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Se cambia l’accesso al libro. Una conversazione con Carlo Bordoni, Giovanni Iozzia, Francesco La Trofa, Cristina Gerosa, Paolo Repetti e Leonardo Taiuti.

“Nel regno digitale immateriale”, scrive Kevin Kelly, “dove nulla è statico o fisso, tutto è in divenire, anche il libro diventa un librare, evolvendo da cartaceo a digitale, confrontandosi con altri sistemi di comunicazione e apprendimento”. Se il libro diventa un librare: questo il titolo/quesito/ipotesi che ci guida in un viaggio su cosa è stato, cos’è oggi e cosa sarà domani il libro, attraverso dieci conversazioni metadisciplinari con scrittori, editori, agenti, esperti. Come guida per orientarci in questo cammino abbiamo scelto la rilettura di tre testi visionari: uno del passato, Alice nel Paese delle meraviglie, riprendendo alcune riflessioni sviluppate nell’ambito del progetto Alice Postmoderna; uno del presente, L’inevitabile, scritto dal cofondatore di Wired Kevin Kelly; uno del futuro, il romanzo online in corso di scrittura Ariminum Circus, di Federico D. Fellini, disponibile in versione multimediale anche su Wattpad.

Oggi ci occupiamo di un tema cruciale della contemporaneità digitale, quello dell’accesso, tanto che l’epoca attuale è anche stata definita “l’era dell’accesso”: accesso all’informazione, alla conoscenza e quindi al libro nelle sue forme presenti e future. Ne parliamo con il sociologo Carlo Bordoni, Giovanni Iozzia, Direttore di EconomyUp, Francesco La Trofa, autore di VR Developer. Il creatore di mondi in realtà virtuale ed aumentata (Franco Angeli), Cristina Gerosa, Direttore editoriale di Iperborea, Paolo Repetti, Direttore Editoriale di Einaudi Stile Libero, e Leonardo Taiuti, Fondatore di Bookdealer.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Accedere è il quinto verbo-chiave (il gioco di parole è quasi obbligato) della contemporaneità secondo Kelly. Perché il possesso non sarà così importante come lo è oggi. Invece sarà fondamentale l’accesso a servizi e conoscenza. Corollario: le aziende che lo forniranno saranno in una posizione di vantaggio sulle altre. Il passaggio da una “proprietà che si acquista” a un “accesso a cui ci si abbona” rovescia molte convenzioni: la proprietà è informale e volubile. Se esce qualcosa di migliore, prendilo.

D’altra parte, un abbonamento dà luogo a un fiume interminabile di aggiornamenti, edizioni e versioni che portano a un’interazione costante tra il produttore e il consumatore. Non si tratta di un singolo episodio ma di una relazione costante. Quando accede a un servizio, spesso un utente instaura con esso un rapporto molto più stretto di quanto non avvenga quando acquista un oggetto. Spesso si rimane bloccati in questo abbonamento – pensiamo a quello dei telefoni cellulari o delle tv satellitari, è difficile disimpegnarsi: più a lungo si usufruisce di un servizio più quest’ultimo arriverà a conoscerci; più ci conoscerà più sarà difficile abbandonarlo per ricominciare con un altro. È quasi come essere sposati.

La modalità dell’accedere inoltre avvicina gli utenti al produttore a un punto tale che spesso l’utente si comporta da produttore, o come il futurista Alvin Toffler lo ha definito nel 1980, da “prosumer”, il “produttente”. Se accedessimo al software, invece di possederlo, saremmo in grado di condividerne i miglioramenti, ma ciò implicherebbe anche essere stati reclutati come nuovi prosumer e incoraggiati a identificare bug e a segnalarli (sostituendoci ai costosi reparti di controllo qualità), a richiedere supporto tecnico da altri utenti all’interno dei forum (riducendo anche il servizio d’assistenza), e a sviluppare i nostri stessi miglioramenti e “add-on” (sostituendoci al costoso reparto di ricerca e sviluppo delle aziende). Accedere amplifica le nostre interazioni con ogni parte del servizio. Dunque è un bene. O no?

Carlo Bordoni
Carlo Bordoni

Sono consapevole che nel futuro la pratica dell’accesso alla fruizione di un bene, rispetto all’acquisto sarà vincente. È nella logica delle cose che questo avvenga ed è giustificabile con la minore disponibilità al consumo individuale. Tuttavia la prassi già sperimentata con i telefoni non lascia sperare niente di buono. Sarà sempre più una dipendenza, piuttosto che una scelta libera; un obbligo irrinunciabile, piuttosto che una disponibilità. Non credo nella concezione del “prosumer”: credo invece che si risolverà in una dipendenza assoluta del fruitore nei confronti del produttore/gestore. Insomma, si creerà un legame così stretto di dipendenza contrattuale tale da configurarsi in una vera e propria “appropriazione” fisica del cliente.  Una dipendenza di cui non sarà facile liberarsi, che lega per tutta la vita e che quindi mi trova completamente contrario.

Giovanni Iozzia
Giovanni Iozzia

Il cambiamento è un fattore determinante nella storia dell’uomo, pur non essendo un carattere tipico della sua natura. Inevitabile quindi che ci sia sempre una tensione fra movimenti a livello socioeconomico e resistenze a livello psicologico. Faccio questa frettolosa premessa per inquadrare il tema dell’accesso in più ampio quadro di trasformazione che sta vivendo la nostra società. E mi riferisco a un processo che solo a una vista superficiale può apparire veloce. Bastano due date: Internet nasce tecnicamente nel 1969 e arriva in Italia nel 1986. Per entrare nel nostro ambito, i libri, la nascita degli ebook viene convenzionalmente fatta risalire al 1971, con il Progetto Gutenberg.

Stiamo quindi parlando di orizzonti temporali che traguardano il mezzo secolo. E adesso quel processo è a un punto di non ritorno. Normale, quindi, sentirsi confusi e incerti di fronte a modelli sociali, economici, culturali estranei alla nostra formazione, ai nostri paradigmi intellettuali, alle nostre convinzioni. Per questo è necessario uno sforzo di alterità: bisogna andare oltre e fare enormi sforzi di immaginazione. Esercitare la creatività è la migliore risposta alle sfide che il nostro mondo ci sta ponendo. E non solo riguardo ai libri.

Le tecnologie digitali hanno abilitato e stanno diffondendo modelli di produzione, distribuzione e consumo un tempo impensabili. L’accesso ai beni invece del loro possesso è uno di questi. La digital servitization è un percorso cominciato circa 30 anni fa, da quando il concetto è apparso in letteratura. Siamo arrivati al punto di parlare di industry as a service! Figurarsi quel che può accadere con il libro che è bene molto più “leggero” e flessibile di uno stabilimento manifatturiero.

Per arrivare alla domanda: io non so se l’accesso sia un bene o un male. E devo dire francamente che la questione mi appassiona poco. Per due ragioni: i processi di cambiamento non vanno né ammirati, né subiti ma governati. Non credo ci sia un determinismo tecnologico da accettare, con rassegnazione o entusiasmo secondo le diverse convinzioni. Se si imbocca questo bivio si finisce per sfuggire alle responsabilità che Governi, aziende e individui hanno.

Ecco le persone, customer o prosumer che siano. E in loro sta la seconda ragione. Mi rifiuto di considerarle semplici ricettori di stimoli digitali ai quali reagiscono come i cani di Pavlov. Anzi, penso e vedo che Internet e le sue evoluzioni social hanno accresciuto il potere degli individui, con effetti positivi e negativi senza dubbio. Crowdsourcing, crowdfunding, peer to peer sharing, … c’è un nuovo ruolo delle folle nel mondo. Certo, si pone un’urgenza di educazione, formazione, competenze e responsabilità.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Vediamo la cosa da un altro punto di vista. L’accesso è anche un modo per fornire cose nuove quasi in tempo reale. Si tratta di una logica essenziale di quella Wikinomics descritta da Dan Tapscott già diversi anni fa, come segnalavo in La nuova era della Wikinomics e i brontosauri dello scientific management.

Una ragione per cui così tanti soldi stanno fluendo in questa nuova frontiera dei servizi è che ci sono molti più modi di essere un servizio piuttosto che un prodotto. Ad esempio, il numero di modi diversi con cui riconfigurare il trasporto come un servizio è quasi infinito; Uber è solo una variazione ma ce ne sono dozzine già sperimentate e molte altre possibili. L’approccio generale degli imprenditori consiste nello spacchettare i vantaggi del trasporto (o di qualunque X) in beni costituenti separati per poi ricombinarli in modi nuovi.

Prendiamo ancora l’esempio del trasporto: come si arriva da un punto A a un punto B? Oggi abbiamo otto modi per farlo con un veicolo: 1. Comprare una macchina che guideremo noi stessi (la scelta predefinita). 2. Servirci di una compagnia che ci porti a destinazione con la propria macchina (taxi). 3. Affittare da una compagnia una macchina che guideremo noi (affitto Hertz). 4. Assumere un privato perché guidi lui (Uber). 5. Affittare da un privato una macchina che guideremo noi (RelayRiders). 6. Servirci di una compagnia perché porti noi e altri passeggeri a destinazione lungo un itinerario prestabilito (autobus). 7. Assumere un privato perché ci porti a destinazione insieme con altri passeggeri (Lyft Line). 8. Assumere un privato che, con altri passeggeri a bordo, guiderà fino a una destinazione prestabilita (BlaBlaCar).

La rivoluzione dell’accesso cambia la natura del libro?

Paolo Repetti
Paolo Repetti

Detesto il tipo di discorso nostalgico sull’odore della carta e tutta quella manfrina sull’insostituibilità del libro cartaceo come oggetto affettivo (che pure ha una sua ragione d’essere). Mi concentro piuttosto su alcuni elementi legati agli ebook e al concetto di passaggio dal possesso all’abbonamento, dal “il libro è qui ed è mio” al libro come servizio. Noto intanto che come invenzione il device attuale è infinitamente più carente dal punto di vista tecnologico del cartaceo. Siamo agli albori. L’ebook consente rapidità di acquisto e risparmio di spazio. Ma. In quanto a manualità d’uso ha vari inconvenienti. Il primo dei quali non è tanto la necessità della ricarica ma qualcosa di più profondo. Siamo abituati da centinaia di anni alla perfezione aurea del libro tridimensionale. La difficoltà che molti hanno a memorizzare l’ebook è legata la fatto – sia detto con parole semplici – che con l’ebook non si sa mai dove siamo. E la piccola notizia numerica della percentuale di lettura ci lascia del tutto indifferenti. Abbiamo bisogno ancora dello spessore. Non c’entra nulla la nostalgia. C’entra che le nostre capacità cognitive sono abituate a un altro tipo di fruizione. Per non parlare della difficoltà di prendere appunti e sottolineare. E’ come se il device ci rendesse infinitamente più goffi. E’ ancora un’invenzione agli inizi delle sue potenzialità.

Per quel che riguarda i contenuti: anche qui la resistenza è fortissima e non è detto sia un male. Immaginavamo di essere inondati di scritti, trame, forme di scrittura che reagissero alla rivoluzione tecnologica con un cambiamento epocale del discorso poetico così come si è venuto caratterizzando dalla Poetica di Aristotele in poi. Nulla di tutto questo. Le strutture antropologiche dell’immaginario degli scrittori sono invece rimaste sostanzialmente identiche, come sostenevano ad esempio anche Francesco Musolino e Sonia Lombardo nella Terza Conversazione.

Giovanni Iozzia
Giovanni Iozzia

Mi permetto di reagire alle parole di Paolo rettificando la domanda posta da Marco: non come cambia, ma qual è la natura del libro? Il libro è uno strumento di lavoro e di studio, una fonte di intrattenimento, un dono, un piacere intellettuale, una madeleine che restituisce ricordi, emozioni, persone. Per ogni natura forse potremmo esercitarci a immaginare evoluzioni e futuri diversi.

Concordo con Paolo sul fastidio per il feticismo della carta. Lo lascio ai bibliofili, che rispetto e ammiro, ma allo stesso tempo penso che il libro di carta non scomparirà, almeno nel futuro prossimo, così come non accadrà per i giornali che soffrono di una crisi molto più profonda ed economicamente drammatica. Ricordo una previsione che dava per i quotidiani l’ultima copia a stampa nel 2024. Ci siamo quasi e gli ultimi dati ci dicono che, pur nella costante erosione di valore, i ricavi da copie cartacee restano il core business degli editori tradizionali, lo ricordava qui anche il responsabile dell’Ufficio Studi Aie Giovanni Peresson. Ma il futuro sarà di carta per i libri-dono o libri-madeleine. Ancora nessuno pensa che un ebook possa essere un regalo buono per ogni occasione, per fortuna aggiungo. Ma per lavoro o formazione, come sta dimostrando anche l’accelerazione della didattica digitale a causa dell’emergenza sanitaria, il futuro è digitale. Perché l’ebook è più leggero, trasportabile, comodo, consultabile, “editabile” (le note sul Kindle funzionano e sono utili…).

Diverso è però il tema dell’accesso. Concordo con chi, in diverso modo, segnala il limite e il relativo fallimento di proposte “all you can read”. Da questo punto di visto non vedo per il momento la “rivoluzione dell’accesso” avvicinarsi al Palazzo d’Inverno dell’editoria libraria. Se l’ebook è ancora una piccola parte del mercato librario, l’accesso in luogo del possesso è una nicchia di quella minuscola quota. E forse questo dipende dalle diverse nature del libro che non consentono di ridurlo a un’unica funzione facilmente condivisibile.

Cristina Gerosa
Cristina Gerosa

Voglio aggiungere uno spunto di riflessione: partendo dal presupposto che per me l’accessibilità è un valore (positivo e prezioso), quale può essere il risvolto della medaglia? Oggi abbiamo a disposizione una biblioteca pressoché illimitata (di ebook, libri espansi o testi digitalizzati, seppur su supporti ancora imperfetti) a cui accedere attraverso vari canali in ogni momento della nostra vita e in qualunque situazione, ma quale sarà a lungo termine l’impatto con il nostro rapporto con la cultura? Cambierà l’atto stesso di leggere, anche da un punto di vista cognitivo? E perché in queste condizioni non assistiamo a un miglioramento dei tassi di lettura? Purtroppo non ho risposte, ma sono temi su cui rifletto spesso, soprattutto quando passo del tempo con dei bambini e dei ragazzi nativi digitali che hanno un approccio diverso e certamente più fluido al libro e ai vari supporti.

In Se il libro diventa uno schermo, è stato ricordato un concetto che può suonare risaputo, ma che non per questo è meno rilevante, ovvero che nel mondo dei libri la rivoluzione tecnologica e digitale può essere accostata al cambiamento avvenuto con l’invenzione della scrittura, prima, della pressa da stampa, poi: con conseguenti progresso e democratizzazione del sapere da un lato, ma dall’altro perdita della memoria (mai vero come in questo momento storico, soprattutto per le nuove generazioni) e dispersione delle informazioni, evaporazione dell’autorevolezza, scomparsa della critica letteraria. Credo che in questo contesto sarà sempre più decisivo il ruolo dell’editore (con la sua funzione di mediatore e di filtro) e degli operatori culturali specializzati nella promozione alla lettura e con una buona conoscenza di pratiche innovative multimediali.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Parlare di pratiche innovative multimediali, significa in primo luogo rilevare come l’ebook sta esprimendo solo una parte minima delle sue potenzialità: su questo punto si sono espressi in maniera analoga anche altri partecipanti alle precedenti Conversazioni.  

Tuttavia, un fenomeno che in maniera più macroscopica segnala l’esattezza delle analisi di Kelly sul cambiamento del libro è Kindle Unlimited: un servizio a pagamento che permette di accedere a oltre un milione di eBook, come in una vera e propria biblioteca virtuale. Senza possederne nemmeno uno. Gli iscritti possono leggere un numero illimitato di titoli, senza nessun costo aggiuntivo, da qualsiasi device. Il prezzo di Kindle Unlimited è di 9,99€ al mese con rinnovo automatico, ma con possibilità di annullare l’iscrizione in qualsiasi momento, proprio come accade con Netflix o DAZN, e offre a tutti i nuovi abbonati un mese di prova gratuita, utile per provare tutte le opportunità di lettura che questo offre. Merita inoltre ricordare che Google sta mettendo in crisi il mondo dell’editoria giornalistica con l’offerta di news online (vedi la recente intervista rilasciata da Madhav Chinappa al Corriere che titola: «Un miliardo da Google per gli editori mondiali: i media si innoveranno»).

Ma quello che funziona in altri campi, in questo caso stenta a decollare, come aveva ben visto sul blog di Wired già nel 2014 Eugenia Burchi “Mamma geek”. Così scriveva nel post Perché non mi abbonerò a Kindle Unlimited (dopo averlo provato): “Inebriata dalle infinite possibilità inizio a vagare per il Kindle Store e…no, dopo neanche 24 ore so già che finiti i 30 giorni di prova darò la disdetta dal servizio. Ecco perché. Prima di tutto, 15mila titoli italiani sono sicuramente molti ma non coprono tutti i campi di interesse. Al primo colpo provo con La famiglia Fang, un romanzo di qualche anno fa che avevo sempre voluto leggere ma in qualche modo non avevo mai comprato. Yuppi, c’è! Scarico subito. A breve però iniziano le delusioni. Da case editrici piccole o indipendenti trovo pochissimo. La solita vocina nella mia testa dice che forse “sono io che leggo cose strane”. Provo con i lanci dell’autunno. L’attesissimo polpettone di Ken Follett I giorni dell’eternità? Non disponibile per Kindle Unlimited. Colpa delle stelle? No. I love shopping a Hollywood? Neanche. Il nuovo Zerocalcare? Capirai. Quando non trovo neanche l’ultimo Stephen King inizio a chiedermi cosa sia davvero scaricabile con Kindle Unlimited. Forse principalmente libri poco noti o vecchiotti, con qualche specchietto per le allodole piazzato sapientemente in vetrina? Poi, Kindle Unlimited non è così economico. E vero che 9,90 euro al mese sono il prezzo di un pranzo fuori convertito in una banca data di titoli comunque notevole. Tuttavia in Italia meno della metà della popolazione legge almeno un libro all’anno e solo il 14% di questi dichiara di aver letto un libro al mese. Dato il prezzo attuale dei libri, Kindle Unlimited si rivolge a chi avrebbe comprato comunque almeno un libro al mese – forse due se parliamo di soli ebook. Parliamo di lettori fortissimi che però proprio per questo sono più esigenti di altri rispetto a quello che scelgono (e qui torniamo al punto sopra dedicato al catalogo)”.

Sei anni dopo, la situazione non pare granché migliorata. Andate a scorrere i “titoli in evidenza” sul sito di Amazon che pubblicizza il servizio e preparatevi a sentirvi ghiacciare il sangue nelle vene, per usare una delle formule più trite e ritrite usate dagli scrittori horror di serie z. Perfettamente rappresentati in quel catalogo.

Che però, va anche detto, sarebbe interessante analizzare comparare analiticamente con quello che viene proposto ad esempio sulla home page di Wattpad, che passa per essere la fucina degli scrittori amati dalle generazioni più giovani. Io mi sono limitato a confrontare titoli e abstract, molto superficialmente, ma ho la sensazione che ci siano molte similitudini fra le due offerte di contenuto, che hanno entrambe poco in comune (diciamo pure: nulla) con, che so, il catalogo dei Meridiani Mondadori. Ma siamo certi che i lettori del futuro saranno ancora interessati ai “classici” (a quelli che noi anziani riteniamo “classici”)? In Ariminum Circus a questo proposito leggiamo: “si sono accorti, i suddetti critici tradizionalisti, che i romanzi di formazione classici, i dolori dei giovani Werther o Holden, sono stati sostituiti da serie tv tipo Roswell Euphoria? O hanno almeno una pallida idea della rilevanza di fenomeni come la fan fiction?” (Stagione 2, Episodio 5: La Casa del Simurg). Dubbio: che il marketing di Amazon ci veda più lontano di quello che può sembrare a noi obsoleti baby boomers?

Leonardo Taini
Leonardo Taiuti

Su questo tema mi inviti a nozze. La mia è per l’appunto la voce del piccolo editore, il più delle volte quasi assente in libreria e, figuriamoci, nelle vetrine dei famigerati “grandi store online”. E comunque, Eugenia Burchi, non sei tu che leggi cose strane, perché quello che leggi in realtà rappresenta una fetta vastissima della produzione libraria italiana, spesso quella più attenta, più impegnata, quella che non dovrebbe cedere alle lusinghe del titolo “commerciale” perché ha una precisa idea di catalogo e del lavoro che sta facendo, del discorso che ha avviato con i primi libri e che vuole portare avanti – anche a discapito dei maggiori guadagni potenziali.

Qui secondo me non c’entra nulla la bontà o meno del servizio Kindle Unlimited. È un tema molto più complesso che riguarda le fette di mercato concesse ai vari editori. Viviamo in un Paese dove due o tre grandi gruppi monopolizzano ogni aspetto della filiera, e capiamo bene che, quando un editore è anche il proprietario di una catena di librerie e di uno dei principali store online d’Italia, oltre ad avere dalla sua anche il distributore monopolista (il quale a sua volta ha compartecipazioni nel suddetto store online e in tanti altri aspetti più o meno importanti della filiera editoriale), un editore o una libreria cosiddetti “indipendenti”, concetto che si riassume semplicemente nel “non facente parte di uno di questi grandi gruppi”, fa una gran fatica a farsi notare. E ad accaparrarsi le famose vetrine degli ecommerce.

D’altronde in vetrina ci stanno i libri che vendono di più, e per vendere di più devi stare in vetrina – è un circolo vizioso difficile da scardinare con un sistema simile. Quindi secondo me al di là delle questioni legate alla bontà o meno del digitale rispetto al cartaceo, quello che servirebbe è una vera e propria riorganizzazione del mondo del libro. Qualcosa che consenta ai piccoli di fare squadra per amplificare le singole, flebili voci di ognuno e ricavarsi uno spazietto nel coro. Digitale o cartaceo che sia. E siccome per fare le rivoluzioni si parte dal basso, perché non cominciare consentendo alle librerie indipendenti del territorio di fare rete e di disporre finalmente di un mezzo in grado di fare concorrenza ai grandi store online?

Un portale magari del tutto indipendente dai grandi gruppi, regolato non da algoritmi, ma dai consigli di persone vere che fanno questo mestiere da una vita e sono in grado di proporre testi diversi da quelli che compaiono nel “potrebbe interessarti anche…”. Oggi questo portale esiste, si chiama Bookdealer ed è libero da vincoli. Grazie a questo portale le librerie trasferiscono il proprio lavoro online e guadagnano quanto guadagnerebbero in negozio. Gratuitamente. E a breve potranno guadagnare anche dalla vendita di e-book, cosa che non è mai potuta accadere per la natura stessa del prodotto digitale.

Cristina Gerosa
Cristina Gerosa

Sono d’accordo con Leonardo e gli faccio un in bocca al lupo per il suo progetto. Certamente per tanti editori, e in particolar modo per quelli indipendenti, la rivoluzione digitale sta accadendo soprattutto nella distribuzione e con gli store online: lo dimostrano progetti come Bookdealer per l’appunto o Bookshop in America (che durante la pandemia ha consentito a molte librerie indipendenti di sopravvivere), ma anche strumenti come il POD (print on demand) che permette a editori di testi universitari di gestire più agilmente il magazzino altrimenti molto costoso, e ad alcuni editori indipendenti di mantenere vivo il catalogo grazie a piccole ristampe in digitale.

Ritornando al discorso sui servizi di abbonamento, ritengo che guardare le cose solo attraverso l’esperienza (per il momento poco interessante, almeno agli occhi di un lettore forte) di Kindle Unlimited  sia piuttosto riduttivo, è come analizzare il mercato editoriale solo attraverso i BookClub che hanno un pubblico specifico e che è sempre stato diverso da quello che frequentava le librerie.

Penso alle enormi potenzialità che il libro digitale e i servizi di abbonamento a biblioteche stanno offrendo alla divulgazione, allo studio e alla ricerca scientifica per fare solo un esempio (potenzialità rivoluzionarie e impensabili fino a pochi anni fa). Negli ultimi anni moltissimi archivi e manoscritti sono stati digitalizzati e consultare il catalogo di alcune biblioteche internazionali è diventato molto semplice. La nuova accessibilità al libro (che viene messo a disposizione in biblioteche virtuali) rappresenta qualcosa di radicale e rivoluzionario, sia per studiosi e ricercatori che per un semplice lettore appassionato. E penso anche a esperienze come quelle di MLOL di cui si è parlato molto nei mesi del lockdown: una piattaforma digitale che include 6500 biblioteche italiane, con un catalogo di titoli digitali che le biblioteche hanno acquistato e messo a disposizione dei loro utenti gratuitamente. Con una qualunque tessera della biblioteca si possono prendere in prestito ebook, audiolibri, musica, quotidiani e periodici. Se è vero come dice Carlo che la carta e lo schermo rispondono a esigenze diverse è anche vero che in alcuni casi come quello citato queste esigenze possono coincidere. Faccio un esempio: per un traduttore che deve consultare un certo libro della Biblioteca di Stato Russa per un lavoro che sta ultimando, certamente l’accessibilità vince sulla forma, l’importante è accedere al libro sia esso digitale o cartaceo!

Paolo Repetti
Paolo Repetti

Anche io sono d’accordo con Leonardo e gli faccio i miei auguri per il suo portale. Il vero cambiamento, la rivoluzione digitale, è avvenuta proprio nell’ambito della distribuzione, Amazon, le librerie, i magazzini. L’immateriale sta sconvolgendo abitudini industriali consolidate. Non mi addentro in questo campo perché non sono un tecnico. Ma il futuro in questo campo è già qui tra noi.

Vorrei tuttavia esprimere un pensiero sulla questione possesso\abbonamento già accennata da Carlo. Se nelle arti visive e musicali il passaggio è stato fulminante e è perfino intervenuto nella poetica di registi e cantanti (penso al passaggio dal long playing alla libera formazione di una playlist con Spotify) nel campo del libro non abbiamo ancora assistito a qualcosa di simile. Forse avverrà: ma non certo con quei tentativi abbastanza imbarazzanti tipo l’abbonamento tramite Tim o Fastweb a una serie di raccontini che dovrebbero simulare la velocità di un post e sono abortiti prima di nascere.

Non vorrei apparire un passatista ma cosa ci dice il fatto che quando esce un Harry Potter l’80% e più di ragazzi si precipita in libreria e non ci pensa neanche a scaricarlo via web? Eppure dovrebbero essere i ragazzi, abituati come sono al web, i primi a usufruire della nuova forma. No, Harry Potter vogliono tenerselo, scambiarlo con amici, regalarlo! Il Kindle Unlimited di cui stiamo discutendo assomiglia più a Spotify ed è un buon modo di approcciare il fenomeno. Nella musica questo ha praticamente distrutto parte dell’industria che eravamo abituati a conoscere. E ha incentivato gli autori a supplire al riguadagno della vendita moltiplicando la presenza nei concerti live. Passando quindi dall’online all’offline. Difficile prevedere cosa accadrebbe con i libri. Temo una dispersione del consumo e un evidente incremento ad abbandonare i libri più ardui.

Giovanni Iozzia
Giovanni Iozzia

Il futuro del libro va inserito nel contesto più ampio dei contenuti digitali ma non credo che quel che è accaduto con la musica possa essere una utile chiave di lettura. Molto diversi sono i formati, le occasioni di consumo, i valori e le funzioni. Qual è l’equivalente del brano per l’editoria libraria?  Come può un libro fare da sottofondo ambientale in un supermarket o essere letto mentre si fa jogging? Gli audiolibri e servizi come Audible di Amazon sono tentativi in questa direzione ma c’è ancora molto da esplorare e da sperimentare.

Il digitale ha sconvolto e in parte distrutto l’industria discografica, spostando altrove il valore. La stessa cosa non è accaduta finora, e per fortuna, per l’industria del libro. Ma la minaccia credo sia solo rinviata. Per il momento è stata principalmente toccata la distribuzione e ben vengano iniziative come Bookdealer. Sono convinto che le tecnologie, insieme con una diversa sensibilità dei lettori, possano davvero stravolgere i vincoli della filiera tradizionale.

Il recente report dell’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano ci dice che l’universo dei contenuti digitali è dominato da giochi e video, anche se i contenuti editoriali crescono (+20%). Tra smartphone, pc e smart tv il libro deve ancora trovare una sua collocazione. E non potrà farlo se continuerà a insistere sui formati tradizionali. C’è bisogno, come dicevo prima, di creatività, di rischi e di errori lavorando sulla contaminazione fra testi, video e, perché no, giochi. Per questa serve una nuova generazione di autori ma anche editori che li incoraggino, sostengano e promuovano. Prima o poi arriverà.

Carlo Bordoni
Carlo Bordoni

Il commento di Paolo e il riferimento diretto di Cristina mi hanno fatto ripensare  a quelle iniziative editoriali di alcuni anni, tipo “club del libro” e simili, dove offrivano l’acquisto di una serie di titoli a cadenza prestabilita, direttamente a casa, a un prezzo modesto e con la possibilità di disdetta entro un determinato tempo. Erano evidentemente rivolti a un pubblico di lettori “deboli”, che non avevano il tempo e la capacità di andare in libreria a scegliersi i titoli. Ho sempre diffidato di queste offerte all’ingrosso, dove sei indirizzato nella lettura. Kindle Unlimited sembra seguire la stessa logica, ma sinceramente preferisco scegliermi da solo i titoli da leggere, magari preferendo la cara vecchia carta, anche perché non trovo piacevole leggere testi lunghi sul computer o su altri apparati digitali. Credo invece che la carta e lo schermo rispondano a esigenze diverse: la prima a una lettura estensiva e riflessiva; la seconda a una fruizione intensiva e sommaria.

Francesco La Trofa
Francesco La Trofa

Vorrei tranquillizzare Carlo: non è affatto scontato che il libro venga coinvolto dalla transizione da prodotto a servizio che sta coinvolgendo altri ambiti, almeno per quanto concerne il formato cartaceo, che rimane il principale punto di riferimento per i lettori. Il paragone con le altre industrie, dove i modelli rental hanno riscontrato sin qui un maggior successo, mette in evidenza alcune differenze sostanziali, che costituiscono la base stessa della riflessione per la futura accessibilità del libro che Marco ha mirabilmente configurato.

Per quanto riguarda l’industria musicale, piuttosto che quella cinematografica, i cui contenuti sono ormai in larga prevalenza digitali, uno dei fattori che ha spinto ad adottare i modelli su abbonamento è stato il tentativo di porre un argine alla dilagante pirateria, un fenomeno nato negli anni 2000 dopo la grande diffusione di Internet, che tuttora costituisce una notevole piaga per chi sviluppa contenuti digitali.

Sulle ceneri di Napster sono nati i vari Spotify. Allo stesso modo, l’utilizzo improprio di strumenti di per sé legali come eMule o Torrent hanno spianato la strada a quelli che sarebbero diventati i vari Netflix, in grado di offrire un catalogo sconfinato di film, eventi e serie tv a pochi euro al mese. Si tratta ovviamente di condizioni talmente vantaggiose da far desistere dallo scaricare illegalmente materiali sul web, evitando tutti i rischi, legali e di sicurezza informatica, che derivano dal trattamento di materiale contraffatto. Oltre al contenuto multimediale, i provider offrono un’esperienza utente sempre più completa, grazie a portali le cui interfacce ci consentono di esplorare e apprendere moltissime informazioni. Spesso si rischia di passare ore ed ore a cercare film e leggere sinossi, fino a “dimenticarsi” di guardare il film stesso, trascinati dalla contagiosa ipertestualità enciclopedica della piattaforma.

In ambito software la situazione è piuttosto differente, in quanto il grado di interazione tra l’utente e il prodotto di riferimento è molto più elevato, così come l’utilità pratica che ne deriva, ma le logiche di fondo mi paiono abbastanza simili. Il modello Saas (Software as a service) consente una notevole riduzione della pirateria e soprattutto consente di creare quella relazione bidirezionale tra provider e client(e) cui Marco fa giustamente riferimento nel caso della community.

L’evoluzione di un software è un processo continuativo, lento e costante, che oltre allo sviluppo richiede moltissime ore di utilizzo da parte dei clienti, dai cui feedback i designer e i programmatori ricavano quelle indicazioni utili per migliorare le loro applicazioni dal punto di vista della stabilità e delle funzionalità. Si tratta di una procedura che non può essere lasciata al libero arbitrio della community, va anzi gestita in maniera scrupolosa, per evitare un caos informativo che produrrebbe soltanto dei dati fuorvianti, complessi da processare in termini costruttivi. Per quanto riguarda le versioni del software in fase di rilascio, gli sviluppatori predispongono programmi di beta testing aperti a tutti o riservati a clienti selezionati. Dopo il rilascio è invece frequente il tracciamento dei dati di utilizzo, che a sua discrezione l’utente finale può decidere di condividere o meno con la software house.

Il Saas consente inoltre di aggiornare dinamicamente il software rendendo questa operazione del tutto trasparente nei confronti del suo utilizzatore.

Alla luce di questi modelli, e potremmo citarne molti altri, torniamo al libro con una rinnovata consapevolezza. Ci sono ad esempio delle tipologie di testo, cui fanno riferimento la manualistica e la normativa, che si sposano alla perfezione con il concetto di “Book as a service”, che in prima istanza potrebbe risultare simile alla pubblicazione periodica, un modello di fruizione radicato di servizio su abbonamento in ambito editoriale. E’ infatti necessario risolvere a priori l’anacronistica questione del classico testo sul software che arriva sugli scaffali delle librerie con contenuti in gran parte obsoleti. Ci sono già diversi esempi di manuali che offrono contenuti extra online, variando dunque l’accesso alle informazioni, che può avvenire in momenti differenti: online mentre si lavora direttamente al computer, piuttosto che seduti sul divano a casa la sera leggendo il volume cartaceo. Partendo da esigenze analoghe, molte piattaforme di servizi legati alla formazione informatica offrono ormai quasi esclusivamente videocorsi, più rapidi, semplici ed economici da realizzare ed aggiornare rispetto alla pubblicazione cartacea. Oltre ad esserne fermamente convinto in prima persona, credo che il supporto di un libro di riferimento genererebbe un ulteriore livello di coinvolgimento ed un servizio più completo per l’utente finale, anche in termini di fidelizzazione.

Questo quadro esigenziale non ha probabilmente nulla a che vedere con la saggistica e la narrativa, dove la configurazione del contenuto appare decisamente più statica e definita rispetto ad un testo basato su un contenuto in continua evoluzione. In questo caso, l’opportunità più che dall’offerta di un catalogo in abbonamento, deriverebbe dall’utilizzo di molteplici canali di fruizione per generare diverse vie di accesso al contenuto.

Se un prodotto funziona, come nel caso del libro tradizionale, non ha probabilmente senso forzare delle variazioni sostanziali. Il prodotto libro potrebbe piuttosto puntare ad innovarsi per rimanere sé stesso, valorizzando ulteriormente i propri punti di forza, disegnando nuovi scenari di business, ampliando la propria portata strategica.

L’industria del divertimento ci ha più volte dimostrato come sfruttare le IP per offrire al pubblico esperienze differenti, che vanno dal libro stesso fino al parco tematico, passando per film, videogiochi, musica, eventi live, costituisca un meccanismo estremamente proficuo. Facile se ti chiami Disney, ma comunque fattibile per qualsiasi publisher in grado di dimostrare una buona dose di coraggio nell’investimento in soluzioni realmente inedite. Creando nuove soluzioni di accesso si può dare luogo ad una community di riferimento sempre più ampia. Un libro, grazie alla forza del suo soggetto, può configurarsi come un vero e proprio marchio, capace di coinvolgere utenti ed appassionati con una vocazione transmediale, amplificando sensibilmente il pubblico raggiungibile.

Cristina Gerosa
Cristina Gerosa

A questo proposito vorrei citarvi l’esperienza di Perlego: una start-up inglese, una specie di Spotify dei libri universitari (nata per l’appunto per evitare che gli studenti spendano molti soldi per consultare solo un capitolo di un libro mentre si preparano per un esame e allo stesso tempo per tutelare gli editori universitari, i cui guadagni sono specialmente minacciati dalla pirateria). I file dei libri selezionati non si possono scaricare (sono consultabili in streaming). Alle case editrici va il 70% dei ricavi degli abbonamenti (calcolati sulla percentuale di lettura e del prezzo di copertina). Per alimentare questo sistema, Perlego ha stretto accordi con migliaia di fornitori (fra cui i principali editori universitari internazionali), si è affidata a un grande distributore come Ingram e ha raccolto cinque milioni di euro di finanziamenti da vari investitori. Ora, io non so se per gli editori e gli autori del libri in questione l’accordo economico sia soddisfacente (ci sarebbe da aprire un intero dibattito su questo punto), ma ho l’impressione che questo sia un progetto che ha senso di esistere dentro l’industria editoriale (perché risponde a precisi bisogni, dell’editore e degli studenti).

Riallacciandomi ancora a quanto dice Francesco, anche io sono convinta che non è affatto scontato che il mondo del libro subirà la stessa rivoluzione di quello della musica: il libro tradizionale, diciamo il libro di narrativa o di saggistica di cui peraltro mi occupo anche io, per tutta una serie di ragioni ha meno bisogno di modelli economici alternativi. Al contrario altri settori dell’industria libraria (come i libri scolastici, i libri tecnico scientifici, i self help, alcuni illustrati etc) hanno probabilmente una reale necessità di cambiamento, visto che il loro modelli di business sono ormai desueti (pensiamo ad esempio ai libri scolastici, che ogni anno escono con una nuova e costosa edizione aggiornata). Nel campo dell’istruzione c’è moltissimo da fare e credo che ci sia un grandissimo potenziale nello sviluppo del digitale. Ha fatto benissimo Marco ha mettere questo punto al centro della Seconda Conversazione, Se il libro è cognitivizzato. Come dice Paolo è evidente che siamo agli albori, che i prodotti e le piattaforme sono assolutamente imperfetti e inefficaci (per non dire scarsi: non so se vi è mai capitato di vedere i contenuti multimediali legati a certi manuali scolastici…) ma probabilmente molto accadrà nei prossimi anni.

Ritornando infine al paragone mercato della musica / mercato del libro ricordiamoci che a oggi, nonostante vari servizi attivi come Kindle Unlimited che esistono da anni, come ha ricordato Luca Formenton nella Prima Conversazione, tra librerie e store online il libro cartaceo rappresenta ancora oltre il 90% del mercato. Nel settore della musica invece un servizio a pagamento come Spotify ha molto rapidamente distrutto l’industria musicale che era esistita fino a quel momento.

Francesco La Trofa
Francesco La Trofa

Non solo. Quando Marco cita l’investimento di un miliardo di dollari da parte di Google per il mercato delle news, solleva una questione essenziale su cui riflettere, laddove per il libro, altro segmento del mercato editoriale, potrebbe esserci un certo rischio. Forse scongiurabile.

Dove Matt Brittin minimizza, prospettando una sorta di mecenatismo, Madhav Chinnappa, con apprezzabile onestà intellettuale, ammette che se il ritorno diretto dalle news sarebbe sì relativamente basso, Google lavora soprattutto sugli ecosistemi per costruire le proprie fortune. Gli ecosistemi del web, per crescere e generare nuova ricchezza attraverso la ricerca, necessitano infatti continuamente di nuovi contenuti.

Come ha giustamente citato Daniele Bigi nella Quarta Conversazione, con particolare riferimento ai contenuti visivi, oggi esistono tantissimi modi per creare artificialmente contenuti, in tutti gli ambiti multimediali. Ma non è ovviamente possibile creare o inventare una vera news con un’Intelligenza Artificiale. Per rispondere al Piccolo Ed di Ariminum Circus (che in un Episodio della Terza Stagione dice: «E anche i giornalisti: se fossero meno stupidi potrebbero cogliere enormi possibilità. Utilizzando l’Intelligenza Artificiale per comporre articoli come quelli sugli andamenti economici o i risultati sportivi, si ottiene più tempo da dedicare a inchieste di approfondimento basate sull’elaborazione delle tante informazioni che oggi, grazie a Internet, sono disponibili. Quanti altri scandali tipo Cambridge Analytica potrebbero venire a galla?»), è possibile elaborare qualsiasi dato, ma fare del machine learning sui fatti accaduti non ci consente di creare, ovvero far sì che nella realtà vera avvengano determinati episodi. Ciò che accade nel mondo sarebbe quindi, almeno in attesa di condizioni distopiche, “al sicuro” dall’azione di sistemi di machine learning, pur sempre più sofisticati.

Al netto di qualsiasi possibile legislazione, europea e globale, sulle questioni del diritto d’autore, gli editori di news hanno bisogno di posizionarsi su Google per avere visibilità. Se figure professionali pur recenti come il data journalist potrebbero vedere in qualche modo il proprio ruolo infastidito dalle Intelligenze Artificiali, il lavoro sull’attualità al momento non può prescindere da un giornalismo “umano” per cogliere i fatti che danno luogo alla notizia. Questo vale nel caso dell’operato di una redazione piuttosto che di un user generated content (da sottoporre ad adeguato fact checking), come spesso avviene sui social network. Dove il flusso incontrollato consente una rischiosa rapidità nella pubblicazione dei fatti.

In questo contesto il libro dove si colloca?

Ci hanno più volte illustrato come un’intelligenza artificiale sia in grado di generare delle storie. Era fantascienza, oggi è realtà. Se noi facciamo “imparare” migliaia di libri ad una IA, questa sarà in grado di processare dei testi assolutamente credibili a partire da tutti i dati acquisiti ed analizzati dal sistema. Ma soprattutto, saprebbe produrre miliardi di storie nel tempo in cui un autore riuscirebbe a realizzarne una. Tuttavia, dal punto di vista commerciale, i contenuti prodotti dalle IA, nudi e crudi, non so quale appeal possano avere oggi sul mercato. Il successo del libro è strettamente legato all’identità artistica del suo autore. In tal senso, la firma rimane un fattore fondamentale, e per molti aspetti diventa un vero e proprio brand. Tra i best seller, Stephen King è un brand, si acquista sulla fiducia un suo libro, come si andrebbe al cinema a vedere l’ultimo film di De Niro o Al Pacino. Potremmo fare moltissimi esempi.

Cosa possa avvenire in futuro è incerto, ma l’identità autoriale credo che rimarrà qualcosa di indissolubile dal prodotto libro. Non è detto che un libro debba necessariamente essere a firma a un autore in carne ed ossa, a prescindere da chi ne scriva effettivamente le pagine. Pensiamo ad esempio alle identità virtuali che iniziano a spopolare su Instagram, soprattutto in relazione a figure femminili di influencer del tutto digitali. Modelle virtuali, chiamiamole pure come vogliamo. Se oggi migliaia di ragazzi acquisterebbero un libro scritto da Chiara Ferragni, perché non dovrebbero acquistarne uno scritto da un’identità digitale come Lil Miquela? Non si tratta solo di giocare dietro uno pseudonimo, ma soprattutto di sfruttare quei canali di accesso che sono, e saranno sempre di più, una prerogativa delle identità virtuali. In questo contesto vedo una notevole opportunità di business per gli editori che sapranno distaccarsi dagli schemi tradizionali.

Paolo Repetti
Paolo Repetti

Scusa Francesco se ti interrompo, ma vorrei approfittare di quanto stai dicendo per fare un’annotazione sul cambiamento dei processi legati al sistema editoriale, anche se non so quanto questo c’entri col discorso che stiamo facendo, in particolare marketing e ufficio stampa.

Siamo passati da una trasmissione del sapere verticale e rigida da uno a molti a una trasmissione orizzontale, liquida da tutti a tutti. L’autorevolezza (la famosa competenza) è evaporata, sostituita da centinaia di opinion makers  che vanno dal semplice lettore che esprime un suo parere alla star di turno che prende posizione su Twitter o su Instagram. La critica letteraria si è rinchiusa nello spazio ristretto dell’accademia e assistiamo a una sorta di festival dell’intrattenimento globale dove i prodotti non sono gerarchizzati ma offerti in un supermarket di merci alla portata di tutti.

Dieci anni fa il marketing si limitava a produrre fascette e cartelli da banco e da terra. Ora è tutto un organizzare riunioni per immaginare come invadere i social con video, interviste e chi più ne ha più ne metta.

Francesco La Trofa
Francesco La Trofa

Già… tornando al caso Kindle Unlimited, credo che oggi sia molto difficile insegnare ad Amazon come vendere qualcosa. Se l’offerta di Kindle Unlimited appare così limitata, quasi mortificante al cospetto di clamorosi successi come Prime Video, evidentemente si tratta di un canale in cui gli stakeholder non hanno realmente interesse a spingere, o sufficiente fiducia nel farlo. Non si spiega altrimenti il trascinare ad oltranza un’offerta che, ad essere generosi, potremmo definire di serie B.

Anche in questo caso, il paragone con altre industrie rischia di rivelarsi impietoso, ma possono interessarci le motivazioni. In ambito gaming, Microsoft ha intrapreso una prepotente fase di rilancio del brand XBox, grazie ad un Game Pass che consente di avere le migliori esclusive della casa di Redmond disponibili al day one, oltre ad un ricco catalogo di titoli di terze parti. In questo caso Microsoft deve recuperare terreno nei confronti di Sony, in parte anche di Nintendo, e al tempo stesso “allearsi” con loro per difendersi dall’assalto di nuovi servizi come Google Stadia, Apple Arcade ed il venturo Amazon Luna. Se i tre big one hanno una potenza di fuoco impareggiabile, partono con un handicap derivato dal non avere le IP che Nintendo, Sony ed appunto Microsoft hanno sviluppato nel corso degli anni. In ambito gaming le esclusive sono sempre state fondamentali in termini di successo commerciale. Per supportare questa strategia basata sull’offerta del Game Pass, Microsoft è perfettamente consapevole che andrà a penalizzare il mercato delle copie fisiche dei giochi, ma procederà in questa direzione. Lo ha già dimostrato con i fatti, grazie ad una serie di acquisizioni di altre società, utili ad assicurarsi un numero sempre maggiore di titoli importanti da pubblicare nel catalogo del Game Pass, che di sviluppo in esclusiva di futuri titoli da rilasciare sul mercato.

Evidentemente nel mercato editoriale non ci sono motivazioni o esigenze così ben delineate, per cui gli abbonamenti in stile “all you can read” continuano a lasciare il tempo che trovano.

In attesa di sapere se Kindle Unlimited riuscirà a risvegliarsi dal torpore che attualmente contraddistingue la sua discutibile offerta, occorre riconoscere che Amazon fa anche cose buone. Mi riferisco in particolare al servizio Audible. Personalmente trovo davvero utile poter alternare la lettura oculare con l’ascolto. L’audiolibro rende fruibile un testo quando leggere sarebbe di fatto impossibile. Si pensi ad esempio ad un lungo viaggio in auto. Pur rimanendo concentrato sulla guida posso sfruttare ogni anno moltissime ore per ascoltare dei libri che non avrei altrimenti il tempo di leggere. In vantaggi non si limitano all’alternativa sensoriale, un’esperienza di questo genere garantisce infatti al pubblico ipovedente una straordinaria possibilità. A prescindere dal suo successo commerciale, Audible offre un servizio realmente utile ed accessibile.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Le tue osservazioni fanno il paio con quelle dei miei figli ventenni, grandi utilizzatori di audiolibri, proprio per le ragioni che hai illustrato. E con la scelta editoriale del Maestro di Ariminum Circus, la cui autobiografia “aveva vinto il Premio Dos Passos per la Salvaguardia della Cultura Orale. Riconoscimento riservato agli audiolibri interattivi che non avevano ricevuto alcuna pubblicazione in forma scritta, sia nella tradizionale modalità analogica, cartacea, sia in digitale (ebook, blog, social network, eccetera). Il suo Autore riteneva del resto perniciosa la scrittura: «chi crede di poter tramandare una conoscenza affidandola all’alfabeto, così come chi a sua volta l’accoglie supponendo che dallo scritto si possa trarre qualcosa di preciso, deve essere molto ingenuo» aveva affermato nell’introduzione (rigorosamente vocale, con il solo accompagnamento di una colonna sonora creata ed eseguita da Luigi Einaudi)“, come si legge in  La Spiaggia Iperurania.

E che dire dell’ultima produzione “ibrida” di Morgan, che Robinson de La Repubblica presenta così, vi leggo l’incipit dell’intervista a quello strano personaggio mutante (curiosamente pubblicata subito dopo un articolo dedicato alla “superstar del libro” Aldo Manunzio e all’intervista collettiva realizzata su Zoom ai piccoli illustratori dell’ultima favola dell’autrice di Harry Potter, quasi delineando la parabola del libro nell’epoca moderna):

“Ma perché Morgan fa un audiolibro? Che senso ha? Poi lo ascolti. C’è tutto: memorie, frammenti, canzoni, il padre, l’amore, Nietzsche, Luci a San Siro, inediti, cover, Chomsky, la figlia Anna Lou, un’eco di Asia, 2001: Odissea nello spazio, Landolfi, Il cantico dei drogati Oh mia bela madunina. Non avete mai sentito niente del genere: è un’opera nuova, molto strana. L’opera, come dice Ivano Fossati nella prefazione, anch’essa musicata, di “un grande inadattabile”. Un’opera in continua evoluzione che si muove, si trasforma, non vuole finire. Forse l’unica possibile chiave per capire chi è davvero Morgan”.

Infine, siamo certi che se Tolkien dovesse scrivere oggi Il signore degli anelli non lo farebbe su una piattaforma digitale che gli consentisse di integrare il testo scritto con mappe, nomenclature, mitologie, genealogie… ? 

In sintesi, sempre per tenere Kindle Unlimited come riferimento: il servizio pone un problema legato alla qualità dell’offerta, poco soddisfacente almeno per chi come me appartiene alla generazione dei baby boomers, o ha piuttosto a che fare con la natura stessa del libro, che poco si presta ad essere condiviso, lasciando il lettore ad aleggiare indeciso sulla soglia della “buca del Bianconiglio” dell’abbonamento in streaming, come icasticamente è stato rappresentato dal nostro illustratore Marcello Minghetti?

Occorre dire che quest’ultima argomentazione è tipica di chi erge l’unicità (della propria azienda, del proprio prodotto, del proprio servizio) a estrema Maginot della propria comfort zone, argomentazione che in Ariminum Circus il Maestro sintetizza cosi:”«Qualcuno la ha definita ‘l’antica paranoia dello sciamano': l’ansia del medicine man, del santone che vede sfuggirgli il controllo dell’immaginazione collettiva della tribù di fronte ad anonimi infermieri armati di endofoni e vaccini». Ma del resto, come avrebbe reagito Omero se uno sciamano gli avesse profetizzato che i suoi poemi per 2.500 anni non sarebbero stati declamati oralmente, ma letti, filmati, videogiocati, serializzati…? Forse non diversamente da Henry Warner che, agli albori del cinema sonoro, pose la famosa domanda: A chi diavolo vuoi che interessi sentir parlare gli attori?

O magari hanno ragione i personaggi di Ariminum Circus, che nell’Episodio finale hanno questo scambio di vedute: “«Pensiamo a Omero: avendo a disposizione una memoria digitale, un motore di ricerca e il supporto di un’Intelligenza Artificiale, avrebbe portato a più alti livelli di complessità il modello compositivo fondato sul montaggio di blocchi standard» disse il Maestro.

«Perdendo però la sua autonomia creatrice. O limitandola moltissimo» obiettò Alberto Lupo.

«Al contrario. Dopo aver esplorato tutte le possibilità combinatorie previste dal modello, gli sarebbe rimasta la libertà di chiudere il testo nella maniera poeticamente per lui più efficace: ovvero di comprendere, o di escludere, materiali narrativi e piste di lettura a sua discrezione».

«Capisco. Vuoi dire che, usando Google e un word processor, collegato, magari, a una rete neuronale, Omero, o Proust, si sarebbe trovato a disposizione una più vasta gamma di materiali coerenti con il suo progetto. Questo non avrebbe escluso la facoltà di scegliere solo alcuni materiali, fra quelli messi a disposizione – dal motore di ricerca o dal software di scrittura – dell’Autore-decisore».

«Di più. Del creatore di mondi, dotato di un’individualità originale, anzi della multi-individualità di Alice, che è incrementata dalla protesi tecnologica»“.

Francesco La Trofa
Francesco La Trofa

Idee in merito alla futura produzione e quindi fruizione del libro potremmo elaborarne a centinaia, ma la teorizzazione risulta essere piuttosto sterile se non viene supportata almeno da una solida fase di prototipazione. Nel caso dei servizi digitali, servono numeri importanti per capire se una formula rental possa funzionare o meno, dunque si rende necessario rischiare con investimenti tutt’altro che trascurabili. Non si tratta di una sfida semplice da affrontare. Amazon e Google si possono permettere praticamente di tutto, un editore normale ovviamente no. Ma oggi le tecnologie per differenziare l’offerta, oltre ad esserci, sono sufficientemente mature e decisamente più accessibili in termini di costi rispetto a qualche anno fa. Dunque è possibile provare a fare qualcosa di realmente nuovo. Chi vuole sperimentare esperienze in realtà virtuale basate sul racconto di una storia oggi può farlo molto più facilmente rispetto anche soltanto ad un anno fa. Sul web si può fare ormai praticamente di tutto e lo stesso vale per altri media. Dare forma alle idee è possibile, ma queste idee devono essere in grado di intercettare le esigenze del mercato. Non si può inoltre prescindere dal necessario coraggio imprenditoriale per lanciarsi nell’incerta via dell’innovazione.

Giovanni Iozzia
Giovanni Iozzia

Mi piace l’immagine del torpore di Kindle Unlimited. La verità è che Kindle è un sistema già vecchio, compie 13 anni proprio in questi giorni e dalla sua prima apparizione è andato avanti per innovazioni incrementali, soprattutto sulla qualità tecnica dell’ereader, senza mai proporre modelli di consumo realmente disruptive. E credo che questo sia successo per diverse ragioni. Amazon resta sostanzialmente un distributore in un mercato in cui produzione e consumo sono ancora orientati verso il prodotto di carta.

C’è però un fenomeno poco esplorato legato ad Amazon Publishing. Io mi diletto e mi sorprendo scorrendo ogni domenica su la Lettura del Corriere della Sera la classifica dei libri digitali, molto spesso autoprodotti. Un altro mondo rispetto all’editoria come l’abbiamo conosciuta finora, con numeri e successi trascurati dai tradizionali canali di comunicazione e magari cavalcati dall’influencer marketing. Quella classifica ci dice che ci sono autori, gusti, domande che l’editoria classica fatica a intercettare. Forse da quell’angolo potranno arrivare sorprese utili a tutta l’industria.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Produzione, distribuzione, marketing: tutti ambiti certamente impattati dall’invasione digitale. Tuttavia, le riflessioni di Kelly ci possono condurre a fare un balzo cognitivo che ci porta ancora più lontano. Per farlo, un buon trampolino lo offre il critico della letteratura Gérard Genette nel noto saggio Palinsesti. La letteratura al secondo grado persegue l’obiettivo di dare ordine all’ecosistema testuale, definendo cinque categorie che esemplifichino la nozione di transtestualità. La transtestualità, o trascendenza testuale del testo, viene definita dallo studioso come “tutto ciò che mette il testo in relazione manifesta o segreta, con altri testi”. Proprio per questo motivo Genette non tratta la produzione letteraria di primo grado, ovvero il testo in sé, ma approfondisce la letteratura al secondo grado, quindi le interconnessioni presenti tra testi contemporanei e le relazioni di dipendenza e derivazione rilevate tra testi successivi e antecedenti. Riprenderei queste utilissime categorie concettuali che avevamo cominciato a discutere anche nella parte finale della Conversazione Se il libro diventa uno schermo.

Le cinque categorie sono: il paratesto, l’intertesto, il metatesto, l’architesto e l’ipertesto. Benché ognuna di esse sia dotata di una funzione specifica, indicata dall’utilizzo sapiente dei prefissi, queste non sono suddivise ermeticamente, ma dialogano e si incontrano nel loro terreno comune: il testo. Fermiamoci alla prima categoria, il paratesto. Indica l’apparato che accompagna il testo e ne supporta la scoperta, la promozione e la lettura. La funzione svolta dal paratesto è quella dell’accesso: irrobustisce l’offerta e supporta l’esperienza di lettura. È quindi evidente la necessità di riprogettare tale apparato nel mondo digitale, che non può assimilare e tradurre in byte le forme del cartaceo. I nuovi supporti tecnologici infatti enucleano una serie di possibilità aliene al libro, che sarebbe opportuno sfruttare per rendere il paratesto interattivo. Lo scenario risulta però alquanto complesso poiché, nella trasposizione di un libro al digitale, il paratesto non risiede nel solo file di testo ma include il supporto di lettura e altre variabili che sfuggono dal controllo del produttore (autore, editore, designer) e dipendono dal destinatario e dalle sue abitudini di lettura. In aggiunta, anche il paratesto cartaceo potrebbe subire una mutazione, integrando nei libri la realtà aumentata e altre tecnologie capaci di connettere elementi analogici e informazioni digitali. Il discorso sarebbe lungo, ma diamone qualche cenno. Il paratesto digitale consiste in una commistione di: informazioni sul testo fornite dall’autore e dall’editore, strutturazione del testo elettronico, caratteristiche dei dispositivi hardware di lettura e funzionamento dell’interfaccia software. Come già sostenuto da Genette, il paratesto è quell’apparato: “di cui il lettore più purista e meno portato all’erudizione esteriore non può sempre disporre come vorrebbe e domanda”. I lettori esigenti chiedono agli editori la redazione di paratesti ricchi di informazioni, che rappresentano, soprattutto durante il primo accesso al testo, la sua carta di identità.

Nel digitale purtroppo stiamo assistendo al processo inverso: il paratesto cartaceo subisce una trasposizione elettronica, spesso risultando impoverito e difficile da consultare. Il paratesto deve essere dunque ripensato nelle forme e nei contenuti. Prima di tutto occorre superare la metafora del libro: l’e-book somiglia al libro, ma anche e forse maggiormente al Web. Ad esempio, nella lettura dei contenuti attraverso lo scorrimento verticale della pagina (parallax scrolling) e nell’abitudine all’apertura di ulteriori pagine di ricerca durante la lettura grazie alla connessione Internet. In questo quadro qualche passo avanti  è stato fatto.

Scrive Salvatore Aranzulla: “fra  i numerosi vantaggi che si hanno utilizzando un ebook reader al posto di un libro cartaceo, c’è la possibilità di interagire con il contenuto dell’opera, scoprire il significato dei termini più particolari e tradurre le parole in lingua straniera senza distogliere l’attenzione dalla propria lettura. Su Kindle, ad esempio, selezionando una parola con il dito, è possibile visualizzarne istantaneamente la definizione nel Dizionario o in Wikipedia; selezionando delle frasi è possibile evidenziarle, aggiungere delle note o condividere queste ultime sui social network.

E non è finita qui. Altra funzione interessante del Kindle è quella denominata Arricchisci il tuo vocabolario (accessibile dal menu in alto a destra) che permette di rivedere in un’unica schermata tutte le parole di cui si è cercata la definizione nel dizionario. Il Browser sperimentale infine consente di navigare su Internet direttamente dal Kindle e alla funzione Kindle FreeTime che permette ai genitori di seguire i progressi fatti nella lettura da parte dei propri figli”. Ma tutto  questo non esaurisce  le possibilità del paratesto. Considerando un elemento paratestuale specifico, la copertina, Craig Mod, in Reinventare la copertina. Dal libro all’ebook sostiene che i libri digitali non hanno bisogno di copertine allo stesso modo dei libri di carta. “Se la copertina non è più uno strumento di marketing visivo, perché non sfruttare i sistemi di distribuzione digitali e trasformare la copertina in uno strumento di notifica?” Quale “homepage” del libro digitale, la copertina potrebbe diventare una vetrina transtestuale, che contiene sinossi del testo, voci correlate, giudizio degli altri lettori, parole chiave ecc.

In quest’ottica, le possibilità di sviluppo digitale in chiave conversazionale (A che serve un libro senza immagini e conversazioni? si chiede Alice nell’incipit del Wonderland) dei diversi elementi paratestuali sono davvero infinite. 

Francesco La Trofa
Francesco La Trofa

Paradossalmente il problema è generato proprio dalle infinite possibilità che si prospettano nel digitale, che finiscono per disorientare, piuttosto che arricchire l’esperienza. Si tratta di un “bug” risolvibile con le buone prassi dei principi fondamentali del design, nella misura in cui essi realizzano qualcosa di utile e funzionale alla lettura.

Dove avviene la lettura digitale? La famiglia Kindle è senz’altro composta da ottimi dispositivi, ormai maturi nella loro evoluzione, ed altrettanto potremmo dire riguardo gli e-book reader di ultima generazione, in grado di supportare anche il colore. Arriveremo probabilmente ad avere dei device molto simili al libro tradizionale in termini di esperienza, con il vantaggio di essere infiniti libri nello spazio di uno.

Per rendere l’idea della validità di questi supporti è sufficiente ricordare come l’applicazione Kindle sia disponibile anche per i tablet, ma su questi device l’esperienza di lettura prolungata non è assolutamente paragonabile a quella degli e-reader in termini di praticità e comfort. Chiunque abbia provato entrambe le situazioni sa benissimo cosa intendo dire.

I Kindle hanno un sacco di funzioni utili, in grado di dare valore aggiunto al testo digitale rispetto alla sua controparte cartacea. Ma quante delle funzioni citate da Aranzulla sono effettivamente così importanti da far prediligere l’e-book al libro tradizionale? Quante di queste servono effettivamente? L’utile non sempre coincide con l’indispensabile, o più semplicemente con il desiderio dell’utente finale. La vocazione ipertestuale dei libri digitali è evidente, così come la suggestione di sostituire la copertina con una vera e propria homepage. Qualsiasi tentativo è ben accetto, a patto di non perdere di vista l’obiettivo principale: dare al lettore le informazioni che effettivamente gli servono, nel momento in cui gli servono, senza distrarlo dal suo obiettivo.

Tornando al paratesto, il ruolo chiave è caratterizzato dalle interfacce. Si tratta di un particolare ambito del design dell’esperienza in cui si può e si deve ancora sperimentare molto. I device di lettura digitale dispongono di uno standard consolidato, ossia l’input method touchscreen. Detto questo, nulla è precluso a priori. Se il singolo schermo appare limitante, nulla vieta di valutare l’ipotesi di un doppio schermo, piuttosto che di una feature in realtà aumentata, o ancora un ologramma in 3D. E’ normale che adottare una tecnologia piuttosto che un’altra comporti dei pro e dei contro, ma ciò non deve certamente scoraggiare lo sviluppo di nuove interfacce. Ogni investimento mirato alla user experience può contribuire in misura sostanziale al successo di una strategia editoriale basata sui contenuti digitali.

Come ha giustamente sottolineato Marco in fase di premessa, in questo scenario di infinite possibilità di fruizione, il vero limite sarebbe la visione di un paratesto digitale che cerca di imitare quanto avviene nel formato cartaceo, laddove la sua configurazione è per forza statica. Si tratta di un paradosso ancora troppo frequente.

I device digitali consentono di abilitare un livello di interazione in cui è il lettore stesso a scoprire le informazioni di sintesi, descrizione e approfondimento dell’opera in oggetto. Una fase di accesso interattiva genera un coinvolgimento naturale tra il lettore e il libro che i progetti editoriali devono saper sfruttare a loro vantaggio, come avviene da tempo in altri ambiti della produzione digitale.

In quanto sin qui espresso ritroviamo le ragioni per cui la ricerca e lo sviluppo di nuove interfacce, nella direzione di una user experience semplice ed intuitiva, contribuisce a rendere il lettore libero di esplorare le informazioni di cui il libro dispone. Una corretta accessibilità non può quindi prescindere dalla riconoscibilità del libro stesso nel contesto di una vera e propria iperofferta di contenuti. In tal senso, non avrebbe senso concepire un libro senza una copertina, anche soltanto per renderlo facilmente identificabile nel catalogo di uno store digitale.

Paolo Repetti
Paolo Repetti

Francamente mi convince poco è la possibilità che il libro digitale dà di accrescere la lettura con vari elementi: mappe, rimandi testuali, voce dell’autore, eccetera. Le esperienze che sono state fatte – se si esclude la lettura come gioco dei bambini – sono abbastanza fallimentari. Come diceva anche Francesco, nella narrativa in particolare non vogliamo essere disturbati durante la lettura, anche se mi rendo conto, lo ricordava prima ancora Francesco ma lo sottolineava già Aaron Buttarelli nella Seconda Conversazione, dedicata alla “cognitivizzazione” del libro, che le cose possono cambiare notevolmente quando parliamo di libri scolastici. Per quanto riguarda la letteratura vera e propria, non so cosa accadrà in futuro. Ma oggi quel complesso di attività cognitive e ludiche che mettiamo in atto per godere del “piacere del testo” necessitano di silenzio, solitudine, disponibilità al perdersi. Sono attività molto più complesse di quelle che ci viene naturale pensare a noi lettori. Tanto è vero che hanno bisogno di un apprendistato. Nella società multitasking, e mi riferisco soprattutto ai giovani, questo apprendistato è messo a dura prova dalle infinite suggestioni alternative che abbiamo. Ma un libro non si può scorrere come si scrollano le notizie on-line. Questo pone ovviamente un problema al quale mi pare non è stata ancora data risposta.

Cristina Gerosa
Cristina Gerosa

Anche a me convince poco la possibilità che il libro digitale accresca la lettura. Certamente molti libri, i romanzi, la poesia e più in generale la letteratura non ne hanno (e non ne avranno) bisogno. Ma mi domando: se penso ad altri libri, a certa saggistica ad esempio, forse le esperienze fatte finora mi sembrano così fallimentari perché per il momento non siamo stati capaci di ripensare/ricreare/sperimentare i libri in nuove forme e nuovi contenuti? Nella mia esperienza l’investimento economico su progetti innovativi e multimediali è notevole non solo per un editore indipendente ma direi per qualsiasi editore: i contenuti non tradizionali – video, mappe, infografiche, simulazioni, animazioni, drammatizzazioni – pensati ad hoc hanno dei costi fuori scala rispetto a quelli di un normale libro. Sospetto che negli ultimi anni, per gli editori, parlare di accrescimento digitale abbia spesso significato riversare “contenuti cartacei” su una forma diversa. Forse questa svolta produttiva e creativa, questo investimento economico in grado di trasformare l’editore in un produttore di contenuti transdisciplinari deve ancora accadere. Ma per riuscire a creare paratesti digitali originali completamente svincolati da quanto avviene nel formato cartaceo è necessario cambiare il punto di vista e affidarsi a nuove professionalità creative.

Carlo Bordoni
Carlo Bordoni

Ascoltando queste osservazioni sono assalito da cupi pensieri. Prima di tutto, e malgrado le continue rassicurazioni sulla “somiglianza” tra libro e ebook, viene da pensare che si tratti di due prodotti diversi. Un po’ come è successo col teatro e il cinema: stesse modalità di fruizione, ma tecniche e supporti diversi. Oggi nessuno si sognerebbe di mettere in discussione la loro distinzione, la loro appartenenza a specie completamente autonome. Sbarazzato il campo da ogni possibile confusione, assumendo che il libro è una cosa e l’ebook un’altra, senza togliere niente all’ebook, sarebbe il caso di pensare più alle diversità che alle somiglianze. Nell’ebook cominciamo col dire che non si può parlare di “lettura”, se non in senso metaforico, come ad esempio nella locuzione “leggere un quadro”. Questo perché la fruizione tramite video assume modalità multidimensionali, includendo (anche se non sempre) immagini, suoni, collegamenti ipertestuali, ecc.

Ma questa è solo la differenza più immediata, che appare evidente anche al più superficiale dei confronti. In realtà, a ben guardare, la distinzione è più profonda e coinvolge (e modifica) la qualità stessa della fruizione: la lettura a video dell’ebook implica un uso della visione più ampio, estensivo e, di conseguenza, più rapido. Non direi più superficiale, perché semmai apporta un maggior numero di informazioni, ma diverso sì, senza dubbio. Se analizziamo la tecnica di lettura a video ci rendiamo conto di quanto poco abbia a che fare col “ligare” latino, con la composizione mentale delle singole lettere a formare la parola, e delle parole a formare il discorso. La testualità è frammentata, dissolta; riorganizzata in campi visivi che colgono il segno grafico nel suo insieme, unendo in un unico lemma l’immagine e la parola, che acquista un senso in funzione della reciproca interazione.

Penso all’esempio di quel testo che presenta collegamenti ipertestuali nel caso di parole di difficile comprensione: toccando la parola con un dito si apre una nota esplicativa, che offre sinonimi, esempi, traduzioni in altre lingue. Lo ricordava prima bene Francesco. Ma anche, come accade in Wikipedia, apre l’immagine di riferimento, ben più informativa dello scritto. L’ebook non ha più bisogno di illustrazioni fisse, né di didascalie o di note a piè di pagina. Basta cliccare sulla parola interessata e si apre un mondo. Non sarà difficile convenire che tutto ciò apre nuovi orizzonti al concetto di lettura che avevamo, né si potrà negare che una fruizione di tal genere, dove l’immagine richiamata comporta un arricchimento semantico dell’informazione, comporti effetti di poco conto sul lettore/fruitore. Una rapida occhiata al testo e un click sostituiranno la lettura intensiva.

Giovanni Iozzia
Giovanni Iozzia

Concordo con Carlo: libro ed ebook sono o dovrebbero essere due prodotti diversi. E concordo con Francesco sul disorientamento che può creare il digitale. Ma è questa la sua caratteristica: non tanto i vantaggi che immediatamente può offrire ma le potenzialità che garantisce. Ecco, forse non siamo ancora pronti a sfruttarle tutte per arrivare una nuova dimensione del libro.

A me piace cucinare e ho a casa diversi libri di cucina a cui sono affezionato per diversi motivi. Ma quando mi metto ai fornelli non li uso mai: una ricetta è molto più ricca sull’iPad, ad esempio: puoi vedere il video, fare una veloce ricerca su un ingrediente che non conosci, confrontare diverse versioni dello stesso piatto o magari chattare con un amico per confrontarti su un ingrediente. Insomma, anche in un momento privato come quello della preparazione di un cibo, apertura, connessione e interattività possono aggiungere valore. Vale solo per la manualistica? Per il momento sembra di sì, ma non possiamo sapere se sarà così anche in futuro.

È ancora mancata la killer application che lo faccia uscire dal territorio dei lettori forti o abituali che restano affezionati alla carta o, in qualche caso, usano anche il kindle. Perché oggi chi non legge un libro di carta dovrebbe comprare o accedere a un ebook?

Pensiamo a quel che sta accadendo con la fruizione dell’arte a causa della pandemia da coronavirus: si stanno sperimentando modalità di visite a musei prima snobbate perché ritenute poco adeguate alla nobiltà dell’esperienza fisica. Purtroppo anche la necessità a volte è stimolo per l’innovazione.

 

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Il tema è insomma vastissimo. E fondamentale per la definizione dell’esperienza di lettura nel prossimo futuro. Per questo, ricordavo nella precedente Conversazione, sto pensando di concludere la Quinta (e ultima) Stagione di Ariminum Circus con un Bonus Track che potrebbe essere il seguente: “Sul retro del manoscritto originale, Gérard Genette redige, con una stilografica dall’inchiostro verde malachite, le seguenti frasi: “Ariminum Circus non rispetta in alcun modo le ventisette regole di composizione del testo (poi ridotte a dieci) che pure elenca programmaticamente nell’Avvertenza/Test iniziale. Ignora anche le distinzioni canoniche all’interno del paratesto, ovvero l’insieme di ciò che permette al testo di diventare libro e di proporsi come tale ai suoi Lettori, e più in generale al pubblico: gli elementi (soglie) che comprendono, fra gli altri, titolo, grafica, frontespizio, retrofrontespizio, sommario, indici, note, fotografie, didascalie, bibliografia, colophon, link e metadati. Né sembra esprimere la minima consapevolezza della necessità di distinguere fra epitesto o ipertesto pubblico – pubblicità, recensioni e interventi critici, interviste, convegni, post, profili social dedicati, ecc. – ed epitesto (avantesto, postesto) privato, vuoi sotto forma di parafrasi, vuoi semplicemente sotto forma di resoconto, mentalizzazione, attività discorsiva od onirica, chiacchiera, maldicenza o deliri. Per quanto sia indiscutibile che le soglie sono lì proprio per essere superate, veramente disdicevole pare soprattutto la mancanza di una precisa tassonomia per l’organizzazione delle note a margine (o Marginalia, volendo adottare l’elegante definizione di Poe), che, pure, a mio avviso non per un caso, assommano esattamente a quarantadue”.

Carlo Bordoni
Carlo Bordoni

Anche il paratesto cambia. Se nell’ebook non esiste proprio la copertina, necessaria al riconoscimento del prodotto-libro nei luoghi di vendita, va riconfigurata l’idea stessa di paratesto, che non può limitarsi a una sorta di home page. Per il momento l’ebook è affiancato al libro, presentato nel catalogo dei siti online per la vendita di libri e altri gadget come un accessorio, una variante minore, corrispondente alla misura del mercato di questo prodotto. Presentato con la stessa copertina del libro cartaceo, che però scompare all’apertura del file. La grande e insanabile frattura tra il libro e l’ebook è anche nell’immaterialità del secondo, nell’impossibilità di “vederlo” e “tenerlo” come un oggetto separato dal supporto elettronico che ne contiene una serie. Si dimostra, anche qui, come altra cosa rispetto al libro.

Ma quanto al paratesto del libro tradizionale, bisogna ammettere che ha subito mutazioni non lievi. La copertina, chiassosa e colorata, utile ad attirare l’attenzione del possibile lettore, ha sostituito le cover seriose, ripetitive e persino anonime dei libri d’antan. La quarta e i risvolti s’impegnano ancora a fornire elementi informativi sull’autore e il contenuto, mettendone in evidenza i pregi e l’invito ad accedere, ma sono sempre più sostituiti da slogan sintetici, graficamente allettanti, nell’intento manifesto di assecondare la minore disponibilità dei possibili acquirenti a impegnarsi nella lettura, anche solo di poche righe introduttive.

Perché in tutto questo argomentare c’è un’evidenza sottintesa che riguarda appunto l’assenza di lettori forti e la conseguente espansione di quello che Hans Magnus Enzensberger ha definito “analfabetismo secondario”.

Giovanni Iozzia
Giovanni Iozzia

Il tema non è solo vastissimo ma anche complesso. Il digitale ha ampliato le opportunità di conoscenza e il vero analfabetismo oggi è quello legato alla mancanza di competenze digitali: non basta avere l’accesso per poter dire di conoscere e sapere usare la Rete, i Social e quant’altro. Serve una nuova capacità di stare al mondo (digitale), va sviluppata sin dalla scuola e considerata un fattore primario di educazione continua.

Guardare a questo nuovo mondo con le lenti del passato può provocare solo distorsioni visive: uno sguardo miope impedisce di vedere la direzione di marcia, uno presbite di non cogliere neanche quel che abbiamo sotto gli occhi.

Sappiamo che siamo nel pieno di una rivoluzione ma ancora ci illudiamo di essere solo di fronte a un fenomeno che prima o poi rientrerà. È un errore fatto spesso nella storia, soprattutto quando si sceglie un atteggiamento ideologico, in un senso o nell’altro. Non servono né gli apocalittici, né gli integrati per riprendere una contrapposizione proposta tempo fa da Umberto Eco. I facili entusiasmi per le magnifiche e progressive sorti della tecnologia, da un lato, portano a trascurare i suoi impatti sociali e culturali. Le cupe previsioni di inevitabile declino dell’umanità, dall’altro, finiscono per lasciare il campo a chi invece vede il futuro, ci crede, investe, rischia (ce la prendiamo ora con Google & C quando Italia ed Europa non sono stati in grado di creare loro digital champion per una deleteria combinazione di miopia e presbiopia).

L’errore più grande che ancora viene commesso è pensare che basti creare la versione digitale di un prodotto fisico per salvare l’anima e adeguarsi ai canoni della rivoluzione. Si fa anche con i libri come con i giornali, rinunciando alle potenzialità di innovazione abilitate dalle tecnologie.

Scriviamo i libri su un computer per poi vederli stampati sulla carta o al massimo distribuiti in una versione immateriale. Non sappiamo o non vogliamo rischiare con nuovi modelli produttivi e nuove relazioni con il cliente-lettore. E intanto quanto delle conoscenze e delle emozioni un tempo affidate ai libri oggi circolano sotto altra forma, audio, video, giochi, nella Rete e nei social?

Leonardo Taini
Leonardo Taiuti

Il tema, come dice giustamente Marco, è vastissimo, ma secondo me ci stiamo un po’ incartando sul famoso dilemma dell’uovo e della gallina. È evidente che i tempi siano cambiati, ma è altrettanto evidente che il fascino del libro cartaceo non passerà mai. Conosco persone che non hanno mai preso in mano un libro di carta e che leggono decine di libri al mese in digitale; conosco anche persone che non possiedono un lettore di epub e che piuttosto che leggere un e-book sfoglierebbero anche l’elenco del telefono (altro elemento vintage, se vogliamo); la questione qui non è dissimile dalla dicotomia libro nuovo-libro usato: esistono lettori forti che non sopportano gli usati e che si svenano pur di continuare a comprare nuovi libri, così come ci sono quei lettori che, attenti al portafogli, acquistano venti libri usati la settimana finendo per spendere più del lettore di “nuovi” che invece ne compra otto.

Il tema del minor prezzo in digitale secondo me ha poco valore in questo contesto, perché l’e-book è proprio un altro tipo di oggetto, quoto Carlo al cento per cento. Nel corso degli anni ha attirato frotte di appassionati che oggi non possono più farne a meno, e ha spinto case editrici a dedicarsi solo ed esclusivamente ai libri digitali, anche perché produrre un cartaceo costa dieci volte tanto. Allo stesso tempo ritengo che sia assurdo contrapporli, perché il digitale integra il cartaceo alla perfezione, soddisfacendo il palato di lettori di ogni tipo. Quindi alla fine, perché scegliere tra un panino al prosciutto e uno al formaggio se possiamo averli entrambi? Magari decido di comprare un certo titolo in cartaceo perché l’ha scritto il mio autore preferito e voglio averlo in casa, mentre per un libro che non sono sicuro di apprezzare posso buttarmi sulla versione e-book per non fustigarmi troppo qualora non dovesse piacermi. Non credo neanche più di tanto alla presunta superiorità dell’e-book dovuta alla sua potenziale interattività. Leggere è un’attività diversa rispetto a stare al cellulare o davanti al computer. Sarò antico, ma sono d’accordo con quanto diceva Paolo all’inizio di questa conversazione:  un libro non è fatto per essere spippolato. Siamo circondati dalle distrazioni e la lettura è un’attività immersiva: non trasformiamo il libro nell’ennesima fonte di rumore.

Francesco La Trofa
Francesco La Trofa

L’esercizio della sperimentazione può arrivare ad ignorare la regola, ad oltrepassare una soglia anche per dimostrare un assurdo. Parliamo di un contesto colto, in cui chi effettua queste operazioni agisce in maniera assai consapevole, conoscendo molto bene le regole che va a ridefinire nella sua opera. Ignorare del tutto le regole della composizione può produrre risultati molto interessanti, anche divertenti da valutare.

 Se proponessimo ai lettori un paratesto del tutto destrutturato, al di là della prevedibile fatica cognitiva, ci renderemmo probabilmente conto che le convenzioni con cui si definisce la struttura di un libro non sono un un vincolo che mira a castrare la creatività o, peggio, a tarpare le ali alle velleità innovative di un progetto editoriale. La regola segue in genere le buone prassi che derivano dall’esperienza, quale valore pratico in termini di usabilità. La regola assume una garanzia di funzione, in cui il lettore può ritrovarsi in maniera spontanea, al netto di ingiustificati sforzi. Ciò a prescindere dal fatto che si tratti di un libro cartaceo o digitale.

Credo dunque che l’innovazione del paratesto debba seguire l’evoluzione dei format che va ad arricchire, piuttosto che ridiscutere radicalmente le regole.

E’ innegabile che la natura fluida dell’esperienza digitale possa in qualche modo cercare il superamento di una sequenza lineare, configurando l’accesso in più momenti della lettura, anziché concentrare gli effetti esclusivamente nella fase introduttiva.

Vorrei chiudere la riflessione con un desiderio, intimo e sincero: vedere il mercato dell’editoria digitale affrontare con maggior coraggio l’inserimento dei propri contenuti nei mondi virtuali. Il coraggio è nell’investire in un business al momento ancora acerbo. Rimango fermamente convinto che chi riuscirà a definire un format efficace per questi contesti potrà usufruire molto probabilmente di mercati nuovi, con un bacino di utenza che probabilmente non avrebbe mai incontrato.

Mi riferisco nello specifico ai cosiddetti social post web, alla Facebook Horizon, attualmente in fase di sviluppo, piuttosto che a tutte quelle situazioni in cui l’utente diventa a tutti gli effetti un avatar con una identità autonoma. Oggi leggiamo che The Fabricant ha venduto a poco meno di diecimila dollari il primo abito interamente digitale, disegnato in 3D per essere vestito esclusivamente online da un alter ego digitale. Una volta reso maggiormente accessibile per le tasche di tutti, è lecito attendersi che un marketplace esclusivamente basato sui pixel inizi a costituire un contesto molto interessante su cui investire, in cui, ancora una volta, saranno i contenuti a farla da padroni.

Saper giocare in anticipo in questi contesti, investendo su contenuti, esperienze ed interfacce, potrebbe rivelarsi decisivo per garantirsi un vantaggio competitivo molto importante per le prossime generazioni editoriali, sfruttando tecnologie come la blockchain, con cui è possibile costruire delle reti indipendenti rispetto all’offerta monopolista dei soliti noti. La scena indipendente non dovrebbe assolutamente lasciarsi sfuggire questa grandissima occasione.

A mio avviso esiste anche un risvolto etico molto importante in questa prospettiva di futuro, per realizzare nei mondi virtuali una distopia positiva rispetto alla realtà vera, a misura d’uomo, non alienante come quella che ci prospettano scenari come Matrix o Ready Player One, in cui un grande fratello è pronto a monopolizzare non solo i contenuti, ma le menti di tutti gli utenti, cui concede l’evasione oppiacea da una quotidianità aberrante.

Il rischio, se non riusciremo a costruire dei percorsi neutrali dove interagire, è di consegnare il futuro della comunicazione, ed il potere che ne deriva, esclusivamente nelle mani dei big one della tecnologia. I governi stessi hanno e avranno sempre più una responsabilità cruciale nel cercare di normare questo percorso evolutivo, una responsabilità che finora li ha visti clamorosamente impreparati. La burocrazia è troppo lenta rispetto alla tecnologia ed alla sua applicazioni sui mercati. Un freno positivo, in termini di alternative ai modelli speculativi, è come sempre offerto dalla cultura. Se riusciamo a prevedere un contesto informativo con cui le nuove generazioni potranno crescere pensando con la loro testa, in tal senso, forse abbiamo ancora una speranza. La missione culturale del libro può senz’altro contribuire ad alimentarla.

Immagine di Marcello Minghetti