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L’Ambiguità che favorisce la comunicazione – Alice Annotata 18a

Abbiamo concluso  il post precedente – La dittatura dello Standard e il Nonsenso di Alice (Alice Annotata 17b) – ricordando “la fiduciosa apertura della nostra Alice metamorfica, hacker, sensemaker verso le diversità,la sua continua esplorazione delle infinite possibilità del mondo,  la sua ricerca di un senso insensato che si  costituisce muovendosi in un continuo caleidoscopico gioco di spostamento del futuro rispetto al passato, dello sfondo rispetto alla figura, del testo rispetto al contesto”. Lo stesso principio vale per quella particolare figura che è l’identità individuale (molteplice e impermanente) e quel particolare  contesto che è il contesto sociale ovvero, nota Weick usando un’immagine chiave del mondo carrolliano, “lo specchio di fronte al quale gli individui abbelliscono, valutano e adattano il sé che agisce, interpreta e si assume impegni”.[i]

Si capisce dunque perché, tornando alla nostra lettura del secondo capitolo del Wonderland, Alice disambientata, direbbe Celati (decontestualizzata, direbbe Sini, disorientata direbbe McLuhan) e  “stanca di essere sola” non si lascia sfuggire l’occasione di conversare con la prima creatura in cui si imbatte nuotando nel suo stesso mare di lacrime: un Topo. Non è una scelta semplice. L’Istituzione Totale da cui proviene (“un ambiente monolitico, singolare, stabilito, esistente in maniera distaccata dalle persone”[ii]) non la ha mai incoraggiata al dialogo con i portatori del virus della Diversità. Parlare con un Topo? Nonsense! Ma nel Mondo Vitale di Wonderland le cose sembrano andare diversamente e così la bambina si fa coraggio: “Would it be of any use, now,’ thought Alice, `to speak to this mouse? Everything is so out-of-the-way down here, that I should think very likely it can talk: at any rate, there’s no harm in trying.”

Presa la decisione fondamentale di aprire al Diverso, allo Strano, al Curioso,  al Meraviglioso, già  in questo tentativo, il primo di una lunga serie, la bambina comincia a conoscere le difficoltà inerenti al processo di sensemaking. Nel primo capitolo aveva sbrigativamente liquidato i problemi filosofici connessi a quella che il romanziere spagnolo Marias (di stretta osservanza shakespeariana!) chiama l’“insicurezza estrema della parola, in sé stessa metaforica e quindi imprecisa”,  ovvero con la necessaria imperfezione del linguaggio: poiché, come nota Platone nel Cratilo, se non ci fosse nessuna distanza fra nomi e cose, se i nomi fossero così perfetti da avere le stesse proprietà delle cose, non ci sarebbero più una cosa e un nome, ma due oggetti identici (le parole EAT ME e la torta, DRINK ME e la bevanda: mentre invece la rosa profumerebbe egualmente anche se non si chiamasse rosa, sottolinea Shakespeare[iii]).

Adesso Alice si scontra con un problema più pratico e complesso, l’Ambiguità come fattore costitutivo dei processi comunicazionali – sia sufficiente qui ricordare il capolavoro critico di William Empson, incentrato sull’analisi delle opere shakespeariane, Sette tipi di ambiguità, che intendeva dimostrare come “l’operare dell’ambiguità è alla radice stessa della poesia”: cfr. anche Contrazioni/Raddoppiamenti, 1 (Alice annotata – 4a) e Contrazioni/Raddoppiamenti, 2 (Alice annotata – 4b). Quindi, nell’ottica di Weick, organizzativi. “Un’organizzazione tenta di portare informazioni ambigue a un grado di riduzione dell’ambiguità con cui possa lavorare e a cui è abituata. […] I membri dell’organizzazione passano molto tempo a discutere tra di loro per giungere a un’accettabile versione di quello che succede. L’attività stessa è colta dalla frase validazione consensuale e il contenuto dell’attività è espresso dalla frase ridurre l’ambiguità“.[iv] La percezione dell’ambiguità spinge le persone a costruire, consolidare, esplicitare significati; i significati che, socialmente, si formano svolgono una sorta di azione taumaturgica sui sentimenti di spaesamento, di disorientamento, di incertezza che nascono di fronte all’ambiguità. E’ esattamente il tema del colloquio fra Alice e Humpty Dumpty.

Il primo elemento da “disambiguare” per costruire senso collaborando con l’Altro, nella prospettiva molto “british” di Alice, è costituito dal “galateo” da utilizzare. Come si parla ad un Topo? Con la sua caratteristica creatività, così Alice affronta il problema: “So she began: `O Mouse, do you know the way out of this pool? I am very tired of swimming about here, O Mouse!’ (Alice thought this must be the right way of speaking to a mouse: she had never done such a thing before, but she remembered having seen in her brother’s Latin Grammar, `A mouse–of a mouse–to a mouse–a mouse–O mouse!”

E’ interessante, a questo proposito, l’osservazione di Gardner, sulla scorta di Goodacre, secondo cui Alice : “mistook musa for mus, the Latin word for mouse”. Il Topo è la Musa di Alice: è un Topo-Musa l’entità cui, come i poeti dell’antichità, Alice si rivolge per trovare la giusta ispirazione nella costruzione di un nuovo percorso di senso scivolando sulla superficie specchiante di Wonderland. Forse è per questo che le poesie che si troverà a recitare saranno così intrise di nonsense… Tuttavia, almeno in prima battuta, la soluzione trovata non sembra sortire effetti: “The Mouse looked at her rather inquisitively, and seemed to her to wink with one of its little eyes, but it said nothing”.

Ma ci vuole ben altro per smontare Alice. Forse il problema, pensa la bambina,  non sta nella modalità, ma nella lingua scelta. Se il Topo non parlasse inglese? Alice prova con il francese, ma questa strada la porta a scontrarsi con la difficoltà scaturente da un’altra delle sette caratteristiche del processo di sensemaking  – cfr. Hard Boiled Alice (Alice annotata 15a): la necessità di non dimenticare mai che il sostrato sociale modifica interpretato e interpretante. La “società” da cui proviene il Topo è connotata da ruoli di tipo completamente diverso da quelli che vigono nella società umana di Alice. Anche i ruoli sociali sono ambigui, ovvero interpretabili in maniera diversa a seconda delle circostanze: “comprendere il sensemaking significa prestare maggior attenzione alle informazioni” necessarie per realizzare la coordinazione dei “prototipi, gli stereotipi e i ruoli”.[v]

Il non considerare questo aspetto porta Alice a un enorme, quasi fatale, errore di comunicazione: “Perhaps it doesn’t understand English,’ thought Alice; `I daresay it’s a French mouse, come over with William the Conqueror.’ (For, with all her knowledge of history, Alice had no very clear notion how long ago anything had happened.) So she began again: `Ou est ma chatte?’ which was the first sentence in her French lesson-book. The Mouse gave a sudden leap out of the water, and seemed to quiver all over with fright. `Oh, I beg your pardon!’ cried Alice hastily, afraid that she had hurt the poor animal’s feelings. `I quite forgot you didn’t like cats.’ `Not like cats!’ cried the Mouse, in a shrill, passionate voice. `Would YOU like cats if you were me?’ `Well, perhaps not,’ said Alice in a soothing tone”.

Alice annotata 18a. Continua.
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[i] Weick, 1997, p. 21.

[ii] Ibidem, p. 33.

[iii] “Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”. (Giulietta e Romeo: atto II, scena II)

[iv] [Weick, 1979]

[v] Weick, 1997, p. 43.