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Se il libro è condiviso, una conversazione con Nello Barile, Marco Calabrò, Paolo Costa, Felice Limosani, Gino Roncaglia, Joseph Sassoon.

“Nel regno digitale immateriale”, scrive Kevin Kelly, “dove nulla è statico o fisso, tutto è in divenire, anche il libro diventa un librare, evolvendo da cartaceo a digitale, confrontandosi con altri sistemi di comunicazione e apprendimento”. Se il libro diventa un “librare”: questo il titolo/quesito/ipotesi che ci conduce in un viaggio su cosa è stato, cos’è oggi e cosa sarà domani il libro, attraverso Dieci Conversazioni con scrittori, editori, esperti. Come guida per orientarci in questo cammino abbiamo scelto la rilettura di tre testi visionari: uno del passato, Alice nel Paese delle meraviglie, il classico di Lewis Carroll, riprendendo alcune riflessioni sviluppate nell’ambito del progetto Alice Postmoderna; uno del presente, L’inevitabile, scritto dal cofondatore di Wired Kevin Kelly; uno del futuro, il romanzo online in corso di scrittura Ariminum Circus, di Federico D. Fellini, disponibile in versione multimediale anche su Wattpad.

Condividere, ecco il sesto verbo chiave di Kelly per leggere la contemporaneità digitale. Tutto ciò che potrà essere condiviso lo sarà: tempo, pensieri, emozioni, denaro, servizi. Oggi noi condividiamo idee, esperienze e visioni su questo tema con Nello Barile, Professore associato dello IULM, Marco Calabrò, Chief Operating Officer di 4books, Paolo Costa, Fondatore di Twitteratura, l’artista Felice Limosani, il filosofo Gino Roncaglia e Joseph Sassoon, Fondatore di Alphabet.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Secondo Kelly, il processo di condivisione digitale avverrà con le seguenti modalità:

1. Condivisione pura. Il pubblico in Rete ha uno straordinario desiderio di condividere. Il numero di fotografie personali pubblicate su Facebook, Flickr, Instagram e altri siti è astronomico: 1,8 miliardi al giorno. È facile scommettere che la stragrande maggioranza di queste fotografie digitali siano condivise in qualche modo. Poi ci sono gli aggiornamenti di stato, le posizioni geografiche, le mezze riflessioni pubblicate in Rete; al tutto vanno aggiunti i miliardi di video proposti quotidianamente da YouTube e i milioni di storie create dagli appassionati affidate ai siti di fanfiction. La lista delle organizzazioni di condivisione è quasi infinita: Yelp per le recensioni, Foursquare per le posizioni, Pinterest per gli album; condividere contenuti è diventato onnipresente. La condivisione è la forma più blanda del socialismo digitale, ma serve come base per tutti i livelli superiori dell’impegno comune; è l’ingrediente principale dell’intero mondo in Rete.

2. Quando più individui lavorano insieme per raggiungere un unico obiettivo su larga scala, i risultati ottenuti emergono a livello di gruppo. Gli amatori non solo hanno condiviso miliardi di foto su Flickr e Tumblr, ma vi hanno anche aggiunto dei tag con categorie, etichette e parole chiave; altri membri della comunità selezioneranno queste immagini per creare album e collezioni. Il favore che licenze Creative Commons hanno incontrato implica in un certo senso che le immagini altrui sono le nostre: tutti possono usare una foto caricata in Rete, proprio come qualunque membro di una comune può usare la carriola della comunità. Non serve che scatti l’ennesima foto della Tour Eiffel, dal momento che la comunità può fornirmene una sicuramente migliore di quella che potrei fare io stesso. Significa che posso realizzare una presentazione, un report, un album, un sito Internet migliori perché non sto lavorando da solo.

3. La collaborazione organizzata può produrre risultati che vanno oltre le conquiste delle cooperazioni ad hoc. È sufficiente pensare alle molte centinaia di progetti di software open source, come i sistemi operativi GNU/Linux, che sono alla base di molti server in Rete e di numerosi smartphone. In queste imprese, gli strumenti comunitari finemente messi a punto generano prodotti di alta qualità grazie al lavoro coordinato di migliaia o decine di migliaia di membri. Contrariamente alle categorie precedenti di cooperazione casuale, ampie collaborazioni e progetti complessi tendono ad assicurare ai partecipanti solo vantaggi indiretti, dal momento che ciascun membro del gruppo interagisce con una piccola parte del prodotto finito. Un appassionato può passare diversi mesi a scrivere il codice per una subroutine quando il programma raggiungerà la piena efficienza a distanza di molti anni.

Che ne pensate?

Paolo Costa
Paolo Costa

Intanto vorrei dire qualcosa sulla narrazione riduzionistica di Kevin Kelly. L’idea che nell’ecosistema digitale tutto sia in divenire, mentre il mondo fisico sarebbe il regno della staticità, è davvero ingenua. Semmai è la realtà – dico proprio la realtà fatta di atomi, ossia la materia – che risulta sottoposta alla legge del mutamento continuo e inesorabile. Fra l’altro, proprio questa circostanza è alla base del disagio epistemologico ed esistenziale che ci portiamo dietro. È difficile conoscere qualcosa, se questa cosa non è mai uguale a sé stessa. Prima di noi, lo avevano ben compreso gli antichi. Certe contrapposizioni fanno parte della retorica del digitale, della quale fatichiamo a liberarci, ma hanno poco senso. Per me digitale non è sinonimo di immateriale (e dunque di fluido, mutevole e trasformativo). Digitale è sinonimo di processabile numericamente e quindi calcolabile. Il digitale rappresenta insomma un modello di calcolabilità del mondo. Detto ciò, è vero che nell’epoca contemporanea assistiamo a una violenta accelerazione delle trasformazioni operate attraverso la tecnologia. Il che non fa che accrescere il disagio cui mi riferivo poc’anzi. L’accelerazione del tempo è forse l’evento fondamentale della nostra epoca, di cui ci parlano filosofi come Peter Conad, Hartmut Rosa e Paul Virilio.

Quanto al verbo condividere, trovo che se ne faccia un uso ambiguo, forse anche a causa della sua densità semantica. Si tratta, ancora una volta, di un’ambiguità al servizio delle logiche di marketing delle grandi piattaforme online. In molti casi tale verbo è usato come sinonimo di esibire. La condivisione si dà nei termini di un impulso esibizionista, il cui scopo non è mettere in comune una risorsa, ma inscenare la propria identità virtuale. È, per dirla come Vanni Codeluppi ha spiegato anche nel corso della Conversazione Se il libro diventa uno schermo, una forma di vetrinizzazione.

I social media sono dispositivi che inducono tale bisogno, attraverso il meccanismo della gratificazione (le reazioni degli altri utenti). In altri contesti condividere vuol dire utilizzare la stessa risorsa. Sono forme di condivisione, in questo senso, il cloud computing e il car sharing. Dal punto di vista economico, cloud computing e car sharing sono interessanti perché consentono di conseguire elevati livelli di efficienza. Ma in entrambi i casi vi è un rapporto diseguale fra chi detiene il controllo della risorsa e chi – pagando – la utilizza. Infine c’è la condivisione intesa come esperienza in comune. È il caso del car pooling: la stessa risorsa (l’auto) per compiere un viaggio insieme. Ebbene, c’è vera collaborazione solo quando la condivisione è intesa secondo quest’ultima accezione.

Il social reading – fenomeno di cui mi occupo da un po’ di anni – è un esempio di collaborazione. Come nel caso del car pooling, si tratta di compiere un viaggio insieme. Un viaggio alla scoperta di un testo e dei segreti che sono celati in esso. Nei giochi di social reading si autoconvoca una comunità di lettori, i quali agiscono appunto per raggiungere un obiettivo comune – la comprensione del testo – aiutandosi reciprocamente. In questo senso non direi che le esperienze di social reading assicurino ai loro partecipanti solo vantaggi indiretti.

La domanda che dobbiamo porci, semmai, è in che misura la socializzazione dell’esperienza della lettura procuri un vantaggio oggettivo e misurabile. Si potrebbe infatti sostenere che la lettura attenta e profonda, quella che si traduce in autentica comprensione del testo, presuppone solitudine. Leggere significa isolarsi temporaneamente dal mondo e immergersi con tutta la propria mente – e anche con il proprio corpo, direi – nelle ragioni del testo. Molti studi suggeriscono che il social reading si configuri come un’esperienza superficiale e distratta. A ben vedere, tuttavia, tali studi evidenziano che il difetto non sta nella rinuncia alla posizione solitaria, ma nelle caratteristiche dei dispositivi che abilitano la socializzazione della lettura. Quando parlo di dispositivo, ovviamente, non mi riferisco all’artefatto tecnologico, ma al processo che orienta il comportamento dei lettori.

La storia ci mostra che la lettura è diventata un’esperienza individuale per gradi, nel corso di molti secoli. Per tutta l’antichità e per buona parte del medioevo, fino all’avvento dell’umanesimo, alla nascita della stampa e all’invenzione del libro moderno nel XVI secolo, la lettura era una pratica sociale. Pratica che conservava memoria della cultura orale, nella quale l’unico medium deputato alla trasmissione della parola era la voce. La lectio era lettura esofasica, sonorizzazione del testo a vantaggio di un pubblico di ascoltatori (spesso incapaci di leggere autonomamente). Roger Chartier, il grande storico della lettura e bibliografo francese, ci ricorda che, ancora fra XV e XVIII secolo, il pubblico della lettura scritta non si limitava ai suoi “lettori” nel senso moderno del termine, ma si estendeva a un numero elevato di ascoltatori. In questo senso potremmo dire che le pratiche contemporanee di social reading rappresentino un ritorno ad esperienze del passato. È importante, tuttavia, che i dispositivi di social reading consentano di commentare i testi nel corso della lettura e di condividere i commenti con gli altri lettori. Perché l’interazione sociale intorno al testo è mediata dalla funzione del commento. Occorre restituire al commento il ruolo che ha smarrito nelle fole del Web 2.0. Una delle principali responsabilità delle piattaforme come Facebook è di avere stravolto la funzione del commento.

Nello Barile
Nello Barile

Credo sia utile riprendere e approfondire le riflessioni di Paolo sul  termine condivisione, che diventa uno degli aspetti più rappresentativi della nuova cultura digitale, con l’avvento del cosiddetto web 2.0. Se negli anni Novanta si enfatizzavano più che altro aspetti come la connettività e l’interattività, la nuova narrazione del web passa per il valore collettivo della condivisione. Sebbene il termine indichi un significato neutro, la dimensione collettiva della condivisione è il valore su cui si fonda la nuova cultura digitale. Dietro l’idea kellyniana di socialismo digitale, ovviamente fallace e fuorviante vista la natura ancor più rapace di questo capitalismo digitale, si cela un retaggio culturale che ha informato e plasmato la cosiddetta “ideologia californiana”.

La controcultura californiana, l’hippismo, la cultura psichedelica ecc. hanno difatti regalato agli ingegneri informatici della Silicon Valley un set di valori basati sul multiculturalismo, sulla gratuità dello scambio, sul DIY, che si sono poi riversati nei prodotti e nei servizi offerti dalle piattaforme. Come racconta significativamente il film su Steve Jobs con A. Kutcher, in cui la formazione stessa di Jobs oscilla tra l’amicizia e la competizione, l’informalismo e il professionalismo, il garage da cui nasce l’azienda e il primo ufficio di rappresentanza. Come indica Marco nelle sue osservazioni, la condivisione non è solo mossa da un’esigenza di gratuità dello scambio, che va bel al di là della precedente fase capitalistica, essa è collegata al valore chiave dell’ideologia californiana: la trasparenza.

Un tema raccontato splendidamente nel libro e nel film The Circle, in cui si riflette sul paradosso essenziale di questa ideologia. Da un lato la trasparenza di ogni attività dell’utente disposto a rinunciare alla privacy (e alla cancellabilità dei dati come direbbe Viktor Mayer-Schönberger), per non venir meno al nuovo patto sociale, rischiando di essere considerato qualcuno che, come direbbe A. Keen, ha qualcosa da nascondere. Dall’altro invece l’opacità degli algoritmi che fungono da black box, ovvero da dispositivi che seguono una logica eccedente nel senso che va ben al di là del nostro orizzonte cognitivo. Ciò che ironicamente sottolinea D. Rushkoff, quando si chiede: come vedono gli informatici di Facebook il loro rapporto con Johnny? Dicono: “aiutiamo il piccolo Johnny a gestire meglio il suo gruppo di amici” oppure “sfruttiamo il grafo sociale di Adam per ottenere vantaggi commerciali?”.

Un altro momento chiave che ci consente di capire il ruolo per così dire “disruptive” della condivisione è il cosiddetto Punk capitalismo. L’idea elaborata da M. Mason secondo cui alla base dei nuovi modelli di business cavalcati dalle piattaforme, ci siano pratiche alternative. Illegali ecc. come il peer-to-peer e la pirateria digitale dei vecchi siti alla Napster. Queste, avendo fatto a pezzi il modello consolidato dell’industria discografica, hanno fatto emergere nuovi bisogni che le piattaforme hanno successivamente soddisfatto grazie a nuove tecnologie.

Tornando a McLuhan, possiamo dire che il libro, nella sua evoluzione gutenberghiana, è diventata una tecnologia chiusa che esalta l’uso individuale del lettore, al contrario di quello pregutenberghiano e chirografico, che invece veniva condiviso ovvero letto collettivamente. Con l’avvento della galassia elettrica prima e di quella internet poi (per dirla alla Castells), il libro stesso inizia a trasformarsi in funzione della nuova oralità di ritorno, elettronica prima e digitale poi. Mentre alcune pratiche alternative come il bookcrossing hanno aperto una tecnologia chiusa incentivando la sua disseminazione tramite lo scambio casuale, nuovi modi di fruire il prodotto libro, come nel caso degli audiobook, consentono di superare i limiti spazio-temporali del suo utilizzo, ma anche di re-introdurre un consumo collettivo (già realizzato in modalità pretecnologica dalla pratica del reading, come ricordava bene Paolo).

Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

Allarghiamo ulteriormente il campo d’indagine. A me sembra che le tre modalità di condivisione proposte da Kelly siano interessanti, soprattutto da un punto di vista: corrispondono a tre diversi livelli di complessità dei contenuti.

La condivisione pura, su cui si sono soffermati Paolo e Nello, corrisponde soprattutto alla produzione individuale di user generated content distribuito attraverso i social network. Si tratta di contenuti granulari, prevalentemente a bassa complessità: fotografie, videostorie o brevi filmati, recensioni, post… In questa categoria possiamo certo trovare anche alcune tipologie di contenuti più complessi, come la fanfiction, ma si tratta di casi abbastanza rari: la maggior parte dei contenuti generati individualmente dagli utenti sono brevi e granulari, risultato di una sorta di ‘artigianato’ digitale realizzato certo utilizzando strumenti tecnologicamente assai avanzati rispetto agli standard di qualche anno fa – in primo luogo gli smartphone – ma comunque a bassa complessità strutturale.

La seconda modalità indicata da Kelly, la cooperazione, corrisponde a un primo salto di complessità, reso possibile in primo luogo dalla capacità delle piattaforme di consentire aggregazioni semanticamente rilevanti. Aggregazioni legate alla marcatura dei contenuti, all’uso delle cosiddette folksonomies, alla costruzione collaborativa di ontologie condivise. Va notato che questo può certo avvenire in maniera consapevole, ma può anche essere il risultato di una aggregazione guidata da algoritmi: molti programmi di gestione delle fotografie, ad esempio, sono in grado di organizzarle automaticamente, e questo non solo in base a caratteristiche generiche (le foto di volti, le foto di paesaggi…) ma anche in base a caratteristiche molto specifiche: le foto di una certa persona, o in cui compare un particolare monumento o un particolare albero. Potremmo dire che il carattere della collaborazione è certo spesso presente, ma ancor più importante è l’elemento di aggregazione, che si basa sulla trasformazione dei contenuti granulari di primo livello in big data raccolti (consapevolmente o automaticamente) all’interno di una larga base di utenti. L’artigianato individuale si trasforma così in un’offerta organizzata di contenuti, anche se ciascuno di questi contenuti, considerato individualmente, conserva il suo carattere granulare.

Nello Barile
Nello Barile

Aggiungo che nella codifica etica del linguaggio dell’economia politica, la produzione è puramente una funzione maschile, mentre il consumo è una peculiarità dell’essere femminile. L’uomo produce, arricchisce, incrementa, la donna spende, consuma, dissipa. Per questo la produzione è il lato buono della società industriale, ovvero quello che resta coerente con l’etica che lo ha fondato: il protestantesimo. Il consumo invece è il lato negativo, il prodotto di scarto, lo scotto da pagare per una società che è votata a una crescita che non è sempre intesa in modo positivo. In una società paradigmaticamente patriarcale, il maschile-produttivo coincide anche con l’universale mentre il femminile-dissipativo, segno metaforico di ogni alterità (sessuale, etnica, etica), è relegato nella sfera periferica del particolare. Se la logica dominante della società industriale è stata la competizione, plasmata, come ha sostenuto F. Capra, da valori assertivi e “yang” del soggetto borghese produttore di ricchezza, la società postindustriale ha da tempo esaltato invece la dimensione cooperativa, basata come sosteneva D. De Masi anni fa sulla femminilizzazione del lavoro.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Osservo per inciso che questi aspetti sono rappresentati a tinte forti in Ariminum Circus: i “Vampiri dello Spazio”, il cui arrivo i protagonisti del romanzo attendono bevendo vodka al bar La Fortezza Bastiani, non sono altro che gli elementi femminili avvertiti come dissipativi all’interno dell’universo chiuso maschile. Agli occhi tradizionalisti del Capitano, a quelli intrisi di patetico romanticismo di Jay e soprattutto a quelli del Piccolo Ed, misogino dichiarato (vedi ad esempio il finale de Cercatrici di Alimenti a Terra, Sirene Lesbiche in Volo), le donne appaiono interessate solo alle logiche del consumo, della banalizzazione, dell’edonismo fine a se stesso, che trovano nel personaggio dell’”influencer” Helen la loro più evidente sintesi.

La Seconda Stagione è incentrata su questi aspetti, sulla difficoltà millenaria di conciliare Yin e Yang, femminile e maschile, specie gli  Episodi 4  La Spiaggia Iperurania, 6 La Mappa e 8  L’Ante e il Retro.

In Triangoli Mistici, Edgar Morin, discutendo sulla Spiaggia Iperurania con Jules Verne e Hermann Melville, spiega che queste opposizioni si possono conciliare solo superando quel razionalismo riduzionista cui accennava all’inizio anche Paolo, a favore di un approccio fondato sulla razionalità complessa: “Qui sta il discrimine vero fra “maschile” e “femminile”, per chi crede che la differenza di genere vada al di là di costrutti biologici, psicologici e sessuali, trascenda le nozioni culturali, religiose o sociali e risieda in sintesi spirituali come lo Yin e lo Yang, l’anima e l’animus: cadendo, però, ancora in una forma di riduzionismo. Maschile, femminile o unisex che sia, la razionalità complessa parte dall’idea che non c’è adeguazione a priori tra il razionale e il reale. Con buona pace di San Tommaso, assume che la conoscenza non è il riflesso del mondo. Ogni conoscenza è costruzione e traduzione: traduzione da un linguaggio ignoto, a cui prestiamo dei nomi. Siamo noi che assegniamo i nomi ispirati da certe qualità o proprietà che rinveniamo nelle cose”.

In precedenza era stato Jay a intuire il valore della cooperazione anche in questo ambito per superare la dittatura dei “padroni del linguaggio”, anch’essi di carrolliana memoria, di tutti i tempi, compresi quelli tecno-digitali attuali: “Il linguaggio funziona perché è riempito di un senso condiviso, che risiede nelle cose e nelle persone con cui ci relazioniamo. È la loro Verità. A volte nascosta in superficie, a volte in profondità – ma c’è, esiste. Altrimenti tutto rimane privo di significato” ( La Spiaggia Iperurania).

Nello Barile
Nello Barile

In un articolo del 2017, pubblicato in una celebre rivista di moda, individuavo tre scenari del rapporto tra trasformazione digitale e consumi che erano già riscontrabili nello sviluppo delle piattaforme digitali, ma che lo sono ancor più oggi nell’epoca pandemica. I tre scenari in base ai quali oggi vanno ridefinendosi i rapporti tra piattaforme digitali, consumi e nuove forme di interazione sociale sono: 1) Isolation; 2) Integration; 3) Co-design. Analizzandoli nel particolare:

1) Isolation Si tratta del più distopico tra i vari scenari perché ricorda alcuni vecchi romanzi di fantascienza ma anche le ambientazioni della favolosa serie Black Mirror in cui la pervasività tecnologica trasforma le abitazioni in prigioni ovattate e iperconnesse. Lo sviluppo della Internet TV, dei videogame sempre più performanti e la loro compatibilità con i sistemi di delivery (da Amazon Plus a Foodora), s’accompagna con la paura di una desertificazione degli spazi urbani e delle vie dello shopping, sostituite appunto dall’onnipresenza dei sistemi di AI, della virtualizzazione e dell’e-commerce. La domestificazione dei consumi e della moda di oggi – dalle pantofole di Gucci alle vestaglie da notte – ha in qualche modo anticipato questo immaginario socialmente diffuso.

2) Integration Ancora Black Mirror ma molto meno distopico: l’Episodio Nosedive in cui la giovane protagonista utilizza un sistema di rating totale delle persone (come si vestono, come si comportano ecc.) che consente di avere sconti e privilegi, uno status ecc. Detto in altri termini la logica del social network al di fuori dei social. A esso è associabile l’idea positiva di un potenziamento reciproco tra bit e atomi e di una trasformazione del retail in un medium che integra lo spazio fisico con le potenzialità del virtuale. La rivoluzione copernicana dell’omnichannel, che nei diagrammi aziendali mette al centro il consumatore per circondarlo con tutti i possibili Touch Point integrati, si combina perfettamente con un transmedia storytelling che coinvolge il pubblico e rende sempre più partecipativa l’esperienza del brand. Anche qui l’intelligenza artificiale può gestire l’intero processo a partire appunto dal consumatore che è la sorgente di ogni dato.

3) Co-Design Il terzo scenario indica un processo creativo gestito “dal basso” (in inglese “grassroots”) che nasce come forma di auto-organizzazione da parte di comunità locali che decidono di gestire autonomamente alcuni aspetti della vita collettiva attraverso workshop in cui si incentiva partecipazione, la discussione, la creazione di soluzioni alternative (cultura DIY e Fablab). Come il neozelandese Space Between: una vera e propria impresa sociale che ribalta il principio stesso del fashion design rendendolo etico, consapevole e localmente organizzato. Si tratta di uno spazio collaborativo in cui studenti, staff e aziende lavorano insieme per produrre soluzioni socialmente innovative. Unico problema è dato dal fatto che nel frattempo il co-design è diventato un concetto cool su cui si sono fiondati consulenti aziendali e società di analisi delle tendenze, trasformandolo nell’ennesimo mantra. Dall’altro persino le espressioni più “autonome” di tale principio sono in qualche modo integrabili con i nuovi sistemi di intelligenza artificiale che pertanto sfrutteranno non solo individualmente ma anche collettivamente il capitalismo emozionale sia in senso positivo che in senso negativo.

Si noti bene che questi scenari erano già ben delineati nella fase prepandemica, innescati dall’azione delle piattaforme digitali, ma nella fase del lockdown (fase 1) e in quelle successive (2 e 3) essi vengono sviluppati in modo ancor più sistematico. Tale aspetto ci fa riflettere sul fatto che la pandemia non è semplicemente l’antitesi della globalizzazione e dell’ideologia neoliberista. Ad esse difatti può essere complementare, indicando una via diversa dello sviluppo tra tecnologia, consumi e stili di vita. Nella società postpandemica difatti l’azione del virus, come fosse un medium, tende a modificare le forme, le proporzioni e i ritmi di avvicendamento della società stessa. L’effetto plateale del virus non è solo sovvertire le routine dei sistemi esperti, ma la nostra percezione della realtà sociale data per scontata per troppo tempo. Consumi e stili di vita che nella percezione del cittadino comune sono elementi naturali, invece si rivelano nella loro dimensione artificiale.

Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

Con il terzo livello della condivisione, quello della collaborazione, abbiamo un ulteriore salto di complessità: la collaborazione consapevole nella produzione di informazioni assai più ricche, articolate e strutturate, e dunque assai più complesse. Un esempio possibile è certo quello della programmazione collaborativa reso possibile dall’uso di linguaggi e standard aperti o da piattaforme aperte come il Raspberry Pi, a cui pure Kelly fa riferimento; un altro esempio – più vicino al mondo del libro – è la costruzione di quello straordinario edificio enciclopedico e collaborativo che è Wikipedia. Anche in questo caso, la maggiore complessità può essere il lavoro di una collaborazione consapevole da parte di agenti umani, ma può anche essere – e probabilmente sarà sempre più spesso – il risultato di un lavoro compiuto in tutto o in parte da intelligenze artificiali.

Kelly in realtà nomina Wikipedia a proposito di un ulteriore, quarto livello, quello del ‘collettivismo’, in cui la collaborazione nella costruzione di contenuti e strutture complesse si trasforma in metodo sistematico di gestione e crescita delle conoscenze, e in qualche misura in motore e modello di un salto evolutivo nell’intero sistema economico, politico e sociale. Personalmente ho l’impressione che il ragionamento che porta a prefigurare questo passo ulteriore possa essere inficiato da una forma di determinismo tecnologico poco difendibile, su questo concordo con Paolo Costa, anche se accompagnato da una nobile nota utopistica: se è vero che la collaborazione tende a diffondersi, è anche vero che il suo buon funzionamento richiede un livello di trasparenza e apertura informativa che nell’ecosistema digitale appare al momento tutt’altro che garantita.

Nello Barile
Nello Barile

Come nota bene Marco nella sua domanda e ci ricorda Gino, la cultura collaborativa raggiunge il suo apice nella cultura open-source e nella realizzazione di un sistema operativo aperto e modificabile collettivamente come è stato Linux. Da quel momento in poi assistiamo a un dilagare della cultura collaborativa che si trasforma a sua volta in cultura partecipativa, co-creativa, fino al cosiddetto co-design che trapela sistematicamente in tutti i settori produttivi e creativi, diventando il nuovo mantra della nostra epoca. Tutto può essere co-designed con la propria community di riferimento: dalla sceneggiatura di una serie Netflix ai nuovi modelli di giocattoli della Lego; dal programma di un partito politico ai prodotti della moda contemporanea.  La questione chiave del nostro tempo è che la collaborazione non modifica solo la programmazione degli oggetti immateriali ma di ogni oggetto fisico, digitale, biologico ecc.

L’esempio più innovativo di cultura collaborativa, in linea con le caratteristiche della Quarta rivoluzione industriale, è il movimento Makers che si sta diffondendo grazie a conquiste tecnologiche che minano seriamente la contrapposizione tra mondo digitale e mondo fisico verso il superamento definitivo del concetto di ciò che Jurgenson ha chiamato “dualismo digitale”. Per questo motivo, un altro attore chiave in questo panorama è il Web 2.0 che, come ci dice Gauntlett, non può essere slegato dalla pratica del movimento Makers poiché, per certi versi, il primo è stato un riferimento per il secondo. La combinazione di tecnologie di produzione rapida e sistemi di controllo digitale sta cambiando profondamente il concetto di produzione, distribuzione, consumo, creatività, condivisione, automazione e così via. Sembra plasmare un mondo neo-artigianale, dove le nuove tecnologie possono portarci alle frontiere più avanzate della personalizzazione e raggiungere una nuova forma di capitalismo.

Nel momento stesso in cui un oggetto viene creato, una serie di connessioni intime vengono introdotte tra il prodotto e il creatore in modo che il suo capitale emozionale, in qualche modo viva nell’artefatto. Il nuovo artigianato coinvolto nell’ambiente partecipativo dei FabLabs migliora la condivisione di questo capitale e quindi la connessione emotiva tra le persone, gli oggetti e il loro ambiente. La passione che guida i partecipanti è la stessa che guida la realizzazione degli oggetti; questi fattori ci aiutano a vedere in Makers la manifestazione più avanzata del capitale centrale dell’universo 2.0: quello dell’amatore. L’amatorialità è il valore emergente della nostra epoca ed è la chiave per comprendere una nuova forma di delocalizzazione cognitiva, che sta prendendo il sopravvento sulla delocalizzazione geopolitica che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni.

Il nuovo capitalismo non delocalizzerà geograficamente, sfruttando diversi standard di lavoro ovunque, ma piuttosto sposterà il ruolo del produttore sui consumatori, sfruttando la vocazione produttiva che brilla negli occhi del nuovo artigiano: la stessa vena che, dall’inizio del XXI secolo, ha favorito la creazione di tonnellate di contenuti digitali. L’opposizione tra lo “spettatore” – protagonista della vecchia società dello spettacolo – e il “maker” come protagonista di una nuova società partecipativa e disalienata, suona troppo entusiasta. Sfortunatamente, alcune delle connessioni legate da Gauntlett tra “fare” e altri concetti chiave del capitalismo (come il capitale sociale, culturale ed emotivo) possono essere oggetto di alcune perplessità nelle menti dei lettori critici. In particolare, la capacità di produrre e condividere liberamente tutto potrebbe soggiogare idee, relazioni e contenuti prodotti dai makers nello stesso modo in cui, per Marx, il lavoro è stato sottomesso al capitale.

Come nel titolo del libro di Formenti, questo potrebbe renderci tutti “Felici e sfruttati”. Vista attraverso questa lente, la rivoluzione potrebbe essere una semplice estensione, applicata alla struttura produttore-consumatore, dei classici processi di delocalizzazione geopolitica che hanno contraddistinto i paesi ricchi da quelli poveri. Chiamato meglio come multi-localizzazione, questo processo potrebbe essere un nuovo modo per esternalizzare la produzione nelle mani dei consumatori, invece che dei lavoratori a bassa retribuzione dei paesi emergenti. Se l’invenzione creativa e la produzione fisica è nelle mani di prosumer sparsi in tutto il mondo, ai marchi globali potrebbero spettare la ‘semplice’ gestione della comunicazione attraverso simboli e strategie cognitive. Non è nuova, infatti, l’idea dei brand come produttori di contenuti, come produttori di concetti immateriali basati su strutture narrative complesse e sempre più sofisticati storytelling.

Sebbene ciò che il capitolo discusso sul movimento Makers oggi non sia altro che un’ipotesi remota, alcuni grandi marchi come Nike e McDonald’s hanno già iniziato a capire il potenziale dell’onda makers e le stampanti 3D stanno comparendo nei punti vendita. C’è il rischio che il potenziale creativo spontaneo della folla venga sottomesso all’influenza cognitiva del marchio. Al momento, il processo di appropriazione è limitato principalmente ai mezzi di produzione e applicato solo nei servizi promozionali e nel merchandising. Tuttavia, tutto suggerisce che un ulteriore lo sviluppo può portare a incorporare pratiche di “fabbricazione” nei marchi più potenti del mondo, come è già successo con la sottocultura degli anni ’70, i movimenti neo-situazionisti degli anni ’90 e con l’esperienza dell’utente del Web 2.0.

La sussunzione dell’azione tattica (i creatori) sotto la forza del potere strategico (le corporazioni) rilancia il détournement di Debord su un altro livello; come possibilità dadaista di progettare dispositivi non funzionali o misteriosi, in grado di resistere al processo di sussunzione delle merci autoprodotte e condivise dai prosumer. Dall’altra parte c’è l’opzione ottimistica di un dialogo positivo con il sistema, nel tentativo di creare una sorta di circuito parallelo in cui lo sfruttamento potrebbe essere meno opprimente rispetto al mercato standard. In questa seconda opzione il totalitarismo debordiano del consumo deve essere completato con un nuovo modello in cui il sistema non solo standardizza e mercifica la socialità e l’emozione umana, ma incoraggia anche la loro produzione. Un sistema neototalitario che incentiva la produzione di autenticità come sua principale risorsa.

Felice Limosani
Felice Limosani

Va tuttavia rilevato che la rivoluzione digitale in atto, da una parte apre a nuove visioni espressive con linguaggi inediti, dall’altra sta cambiando il modo in cui la cultura viene rappresentata, fruita e divulgata. Il connubio della tecnologia con l’arte, offre una sintesi innovativa sotto forma di umanistica digitale, maggiore della somma di entrambe. Oggi tutte le opere non sono più bloccate nel tempo e limitate al concetto del proprio autore, ma sono oggetti in divenire che si espandono. Possono vivere simultaneamente in ambiti diversi, sia in originale, sia trattate per esprimere nuove idee e aprire altri campi del sapere.

Le “Digital Humanities”, concetto che Marco ha esplorato in maniera interessante in Etica e Tecnologie Emergenti. Una conversazione con Gilberto Corbellini e Nicola Gasbarro, superano il concetto obsoleto di opera unica, originale o copia, per trasformare gli archivi esistenti in organismi viventi, vitali e vincenti attraverso nuovi modelli di produzione, diffusione e propagazione della cultura. L’idea non è azzerare le attuali modalità che tramandano e diffondono la conoscenza, ma di implementare ad esse forme e linguaggi aggiornati attraverso l’arte e la tecnologia, per una maggiore condivisione sociale e democratizzazione della cultura.

In questa dimensione, il patrimonio storico culturale può essere attualizzato e condiviso come esperienze multidisciplinari che si intrecciano in ambito museale, didattico e sociale, giungendo a coniugare cultura, educazione e solidarietà. Emancipandosi dai vecchi modelli e con un approccio curatoriale, si può anche sconfinare nell’intrattenimento e nella spettacolarità per diffondere cultura e conoscenza di qualità a un maggior numero di persone.

Ho cercato di tradurre questo spirito anche nel mio ultimo progetto, Dante il Poeta Eterno, che attualizza e valorizza in una forma espressiva multimodale l’opera di Gustave Doré. L’allestimento verte su una fruizione intimistica e contemplativa abbinata a quella interattiva e digitale. Non intende “spiegare” La Divina Commedia ma “raccontare” il messaggio universale di Dante Alighieri. Le immagini vengono trattate per essere principalmente un’esperienza museale immersiva (scenografia tecnologicamente sofisticata) adatta a un pubblico ampio e al turismo culturale. La mostra nel suo insieme è pensata come un percorso fruibile attraverso immagini statiche retro illuminate, immagini animate con proiezioni e movimento nelle immagini attraverso la realtà virtuale.

Tutti i contenuti sono elaborati con il fine di creare valore attraverso nuovi modelli di divulgazione, apprendimento e sostegno sociale. Successivamente sono diffusi – sotto forma di donazione – come “lezioni dinamiche” per gli istituti scolatici che si avvalgono della didattica digitale  e “arte solidale” attraverso l’invio di visori di realtà virtuale, in ospedali, orfanatrofi, carceri e luoghi dove queste esperienze possono arricchire con la conoscenza o donare sollievo.

L’obiettivo è attualizzare e diffondere il patrimonio dantesco con un nuovo paradigma di cultura circolare, per espandere la rappresentazione museale alla condivisione in altri ambiti, con un linguaggio moderno e in linea con le opportunità emergenti della cultura digitale.

Un progetto che esprime concretamente le nuove forme di musealizzazione, di apprendimento e di solidarietà, con una forte vocazione umanistica e tecnologica, rivolto a un pubblico nazionale, internazionale e soprattutto alle nuove generazioni.

Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

Forse ci stiamo allontanando dall’aspetto che soprattutto interessa per la nostra discussione, quello del riflesso di queste idee sul mondo del libro. Tradizionalmente, in libro è sempre stato la sede d’elezione per contenuti informativi complessi: che si tratti di complessità argomentativa o narrativa, il libro è sempre stato il luogo della complessità. E tuttavia nell’ecosistema digitale la forma-libro sembra al momento in qualche misura marginalizzata: la granularità, la brevità, la frammentazione sembrano prevalere. In L’età della frammentazione (Laterza 2020) ho sostenuto che la granularità non è una caratteristica essenziale e necessaria dei contenuti digitali, ma solo il sintomo di uno stadio ancora ‘giovane’ e in qualche misura appunto ‘artigianale’ di questo ecosistema. Se tale analisi è corretta, può anche spiegare la scarsa diffusione di modelli di testualità digitale capaci di integrare l’eredità della forma-libro con le nuove possibilità offerte dalla multicodicalità, dall’interattività, dalla collaborazione on-line.

Esistono certo esempi di libri ‘arricchiti’ o ‘aumentati’, ma la loro diffusione è ancora limitata e parziale, come del resto è stato rilevato più volte anche nelle Conversazioni precedenti. Forse anche e proprio perché il loro livello di complessità è necessariamente più alto rispetto all’artigianato digitale del web 2.0: occorre la collaborazione di più figure professionali, l’autore si trasforma in una sorta di ‘regista’ multimediale che deve raccogliere e coordinare competenze diverse. Se questa analisi è corretta, possiamo aspettarci che lo sviluppo delle forme di collaborazione organizzata corrispondenti al terzo livello individuato da Kelly possa portare anche a un’evoluzione della forma-libro in nuove direzioni: abbiamo già visto questo passaggio, ad esempio, nel campo dei videogiochi.

Ovviamente ci sarebbero molti altri aspetti da considerare, nel parlare di condivisione e collaborazione on-line rispetto a contenuti rilevanti per l’ambito editoriale: le piattaforme di social reading, evocate ancora da Paolo Costa, l’idea di lettura aumentata, la costruzione di gruppi di lettura on-line… Tematiche tutte interessanti, sulle quali rimanderei a una raccolta di saggi a cura di Maurizio Vivarelli e Chiara Faggiolani, Le reti della lettura (Bibliografica 2016), e al già ricordato L’età della frammentazione.

Joseph Sassoon
Joseph Sassoon

Anche a me pare che le tre modalità di condivisione digitale indicate da Kelly siano pertinenti e siano indubbiamente all’opera. Mi sembra interessante però considerare un altro elemento fondante del digitale e del web, qualcosa che fa da sostrato alla possibilità stessa di condividere: aggiungerei cioè il termine connessione. Se il digitale dà modo di cooperare, di collaborare è perché Internet è una rete, e una rete connette per definizione. Non a caso all’inizio degli anni ’90, agli albori della rivoluzione digitale, Nokia uscì col famoso slogan Connecting People. Un concetto che, potenziato dai primi device  portatili in grado di collegare le persone digitalmente attraverso il mondo intero, all’epoca appariva straordinariamente innovativo. Che poi Nokia, nel corso del tempo, non sia riuscita a restare al passo di quello slogan, è un’altra storia. Il suo ruolo è stato preso da altri protagonisti della rivoluzione digitale, che hanno portato le opportunità di connessione a nuove altezze.

Questa caratteristica è interessante proprio allo scopo di riflettere sulle differenze fra condivisione digitale e libro. In effetti il libro non è una tecnologia connettiva. Come oggetto finito, cartaceo, il libro si presta poco alla condivisione: esso è primariamente un oggetto personale, che stenta a passare di mano. Specie quando viene più o meno largamente annotato (come nei testi scolastici), i segni dei lettori precedenti rendono il libro un artefatto fin troppo carico del retaggio di chi l’ha posseduto. Tale aspetto può avere un grande fascino se il libro è appartenuto a individui straordinari – come il De Divina Proportione del matematico Luca Pacioli annotato da Leonardo Da Vinci e conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Ma, all’opposto, i libri che girano fra la gente, quelli distribuiti dalle biblioteche per la pubblica lettura, possono apparire consunti, ingialliti, poco invitanti alla lettura. Certo esistono persone che vanno alla ricerca di libri vecchi o antichi, affascinate dalla storia che le loro pagine possono aver raccolto passando attraverso più generazioni. Ma ci sono indubbiamente anche persone molto gelose dei loro libri, poco propense a condividerli anche solo per prestiti temporanei. In ogni caso la condivisione fisica dello stesso libro ha evidenti limiti spaziali e organizzativi, quindi può riguardare solo cerchie di persone piuttosto ristrette.

C’è però un’altra modalità in cui i libri possono essere condivisi. Da sempre, da quando esistono, essi rappresentano uno grande stimolo alla discussione e allo scambio di idee – una forma di condivisione che non è tecnologica ma mentale e culturale. Da questo punto di vista sappiamo che, storicamente, il libro ha giocato a volte un ruolo eccezionale. I libri di Omero furono molto letti nell’antichità, ed è notevole che siano ancora studiati nei nostri licei. Un testo come Il Capitale di Karl Marx ha influenzato il pensiero a livello mondiale per oltre un secolo, dando vita a infiniti dibattiti, favorendo la nascita di grandi movimenti politici e sociali, e conducendo alla trasformazione di intere società. E che dire della Torah e del Talmud, i libri alla base della religione e della cultura ebraica? La loro centralità è tale che quello ebraico è stato definito “il popolo del libro”, che evoca quanto si diceva dello scontro in atto fra questo popolo e quello dello schermo in Se il libro diventa uno schermo. Una definizione che naturalmente precede di molto la riflessione di Kevin Kelly, allargando il concetto di popolo del libro per includervi tutti coloro che prediligono questo mezzo in contrapposizione al “popolo dello schermo”. Ma questa antinomia è recente, mentre gli Ebrei sono stati chiamati “il popolo del libro” nell’arco dei secoli.

In effetti, la condivisione degli insegnamenti scritti della Torah, secondo molti studiosi, è stata il fattore determinante che ha permesso al popolo ebraico di sopravvivere nel suo esilio millenario. Tuttora questi libri sono oggetto di studi oltremodo rigorosi in tutte le Yeshivot, le istituzioni educative ebraiche di orientamento religioso. E non a caso è tradizione (da circa venti secoli) che in quelle scuole si studi sempre in coppie, condividendo i contenuti dei testi e discutendoli vivacemente, allo scopo di raggiungere nuovi livelli di comprensione di ogni frase o parola. In quel mondo così devoto al libro, è quanto mai significativo che la condivisione sia alla base della possibilità di approfondire testi densissimi, il cui studio può impegnare e dare senso a una vita.

Nell’universo digitale non avviene nulla di simile, anzi accade quasi l’opposto. E per molti aspetti lo statuto del libro cambia. La natura intrinsecamente connettiva della tecnologia di Internet consente una circolazione dei testi enorme, mai vista prima nella storia dell’umanità. Immensi sono i vantaggi che ne derivano: aggiornamento costante dei titoli in uscita, accessibilità incomparabilmente più agevole e allargata, maggiore visibilità del sapere prodotto in ogni disciplina, disponibilità immediata e costo minore dei libri in edizione elettronica.

Sulla Rete, in particolare, la tecnologia digitale e quella di connessione consentono la riproduzione dei libri pressoché all’infinito. Già la stampa aveva ampliato moltissimo le possibilità di riprodurre i testi rispetto alla copiatura manuale, ma il digitale e il web portano oggi tale possibilità a un altro livello. La condivisione ne viene oltremodo favorita. C’è però un costo per questo. In una visione alla Benjamin, il libro stampato comporta una ‘perdita di aura’ se confrontato con le opere degli amanuensi. La smaterializzazione digitale del libro e la sua riduzione a ‘file’ costituiscono un ulteriore passaggio, grazie al quale l’aura dell’opera originale è persa del tutto. Per quanto gli editori si arrabattino nell’impiegare stratagemmi allo scopo di limitare copie di testi non autorizzate, i libri in versione digitale possono essere riprodotti n volte ricorrendo a vari software che aggirano tali restrizioni senza problemi. Questa facilità di riproduzione tecnica gioca a vantaggio della condivisione (gratuita) con altri lettori ma, oltre a ledere il diritto d’autore, non fa molto bene neppure al testo.

Infatti, se col digitale la condivisione acquista una velocità estrema, questo può dare origine a un paradosso: mentre le spinte alla condivisione tecnologica risultano massime, a soffrirne può essere la condivisione mentale e culturale che ha sempre contraddistinto il libro cartaceo. È molto dubbio infatti che oggi un libro di economia politica, sia pure straordinario come è stato Il Capitale, possa catturare l’interesse e la passione di generazioni intere lungo l’arco di un secolo. Neppure le opere degli economisti che vincono il premio Nobel riescono a raggiungere un risultato di notorietà e influenza anche solo vagamente analogo. Gli stimoli sono troppi, e il loro avvicendarsi continuo tende a indebolire il ricordo delle opere precedenti. Forse in effetti i libri degli autori del passato hanno beneficiato di poca concorrenza, almeno in termini di conoscenza, circolazione e disponibilità di altri testi. Gli autori contemporanei possono trarre beneficio dalla maggiore facilità di pubblicare e far girare le loro opere, ma sono esposti a una obsolescenza assai più rapida sotto la pressione di tutti i nuovi libri che arrivano senza sosta sul mercato.

Marco Calabrò
Marco Calabrò

Non solo il pubblico in Rete ha uno ‘straordinario desiderio di condividere’, ma è l’uomo in generale, da animale sociale, ha un forte bisogno di aggregarsi e condividere esperienze, emozioni, fotografie, ricordi e quant’altro con gli altri. Un’esperienza condivisa con un proprio caro è un’esperienza più ricca, più completa. Il libro stesso è una forma di desiderio di condivisione pura, il desiderio dell’autore di condividere esperienze o immaginazioni con un pubblico di lettori.

Il mondo dei social network moderni ha amplificato questo nostro desiderio, questa nostra necessità di condividere, ne ha ampliato le possibilità e probabilmente ne ha distorto anche il significato e le motivazioni. Oggi è possibile condividere su Facebook, Instagram e mille altre piattaforme sempre più aspetti della propria vita, sempre più spesso, e con un numero sempre più grande di persone. Prima si cercava di condividere la propria vita con le persone più care, mentre oggi si tende a condividere le nostre vite virtuali con individui che a malapena conosciamo. Se offline condividiamo esperienze e cose per soddisfare il nostro desiderio di socialità, online è più tipico condividere per dimostrare qualcosa a qualcuno, e quel qualcuno siamo molto spesso noi stessi.

Detto questo, il bello della Rete penso che siano le innumerevoli possibilità che offre al suo interno. Nuove piattaforme e realtà digitali nascono ogni giorno ed in buona parte sono realtà positive, da cui possiamo trarre beneficio un po’ tutti. Mi viene in mente una piattaforma internazionale di condivisione e cooperazione in ambito libri, quella di Goodreads, in cui chi vuole può condividere una recensione di un libro con chiunque abbia tempo e voglia di leggerla. L’insieme di queste recensioni possono aiutare ad orientarsi nelle migliaia e migliaia di pubblicazioni che escono fuori ogni mese, possono aiutare a trovare il prossimo libro giusto da leggere.

Nel nostro piccolo anche a 4books stiamo cercando di condividere: facciamo da cassa di risonanza a libri, autori ed idee che riteniamo fondamentali e potenzialmente in grado di rivoluzionare le vite private e lavorative di chi ne entra a contatto; per attrarre un mondo sempre più distratto e impegnato, lo facciamo chiedendo pochi minuti di attenzione, in cui lasciamo che siano le idee principali di un libro a convincere chi ascolta le nostre recensioni che quel libro è un libro che va comprato, va letto, va interiorizzato, perché al suo interno ci sono spiegate nel dettaglio quelle idee che noi presentiamo in modo rapido.

Trovo quindi molto interessante questa riflessione di Kelly sulle 3 modalità di condivisione, che vanno dalla condivisione pura, alla cooperazione, alla collaborazione. Mi piace non solo per le ragioni addotte da Gino e Joseph, ma anche perché sintetizza in ordine gerarchico 3 stadi delle possibilità che offre la Rete, ma non solo. I progetti più difficili e impensabili sono stati resi possibili in Rete dalla facilità di collaborazione che si può ritrovare al suo interno. La collaborazione va oltre la condivisione e la cooperazione, perché implica la presenza di un obiettivo comune chiaro e condiviso e la voglia di ciascun collaboratore di raggiungerlo. Penso che un po’ tutti noi, in quanto manager, imprenditori e aspiranti creatori di qualcosa, dovremmo soffermarci un attimo a pensare a questo aspetto, per provare a raggiungere questa sorta di terzo stadio della condivisione all’interno delle realtà in cui operiamo. Un obiettivo chiaro e condiviso, una collaborazione costante di tutti per raggiungerlo. Penso che questa sia una buona sintesi di come dovrebbe funzionare un’azienda.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Le tre modalità del condividere digitale elencate da Kelly pongono ancora una volta tantissime occasioni di riflessione per gli amanti dei libri, che, troppo spesso, aderiscono a quella nuova forma di luddismo (ergo, di “neoluddismo”) che si esplicita nell’attaccare Internet ed in particolare il Web 2.0, stigmatizzandolo come origine e fonte di ogni Male. Nonostante la presa di posizione dello stesso Papa Francesco, secondo cui Internet è “un dono di Dio”, questa idea fondamentale continua a declinarsi in una molteplicità variegata e anche fantasiosa di forme. Una di queste si fonda sulle argomentazioni di chi sostiene che i processi di condivisione in atto sul Web annullino la conoscenza.

È una vecchia storia. Pescando dai miei archivi digitali, ad esempio, scopro che La Repubblica, il 1 giugno 2013, ha pubblicato un articolo di Massimiliano Bucchi dal titolo La solitudine dell’esperto, in cui si sostiene che la bolla informativa creata da Internet “annulla la conoscenza”. L’allarme arrivava da una ricerca curata da due professori dell’Università di Cardiff: il numero delle pubblicazioni è ormai fuori controllo. Non basta una vita per aggiornarsi: “la ricerca dell’Università di Cardiff stima che al ritmo tutt’altro che disprezzabile di un articolo letto al giorno (ovvero 250 articoli all’anno), la probabilità che il dottor Jones e un altro suo collega leggano lo stesso studio nello stesso anno è di 1 a 79. In altre parole, è sempre più difficile per gli esperti, anche in un settore specifico, trovare un terreno stabile, comune e condiviso di risultati; il risultato è una crescente frammentazione e divergenze che si manifestano sempre più frequentemente anche in ambito pubblico. Diventa infatti sempre più agevole, pescando in questo inesausto e sempre più articolato serbatoio informativo, sfidare e mettere in discussione pareri e competenze espresse dagli esperti su questioni di rilevanza pubblica.

Questo contribuisce ad alimentare quella “crisi degli esperti” che si esprime ormai a vari livelli e in molteplici forme: dalla critica alle previsioni meteorologiche da parte di esponenti del mondo politico e imprenditoriale, al complesso intreccio tra competenza e responsabilità, fino al recente “Excelgate” che su blog e siti web di tutto il mondo ha messo in discussione un influente studio sul rapporto tra indebitamento e crescita economica, attribuendogli un macroscopico errore di calcolo”. Il punto è che il Web 2.0 spazza via il concetto di divisione del lavoro (fondante l’economia e la cultura occidentale da almeno due secoli) e quindi la reificazione del sapere disciplinare specialistico, a favore di quella di metadisciplinarietà che, proprio sfruttando le nuove piattaforme collaborative, può essere efficacemente messa in pratica. Con tutti i suoi numerosi limiti, Wikipedia ha avuto la meglio sull’Enciclopedia Britannica, l’autorevolezza sancita dalla community ha avuto il sopravvento sul medioevale “ipse dixit”, garanzia di un sistema di potere, prima ancora che culturale, gerarchico e assolutistico.

Come si rende conto, sia pure confusamente, lo stesso Bucchi: “La portata del fenomeno appare tale da rendere difficile indicare una via d’uscita. Gli autori dello studio gallese si interrogano su come ridurre la quantità ed elevare la qualità delle pubblicazioni specialistiche, ipotizzando ad esempio nuove forme di diffusione dei risultati aperte e collaborative (“wiki”)”. Caro Bucchi e cari studiosi gallesi, qui non si tratta più di “ipotizzare”, si tratta di prendere atto che una rivoluzione cognitiva, economica e organizzativa è in atto: i ragazzi nati dopo il 2000 lo hanno già capito da tempo, così come gli autori del Cluetrain Manifesto (1999) o, in tempi più recenti Dan Tapscott: è la Wikinomics bellezza!

Anche gli eroi di Ariminum Circus si stanno attrezzando: nell’Episodio 11 di S1, Chi È Quella Ragazza?, il Maestro condivide con il Capitano e il Piccolo Ed il sogno di fondare la prima Accademia del futuro: una piattaforma universitaria digitale, progettata dal Piccolo Ed, che consente a “professori/imprenditori clandestini”, reclutati dal Capitano, di “esercitare associandosi in reti di docenti con cui condividono metodi e pensiero. Visionari che potrebbero accettare un numero limitato di discepoli, dislocati in tutto il mondo”.

Nello Barile
Nello Barile

Il sogno dei tre personaggi di Ariminum Circus,  sorto sulla crisi dell’expertise, si colloca sul lato estremo di uno spettro in cui però è presente anche il limite opposto. Se è vero che l’iperproduzione di contributi scientifici mette in crisi la funzione stessa del libro all’interno della galassia Gutenberg come motore della scienza moderna e dunque della società industriale, la chiusura dei giochi linguistici di carattere squisitamente postmoderno (come descritta da J. F Lyotard) ha recintato le ricerche degli scienziati in ambiti circoscritti, in comunità chiuse di specialisti con l’unico obiettivo di risolvere un problema specifico. Questa ricerca efficientista, basata sul mero rapporto tra input e output, ha svuotato la scienza stessa del suo progetto originario. Se la condivisione e la pubblicità dei risultati scientifici hanno fatto decollare la scienza moderna insieme ai suoi eroi (Newton, Galieleo, Keplero ecc.), l’iperproduzione efficientista potrebbe mettere in crisi lo stesso mestiere dello scienziato non solo per un effetto di overload conoscitivo, ma anche per un problema di legittimazione del sapere (direbbe T. S. Kuhn) tramite l’adesione a un paradigma.

Come spesso accade anche in altri ambiti (il mercato di massa, i sistemi operativi ecc.), l’affermazione di un format, di uno standard, consente di espandere al massimo un mercato ma anche di saturarlo rendendolo obsoleto. A tale annosa questione si aggiunge poi quella del rapporto tra scienze della natura e scienze dello spirito. Se le prime sono naturalmente inclini all’utilizzo di Big Data e Machine Learning, le seconde invece, nel tentativo di inseguire la legittimazione offerta da questi strumenti, rischiano di tradire completamente la propria natura. Come nella previsione di M. Heidegger in Filosofia e Cibernetica, quando il filosofo sosteneva che l’informazione era già abbastanza elastica da poter un giorno assoggettare tutto lo scibile, inclusa la conoscenza storica. Ma una storia ridotta a mera sete di informazione rinnega il proprio statuto.

Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

Il conflitto fra interpretazioni catastrofiste e interpretazioni tecno-ottimiste dell’evoluzione della rete e del suo effetto sulle nostre conoscenze e competenze è ormai un topos consolidato. Tutte e due le posizioni sono però – mi sembra – viziate da (opposti) pregiudizi ideologici e da una certa ingenuità. Storicamente, le culture della Silicon Valley alla base della rivoluzione digitale erano fortemente legate all’idea di empowerment individuale, dell’allargamento delle capacità conoscitive e operative dell’individuo: non a caso il primo e principale risultato di quella rivoluzione è stato il personal computer. La nascita e l’impetuoso sviluppo delle grandi aziende della net economy, la costruzione in pochi decenni di un enorme mercato oligopolistico e in alcuni settori (si pensi al ruolo di Amazon in alcuni comparti della filiera del libro) quasi monopolistico, la concentrazione nelle mani di pochi soggetti di enormi quantità di informazione e di dati – compresi dati personali e sensibili – non solo non era prevista dai pionieri del digitale, ma è in netto contrasto con quelle che erano, almeno all’epoca (parliamo in particolare degli anni ’70 e ’80 del secolo sorso), le loro idee. Anche solo questa considerazione dovrebbe suggerire cautela al tecno-ottimismo ingenuo.

Quanto ai molti teorici della stupidità digitale, nostalgici di una conoscenza più facilmente dominabile, l’aspetto secondo me più problematico della loro tesi è in fondo un’altra forma di determinismo tecnologico: considerare essenziale e trasformare in paradigma immutabile dell’ecosistema digitale alcune caratteristiche – tra cui proprio la granularità e la forte frammentazione dei contenuti – che sono invece risultato di un’evoluzione e sono a loro volta in evoluzione. Si tratta di un’evoluzione che dipende largamente da noi: se il percorso andrà nella direzione di una riconquista della complessità anche all’interno del nuovo ecosistema digitale, l’idea di un’eccessiva frammentazione delle competenze può in qualche misura capovolgersi: strumenti più sofisticati e complessi – in parte legati all’evoluzione dell’intelligenza artificiale – di organizzazione e gestione dell’informazione possono permettere la costruzione di modelli capaci di ricondurre a sintesi meglio dominabili (e più facilmente utilizzabili) un universo di dati altrimenti granulari e dispersi. Proprio perché legata all’organizzazione della complessità informativa, l’evoluzione della forma-libro è di estrema importanza per lo sviluppo di questo processo, e la discussione sulle sue possibili evoluzioni è così rilevante.

Un problema ulteriore e di fondamentale rilievo, tuttavia, è garantire l’apertura e la disponibilità per tutti di questi strumenti e delle competenze necessarie a comprenderli e utilizzarli. Per questo il lavoro sull’information literacy e la disponibilità di canali di formazione adeguati, così come la costruzione di un quadro normativo transnazionale adeguato a garantire protezione, trasparenza di gestione e fair use dei dati raccolti, sono condizioni assolutamente necessarie se vogliamo superare positivamente la tradizionale dialettica fra apocalittici e integrati, e muoverci nella direzione giusta.

Joseph Sassoon
Joseph Sassoon

Queste osservazioni sono abbastanza in linea con quanto rilevato dai ricercatori di Cardiff in merito al numero ormai fuori controllo delle pubblicazioni, che rende arduo agli esperti trovare un terreno stabile e comune di confronto. Dico ‘abbastanza’ perché, da un lato, concordo sul rilievo che oggi la sovrabbondante disponibilità di testi rende più difficile che alcune opere dominino la scena per lungo tempo a livello planetario (come notato sopra); dall’altro, non mi sembra che ci sia comunque un problema nel riconoscere e discutere i testi più importanti, che le tecnologie della rete consentono di identificare e raggiungere con una facilità mai vista. Ma l’effetto netto può essere, come accennavo, una minore focalizzazione del dibattito contemporaneo su un numero limitato di libri chiave, capaci di attrarre molta attenzione per un tempo prolungato. Cosa questo implichi per la nostra cultura è forse troppo presto per dirlo.

Il libro come file, su supporto digitale, si legge inoltre in modo più distratto e frettoloso – con meno rispetto di quello che tende a ispirare un libro cartaceo, di cui sfogliare con calma le pagine. In qualche modo, si direbbe che il testo in versione elettronica favorisca soprattutto attività pragmatiche o cognitive, e quello cartaceo attività di riflessione o contemplative. Al tempo stesso, si può argomentare che una serie di funzioni di ricerca ed esplorazione per parole chiave rese possibili dal digitale offrano un grande aiuto a chi sul testo deve studiare e lavorare.

Ciò detto, quanto si può affermare che le nuove tecnologie abbiano cambiato i modi di stesura di un libro, favorendo un approccio di collaborazione anche nel momento creativo? La risposta, a quanto mi consta, è poco. Mentre infatti le tecnologie della rete hanno consentito di sviluppare molti software utili ad attività aziendali di tipo collaborativo (quali meeting, workshop, hackathon, e anche la stesura collettiva di documenti di lavoro), viceversa la scrittura di un libro rimane un’attività primariamente individuale. Certo ci possono essere alcuni co-autori, che scrivono le varie parti del testo e le discutono per conservare un filo conduttore. Ma sono convinto che lo sforzo di focalizzazione che lo scrivere libri richiede, nella grande maggioranza dei casi, continui a essere l’opera di singoli individui anche nel digitale. Il motivo probabilmente sta nel fatto che, dal punto di vista antropologico, la scrittura è un esercizio assai meno naturale del parlare: mettere in fila le parole in un testo e dotarle di senso (al punto che molti lettori possano ritenerle meritevoli del loro tempo) non è da tutti, ed esige molto impegno e una disciplina particolare. In un certo senso potremmo dire che, proprio al fine che il libro piaccia e sia condiviso (in forma cartacea o digitale), la scrittura necessiti di un’intensa concentrazione – qualcosa che può prodursi più facilmente all’interno di una singola mente.

Marco Calabrò
Marco Calabrò

Nonostante trovi del tutto estrema l’affermazione di Bucchi secondo cui Internet ‘annulla la conoscenza’, in qualche modo però stimola un ragionamento che è interessante fare, quello riguardo la sostenibilità della conoscenza all’interno di una rete come quello di Internet, che ogni giorno diventa sempre più vasto e complesso ed in cui tutti hanno potenzialmente una voce. Come tutti gli estremi, personalmente l’affermazione di Bucchi non mi convince, mentre mi trova molto più d’accordo Gino quando afferma che la risposta sul come si evolverà la Rete ed a cosa porterà in termini di conoscenza vada trovata in un punto intermedio tra il catastrofismo di Bucchi e l’iper-ottimismo di chi pensa che Internet risolverà tutti i nostri mali. 

La peculiarità di Internet però è che è più vasto e più accessibile rispetto ad altri mezzi di informazione. E’ più vasto perché chiunque ha la possibilità di creare e condividere contenuti, il che ha portato Internet ad espandersi in modo esponenziale. E’ più accessibile perché chiunque si può informare (o pensare di starsi informando) in qualunque ambito e in qualunque momento. Questi due aspetti rendono le fake news della Rete più facili da trovare e ritrovare e per questo probabilmente più pericolose rispetto a quelle diffuse da altri media.

Il pericolo diventa ulteriormente più intenso nel momento in cui individui o organizzazioni interessati a diffondere notizie false sfruttano l’accessibilità della Rete e l’urgenza di condivisione dei suoi utenti per veicolare messaggi in loro esclusivo favore.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

David Weinberger ha scritto un saggio fondamentale, intitolato La stanza intelligente: la conoscenza come proprietà della Rete, che descrive questo passaggio epocale. Qui definisce i tratti salienti della nuova conoscenza che ancora una volta sono stati anticipati da Lewis Carroll in quel romanzo di formazione che è Alice nel Paese delle Meraviglie: ampia, senza confini, inclusiva, populista (nel senso che la conoscenza su Internet non è discriminatoria, in quanto tutti vi possono contribuire, senza paletti all’ingresso nella sua accezione fondamentale),  proprio come accade in Wonderland, dove Alice può confrontarsi con personaggi, umani e non, da ognuno dei quali impara qualcosa.

Ma soprattutto in Rete la conoscenza è accreditata: il principio di autorevolezza su Internet è strettamente basato sul riconoscimento altrui. Una formula mutuata in parte dal meccanismo delle citazioni accademiche, lo stesso che ha dato vita all’algoritmo Pagerank di Google. Per inciso, l’Episodio della Maratonda in cui l’intuizione di Alice ha la meglio sull’esperienza del Dodo, sembra esprimere la medesima esigenza di sostituire l’autorità con l’autorevolezza.

“In pratica la struttura della nuova conoscenza non è più piramidale, ma è liquida, trasversale e ramificata come la Rete. Anzi, è la Rete”. Come impatta tutto questo nell’evoluzione del libro che diventa un “librare”?

Nello Barile
Nello Barile

Quello a Lewis Carroll è un riferimento fondamentale non solo perché che consente di connettere nella stessa trama autori chiave come G. Bateson, M. McLuhan, L. Borges e J. Baudrillard, ma anche perché ci fa riflettere sul modo in cui una invenzione logica abbia anticipato un aspetto costitutivo della Quarta rivoluzione industriale. McLuhan citava Carroll per riflettere sul rapporto tra mappa e territorio, proprio quando la mappa incominciava a perdere l’assoluta validità euristica d’un tempo. Non riusciamo più a orientarci sul territorio perché la mappa che usiamo sta diventando altrettanto complessa oppure perché il territorio stesso s’è fatto mappa. Marshall McLuhan ha eminentemente intuito tale processo che negli anni Sessanta iniziava a investire il mondo della scienza delle tecnologie applicate; “Lewis Carroll faceva osservare che, man mano che le carte geografiche diventavano più particolareggiate e più estese, tendevano a soffocare l’agricoltura e a sollevare le proteste degli agricoltori. Perché allora non usare la terra come carta geografica di se stessa?”.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Esattissimo. Questo tema si ritrova nell’Episodio 5 della Prima Stagione di Ariminum Circus  Il Capitano e il JubJub, disponibile anche su Wattpad (il JubJub è preso direttamente dall’immaginario carrolliano, ovviamente): “Il Capitano vantava una grande conoscenza della cartografia, che considerava “un modo per fare splendidi inventari di tutte le cose”. Una carta geografica poteva comprendere idee sulla creazione, concetti di astronomia, cenni a teoria e pratica del golf, nozioni di botanica, saggi di critica letteraria. La definiva “un sistema di affinità morfologiche” fondato sull’analogia tra i soggetti più diversi della storia universale: la pittura a olio e la geometria euclidea, il fatalismo millenaristico e il jazz. Questa tendenza all’accumulo piaceva al JubJub, ma, al contrario di quanto faceva il volatile narratore, il Capitano la riportava alla necessità di uno sviluppo lineare. Sulla porta della sua cabina aveva inciso questa frase: “la carta geografica, anche se statica, presuppone un’idea narrativa, è concepita in funzione d’un itinerario, è un’Odissea”. Collezionava in maniera ossessiva quanto aveva a che fare con quella passione, che nutriva dalla più tenera età («fin da bambino – si vantava – ho avuto un sesto senso, il senso geografico»): dalle riproduzioni delle mappamundi medioevali alle registrazioni catastali degli edifici di Ariminum, passando per le cartine di Fortnite.

Più di tutto, amava i labirinti: i classici “a spirale”, che rimandano alle viscere di un animale sacrificale o alle braccia di una galassia; i dedali secenteschi, “a fronda d’albero”; quelli “rizomatici” dei film Labyrinth e Shining, in cui i corridoi sono radici di piante collegate fra loro; i contemporanei, “polivoci” come le incisioni di Escher e il Cube di Vincenzo Natali – dove è impossibile recuperare la propria posizione nel mondo.

Non si stancava mai di narrare aneddoti che lo vedevano protagonista di complesse interazioni fra mappe e territori. Una volta tentò di realizzare con una stampante 3D un plastico in scala 1:1 dell’impero ariminense, da lui definito il “perno geopolitico del mondo” se non “il supercontinente che fa da asse dell’Universo”. Senza fortuna: l’opera, mai terminata, fu abbandonata alle inclemenze del tempo. Animali e nomadi ne ritrovano di tanto in tanto alcuni frammenti lungo la spiaggia ancora oggi. Un vero peccato, dato che era un magnifico “Scudo di Achille 4.0” – così il Capitano aveva chiamato quel plastico con il caratteristico gusto per le citazioni a sproposito. E del tutto compiuto, pretendeva.

«Mente chi dice che si tratta di un lavoro inconcluso» si accalorava, specie dopo il terzo o il quarto bicchiere. «È proprio vero che il Male non è spettacolare ma è sempre umano: che divide il nostro letto e mangia alla nostra mensa! La Verità è che la mappa tridimensionale non è mai stata dispiegata. I contadini si opposero: dicevano che avrebbe coperto l’intera Nazione e chiuso fuori il Sole! Si sono ridotti a usare la Nazione stessa a mo’ di mappa e vi assicuro che non funziona altrettanto bene! La realtà, del resto, è sempre meno pratica di ciò che la rappresenta»”.

Nello Barile
Nello Barile

Non è casuale che la spia della crisi siano i contadini, appartenenti ad una cultura non letterata è in grado di comprendere con anticipo sui dotti l’assurdità di un eccessivo processo di scomposizione e analisi del reale che avrebbe condotto verso una territorializzazione della mappa, riscontrabile nell’idea di poter “usare la terra come carta geografica di se stessa”. Quando il sistema nervoso centrale viene ricostruito all’esterno dell’individuo tutta l’esperienza può essere tradotta in termini di informazione per circolarvi dentro come linfa vitale. L’idea di McLuhan era riferita a una fase di prima elaborazione delle scienze cibernetiche in cui si insisteva soprattutto sulla capacità dell’informazione di tradurre qualsiasi elemento della realtà in un codice binario.

In modo diverso la riflessione sul doppio vincolo di G. Bateson indicava come limite del linguaggio il principio Russelliano secondo cui una insieme non può essere elemento di se stesso. Dalla violazione di quel principio si passa oggi alla possibilità di pensare un continuum tra materia e informazione, tra bit e atomi, che è proprio del nostro mondo contemporaneo.  Con lo sviluppo dell’informatica, che ha condotto verso l’avvento del primo web, tale processo si è tradotto nell’ideale di un’intelligenza collettiva, capace di far funzionare il sistema mente-computer come una dimensione più estesa, quasi un cervello globale in cui i singoli individui funzionano alla stregua dei neuroni. Anche il discorso di Pierre Levy resta confinato a una fase in cui sembravano imporsi con particolare veemenza i processi di virtualizzazione sul resto della realtà quotidiana. In quel caso la tecnologia tendeva a esaltare e a rendere ipertrofico lo spazio mentale, mettendolo a disposizione della collettività come un nuovo spazio ontologico che attraversava le barriere tra “interno ed esterno”. Oggi tale processo ha mostrato un’ulteriore capacità di sviluppo verso la prospettiva di una crescente integrazione tra virtualità e realtà.

La concretezza stessa della categoria di esperienza pare oggi essere meno convincente proprio perché sia il marketing che la tecnologia ne hanno fatto ampio riferimento per inventare nuovi prodotti/servizi. Dal 2003 la ricerca di nuovi paradigmi come quello di Supranet lavorano su una sostanziale equipollenza tra virtuale e reale, tra mappa e territorio, fino al punto di una totale sovrapposizione tra la superficie terrestre e quella del web. Detto in altri termini, come sostengono i ricercatori della Gartner, quando si potrà assegnare “un indirizzo IP ad ogni metro quadro della superficie della terra”, allora sarà necessario riconsiderare le categorie dell’ontologia dato che ogni oggetto è potenzialmente un ente comunicante. Ne sono già un esempio gli smart spaces, “vale a dire spazi intelligenti che attraverso sensori e traduttori consentono di assegnare significati e funzioni allo spazio d’interazione”, di personalizzarlo in base alle caratteristiche dell’utente.

La capacità di queste tecnologie di dislocare nell’ambiente nuovi modelli di cognizione e (a loro modo) d’intenzionalità, sta già trasformano la definizione stessa dei luoghi. In altri new media consentono così di ridefinire lo spazio ontologico creando nuove entità, sganciate dall’intenzionalità umana, che si accrescono d’esperienze e di vissuti personali e che possono fare patrimonio di questo vissuto esperienziale. Le ultime generazioni delle tecnologie digitali stanno ricucendo lo “strappo ontologico” fra la sintassi delle parole e quella degli oggetti, tra l’Encyclopédie e il mondo delle cose, tipici del’era industriale. Già Wikipedia dà consistenza digitale a questo spazio eteroclito in cui oggetti, personaggi storici, località turistiche, concetti teoretici, invenzioni, soubrette, gente comune, marche commerciali, prodotti di consumo, canzoni, bestseller ecc. coesistono nel medesimo ambiente concettuale. Grazie alle nuove tecnologie di geolocalizzazione, alla realtà aumentata e all’Internet delle cose, possiamo intravedere il passaggio da una enciclopedia virtuale separata dagli oggetti a una totalmente incardinata in essi. In tal modo principi di definizione/classificazione della realtà si muovono dal piano dell’astrazione formale a quello oggettuale tanto da avverare l’idea di Baudrillard secondo cui “esisterebbero tanti criteri di classificazione quanti sono gli oggetti stessi”. Gli stessi oggetti diventano sistemi senzienti e comunicanti, media che veicolano come contenuto il loro stesso esserci e la loro relazione con il mondo.

Joseph Sassoon
Joseph Sassoon

Tornando all’oggetto centrale della nostra conversazione, vorrei osservare che l’individualità della scrittura di un libro non contrasta necessariamente con la natura ‘accreditata’ della conoscenza in rete di cui parla Weinberger. Se anche l’atto dello scrivere resta elettivamente legato a uno sforzo personale, in cui l’autore mette tutto se stesso, questo può conciliarsi senza problemi col fatto che l’autorevolezza su Internet sia fondata sul riconoscimento altrui. Il riconoscimento che in rete si può ottenere, indubbiamente, è ampio, democratico e partecipativo – ma è pur sempre riconoscimento di quell’opera di quell’individuo. Non tutti i libri devono diventare Wiki (sarebbe tragico se così fosse). La conoscenza contemporanea al contrario può trarre beneficio dal permanere di una dialettica fra autorialità individuale e riconoscimento liquido e trasversale, cioè collettivo.

Questa caratteristica personale dello scrivere si interseca positivamente con il fenomeno proprio del digitale che Kelly indica col termine tracciamento. Grazie alla possibilità che le nuove tecnologie offrono di tenere traccia di ogni informazione anche minima messa in rete, l’autorialità di un oggetto di senso importante come un libro risulta ancora più agevole da riconoscere e ritrovare. In generale, questo gioca in modo molto favorevole: poter reperire un testo di cui abbiamo vaga memoria digitando su Google le poche parole chiave che ricordiamo o un’approssimazione del nome dell’autore, è un’esperienza comune a tutti noi. Nel mondo accademico, dove è sempre fondamentale poter tenere conto della letteratura esistente, Internet ha reso la rintracciabilità di testi anche rari e lontani una specie di manna. Ovviamente, come in tutte le cose, esiste anche il lato negativo. A partire dalla maggiore evidenza e reperibilità dei testi scritti, i governi autocratici o dittatoriali possono individuare molto più in fretta ogni sorta di dissidenti. Connettersi e condividere un libro nel web implica immediatamente la possibilità di mettersi in pericolo. È probabile che nell’insieme i vantaggi superino gli svantaggi. Ma Kelly fa bene a sottolineare i rischi insiti nella sorveglianza che la rete abilita, e la necessità di lottare perché tra governi e persone si crei una relazione più simmetrica.

Marco Calabrò
Marco Calabrò

Come sottolinea Paolo, per secoli il libro ha costituito il mezzo attraverso il quale la conoscenza veniva tramandata, in quello che lui definisce splendidamente un dialogo fra generazioni. Internet, nell’arco di qualche decina di anni è stato in grado di cambiare drasticamente questa norma. Grazie alle sue caratteristiche, la Rete ha permesso di formarsi e informarsi a persone che prima non avevano i mezzi di farlo ed ha esteso le possibilità di formazione e informazione di tutti gli altri. Internet, per chi ha tempo, voglia e strumenti per usarlo propriamente, è in grado di ampliare la conoscenza, molto più che annullarla. In qualche modo oggi, entrare nel Paese delle Meraviglie sembra una possibilità che oltre ad Alice ci ritroviamo ad avere anche tutti noi. 

Il problema è che il percorso è impervio e se da una parte la Conoscenza, quella di qualità, è lì ad aspettarci in qualche angolo nascosto di Internet, dall’altra perdersi in quel mondo è questione di un attimo. Per questo sono d’accordo con Paolo sulla necessità di porci la domanda: Internet tenderà a sostituire il libro? A me piace pensare che il libro rimarrà sempre un elemento fondamentale di conoscenza, che ci permetterà di equi-librare il nostro desiderio di spaziare liberi con la necessità di avere fermi punti di riferimento. Il libro rimarrà sempre il luogo in cui tornare quando ci sentiremo sopraffatti dal content overload di Internet.

Paolo Costa
Paolo Costa

Ovviamente affermare che Internet annulla la conoscenza non ha alcun senso. Credo tuttavia anche io che alcune preoccupazioni siano legittime. La cosiddetta “crisi degli esperti” non è solo il prodotto dell’iperspecializzazione e della conseguente perdita di una visione metadisciplinare. Essa è innanzi tutto legata alla delegittimazione del principio di competenza. Come ha sottolineato di recente Enrico Bucci sulle pagine del Sole 24 Ore, ci si illude che, avendo accesso a informazioni su qualunque argomento, chiunque si possa formare un giudizio su qualsiasi tema. È probabile che tale fenomeno sia stato facilitato in qualche modo dalla diffusione della Rete. Ma la crisi degli esperti è secondo me lo specchio di un fenomeno più generale, che tocca tutti noi: la ridefinizione del rapporto fra informazione e conoscenza.

Da questo punto di vista dobbiamo gestire una duplice sfida. Da un lato c’è un problema di quantità, nel senso che il volume di informazioni che a ciascuno di noi è richiesto di processare supera di gran lunga ciò che appare umanamente gestibile. Dall’altro lato c’è una questione di velocità, come ho già avuto modo di sottolineare. Lo stordimento contemporaneo nasce dalla consapevolezza che non siamo abbastanza veloci per smaltire il sovraccarico informativo rovesciato su di noi. Gli algoritmi di apprendimento automatico ci turbano proprio per questo: sembrano riuscire in ciò che a noi risulta impossibile, ossia ricercare il senso ultimo delle cose attraverso il parsing in tempo reale di abnormi quantità di dati. Ma, allo stesso tempo, diffidiamo degli algoritmi. Perché sappiamo che deep learning non significa necessariamente deep understanding.

La sfida non è nuova. Marshall McLuhan fu tra i primi a ipotizzare che lo sviluppo del pensiero umano – in particolare la capacità di creare modelli, distinguendo insiemi di oggetti o attività simili e differenziandoli da altri oggetti o attività – sia la risposta che la nostra specie ha escogitato per gestire il sovraccarico di informazioni. E fu sempre McLuhan a supporre che, passando attraverso l’atrofizzazione di taluni sensi e il potenziamento di altri, questa strategia imponesse un sacrificio: narcosi, seguita da disagio. Per questo parlo di stordimento. E in fondo ne parlava in termini non dissimili già Sigmund Freud nel suo Disagio della civiltà.

Al cuore di questa crisi c’è il libro. Perché il libro ha costituito per secoli il veicolo fondamentale di organizzazione e trasmissione della conoscenza, garantendo una straordinaria forma di collaborazione: quella fra le generazioni. Il libro ha nutrito il dialogo fra gli uomini e le donne del passato – con prevalenza dei primi, va detto – e quelli del presente. E con ciò ha reso possibile l’accumulo del sapere, permettendo a noi nani di accomodarci sulle spalle dei giganti. Va aggiunto che tale funzione sembra strettamente connessa alla forma dell’artefatto tecnologico. Una forma che il libro è andato perfezionando nel corso dei secoli, fino a raggiungere una sorta di perfezione all’inizio del Cinquecento. Ecco, la domanda è semplice, nella sua brutalità: il libro continuerà a svolgere questa funzione anche in futuro? Fa da corollario un’altra domanda: il libro potrà essere ancora “uno strumento cognitivo perfetto” (per usare le parole di Roberto Casati) se rinuncerà alla sua fisicità cartacea e all’organizzazione per pagine? A questa seconda domanda io mi sento di rispondere: no. Attenzione, dunque, a sostituire il libro con il librare, senza avere correttamente valutato le perdite che un simile passaggio comporterebbe. Peraltro a me sembra che il libro tradizionale goda, in un certo senso, di ottima salute.

Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

Nell’effettuare la valutazione suggerita da Paolo, la questione dell’affidabilità e dell’autorevolezza delle fonti informative on-line è ovviamente essenziale. Mi sembra però eccessivamente ottimista pensare che la rete abbia già sostituito in maniera efficace il principio di autorevolezza al principio di autorità: i meccanismi di filtraggio collaborativo e di negoziazione redazionale funzionano bene in un contesto capace di riconoscere e gestire in maniera razionale le differenze di opinione, come accade ad esempio su Wikipedia, ma in contesti meno favorevoli quegli stessi meccanismi possono costruire ‘filter bubbles’ che si trasformano assai facilmente in ‘eco chambers’, per usare due termini largamente discussi in questo contesto.

In linea generale, non condivido molto neanche la metafora della conoscenza liquida: lo sviluppo delle reti ha portato indubbiamente a una tendenza alla crescita e alla fluidificazione dei meccanismi di circolazione dell’informazione, ma il passaggio da informazioni a conoscenze presuppone comunque un lavoro di valutazione, strutturazione, costruzione che non solo non è automatico e immediato ma che richiede oggi competenze in parte nuove, di cui occorre riconoscere l’importanza e garantire la diffusione.

Che conseguenze ha tutto questo sul mondo del libro? C‘è davvero – e in che forma – il passaggio dall’autorialità, dall’idea tradizionale di autore unico e riconosciuto, a nuove forme di autorialità liquida e collettiva?

Credo che nel rispondere a questa domanda occorra distinguere alcune sperimentazioni, sicuramente interessanti ma al momento ancora assai limitate sia nella diffusione sia nei risultati, dalla situazione e dall’evoluzione complessiva del mercato editoriale. Faccio due esempi: nel mondo dei contenuti di apprendimento, si parla ormai da decenni della sostituzione dei libri di testo ‘autoriali’ prodotti dall’editoria scolastica tradizionale con libri di testo collaborativi e autoprodotti. E tuttavia quest’idea è rimasta per ora – e credo resterà almeno per il futuro prevedibile – un miraggio con assai poca sostanza alle spalle. I tentativi che sono stati fatti sono infatti qualitativamente assai deludenti: in molti casi il formato adottato è estremamente ‘vecchio’ e povero – testi privi di apparati iconografici, di integrazioni multimediali, di capacità espositive e narrative – in altri casi l’autorialità collettiva non è supportata da meccanismi di validazione adeguati, con il risultato di distribuire testi poco affidabili e approssimativi, a volte anche sul versante della corretta citazione delle fonti. Perché? Perché proprio la necessità di dominare codici comunicativi diversi, di integrarli in maniera efficace, di garantirne la qualità, richiede – paradossalmente – un rafforzamento e non un indebolimento del lavoro autoriale ed editoriale (e, sia detto per inciso, un aumento e non una diminuzione dei costi).

L’idea dell’autorialità individuale viene insomma certo in parte superata, ma a favore della costruzione di team di lavoro professionali, spesso con una ‘regia’ multimediale ben definita, non a favore della costruzione liquida e semi-automatica dei contenuti prodotta da un’intelligenza collettiva capace di generare quasi naturalmente contenuti di qualità e meccanismi di validazione affidabili. In altri termini: non è affatto scontato che i meccanismi che funzionano bene nel caso di Wikipedia possano essere automaticamente trasferiti alla costruzione di un libro di testo, che è un oggetto assai diverso da un’enciclopedia e ha bisogno anche di narrazione e probabilmente di un’impronta autoriale più forte.

Un secondo esempio è quello delle narrazioni ipertestuali: a oltre trent’anni di distanza dai primi tentativi, anch’esse rimangono – almeno per quanto riguarda la forma libro – una promessa solo in minima parte concretizzata, sperimentazioni magari interessanti ma isolate (assai diverso è, ancora una volta, il campo dei videogiochi). Basti pensare al fatto che la casa editrice che ha lavorato per prima, e in forme spesso assai interessanti, alla costruzione di ‘libri’ ipertestuali, la Eastgate, è ancora oggi uno dei pochissimi punti di riferimento in questo settore, e che i contenuti che propone oggi sono largamente gli stessi che proponeva vent’anni fa. Questo non vuol dire ovviamente che gli ipertesti non si siano diffusi come forma di testualità, o che non esistano forme di narrazione ipertestuale ‘altre’ rispetto alla forma-libro: anche solo lo sviluppo del web dimostra che non è così. Vuol dire però che l’incontro fra l’ipertesto e la forma libro non è affatto ‘naturale’ e scontato come si pensava due o tre decenni fa: forse proprio perché la forma-libro ha bisogno di un controllo autoriale e strutturale che la fluidità degli ipertesti tende a indebolire.

Una possibile eccezione, da cui mi aspettavo e mi aspetto di più di quanto non sia stato realizzato finora, è quella degli ipertesti fortemente strutturati; ad esempio il modello di costruzione ‘piramidale’ proposto una ventina di anni fa da Robert Darnton per la saggistica e la ricerca: testi ‘a strati’, in cui il corpo del libro ha ‘sopra’ uno strato di sintesi (magari usando codici comunicativi diversi: il video di una conferenza, una presentazione sintetica…) e ‘sotto’ uno o più strati di documentazione e di fonti. Abbiamo capito che realizzare questa idea richiede un impegno di risorse e di tempo notevole e strumenti di fruizione adeguati, per certi versi non ancora disponibili: ma credo ancora nelle possibilità di uno sviluppo in questa direzione. Che però non è quella dei testi ‘liquidi’: semmai di testi dalla struttura più complessa – ma non meno forte – di quelli tradizionali.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Direi che la visione di Gino (fra l’altro, è interessante osservare che mentre dialoghiamo Gino sfoglia, come si vede nella foto, un iPad che riproduce uno dei primi testi digitali realizzati per ebook…Alice nel Paese delle Meraviglie, con la cui immagine ho introdotto la Prima Nota di Alice Annotata, la componente realizzata qui su NOVA100 del più ampio progetto Alice Postmoderna), si avvicina molto a quella che si sta applicando nel nostro progetto #Librare

Con una differenza però fondamentale: alla struttura piramidale, verticale, a strati, si sostituisce quella orizzontale (un po’ nella logica dei “Barbari” descritti da Baricco e ripresa in Alice la Barbara – Alice annotata 3) dove, nel “campo neutro” offerto dal blog di NOVA100, conversazioni digitali consentono la connessione fra aree disciplinari diverse (che dovrebbero essere complementari per produrre innovazione ma spesso non sono comunicanti, in omaggio alle logiche funzionalistiche dello Scientific Management); ovvero fra personalità che arricchiscono il dialogo anche attingendo da progettualità, spesso multimediali e multicanale, disponibili in Rete quali Alice Postmoderna, Ariminum Circus, Il Manifesto dello Humanistic Management, Le Aziende InVisibili, nel mio caso; ma ognuno dei partecipanti ai diversi panel, oltre ad aver talvolta partecipato a uno o più dei miei progetti, così come io ho partecipato in certi casi ai loro, rimanda ad altre esperienze svolte in passato o in corso d’opera: vedi Dante. Il Poeta Eterno di Felice Limosani o la Twitteratura di Paolo Costa. Lo strumento della connessione ipertestuale infine consente di dare vita a un universo impermanente ed in continua evoluzione, proprio come nella visione del Maestro di Ariminum Circus esposta nell’Episodio 10 della Stagione 1 Sirene Lesbiche in Volo (su Wattpad la versione multimediale)

Le conclusioni di questo divenire del libro le ha ben sintetizzate Michele Serres nel saggio Il Rinascimento tecnologico. Quelle banche dati che ci obbligano ad essere intelligenti, pubblicato in versione integrale su Vita e Pensiero diversi anni fa. Rileggerlo alla luce di quanto è successo con il Covid (l’esplosione dello smart working ad esempio) è illuminante: “Da quando siamo uomini, abitiamo in uno spazio polarizzato attorno a luoghi di concentrazione, case, villaggi e tesori diversi; in particolare, il luogo stesso in cui vivo e al quale riferisco il mio indirizzo. Viviamo in questo spazio perché costruire lo forma, abitare lo consolida e pensare consiste nel riprodurlo….

Le reti sostituiscono la concentrazione con la distribuzione. Da quando disponiamo, su una postazione portatile o sul telefonino, di tutti i possibili accessi ai beni o alle persone, abbiamo meno bisogno di costellazioni espresse. Perché anfiteatri, classi, riunioni e colloqui in un dato luogo, e perché una sede sociale, dal momento che lezioni e colloqui possono tenersi a distanza? Gli esempi culminano in quello dell’indirizzo. In tutto il corso della storia è stato riferito a un luogo, di abitazione o di lavoro, mentre oggi l’indirizzo di posta elettronica o il numero di telefono cellulare non indicano più un determinato luogo: un codice o una cifra, pura e semplice, basta. Quando tutti i punti del mondo godono di una sorta di equivalenza, la coppia qui e ora entra in crisi. Il concetto teologico di ubiquità – la capacità divina di essere ovunque – descrive meglio le nostre possibilità rispetto al funebre qui giace… I piagnoni antichi e moderni deplorano la perdita dell’oralità, della memoria, della concettualizzazione e di tante altre cose preziose per i nostri avi. In realtà la perdita della memoria, nell’epoca che seguì quella in cui si declamavano a mente i poemi di Omero, liberò le funzioni cognitive dal carico impietoso di milioni di versi; apparve allora, nella sua semplicità astratta, la geometria, figlia della Scrittura. Allo stesso modo nel Rinascimento una perdita ancora più importante sollevò i saggi dallo schiacciante obbligo della documentazione, che allora si chiamava dossografia, e li riportò bruscamente alla nuda osservazione che fece nascere le scienze sperimentali, figlie della stampa. 

Sapere consiste allora non più nel ricordare, ma nell’oggettivare la memoria, nel depositarla negli oggetti, nel farla scivolare dal corpo agli artefatti, lasciando la testa libera per mille scoperte. Questo intendeva dire Rabelais con la celebre frase: Preferite una testa ben fatta a una testa piena.

Prima di poter allineare i libri nella loro libreria, Montaigne e i suoi antenati dotti dovevano imparare a memoria l’Iliade e Plutarco, l’Eneide e Tacito, se volevano averli a disposizione per meditare. L’autore degli Essais li cita ormai ricordandosi solo del loro posto sugli scaffali per consultarli: quanta economia! All’improvviso la pedagogia vuoterà la testa un tempo piena, e ne modellerà la forma senza preoccuparsi del contenuto, ormai inutile in quanto disponibile nei libri. Liberata della memoria, una “testa ben fatta” si volgerà ai fatti del mondo e della società per osservarli… Eccoci dunque consegnati, nudi, a un destino temibile, liberati dallo schiacciante obbligo delle note a piè di pagina: eccoci ridotti a diventare intelligenti!

Come nel Rinascimento, questo cambiamento d’intelletto ha avuto luogo più volte nella storia, ad esempio quando arrivarono i modelli astratti della geometria o gli esperimenti in fisica, quando appunto cambiavano le tecnologie. Così la storia della filosofia e la storia stessa, tributarie della storia della conoscenza, seguono quella dei supporti”.

Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

L’idea di un Rinascimento digitale ha grande fascino e per molti versi appare fondata: la possibilità di digitalizzare e condividere larga parte del patrimonio culturale dell’umanità, di costruire contenuti informativi più ricchi perché capaci di utilizzare le possibilità offerte dalla multicodicalità e dall’interattività, di sfruttare il collegamento continuo alla rete per avere a disposizione in ogni momento un deposito potenzialmente illimitato di risorse e di velocizzare e arricchire lo scambio informativo, costituiscono una rivoluzione sicuramente paragonabile nella sua portata e in parte anche nei suoi effetti alla rivoluzione gutenberghiana.

Michel Serres ha del resto studiato a fondo la filosofia di quello che è probabilmente il principale precursore dell’idea di ‘onnipotenza rappresentativa’ del digitale, Gottfried Wilhelm Leibniz: il concetto leibniziano di caratteristica universale, costruzione di un linguaggio numerico capace di esprimere compiutamente e perfettamente la struttura ontologica del reale e il contenuto informativo di ogni possibile concetto, associata all’idea, che Leibniz formula compiutamente nel De Progressione Dyadica del marzo 1679, della possibilità di rappresentare qualunque numero utilizzando solo gli ‘0’ e ‘1’ del calcolo binario, delineano infatti una sorta di ‘digitalizzazione universale’ del reale che non può non colpire alla luce dello sviluppo e della pervasività conquistata negli ultimi anni dall’ecosistema digitale.

La traduzione di quest’idea di Rinascimento digitale in un rinnovamento profondo della forma-libro è credo un’aspettativa legittima, ma non necessariamente semplice né immediata. Paradossalmente, il mondo del libro è oggi assai meno ‘digitale’ di quanto non accada nel caso di altre tipologie di contenuti pure assai più pesanti in termini di impegno di bit, come l’audio e il video. E, come già accennato, le grandi promesse dei libri elettronici arricchiti o aumentati sono state mantenute – almeno finora – solo in minima parte. Ci sono diversi motivi che spiegano questo ritardo, e la loro analisi richiederebbe molto più spazio di quello disponibile in questa sede, ma credo che fra questi motivi vi sia un problema tecnologico specifico, quello delle caratteristiche dei dispositivi di lettura e dunque dei supporti hardware. Al momento il mondo dei libri elettronici usa tipologie di dispositivi abbastanza diverse, legate a tre grandi famiglie: e-book reader basati su carta elettronica e inchiostro elettronico, con fortissimi limiti nella visualizzazione dei colori e nella gestione di contenuti multimediali e in particolare di contenuti video; tablet e smartphone, con ottime capacità di gestione multimediale ma difficilmente utilizzabili in situazioni di luce solare diretta e interfacce non ottimizzate per la forma-libro, e computer (desktop o laptop) utilizzabili in situazioni di lettura ‘lean forward’ (lettura attiva/studio al tavolino) ma non in situazioni di lettura ‘lean back’ (rilassati, ad esempio a letto o in poltrona) e poco adatti alla lettura in mobilità.

Una situazione che conferma la considerazione di Serres sull’importanza dei supporti, ma che porta anche a pensare che la transizione verso forme più sviluppate e pervasive di editoria digitale anche rispetto alla forma-libro ci sarà, ma richiederà ancora parecchio tempo.

Paolo Costa
Paolo Costa

La domanda di Marco evoca numerose questioni. La prima riguarda le presunte qualità non discriminatorie della Rete. Come tutte le reti a invarianza di scala, Internet è assoggettata alla legge di potenza. In Internet la distribuzione del potere è paretiana: i nodi ricchi di connessioni tendono ad accumulare ulteriori connessioni nel tempo e dunque ad accrescere il loro vantaggio competitivo. Questa dinamica avvantaggia un numero esiguo di piattaforme, che controllano l’accesso alle informazioni da parte di tutti gli altri nodi. Mi sembra difficile ipotizzare che il sapere della Rete sia più democratico del sapere del libro. Si tratta, semmai, di riconoscere in che modo il potere eserciti la sua capacità di orientare scelte e comportamenti nel nuovo dispositivo. Il sapere è sempre lo spazio in cui si confrontano forme di dominio, assuefazione e sabotaggio.

Concordo invece con l’idea che il covid-19 stia mettendo a dura prova il modello dello spazio urbano denso e concentrato, al cui revival abbiamo assistito negli ultimi anni con un’eccitazione talvolta acritica. La parabola di Milano, in questo senso, è esemplare. Fa un certo effetto vedere i grattacieli di UniCredit, Allianz e Generali – epitomi, fino a pochi mesi fa, della rinascita milanese – oggi desolatamente vuoti. La crisi pandemica interroga anche un determinato modo di intendere i luoghi di accesso e distribuzione della cultura: le librerie-supermercati, le grandi biblioteche, le adunate per la presentazione dell’ultimo best-seller del momento, con l’immancabile rito del firmacopie, intollerabile fin dal nome. Così come è necessario ripensare la Rete, occorre anche riprogettare le reti: intendo le reti culturali, del sapere e della conoscenza. Da Internet può venire un contributo enorme, a condizione che si riesca a immaginare un’esperienza virtuale che vada oltre Zoom.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Joseph ci ricordava prima che Kelly pone il tema del tracciare, che è certamente rilevante anche nel contesto in cui stiamo discutendo. Internet, afferma, è anche la più grande e veloce macchina di monitoraggio e ogni cosa che vi transita verrà tracciata, scrive. Questo trend comprende anche l’auto-monitoraggio a scopo di salute e soprattutto l’inevitabile monitoraggio da parte delle istituzioni.

L’autotracciamento, infatti, attiene a un ambito molto più ampio della salute. È grande quanto la nostra stessa vita. Minuscoli occhi e orecchie digitali indossabili possono registrare ogni secondo della giornata, tutto quello che abbiamo visto e detto, per aiutarci a ricordare. Il nostro flusso di e-mail e di testi, quando viene salvato, costituisce un diario continuo della nostra mente. Possiamo aggiungere le registrazioni della musica che abbiamo ascoltato, i libri e gli articoli che abbiamo letto e i luoghi che abbiamo visitato, i particolari significativi dei nostri spostamenti e delle nostre riunioni abituali, così come gli eventi e le esperienze eccezionali, il tutto convogliato e fuso in un flusso di bit cronologico.

Questo flusso è chiamato lifestream. Nei social media, oggi, abbiamo diversi esempi funzionanti di lifestreams: Facebook (e, in Cina, WeChat). Quello di Facebook è un flusso continuo di immagini, aggiornamenti, link, puntatori e altre documentazioni della propria vita; nuovi pezzi vengono continuamente aggiunti all’inizio del flusso. Se si vuole, è possibile aggiungere a Facebook widget che catturano la musica che si sta ascoltando o i film che si stanno guardando in streaming. Facebook offre anche un’interfaccia temporale per esaminare il passato. Oltre un miliardo di flussi di altre persone possono incrociarsi con il tuo: quando un amico (o a uno sconosciuto) mette un like su un post o segnala una persona in un’immagine, questi due flussi si mescolano. Ogni giorno Facebook aggiunge sempre più eventi, flussi di notizie e aggiornamenti aziendali al flusso globale.

In questo quadro, l’autore de L’Inevitabile rileva come lo scopo dell’Internet of Things, e la natura del cloud che galleggia al suo interno, consiste nel tenere traccia dei dati: i 34 miliardi di dispositivi abilitati a Internet che prevediamo di aggiungere al cloud nei prossimi cinque anni sono costruiti per trasmettere i dati. E il cloud è costruito per mantenerli. Tutto quello che entrerà in contatto con quest’ultimo, e che può essere tracciato, verrà tracciato. Per Kelly, pertanto, la sorveglianza è inevitabile. L’unica possibilità che intravede è di lottare perché la relazione sia più simmetrica, soprattutto tra stato e cittadino. Egli prospetta uno stato futuro di cooveglianza, un po’ orwelliano (vedi in particolare su questo il recente romanzo distopico di Dave Eggers Il Cerchio).

Gino Roncaglia
Gino Roncaglia

Il tema del tracciamento costituisce un caso particolare – certo particolarmente rilevante – della tematica più generale della trasparenza e dell’apertura nella gestione dei flussi informativi e dei big data. È un tema fondamentale, se vogliamo evitare che il Rinascimento digitale non derivi dal Rinascimento reale una caratteristica forse meno desiderabile della connotazione legata allo sviluppo di una nuova cultura: quello della gestione autocratica – magari illuminata, ma comunque autocratica – di cittadini-sudditi.

La risposta a questa sfida dipende, come ho già avuto modo di ricordare, dalla capacità di lavorare in due direzioni. Da un lato la creazione di un nuovo apparato normativo che garantisca protezione, riservatezza, e insieme trasparenza procedurale nella gestione dei dati: una direzione in cui l’Europa è all’avanguardia, ma che richiede ancora molto lavoro e una dimensione transnazionale non facile da estendere oltre i confini europei, in particolare verso gli Stati Uniti da un lato e le grandi economie asiatiche dall’altro. D’altro canto, la formazione degli utenti: è il versante dell’information literacy, che rappresenta una precondizione essenziale per una cittadinanza digitale attiva e consapevole, anche rispetto alla gestione dei propri dati personali.

Nello Barile
Nello Barile

Nel 2009 ho formulato il concetto di ontobranding per indicare  un’interazione dinamica tra esperienza del luogo, processi di consumo e la ridefinizione delle identità attraverso il “capitale emozionale” dell’utente. Questa interazione è risolta dall’uso delle tecnologie digitali, in particolare la forma mobile e onnipresente degli smartphone. Fondamentalmente siamo passati da una chiara opposizione tra atomi e bit, celebrata da N. Negroponte nel 1995, a una diretta integrazione tra loro, cosicché la mappa è oggi completamente sovrapposta al territorio. Per lo stesso motivo possiamo pensare in termini di un sistema operativo sociale che integri le architetture di rete nel corpo fisico della società. Tecnologie radicali come l’Intelligenza Artificiale Emozionale, le Wearable Technolgies, l’Augmented Reality, e l’Internet Of Things sono le protagoniste di una nuova Rivoluzione Copernicana che mira a creare un nuovo ecosistema digitale consumer-centrico, ovvero incentrato sul consumatore e sulla sua produzione di “tracce” digitali.

Nella Quinta Conversazione ci si è soffermati sul concetto di “prosumer”, cui anche noi accennavamo prima: ormai tale categoria può essere applicata persino al consumatore più passivo e meno engaged, dato che anche qust’ultimo nel suo peregrinare online produce dati. Se il branding tradizionale era solo uno strumento nelle mani delle aziende per costruire la propria immagine e posizionamento, il selfbranding dimostra come il marketing sia in grado di gestire anche il posizionamento esistenziale delle persone. Anche se non siamo ancora completamente circondati da un mondo di cose intelligenti, la comunicazione e il branding sono abbastanza flessibili da colonizzare nuove parti della realtà, dando loro l’opportunità di dire qualcosa, di “dialogare” e definire il loro posizionamento nello sconfinato mercato globale delle identità.

 

Immagine di Marcello Minghetti