Prolegomeni al Manifesto del Pop Management 172. Innovazione Pop. Dallo stile cognitivo alla governance cognitiva.

“Appena diventano leggibili, diventano governabili.” — Laura Pistocchi

  1. Dove eravamo

Nel Prolegomeno 170 ho proposto una tesi: i modelli linguistici hanno stili cognitivi riconoscibili. Claude tende alla sfumatura e alla coerenza su archi lunghi; ChatGPT cerca ritmo, sintesi e adattabilità; Gemini privilegia l’architettura dei dati e delle implicazioni. La ricerca sta iniziando a confermare l’intuizione pratica: studi della Carnegie Mellon University hanno mostrato che i testi prodotti da diversi LLM possono essere identificati con un’accuratezza superiore al novanta per cento. Ho chiamato questi tre profili il Legislatore Sfumato, l’Esecutore Compiacente, l’Architetto dei Dati.

Ma riconoscere è il primo gesto, non l’ultimo. La discussione che il Prolegomeno 170 ha generato su LinkedIn — con contributi di Giuseppe Miriello, Massimiliano Cazzaniga, Riccardo Santilli, Lorenzo Sciadini, Andrea Viliotti, Ezio Bertino, Laura Pistocchi, Antonia del Sambro, Lucio Carboni, Pierfrancesco Biagiola, Mario Alberto Catarozzo — ha spostato il problema su un altro piano. Il piano della governance.

Questo Prolegomeno raccoglie quel movimento e prova a dargli una struttura.

  1. Human as a Source: la seconda funzione del Supervisor

Giuseppe Miriello ha introdotto una formula che merita di entrare nel lessico del Pop Management: human as a source. La sua osservazione nasce dall’esperienza quotidiana con gli LLM. Se il contenuto che alimenta l’inferenza è ricco, prodotto da un essere umano — un racconto, la descrizione di un prodotto, una scena — l’output conserva una vitalità residua. Se invece l’input è a sua volta un testo inferito da un’altra macchina, la qualità degrada. E degrada in fretta.

La formula è preziosa perché svela un’asimmetria nel framework TB-CSPN che finora restava implicita. Nel Prolegomeno 160 avevo descritto il protocollo in quattro fasi — Definire, Delegare, Valutare, Autorizzare — attribuendo al Supervisor umano una funzione di governo: stabilire vincoli, assegnare compiti, verificare risultati, decidere cosa autorizzare. Ma Miriello fa notare che il Supervisor opera anche come sorgente. In fase 1 (Definire), l’umano non si limita a scrivere un brief: immette nel processo esperienza, ambiguità, dettaglio sensoriale, biografia. Quel materiale è la materia prima. Se quella materia prima è già un output algoritmico, il modello amplifica ciò che sa fare: standardizzare.

Michael Polanyi avrebbe parlato di knowing-how: il sapere che si incarna nella pratica e che resiste alla codificazione. L’AI codifica il knowing-what con efficienza — fatti, strutture, relazioni logiche. Del knowing-how non sa che farsene, perché il knowing-how è relazione, tempo vissuto, errore accumulato.

Massimiliano Cazzaniga ha colto il punto con un’immagine che vale più di un trattato: l’ingrediente segreto. «Mettiamo tutto nel Bimby, ma alla fine è lo chef a dare il tocco finale». E ha proposto una formula parallela a quella di Miriello: human-in-the-cook. L’errore di sintassi, il registro orale, il dialetto incorporato nel gesto narrativo — il «quale la direzione nessuno me lo imparò» che nessun LLM produrrebbe da zero, perché nasce da una storia linguistica individuale — sono forme di knowing-how allo stato puro. Se li dai come input, l’esecutore testuale può lavorarci intorno, amplificarli, variarli. Se gli chiedi di inventarli, produrrà una versione corretta e dimenticabile.

Questo è ciò che è accaduto nel distant writing collaborativo di E (il romanzo che ho realizzato orchestrando tre AI diverse e che ora è oggetto di analisi e discussione da parte del Gruppo LinkedIn Romanzo E- social reading pop ). Il materiale emotivo, biografico, sensoriale è stata la sorgente umana. Le AI la hanno orchestrata, variata, declinata. L’autore ha deciso cosa tenere e cosa scartare. La sorgente viene prima della supervisione. Senza sorgente, la supervisione è un controllo su niente.

Il framework TB-CSPN va dunque integrato con una distinzione che Miriello ha reso esplicita: il Supervisor ha due funzioni. La funzione di governance (Valutare, Autorizzare) e la funzione di alimentazione (Definire in senso forte, cioè immettere materia viva nel processo). Lo human in the loop descrive la prima. Lo human as a source descrive la seconda.

  1. L’obiezione infrastrutturale e il suo limite

Prima di proseguire, occorre affrontare un’obiezione seria. Lorenzo Sciadini ha messo sul tavolo una provocazione tecnica: quando guardi cosa succede dentro il flusso di un modello — memory fetch, input capture, format validation, metadata tagging, intent detection, goal mapping, context filtering, task breakdown, tool selection, parameter tuning, priority scoring — «l’alone quasi mistico dello stile cognitivo si ridimensiona parecchio». È ingegneria. L’obiezione ricorda che ogni output di un LLM è il prodotto di un’architettura computazionale specifica: non c’è nessun homunculus dentro la macchina che «decide» quando il testo è finito, ma un sistema che genera il token successivo fino a una soglia di arresto.

Ma la descrizione dell’infrastruttura non esaurisce il problema, così come la descrizione dei neuroni e delle sinapsi non esaurisce il problema della cognizione umana. Nessun neuroscienziato direbbe che, poiché possiamo descrivere l’attivazione neuronale durante una decisione morale, il concetto di «giudizio morale» è superfluo. I neuroni spiegano il dispositivo; il giudizio descrive il comportamento emergente del dispositivo in relazione a un contesto. Lo stesso vale qui: memory fetch e parameter tuning spiegano il funzionamento; lo stile cognitivo — la configurazione ricorrente delle scelte testuali e inferenziali — descrive ciò che il sistema tende a produrre quando entra in relazione con un compito e un supervisore. L’ingegneria spiega il come. Lo stile cognitivo aiuta a leggere il cosa e il perché. E conoscere i meccanismi, come Sciadini chiede, non rende superflua la categoria dello stile: la rende operativa.

Mario Alberto Catarozzo ha portato la questione dallo stesso lato, con un registro diverso. Ha osservato che i modelli hanno un’indole — un marchio di fabbrica nel DNA, il prodotto dell’addestramento — e un carattere — culturalmente acquisito nella relazione con l’utente. E ha aggiunto, con un sorriso che è anche una confessione metodologica: «se abbiamo antropomorfizzato la religione, perché non dovremmo farlo con la tecnologia?». Il sorriso è il segnale giusto. Parlare di indole e carattere per sistemi statistici è utile se ci aiuta a governarli; diventa rischioso se ci porta a trattarli come interlocutori dotati di intenzione. Ma Catarozzo coglie un punto che Sciadini non copre: la descrizione dell’infrastruttura spiega il come, la categoria dello stile cognitivo descrive il cosa, e la distinzione indole/carattere aggiunge il quando — quando lo stile resiste alla personalizzazione (indole) e quando si modifica nella relazione (carattere).

  1. Il paradosso dell’attribuzione

C’è un punto più sottile che il thread ha fatto emergere e che nessuno dei commentatori ha portato fino alle sue logiche conseguenze.

Andrea Viliotti ha condotto un test comparativo su ChatGPT, Claude e Gemini, documentandolo sul suo sito. Il risultato più rilevante è la convergenza: i tre modelli, interrogati sullo stesso scenario decisionale, arrivano alla stessa decisione con tre logiche diverse. La soglia di arresto precede e orienta l’output, anche quando l’output coincide nella forma.

Ma ho fatto notare a Viliotti un rischio speculare: il bias di attribuzione. Quando il Supervisor riconosce uno stile cognitivo nel testo di un modello, sta davvero riconoscendo una proprietà del modello? O sta riconoscendo la forma della propria domanda?

Se lo stile cognitivo emerge dall’interazione tra le disposizioni del modello e la struttura del prompt, allora ciò che leggiamo nell’output è un ibrido: in parte stile del modello, in parte geometria della richiesta. Il Supervisor che dice «questo è tipico di Claude» potrebbe star dicendo «questo è tipico di come Claude risponde a me».

Il paradosso è fecondo. Non indebolisce la nozione di stile cognitivo: la complica nella direzione giusta. Rende evidente che lo stile è una proprietà relazionale, non statica: emerge nel dialogo. E questo, per il distant writing collaborativo, è una risorsa: significa che il Supervisor può modulare lo stile, non solo riconoscerlo. Ma significa anche — e qui il paradosso mostra il suo lato più scomodo — che il singolo Supervisor non può verificare da solo la propria attribuzione. Per smascherare il bias serve lo sguardo dell’altro. È una delle ragioni per cui la governance degli stili cognitivi richiede forme collettive di verifica. Tornerò su questo punto.

Nel gruppo Romanzo E — Social Reading Pop, dove i seicento partecipanti analizzano i testi del romanzo, il bias di attribuzione è già attivo. Quando un lettore scrive «qui si sente Claude» o «questo passaggio è troppo ChatGPT», sta operando un’attribuzione che può essere corretta o sbagliata. L’esercizio 3, basato sulle redazione di schede personaggio esemplate su quella di uno dei personaggi del romanzo, il fantasma di Robert L. Stevenson, ha reso visibile questa dinamica: i partecipanti leggono voci narrative che sono il prodotto di un’orchestrazione tra modelli diversi, e le attribuiscono a un modello singolo. L’errore di attribuzione diventa un dato cognitivo prezioso, perché rivela le aspettative del lettore, le sue categorizzazioni implicite, il suo modo di costruire un’idea di «voce».

  1. Designed Cognitive Mode: dal riconoscimento alla progettazione

Riccardo Santilli ha introdotto una distinzione che porta il discorso al suo punto operativo. Ha parlato di default cognitive mode — lo stile che il modello produce quando il prompt non interviene sulla sua configurazione — e di designed cognitive mode — ciò che emerge quando l’utente stabilisce i parametri dello stile intervenendo sul prompting.

La distinzione è importante perché trasforma lo stile cognitivo da oggetto di osservazione a variabile progettuale. Nel default mode, il modello applica le sue disposizioni standard: Claude sfuma, ChatGPT sintetizza, Gemini struttura. Nel designed mode, il Supervisor configura l’habitat entro cui il modello opera: definisce la soglia di arresto, il grado di conflitto tollerato, il registro, la densità argomentativa.

Il prompt, in questa prospettiva, smette di essere un’istruzione e diventa un atto di governance cognitiva. Non dice «scrivi questo». Dice «opera entro questo perimetro, con questo grado di libertà, verso questo tipo di risultato». La differenza è la stessa che separa un ordine da un mandato.

Santilli ha aggiunto una mappa disciplinare che merita attenzione: la governance degli stili cognitivi richiede linguistica del testo, statistica, psicologia cognitiva e sociale, filosofia teoretica. A questa mappa aggiungo la dimensione organizzativa, perché il designed cognitive mode, quando esce dal laboratorio individuale ed entra in un’organizzazione, diventa una questione di processo. Chi decide quale stile attivare, in quale fase, con quale grado di autonomia dell’agente? È il territorio dove il Pop Management incontra l’AI governance, e dove resta tutto da costruire.

Pierfrancesco Biagiola ha osservato un fenomeno complementare: Claude, nel tempo, tende ad adattarsi allo stile dell’utilizzatore. Ha notato che il modello ha iniziato a produrre costrutti con l’ablativo assoluto — una struttura che Biagiola usa con frequenza. L’osservazione è rilevante perché suggerisce che il designed cognitive mode è anche un effetto emergente della relazione prolungata, oltre che un atto esplicito del Supervisor. Il modello «impara» le preferenze dell’interlocutore dal contesto accumulato, e questo produce un adattamento che può essere utile (il modello diventa più aderente allo stile richiesto) o insidioso (il modello conferma le aspettative, riducendo la variazione).

Ezio Bertino ha sintetizzato il passaggio con una formula efficace: «la vera competenza emergente non è saper usare un LLM, ma saper governare il criterio con cui queste intelligenze contribuiscono al pensiero». La competenza è epistemologica, prima che tecnica.

  1. La resa cognitiva come proprietà emergente

Lo scambio con Antonia del Sambro ha toccato, con la brevità che è il suo stile, il punto più delicato di tutta la discussione. Del Sambro ha scritto: «interessante ma le limitazioni fanno riflettere». Sollecitata, ha chiarito: «mi riferisco a quello che hai scritto tu sulla resistenza alla rielaborazione». E poi: «dipende dal grado di accessibilità».

La resa cognitiva — il momento in cui il Supervisor smette di valutare e accetta l’output così com’è — era stata evocata nel Prolegomeno 170 come rischio individuale: la tentazione di prendere il testo generato e pubblicarlo senza intervento. Ma il thread ha fatto emergere una dimensione più radicale. La resa cognitiva è anche, e soprattutto, una proprietà emergente del sistema.

Ecco il meccanismo. Se l’input è già un testo generato da un modello (cioè privo di sorgente umana), il modello che lo riceve come prompt produce un output che amplifica le caratteristiche del testo ricevuto — la densità nominale, la standardizzazione del registro, la simmetria argomentativa. Il Supervisor che legge questo output lo trova «corretto» perché il testo rispetta le convenzioni formali. Ma «corretto» non significa «pensato». Significa conforme. La resa avviene quando il Supervisor scambia la conformità per qualità.

Pierfrancesco Biagiola, durante le discussioni svolte nel Gruppo di social reading,  ha introdotto una distinzione che affina il concetto. Esiste una resa consapevole: il Supervisor delega perché è comodo, accetta il trade-off, sa cosa sta cedendo. Ed esiste una resa invisibile: la conformità formale ha sostituito il giudizio senza che il Supervisor se ne accorga. Bateson direbbe che il problema non è l’errore, ma non sapere di sbagliare. Il designed cognitive mode presidia questa soglia: è un atto di consapevolezza prima che di governance. È la seconda forma di resa — quella invisibile — che alimenta la singolarità organizzativa, perché produce cicli di conformità che il sistema non è in grado di riconoscere come tali.

Il paper pubblicato su PNAS da Kobak e colleghi conferma la tendenza: i testi accademici prodotti con assistenza AI presentano un aumento marcato di parole-spia come “delve”, “intricate”, “commendable” — marcatori di un registro che suona autorevole ma che è il prodotto di una distribuzione statistica, non di una scelta espressiva. L’appiattimento è già misurabile.

Ma c’è un livello ulteriore. La resa non si risolve con più controllo, perché il paradigma del controllo è esso stesso insufficiente.

Sciadini ha rafforzato questo punto: se lo human in the loop è un paradigma degli anni Cinquanta, pensato per controllare sistemi deterministici, applicarlo a modelli generativi che riscrivono il contesto mentre li usi è un’operazione concettuale inadeguata. Il loop presuppone una catena lineare: input, processo, output, controllo. Ma i modelli generativi non funzionano così: il contesto si modifica a ogni scambio, le disposizioni del modello interagiscono con la memoria della conversazione, la soglia di arresto dipende dalla storia del dialogo. Il Supervisor che entra nel loop a valle del processo può trovarsi a valutare un output che è già il risultato di una catena di conformità.

Qui si chiude il cerchio con la formula di Miriello. La resa cognitiva è ciò che accade quando lo human as a source viene meno. Senza sorgente umana ricca — esperienza, ambiguità, gesto, errore — il sistema tende a degradare. E il loop, da solo, non basta a impedirlo. Perché il loop controlla la forma, ma la sorgente alimenta la sostanza.

  1. La singolarità organizzativa come orizzonte

C’è un nome per la condizione in cui un’organizzazione entra quando integra agenti AI nei propri processi senza aver definito una governance degli stili cognitivi. In Prolegomeni 165 l’ho chiamata singolarità organizzativa. Il termine designa il punto in cui l’organizzazione cessa di funzionare come sistema prevedibile e diventa un ambiente in cui gli agenti modificano il contesto stesso entro cui operano: ogni output diventa input per il ciclo successivo, ogni ciclo altera le condizioni del ciclo che segue, e il sistema si trasforma mentre lo si usa. Non è un evento futuro. È una condizione che si sta già producendo.

La resa cognitiva descritta nella sezione precedente è il segnale più chiaro di questa condizione. Quando il Supervisor non alimenta la sorgente, quando il loop funziona senza criterio attivo, quando l’output algoritmico diventa input per il ciclo successivo, il sistema non si ferma: si auto-alimenta. E ogni ciclo riduce la variazione, aumenta la conformità, attenua il conflitto interpretativo. L’organizzazione continua a produrre testi, report, analisi, strategie — ma la qualità cognitiva di quei prodotti decresce, e decresce in modo invisibile, perché la forma resta corretta.

Questa è la dinamica che il model collapse descrive sul piano dei dati (Shumailov et al.) e che il concetto di singolarità organizzativa descrive sul piano dell’istituzione. L’esito è una pareidolia dell’autonomia: l’organizzazione crede di governare processi intelligenti mentre sta amministrando cicli di conformità. Crede di pensare, ma sta replicando.

Se la resa cognitiva è il rischio individuale, la singolarità organizzativa è il suo equivalente istituzionale. E la risposta richiede qualcosa di più della supervisione del singolo operatore. Richiede il disegno di ecosistemi cognitivi.

  1. Ecosistemi cognitivi: il passaggio organizzativo

Il salto che emerge dal thread — e che diversi commentatori hanno intuito senza ancora dargli un nome compiuto — è il passaggio dallo strumento all’ecosistema.

Se ogni modello ha uno stile cognitivo, e se quello stile può essere progettato con il prompt, e se il Supervisor opera come sorgente oltre che come controllore, allora ciò che stiamo costruendo quando lavoriamo con più AI è già qualcosa di diverso da un workflow. È un ecosistema cognitivo: un ambiente in cui intelligenze diverse — umane e artificiali — interagiscono secondo regole che qualcuno deve definire. La singolarità organizzativa è ciò che accade quando nessuno le definisce.

Bertino l’ha detto con chiarezza: «il distant writing non è più semplice delega della scrittura. Diventa progettazione di ecosistemi cognitivi: l’autore non scrive, ma orchestra intelligenze diverse». Carboni ha portato il concetto nel territorio della leadership: «il segreto non è la potenza di calcolo ma la qualità del criterio umano: saper interpretare i segnali della realtà e orchestrare le persone per generare una cultura nuova, non solo un processo più veloce».

Per il Pop Management, questo passaggio è strutturale. Non parliamo più di adozione dell’AI, che è un discorso sugli strumenti. Parliamo di architettura del pensiero distribuito, che è un discorso sull’organizzazione. Le domande diventano: come si disegna un ecosistema cognitivo all’interno di un team? Chi decide quale stile attivare in quale fase? Come si bilancia la standardizzazione (utile per l’efficienza) con la variazione (necessaria per l’innovazione)? Come si previene la resa cognitiva a livello di processo?

Qui ritorna il paradosso dell’attribuzione discusso nella sezione 4. Se il singolo Supervisor non può distinguere con certezza tra lo stile del modello e la geometria del proprio prompt, allora la governance individuale ha un punto cieco strutturale. Il Supervisor vede lo stile dell’altro (il modello) ma non vede la propria impronta nella risposta che riceve. Per correggere questo bias serve una verifica esterna: un secondo lettore, un’altra prospettiva, un confronto tra le attribuzioni di osservatori diversi sullo stesso output. La governance degli ecosistemi cognitivi è collettiva per necessità epistemologica, prima ancora che per scelta organizzativa.

La coppia indole/carattere proposta da Catarozzo offre un lessico complementare. L’indole è il default cognitive mode di Santilli letto dal punto di vista dell’osservatore: ciò che il modello produce prima di ogni istruzione. Il carattere è lo strato che emerge nella relazione prolungata — ciò che Biagiola ha documentato con l’ablativo assoluto e che Catarozzo, da business coach, riconosce come «permeabilità». Claude ha la permeabilità caratteriale più alta: si adatta, incorpora, negozia. ChatGPT ha un’indole più rigida che prevale sull’apprendimento relazionale: il modello sembra adattarsi, ma compiacenza e adattamento profondo sono cose diverse. Il designed cognitive mode ha dunque due componenti: il design esplicito del Supervisor (il prompt come mandato) e l’adattamento emergente del modello nella frequentazione continuativa. Governare significa intervenire su entrambi.

Il framework TB-CSPN, integrato con le categorie emerse in questo Prolegomeno, offre un inizio di risposta. Il Supervisor alimenta la sorgente (human as a source). Progetta lo stile cognitivo dell’agente (designed cognitive mode). Monitora i segnali della resa (stigmate algoritmiche, appiattimento lessicale, conformità senza giudizio). E governa il sistema con pratiche collettive di verifica — di cui il social reading è un prototipo, ma che in ambito aziendale possono assumere forme diverse: peer review degli output AI, sessioni di lettura critica, protocolli di variazione forzata.

  1. Il social reading come laboratorio di sovranità cognitiva

Nel gruppo Romanzo E — Social Reading Pop, queste questioni non sono teoria. Sono pratica quotidiana.

Seicento persone — docenti, manager, esperti di scrittura e di AI — leggono il romanzo E mentre viene scritto e partecipano a esercizi mensili. L’esercizio 3 ha chiesto di produrre schede personaggio secondo il modello Stevenson. Le schede ricevute — da Vigliotti, Tuzzi, Petrelli, Frequenza Kai, Gambaro e altri — sono diventate un banco di prova per tutto ciò che questo Prolegomeno discute.

Ogni partecipante ha usato modelli diversi, con prompt diversi, con gradi diversi di intervento umano. Il risultato: schede che variano per stile, per profondità, per qualità del materiale sorgente. Le schede in cui il partecipante ha immesso esperienza personale, osservazioni originali, dettagli non derivabili dal testo del romanzo, sono le più utili per il lavoro autoriale. Quelle in cui il partecipante ha delegato al modello senza sorgente producono riassunti conformi ma sterili.

Il social reading diventa così un esercizio collettivo di sovranità cognitiva: un laboratorio dove seicento persone imparano a riconoscere gli stili dei modelli, a distinguere l’output algoritmico dalla voce autoriale, a esercitare il giudizio su testi che sono il prodotto di un’orchestrazione complessa. E dove l’autore — il Supervisor — riceve un feedback che nessun modello può produrre: lo sguardo dell’altro. Quello sguardo è anche l’unico correttivo al bias di attribuzione: quando un lettore dice «qui si sente Claude» e un altro dice «qui si sente l’autore», la divergenza stessa è un dato, e quel dato costringe il Supervisor a riesaminare le proprie categorie.

Laura Pistocchi ha colto il nucleo: «appena diventano leggibili, diventano governabili». È la frase che racchiude il movimento dal Prolegomeno 170 a questo . Prima si riconoscono gli stili (170). Poi si imparano a leggere nelle loro implicazioni (il paradosso dell’attribuzione, il rischio della resa). Poi si progettano (il designed cognitive mode). Poi si governano, in forma collettiva, con pratiche come il social reading.

La singolarità organizzativa non è un destino. È però un rischio che le buone intenzioni da sole non prevengono. Si previene con architetture: sorgenti umane ricche, stili cognitivi progettati, pratiche collettive di verifica, e la disponibilità a rimettere in discussione ciò che sembra già corretto. Perché delegare l’esecuzione senza progettare la sorgente e il contesto non aumenta l’intelligenza. La normalizza.

172 – Puntate precedenti

1 – DALLO HUMANISTIC AL POP MANAGEMENT
2 – MANIFESTI, ATLANTI, MAPPE E TERRITORI
3 – IL MANAGER PORTMANTEAU
4 – WHICH WAY, WHICH WAY?
5 – LEADERSHIP POP (LEZIONI SHAKESPEARIANE)
6 – OPINION PIECE DI RICCARDO MAGGIOLO
7 – LEADERSHIP POP (APERTURA, AUTONOMIA, AGIO, AUTO-ESPRESSIONE)
8 – OPINION PIECE DI JOSEPH SASSOON
9 – OPINION PIECE DI CESARE CATANIA
10 – OPINION PIECE DI VANNI CODELUPPI
11 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO GIAUME
12 – COLLABORAZIONE POP. L’IRRESISTIBILE ASCESA DELLE COMMUNITY INTERNE
13 – COLLABORAZIONE POP. L’EMPATIA SISTEMICA
14 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE PRIMA
15 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE SECONDA
16 – OPINION PIECE DI MATTEO LUSIANI
17 – OPINION PIECE DI MARCO MILONE
18 – OPINION PIECE DI ALESSIO MAZZUCCO
19 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA STRANGES
20 – OPINION PIECE DI FRANCESCO VARANINI
21 – ORGANIZZAZIONE  POP. COMANDO, CONTROLLO, PAURA, DISORIENTAMENTO
22 – OPINION PIECE DI ROBERTO VERONESI
23 – OPINION PIECE DI FRANCESCO GORI
24 – OPINION PIECE DI NELLO BARILE
25 – OPINION PIECE DI LUCA MONACO
26 – OPINION PIECE DI RICCARDO MILANESI
27 – OPINION PIECE DI LUCA CAVALLINI
28 – OPINION PIECE DI ROBERTA PROFETA
29 – UN PUNTO NAVE
30 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CURA)
31 – OPINION PIECE DI NICHOLAS NAPOLITANO
32 – LEADERSHIP POP. VERSO L’YPERMEDIA PLATIFIRM (CONTENT CURATION)
33 – OPINION PIECE DI FRANCESCO TONIOLO
34 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVIVIALITA’)
35 – OPINION PIECE DI LUANA ZANELLATO
36 – OPINION PIECE DI ANDREA BENEDETTI E ISABELLA PACIFICO
37 – OPINION PIECE DI STEFANO TROILO
38 – OPINION PIECE DI DAVIDE GENTA
39 – OPINION PIECE DI ANNAMARIA GALLO
40 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: IL READING!
41 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVOCAZIONE)
42 – OPINION PIECE DI EDOARDO MORELLI
43 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CO-CREAZIONE DI VALORE)
44 – OPINION PIECE DI MARIANNA PORCARO
45 – OPINION PIECE DI DONATO IACOVONE
46 – OPINION PIECE DI DENNIS TONON
47 – OPINION PIECE DI LAURA FACCHIN
48 – OPINION PIECE DI CARLO CUOMO
49 – OPINION PIECE DI CARLO MARIA PICOGNA
50 – OPINION PIECE DI ROBERTO RAZETO
51 – OPINION PIECE DI ALBERTO CHIAPPONI
52 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO ANTONINI
53 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA PILIA
54 – OPINION PIECE DI CLEMENTE PERRONE
55 – OPINION PIECE DI FABRIZIO RAUSO
56 – OPINION PIECE DI LORENZO TEDESCHI
57 – OPINION PIECE DI EUGENIO LANZETTA
58 – OPINION PIECE DI GIOLE GAMBARO
59 – OPINION PIECE DI DANTE LAUDISA
60 – OPINION PIECE DI GIAMPIERO MOIOLI
61 – OPINION PIECE DI GIOVANNI AMODEO
62 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO LOTTO
63 – OPINION PIECE DI GIANLUCA BOTTINI
65– OPINION PIECE DI SIMONE FARINELLI
66– OPINION PIECE DI FRANCESCA ANNALISA PETRELLA
67– OPINION PIECE DI VALERIO FLAVIO GHIZZONI
68– OPINION PIECE DI STEFANO MAGNI
69– OPINION PIECE DI LUCA LA BARBERA
70 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: LA GRAPHIC NOVEL!
71 – LEADERSHIP POP. APOFATICA E CATAFATICA DELLA COMUNICAZIONE
72 – OPINION PIECE DI FEDERICA CRUDELI
73– OPINION PIECE DI MELANIA TESTI
74 – OPINION PIECE DI GIANMARCO GOVONI
75– OPINION PIECE DI MARIACHIARA TIRINZONI
76 – SENSEMAKING POP. LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE’
77 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA CAPPELLO E ALESSANDRA MAZZEI
78 – OPINION PIECE DI JOE CASINI
79 – OPINION PIECE DI MARTA CIOFFI
80 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE PRIMA)
81 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE SECONDA)
82 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (NOTE A MARGINE)
83 – ENGAGEMENT POP. IL MANAGER INGAGGIANTE IMPARA DAI POKEMON
84 – ENGAGEMENT POP. DARE VOCE IN CAPITOLO
85 – ENGAGEMENT POP. COMUNICARE, VALUTARE, TRASFORMARE
86 – SENSEMAKING POP. MALATTIA MENTALE E BENESSERE PSICOLOGICO SUL LAVORO
87 – SENSEMAKING POP. FOLLIA O DIVERSITA’?
88 – OPINION PIECE DI LUIGIA TAURO
89 – OPINION PIECE DI NILO MISURACA
90 – OPINION PIECE DI FRANCESCO DE SANTIS
91 – INNOVAZIONE POP. REMIX, RI-USO, RETELLING
92 – STORYTELLING POP. ARIMINUM CIRCUS AL BOOK PRIDE 2025
93 – OPINION PIECE DI SIMONE VIGEVANO
94 – OPINION PIECE DI LORENZO FARISELLI
95 – OPINION PIECE DI MARTINA FRANZINI
96 – OPINION PIECE DI EMANUELA RIZZO
97 – INNOVAZIONE POP. OLTRE LA PRE-INTERPRETAZIONE
98 – INNOVAZIONE POP. FORMAZIONE: ANALOGICA, METAVERSALE, IBRIDA
99 – ARIMINUM CIRCUS: LA VISUAL NOVEL!
100 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE PRIMA)
101 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE SECONDA)
102 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE TERZA)
103– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUARTA)
104– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUINTA)
105– OPINION PIECE DI ALEXANDRA NISTOR
106– FORMAZIONE POP. PARTE PRIMA
107– FORMAZIONE POP. PARTE SECONDA
108– OPINION PIECE DI FEDERICA GRAZIA BARTOLINI
109– OPINION PIECE DI FEDERICO PLATANIA
110– OPINION PIECE DANIELA DI CIACCIO
111– OPINION PIECE DI LUCIANA MALARA E DONATELLA MONGERA
112– IL RITORNO DEL CEOPOP
113– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 1)
114– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 2)
115 – LA COMUNICAZIONE DEL CEOPOP
116– CEOPOP E PARTI SOCIALI
117– CHE POP MANAGER SEI? L’ESTETA
118– STORYTELLING POP. UNA COMUNICAZIONE POP PER IL NON PROFIT
119– CHE POP MANAGER SEI? VISIONARIO/VISIONARIA
120– OPINION PIECE DI REMO PONTI
121– CHE POP MANAGER SEI? EMPATICA/EMPATICO
122– OPINION PIECE DI GIACOMO GRASSI
123– CHE POP MANAGER SEI? INNOVATORE/INNOVATRICE
124– SECONDA CONVERSAZIONE COLLABORATIVA SUL POP BRANDING
125– CHE POP MANAGER SEI? SIMPOSIARCA
126– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (1)
127– CHE POP MANAGER SEI? ESPLORATORE/ESPLORATRICE
128– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (2)
129– CHE POP MANAGER SEI? IRONIC DIVA/DIVO
130– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (3)
131– CHIUSI PER FERIE
132– OPINION PIECE DI ELENA BOBBOLA E MARIE LOUISE DENTI
133– CHE POP MANAGER SEI? PRATICO/PRATICA
134- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – INDUSTRIA
135- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO SERVIZI
136- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO PROFIT
137- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE PRIMA
138- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE SECONDA
139- LA CONSULENZA NELL’ERA DELL’AI AGENT
140- INNOVAZIONE POP NEL RETAIL
141- LA NUOVA ERA MEDIATICA
142- BRAND FORWARD!
143- OPINION PIECE DI ALESSANDRA LAZZAZARA E STEFANO ZA
144- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE PRIMA
145- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE SECONDA
146 – NELLO BARILE E LE IMMAGINI DI UN MONDO IN FRANTUMI
147 – INNOVARE NELLA PA
148 – OPINION PIECE DI SALVATORE RICCO
149 – OPINION PIECE DI LUCA MAGNI
150 – INNOVAZIONE POP. DISTANT WRITING E SOCIAL READING
151 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 1
152 – OPINION PIECE DI CRISTIANO GHIRINGHELLI, RAOUL NACAMULLI, LUCA QUARATINO 
153 – OPINION PIECE DI MICHELA MATARAZZO
154 – OPINION PIECE DI MARIA FRANCESCA IANNONE
155– OPINION PIECE DI MOIRA BUZZOLANI
156– OPINION PIECE DI LUCA GUERRASIO
157 – IMPARARE LA LEADERSHIP DALLE SERIE TV
158 – DA HAMLET A E: GENEALOGIA DEL DISTANT WRITING COLLABORATIVO
159 – OPINION PIECE DI PAOLO BORTOLOTTI
160 – DAL DISTANT WRITING AL SOCIAL READING: TRE LIVELLI DI INTELLIGENZA COLLABORATIVA
161 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 2
162 – DALL’AZIENDA NARRATIVA ALLA COMMUNITY INTERPRETANTE
163 – OPINION PIECE DI MARCO GRECO
164 – LE AI CHE RECITANO LA COSCIENZA
165 – LA SINGOLARITA’ ORGANIZZATIVA
166 – MANAGER ALL’ASILO!
167 – IL MANOSCRITTO E LA RESA SILENZIOSA
168 – L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLE VENDITE
169 – OPINION PIECE DI CATERINA BOSCHETTI
170 – INTELLIGENZA ARTIFICIALE E STILI COGNITIVI
171 – OPINION PIECE DI GIULIA ALOISIO RAFAIANI