Introduzione
di Marco Minghetti
Il burnout entra spesso nel discorso organizzativo come un tema di benessere. L’Opinion Piece di Daniela Gensabella costringe a ampliare l’orizzonte. Il suo testo non lo tratta come una fragilità individuale da compensare, ma come l’effetto leggibile di una struttura che non è più a misura d’uomo (se mai lo è stata). Il punto non è che le persone non reggono. Il punto è che il sistema chiede più di quanto sappia trasformare in senso, riconoscimento del lavoro svolto e possibilità di crescita personale. È qui che l’equivoco della resilienza viene smascherato: trattare la “resistenza allo stress” come una competenza rivela uno squilibrio organizzativo, scaricato sul lavoratore.
Questo passaggio si iscrive nella traiettoria dei Prolegomeni al Manifesto del Pop Management che, lo ricordo, affondano le loro radici nel Manifesto dello Humanistic Management. Procedendo per rapide pennellate: il Prolegomeno 1 ha aperto il cantiere del Pop Management spostando il management dal governo delle risorse alla produzione di senso; il Prolegomeno 13 ha introdotto l’empatia sistemica come capacità di leggere interdipendenze; il Prolegomeno 21 ha mostrato che comando e controllo producono paura e disorientamento. E poi ancora: il Prolegomeno 56 ha definito il lavoro come atto politico, quindi come spazio di riconoscimento; il Prolegomeno 86 ha sottratto la salute mentale al recinto del privato; il Prolegomeno 159 ha riportato il corpo e la relazione dentro la leadership. Gensabella mette alla prova questa linea di ragionamento su un punto in cui oggi molte organizzazioni cedono.
Il primo nome che Gensabella dà a questo cedimento è netto: neo-taylorismo digitale. La logica non è nuova. Nuova è la sua sede. Il controllo che nel fordismo agiva soltanto sui movimenti fisici entra nel lavoro cognitivo, nei software di monitoraggio, nei cruscotti, nella misurazione continua di tempi, risposte, task, reperibilità. Il risultato è un lavoro scomposto in unità sempre più piccole, una pressione continua che spezza il pensiero e sostituisce il progetto con la reazione. Il professionista non porta più a compimento un disegno: risponde a una raffica di impulsi.
Da qui si apre una seconda linea di argomentazione, altrettanto importante. Il lavoro, se è davvero un atto politico, non coincide con la sola prestazione. Coincide con il riconoscimento che quella prestazione riceve, con il posto che occupa dentro una trama collettiva di senso. Quando questo riconoscimento si interrompe, il rapporto tra persona e organizzazione si incrina. Il burnout comincia anche lì: nel punto in cui il contributo non trova risposta, nel punto in cui il lavoro continua a chiedere energia ma smette di restituire visibilità, reciprocità, orientamento.
Un terzo elemento riguarda il tempo. Gensabella mostra che il disagio contemporaneo non dipende soltanto da una cattiva distribuzione dei compiti, ma da una vera e propria colonizzazione della vita. Le organizzazioni non si accontentano più della prestazione nelle sue ore canoniche. Occupano gli intervalli, saturano i margini, erodono il confine tra lavoro e vita privata. La reperibilità infinita si presenta come autonomia; in realtà consuma le condizioni stesse della rigenerazione. Qui il burnout non coincide con la stanchezza. Coincide con la perdita di uno spazio di respiro, con l’impossibilità di sottrarsi al flusso delle richieste, con la progressiva cancellazione del silenzio necessario a riorganizzare il pensiero.
C’è poi il tema delle relazioni organizzative. Quando i team cessano di funzionare, il danno non resta sul piano procedurale. Passa nei corpi, nei nervi, nel sonno, nell’ansia. Il malessere fisico e quello emotivo non sono effetti collaterali: sono il sintomo visibile di una struttura che ha smesso di regolare il proprio clima interno. Per questo il richiamo alla embodied leadership è decisivo. In situazioni di questo tipo, la leadership non può limitarsi a redistribuire pressione. Deve assumersi il compito di trasformarla, di restituirle forma leggibile, di impedire che diventi tossicità relazionale diffusa.
L’ultimo punto forte del testo di Gensabella riguarda il linguaggio con cui il management nomina il disagio. Un punto chiave su cui non mi stancherò mai di porre l’accento, come ho fatto ad esempio pochi giorni fa in occasione della presentazione della rivista Ethical HR. Inserire la “resistenza allo stress” tra le qualità richieste significa normalizzare una patologia dell’ambiente e scaricarla sull’individuo. È un rovesciamento che il Prolegomeno smonta con nettezza. Lo stress non è una competenza professionale. È la risposta psicofisica a un’organizzazione che non sa governare carichi, urgenze, riconoscimento, tempo. Quando questa sproporzione si stabilizza, il burnout appare per quello che è: non un incidente marginale, ma il punto di rottura di un modello.
Questo Prolegomeno, però, non esaurisce il tema. Lo apre. E trova un naturale prolungamento nell’incontro del 30 marzo, “Combustione totale. La densità che soffoca l’integrità”: una Conversazione Collaborativa nello stile ormai classico del Pop Management (che, come la Settimana Enigmistica, comincia ad avere innumerevoli tentativi di imitazione). Le riflessioni che seguono non riassumono per intero i contributi dei relatori, ma anticipano alcune delle linee che saranno sviluppate nel confronto.
Davide Genta, che organizza e modera la conversazione, porterà in primo piano un nodo decisivo: la densità del lavoro. L’ipotesi è che il burnout non nasca soltanto da un eccesso quantitativo di compiti, ma da una sproporzione più profonda tra unità di lavoro richieste, tempo disponibile e capacità di elaborazione. Quando questa sproporzione si stabilizza, il problema non riguarda più l’agenda del singolo, ma il disegno organizzativo delle attese. Non si rompe soltanto l’equilibrio tra richieste e risorse. Si incrina anche la possibilità di attribuire senso a ciò che si fa. Manca lo spazio-tempo necessario non solo per fare bene, ma per capire che cosa si sta facendo e perché.
Qui il discorso si sposta oltre la prestazione. Le attese non sono mai neutre. Sono costruite collettivamente, inscritte nella cultura organizzativa, incorporate nei processi e nelle metriche. Per questo il burnout non può essere letto solo come deviazione biografica o fragilità privata. È un fenomeno collettivo prima di manifestarsi come sintomo individuale. Se un’organizzazione produce in modo sistematico densità e compressione, il disagio non è un incidente marginale: rivela una verità del sistema.
Claudia Viale, nel suo intervento, allargherà il campo con una domanda meno frequentata, ma necessaria: che cosa accade quando la combustione investe anche l’imprenditore o il professionista? Nei contesti più piccoli, ma non solo, la pressione non ricade soltanto su chi lavora a valle dei processi. Colpisce anche chi assorbe direttamente l’urto del mercato, la ricerca di clientela, il peso fiscale, gli adempimenti, l’incertezza. Letto in questa chiave, il burnout non riguarda solo il rapporto tra organizzazione e collaboratori. Riguarda la qualità complessiva del circuito con cui la pressione viene distribuita, assorbita o amplificata. Il tema che Viale porterà al tavolo non relativizza il burnout dei lavoratori; mostra piuttosto che la combustione può propagarsi lungo l’intera catena organizzativa quando il sistema scarica pressione senza trasformarla.
Maria Francesca Iannone, infine, svilupperà un terzo asse, particolarmente forte: la compressione del tempo come compressione dell’esperienza interiore. Il punto è che il tempo non è soltanto una risorsa scarsa. È la condizione che rende possibile una vita psichica capace di reggere il lavoro. Quando il tempo si contrae, si contrae anche lo spazio in cui l’esperienza può diventare attenzione, relazione, energia disponibile. Questo è particolarmente evidente nei lavori relazionali, dove la qualità della performance dipende dalla qualità della presenza.
Da questa linea emerge anche una parola che sarà centrale nel confronto: integritas. Nel discorso che Iannone svilupperà, essa non indica soltanto coerenza morale o armonia, ma interezza energetica. Il burnout può essere letto anche così: come incrinatura di questa interezza. L’energia non è un residuo soggettivo né una qualità accessoria. È una condizione strutturale della vita organizzativa. Quando il lavoro si riduce a performance misurata e il numero prende il posto del racconto, questa interezza si spezza. L’energia che dovrebbe tenere insieme ciò che una persona fa e ciò che sente di essere diventa distruttiva. In questo passaggio il burnout cessa di apparire come semplice affaticamento: diventa frattura tra azione e identità.
Per questo il confronto del 30 marzo non si presenta come un approfondimento laterale, ma come il naturale sviluppo delle domande aperte da questo Prolegomeno. Le linee qui anticipate — la densità del lavoro, la propagazione della pressione lungo tutta la catena organizzativa, la compressione del tempo, l’integritas come interezza minacciata — troveranno lì un’elaborazione più piena, affidata alle voci che le metteranno a tema in modo diretto. È anche in questo passaggio dal testo alla discussione pubblica che il Pop Management verifica sé stesso: quando un problema non viene solo nominato, ma consegnato a un confronto capace di renderlo più leggibile, più condiviso, più trasformabile.
30 marzo | ore 17:30
A Torino
Palazzina della Marchesa in Palazzo Saluzzo Paesana – Via della Consolata 1Bis – TORINO
In collaborazione con
Fineco Piemonte
Combustione totale. La densità che soffoca l’integrità
Un confronto sul burnout professionale con un approccio multidisciplinare: psicologia, management, diritto del lavoro e HR.
Intervengono
Andrea Eitel Manildo
Hella Colleoni
Maria Francesca Iannone
Francesca Ricciardi
Claudia Viale
Modera
Davide Genta
Con la partecipazione di Marco Minghetti.
Iscriviti qui: https://lnkd.in/dvCH_Q2M
L’equivoco della resilienza
Se lo stress diventa una skill, l’azienda è in burnout
Daniela Gensabella
Neo-taylorismo digitale: quando il controllo soffoca il lavoro cognitivo
Esordire su questo blog — uno spazio che da anni ospita riflessioni sulla trasformazione del lavoro — impone una responsabilità dichiarata: andare sotto la superficie. Quando parliamo di “benessere organizzativo”, rischiamo di muoverci in un campo semantico minato. Per troppo tempo questa espressione ha funzionato come cosmesi aziendale, un correttivo applicato a strutture che, nella loro architettura profonda, restano estrattive. Il benessere organizzativo non è un biliardino in sala break né un abbonamento scontato in palestra. Se vogliamo parlarne seriamente, dobbiamo smettere di considerarlo un costo di manutenzione delle risorse umane e riconoscerlo per quello che è: la salute del sistema nervoso dell’impresa.
Con la ricerca sociale condotta con il Dipartimento Lombardia dell’Associazione Nazionale Sociologi (ANS), ho voluto portare alla luce lo scarto tra il dichiarato organizzativo e il vissuto individuale. I risultati, incrociati con i contributi precedenti di questa serie, indicano un’erosione dell’identità professionale che i correttivi marginali non arrestano.
Il malinteso primario del management contemporaneo è credere che il benessere sia un output isolato, slegato dalla struttura del potere. Come ci insegna il Prolegomeno n. 21 (‘Comando, controllo, paura, disorientamento’), modelli gerarchici basati sulla sorveglianza — fisica o digitale — producono un clima di insicurezza cronica.
Siamo dentro una forma di neo-taylorismo digitale. Se l’ingegneria di Frederick Taylor frammentava i movimenti fisici dell’operaio per cronometrarne l’efficienza sulla catena di montaggio, oggi la gestione del lavoro si è spostata nella sfera cognitiva. Gli algoritmi, i software di monitoraggio e i cruscotti aziendali hanno preso il posto del cronometro, ma la logica sottostante resta identica: la scomposizione dell’attività umana in unità misurabili, sorvegliabili, manipolabili. Il sorvegliante è incorporato nell’interfaccia dei nostri dispositivi. Misura quanto velocemente rispondiamo a una mail, quanti task digitali riusciamo a incastrare in un’ora. Questo modo di lavorare spezza il pensiero in frammenti: al posto di professionisti che portano a termine un progetto, produce esecutori che reagiscono a una raffica di impulsi dettati dal sistema.
Nella ricerca ANS, il dato emerge con forza: il 61,2% dei lavoratori percepisce un’assoluta iniquità nella distribuzione dei carichi di lavoro e delle responsabilità. Questo numero non è una statistica inerte; è il sintomo di una patologia del potere che affonda le radici nell’eredità taylorista mai del tutto smaltita, quella che oggi pretende di ingegnerizzare anche la creatività e la disponibilità emotiva. Quando il controllo diventa l’unica metrica, l’individuo perde la bussola della propria utilità. Il benessere non attecchisce in un terreno dove la paura del giudizio algoritmico è il motore principale dell’agire quotidiano.
La transizione che questa serie conosce come passaggio dallo Humanistic al Pop Management (Prolegomeno n. 1) indica la direzione: smettere di gestire risorse come fossero carbone da estrarre fino all’esaurimento, e guidare persone attraverso narrazioni condivise. Meno cronometri digitali, più ascolto. La leadership non si esercita contando i clic; si costruisce in relazioni che abbiano senso.
Il lavoro come atto politico: il vuoto del riconoscimento
Il lavoro non è solo un contratto economico: è un atto sociale. Citando il Prolegomeno n. 56 (nell’opinion piece di Lorenzo Tedeschi), il lavoro è un atto politico. Lo spazio in cui si esercita la cittadinanza, in cui l’identità incontra la collettività.
Se il lavoro è politica, il benessere si misura dal grado di autodeterminazione e di riconoscimento che un’organizzazione garantisce. Qui la ricerca rivela la frattura più acuta: a fronte di un 74,1% di lavoratori consapevoli di apportare un contributo di valore, solo il 21,2% percepisce che questo gli venga riconosciuto. Questa asimmetria tra valore offerto e valore percepito è una ferita identitaria. Un lavoratore che non si sente visto è un lavoratore che si disconnette. Il 41,4% degli intervistati dichiara che lascerebbe il proprio posto immediatamente se ne avesse la possibilità.
Il benessere non è un bonus una tantum. È un contratto sociale in cui merito e riconoscimento smettono di essere variabili aleatorie e diventano pilastri strutturali della relazione tra persona e impresa.
Cronopolitica: la colonizzazione del tempo
Un pilastro del malessere contemporaneo, emerso con forza dai dati raccolti, è quello che definisco estrazione cronologica. Le organizzazioni non si accontentano più delle ore canoniche di prestazione: tentano di colonizzare ogni spazio residuo di vita, saturando i pori dell’esistenza quotidiana.
Il dato ANS sulla difficoltà di equilibrio vita-lavoro — riuscita per soli il 39,7% dei rispondenti — consegna una realtà inequivocabile: il confine tra spazio professionale e spazio privato non è stato abbattuto per liberare l’individuo, ma per trasformare l’ambiente domestico in una fabbrica diffusa. La casa cessa di essere rifugio e diventa l’avamposto terminale dell’ufficio, dove la reperibilità infinita viene spacciata per autonomia. Privare l’individuo del diritto al silenzio, alla disconnessione e alla noia generativa — quel tempo vuoto in cui il pensiero si riorganizza — significa privarlo della possibilità strutturale di rigenerarsi.
L’espropriazione del tempo colpisce con particolare ferocia la componente femminile del campione (69,8%), schiacciata tra la richiesta di performance costante e il peso del caregiving. Quando un’organizzazione ignora i tempi della cura, non sta gestendo dei turni: sta attuando un’erosione programmata della salute mentale. La psiche umana non regge un regime di allerta costante, dove la notifica di un’app di task management invade il momento del pasto o del riposo.
Rivendicare una cronopolitica del benessere significa riconoscere che il diritto a essere offline non è una gentile concessione aziendale, ma un pilastro inalienabile del nuovo contratto sociale. Senza la tutela del vuoto, la creatività si isterilisce. Senza il presidio del silenzio, la capacità di ascolto svanisce, lasciando il posto a un rumore fatto di urgenze fittizie. Un’organizzazione che satura ogni minuto del dipendente sta eliminando la sua capacità di essere un individuo autonomo, riducendolo a un ingranaggio reattivo.
Empatia sistemica: curare il sistema nervoso dell’impresa
Il concetto di empatia sistemica (Prolegomeno n. 13) non riguarda la filantropia aziendale. Riguarda la capacità dell’organizzazione di percepirsi come un organismo vivente, in cui il disagio di una parte compromette la stabilità del tutto.
I dati ANS lo confermano: il 51,7% dei partecipanti ritiene il proprio team non funzionale — segnale di una collaborazione interrotta. A questa cifra corrisponde una reazione somatica speculare: il 52,6% del campione accusa sintomi di malessere fisico direttamente legati all’attività professionale, il 47,4% si dichiara emotivamente debilitato. Tra l’inefficienza delle relazioni in ufficio e la salute delle persone esiste un filo diretto. Se l’organizzazione spezza i legami di fiducia, quella pressione si trasforma in ansia, insonnia, logoramento. Il malessere fisico è il sintomo visibile di un sistema nervoso organizzativo che ha smesso di funzionare come insieme integrato.
Qui serve quello che Paolo Bortolotti definisce leadership embodied (Prolegomeno n. 159): il leader che smette di guardare le persone come pezzi di un ingranaggio e si prende la responsabilità di regolare la tossicità relazionale, agendo come un regolatore emotivo presente. La ricerca ha rilevato che quasi il 40% dei lavoratori ha vissuto esperienze di mobbing o discriminazione: un’epidemia silenziosa che richiede leader presenti nella relazione umana, non solo nei processi.
Salute mentale e unicità: la prova del nove
Il benessere organizzativo autentico ha il coraggio di sollevare il velo su ciò che viene nascosto sotto il tappeto della produttività: la fragilità umana. Il Prolegomeno n. 86 ricorda che la salute mentale non è un tema privato né una colpa individuale da gestire nel segreto delle proprie mura domestiche, ma una responsabilità collettiva dell’intero ecosistema lavorativo.
L’incapacità delle aziende di gestire l’integrazione vita-lavoro è oggi la principale miccia per l’esplosione di disturbi d’ansia e quadri depressivi legati alla professione. Occorre denunciare una prassi distorta: l’inserimento della “resistenza allo stress” tra le soft skills richieste negli annunci di lavoro. Lo stress non è una competenza professionale; è la risposta psicofisica a un ambiente disfunzionale. Chiedere a un candidato di essere resistente allo stress equivale a dichiarare che l’organizzazione è incapace di pianificare i carichi, di gestire le urgenze, di creare un clima di supporto. È la richiesta di una corazza per sopravvivere a un sistema tossico.
Quando questa corazza cede, si entra nel territorio del burnout: un crollo del senso e del legame con l’organizzazione, lo spegnimento della fiamma interiore che avviene quando l’individuo sente che, nonostante l’iper-sforzo, non c’è reciprocità né cura.
In questo senso, l’unicità della persona — e la sua integrazione nel sistema organizzativo — cessa di essere un obbligo di legge o un esercizio di compliance burocratica e diventa un indicatore di salute sistemica. Come sottolineato da Simone Vigevano nel Prolegomeno n. 93, figure come il Disability Manager non sono accessori estetici, ma antenne sensibili di una cultura capace di accogliere la vulnerabilità come parte integrante dell’esperienza umana. Un’organizzazione che espelle la fragilità, che stigmatizza il disagio psicologico, costruisce un sistema rigido e privo di anticorpi relazionali. Integrare la fragilità significa costruire un’organizzazione antifragile, dove il riconoscimento del limite diventa il punto di partenza per una cooperazione più solida.
Per un nuovo manifesto della cura
La fotografia che la ricerca ANS Lombardia consegna è amara, ma costituisce il punto di partenza necessario per ogni riforma del pensiero manageriale. Quando il 69,8% dei lavoratori ritiene la propria retribuzione inadeguata — una cifra che esprime non solo disagio economico, ma svalutazione sociale — e il 72,4% dichiara di non sentirsi realizzato, siamo di fronte al fallimento di un intero modello di gestione. I correttivi marginali e il welfare paternalistico non bastano.
Serve un cambio di paradigma: dall’idea di risorsa da sfruttare all’idea di persona da far fiorire. Questo passaggio non è un lusso ideologico; è una necessità funzionale per la sopravvivenza delle imprese. Il benessere organizzativo deve smettere di essere un capitolo isolato del bilancio sociale e diventare l’indicatore principale della sostenibilità reale di un’impresa. Un’azienda sana, nell’ottica dell’economia civile, non è solo quella che produce utili per gli azionisti, ma quella che restituisce i propri collaboratori alla società civile più ricchi di senso, di competenze e di energia vitale.
La domanda che dobbiamo porci, con onestà intellettuale, è questa: che tipo di comunità stiamo costruendo dentro i nostri uffici e nei flussi digitali? Se il lavoro è un atto politico, ogni scelta organizzativa è una scelta su quale idea di umanità vogliamo promuovere. La cura non è l’opposto del profitto: è il suo unico fondamento duraturo. Il manifesto che emerge da questa ricerca è un invito a ricostruire il legame spezzato tra efficienza e dignità, tra dato e corpo, tra impresa e persona.
Nota sulla ricerca
I dati citati sono tratti dalla “Ricerca Sociale sul Benessere Organizzativo” condotta dal Dipartimento Lombardia dell’ANS, curata dalla Dott.ssa Daniela Gensabella. L’indagine è stata condotta su un campione nazionale di convenienza di lavoratori tra ottobre 2024 e maggio 2025. Il volume di prossima uscita offrirà l’analisi completa con le possibili strategie di intervento per le organizzazioni che intendono rimettere l’umano al centro.
L’autrice
Daniela Gensabella è sociologa, ricercatrice e docente. Il suo percorso inizia con un’importante indagine etnografica sulla dispersione scolastica in Sicilia, tema che ha segnato il suo costante impegno nel settore educativo come insegnante di scuola primaria. Attualmente è Dirigente Nazionale dell’ANS (Associazione Nazionale Sociologi) e Vice Presidente del Dipartimento Lombardia. Dal 2016 collabora con l’Associazione Culturale artists.sociologists, alle intersezioni tra linguaggi artistici e analisi sociale. È docente presso l’Accademia “Formalia”, dove cura corsi in ambito HR e metodologia della ricerca sociale.
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