazioni dominanti è già un atto di resistenza.
C’è una riflessione che ritorna spesso nei podcast tecnologici e nelle conversazioni sul presente: l’idea che stiamo vivendo esattamente dentro il mondo distopico che avevamo immaginato. Avatar, realtà simulate, corporazioni digitali, relazioni mediate da piattaforme, algoritmi che organizzano il senso comune. È diventato un mantra.
Eppure, dentro questo riconoscimento si nasconde qualcosa di curioso: una forma di soddisfazione. Accorgersi di vivere nella distopia prevista dalla fantascienza sembra offrire una piccola gratificazione intellettuale. Come dire: lo sapevamo. L’avevamo previsto. È una posizione rassicurante. Forse è anche un modo per anestetizzare il presente, per trasformare ciò che dovrebbe inquietarci in una conferma delle nostre categorie.
L’iperrealtà come habitat
La letteratura cyberpunk aveva già preparato il terreno. Nei romanzi di William Gibson e Neal Stephenson il cyberspazio non è solo uno spazio tecnico: è un ambiente sociale in cui identità, denaro e potere si riorganizzano. Il cinema tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila ha poi trasformato quelle intuizioni in immaginario condiviso: The Truman Show, Mulholland Drive, The Matrix.
Il lessico teorico era già lì. Jean Baudrillard, in Simulacra e Simulazione, descriveva una condizione in cui i segni smettono di rappresentare la realtà e iniziano a sostituirla. I simulacri diventano più convincenti dell’originale. L’iperrealtà è un ambiente in cui la distinzione tra vero e simulato perde progressivamente centralità.
Oggi questa è il nostro habitat quotidiano. Scorriamo feed, costruiamo identità digitali, abitiamo spazi che esistono insieme come infrastrutture tecniche e come ambienti simbolici. La simulazione non si presenta più come simulazione: diventa il modo normale in cui il mondo ci appare.
Ed è qui che il tema dell’autenticità torna con forza. Marta Cioffi, nel Prolegomeno 79, osserva che la Pop Communication autentica può funzionare come antidoto pratico all’iperrealtà baudrillardiana. Quando un brand riesce a trasformare dati anonimi in racconto vissuto, oppure a costruire un rituale collettivo riconoscibile, non elimina il simulacro, ma prova almeno a rilegarsi a un’esperienza sentita come reale. In un ipermondo di segni che galleggiano senza origine, la questione allora non è opporre una presunta purezza alla mediazione, ma capire come si costruisce un’autenticità che non sia già marketing del vero.
Anche il nostro lo sapevamo rischia di essere un simulacro tra gli altri: una posa critica che ci protegge, ma non ci espone davvero alla difficoltà del presente.
Quando tutto diventa politico
Dentro questo ambiente iperreale anche la politica cambia forma. Dopo decenni di apparente stabilità ideologica — la famosa “fine della storia” — la politica sembra essere tornata ovunque. Questa onnipresenza, però, non coincide con una reale capacità trasformativa.
Anton Jäger descrive questa condizione con il termine iperpolitica: una situazione in cui tutto viene politicizzato, ma poco riesce davvero a trasformarsi. L’opinione pubblica si accende e si polarizza, soprattutto negli spazi digitali, ma spesso senza organizzazione durevole, senza continuità, senza capacità istituente.
Nel frattempo, la battaglia per l’attenzione si sposta su un terreno sempre più artificiale: deepfake, bot, manipolazione informativa, contenuti generati per massimizzare engagement, polarizzazione e profitto. Philip K. Dick aveva intuito che le realtà false tendono a produrre soggetti falsi. Oggi questa intuizione non riguarda la sfera dei contenuti: riguarda quella dei rapporti. Quando l’intelligenza artificiale diventa interlocutore emotivo, la simulazione smette di essere informativa e diventa affettiva.
Il Prolegomeno 30 entra qui in risonanza con precisione. Analizzando le piattaforme social come luoghi di governo, guerra e management, mostra come esse non siano più canali di comunicazione, ma spazi in cui si organizzano consenso, comando e comportamento. La diagnosi converge con quella dell’iperpolitica: il lato oscuro del Pop, quello populista e omologante, tende a prevalere sul potenziale generativo della cultura popolare. Per questo la proposta di una cura intesa in senso heideggeriano non suona come abbellimento etico, ma come gesto di resistenza contro la coesistenza inautentica prodotta dal management dei simulacri.
Se tutto è visibile, commentabile e politicizzabile, il rischio è la perdita di spessore del reale.
L’iperumano e la mente estesa
A questo punto la domanda si sposta. Riguarda ciò che la tecnologia ci fa diventare, prima ancora di ciò che ci mostra. Chiedersi che cosa una tecnologia faccia è già troppo poco. Bisogna chiedersi chi diventiamo attraverso di essa.
Il Proteus Effect, studiato da Nick Yee e Jeremy Bailenson, mostra come il comportamento negli ambienti virtuali cambi in base alle caratteristiche del nostro avatar. Un corpo digitale più alto, più attraente o più autorevole modifica il modo in cui ci muoviamo e interagiamo. Questa dinamica, però, non riguarda più i mondi virtuali espliciti. Riguarda la nostra identità quotidiana.
La teoria della mente estesa, proposta da Andy Clark e David Chalmers, suggerisce che la mente non coincida con il cervello biologico: strumenti, ambienti e dispositivi possono diventare parte integrante dei nostri processi cognitivi. Donna Haraway, con la figura del cyborg, aveva già mostrato che l’umano moderno è da tempo un ibrido. Katherine Hayles ha poi chiarito quanto l’informazione e il sistema tecnico abbiano ridefinito il rapporto tra corpo, mente e soggettività.
L’iperumano, allora, è una condizione ordinaria: un soggetto che percepisce, ricorda, decide e lavora attraverso protesi cognitive diffuse, spesso invisibili proprio perché ergonomiche.
Il Prolegomeno 18 di Alessio Mazzucco è qui decisivo. La sua riflessione sull’ergonomia cognitiva mostra come le Pop Technology riescano a incastrarsi nei nostri schemi mentali con tale fluidità da trasformare il comportamento prima ancora di essere tematizzate criticamente. Il knowledge worker aumentato dall’AI e l’iperumano descrivono la stessa soglia antropologica da prospettive diverse. Se gli strumenti diventano sempre più naturali da usare, questo non li rende neutrali. Li rende, semmai, capaci di penetrare più a fondo.
Il problema non è l’efficienza che producono: è la forma di soggettività che normalizzano.
L’ipercultura
Questo slittamento riorganizza anche il paesaggio culturale. Byung-Chul Han parla di ipercultura per descrivere uno spazio simbolico in cui elementi provenienti da contesti lontani vengono ricombinati. La cultura non si diffonde più dal centro alla periferia. Si propaga lateralmente, per contagio, remix, montaggio.
Un video TikTok può intrecciare folklore coreano, trap americana, danza indiana e grammatica memetica globale. L’hyperpop è la sua espressione sonora più evidente: voci sintetiche, saturazione, accelerazioni, glitch. Cerca intensità, non armonia né origine.
L’ipercultura libera, mescola, ibrida. Al tempo stesso rischia di trasformare ogni differenza in superficie disponibile, ogni codice in materiale immediatamente consumabile. Anche per questo il Prolegomeno 79 di Cioffi torna utile: la figura del Pop Leader come mediatore culturale capace di tradurre simboli tra community diverse indica una possibile risposta alla dispersione iperculturale. Non per riportare ordine o purezza, ma per evitare che la pluralità si riduca a rumore omogeneo, a intrattenimento senza radicamento.
In un mondo hyperpop, il problema non è avere più voci. È capire se esista ancora una forma di ascolto che non le appiattisca.
Iperoggetti e complessità
Il mondo che emerge da queste trasformazioni è profondamente complesso. Timothy Morton ha introdotto il concetto di iperoggetti per descrivere fenomeni così vasti e distribuiti nel tempo e nello spazio da sfuggire alla percezione diretta: il cambiamento climatico, le infrastrutture digitali, i sistemi finanziari globali. Un iperoggetto non può essere osservato nella sua interezza. Possiamo percepirne solo frammenti locali, sintomi, effetti.
In un contesto del genere, il design non può limitarsi a ottimizzare interfacce o ridurre attriti. Ogni progetto si inscrive in reti di conseguenze non lineari, spesso invisibili a chi lo produce. Il ruolo del progettista cambia: da artigiano dell’usabilità a mediatore tra sistemi tecnici, ambienti sociali, logiche economiche ed ecologie più ampie.
Allenare il pensiero critico, da questo punto di vista, significa costruire una pratica di attenzione — lontana da qualsiasi posa tecnofoba o moralistica. Negli incontri di Speculative Futures Milan si parlava di stretching mentale; Lorenzo Gerbi di Baltan Laboratories lo descrive come una palestra ricorrente: un esercizio necessario per non lasciarsi modellare dagli strumenti che diciamo di usare.
Dal Metaverso al Pluriverso
Per anni l’immaginario tech ha raccontato il futuro come traiettoria lineare: più connessione, più immersione, più integrazione, fino alla promessa di un unico grande spazio sintetico da abitare. Il Metaverso, in questa narrazione, era meno una tecnologia che una metafisica del progresso.
Il concetto di pluriverso, sviluppato da Arturo Escobar, Ashish Kothari, Federico Demaria e altri pensatori della critica decoloniale, propone una rottura più profonda. Una pluralità di mondi, di saperi, di modi di abitare, produrre, convivere — al posto di un solo mondo organizzato secondo un’unica grammatica del valore. Pensare in termini di pluriverso significa riconoscere che la tecnologia trasporta sempre una visione implicita di ciò che conta, di ciò che deve essere ottimizzato, di chi viene accolto e di chi resta ai margini.
Il Prolegomeno 30 torna qui utile: il modello di cura, convivialità, convocazione e co-creazione del valore descrive, in chiave organizzativa, una postura già pluriversale. È il rifiuto dell’uguaglianza massificante del management scientifico in favore di una collaborazione orizzontale, situata, irriducibile a standardizzazione astratta. Da un lato il pluriverso come critica del progresso unico; dall’altro una pratica manageriale che prova a dare forma a intelligenze collaborative non omogenizzanti.
Il punto, allora, è decidere se vogliamo continuare a pensare la tecnica come destino unico o come campo di negoziazione tra mondi differenti.
Come abitare l’ipermondo?
La domanda iniziale ritorna, ma come problema. Come vogliamo abitare l’ipermondo?
Sappiamo che le tecnologie che utilizziamo ogni giorno stanno ridefinendo la percezione, la memoria, le relazioni, il lavoro. Sappiamo che l’autenticità è fragile. Sappiamo che le piattaforme organizzano comportamenti prima ancora che opinioni. Sappiamo che molti di questi cambiamenti avvengono senza essere realmente negoziati.
Lo sappiamo.
Ed è proprio questo il punto.
Perché il rischio più grande non è vivere dentro sistemi che ci trasformano. È la familiarità con cui impariamo a riconoscerli. A nominarli. A spiegarli.
A quel punto diventano gestibili. Raccontabili. Quasi inevitabili.
Il nostro lo sapevamo ci fa sentire lucidi, ma può essere anche l’ultima forma di passività: una coscienza che osserva il proprio tempo e, proprio per questo, smette di interromperlo.
Allora la domanda cambia ancora.
È se siamo ancora disposti a lasciarci sorprendere dall’ipermondo — abbastanza da metterlo davvero in discussione.
O se preferiamo continuare a riconoscerlo, ogni volta, un attimo prima che cambi qualcosa.
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