Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Se il libro è filtrato, una conversazione con Cosimo Accoto, Maria Gabriella Ambrosioni, Giovanni Francesio, Lea Iandiorio, Ivan Ortenzi, Alessandro Zaccuri

“Nel regno digitale immateriale”, scrive Kevin Kelly, “dove nulla è statico o fisso, tutto è in divenire, anche il libro diventa un librare, evolvendo da cartaceo a digitale, confrontandosi con altri sistemi di comunicazione e apprendimento”. Se il libro diventa un “librare”: questo il titolo/quesito/ipotesi che ci conduce in un viaggio su cosa è stato, cos’è oggi e cosa sarà domani il libro, attraverso Dieci Conversazioni con scrittori, editori, esperti. Come guida per orientarci in questo cammino abbiamo scelto la rilettura di tre testi visionari: uno del passato, Alice nel Paese delle meraviglie, il classico di Lewis Carroll, riprendendo alcune riflessioni sviluppate nell’ambito del progetto Alice Postmoderna; uno del presente, L’inevitabile, scritto dal cofondatore di Wired Kevin Kelly; uno del futuro, il romanzo online in corso di scrittura Ariminum Circus, di Federico D. Fellini, disponibile in versione multimediale anche su Wattpad.

In questa Conversazione riprendiamo un tema molto importante, che avevamo cominciato a esplorare soprattutto nella Seconda Conversazione, Se il libro è cognitivizzato, con riferimento al modello di Choudary e ad alcune riflessioni proposte dal filosofo Cosimo Accoto: quello del filtro. Oggi ci concentriamo su questo aspetto. Insieme allo stesso Cosimo Accoto, lo analizzano Maria Gabriella Ambrosioni, Presidente Adali (Associazione degli Agenti Letterari Italiani), Giovanni Francesio, Responsabile per la Narrativa Italiana di Mondadori, Lea Iandiorio, Fondatrice di exlibris20.it, Ivan Ortenzi, Chief Innovation Evangelist di Bip, lo scrittore e giornalista  Alessandro Zaccuri.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Non c’è mai stato momento migliore per essere un lettore, uno spettatore, un ascoltatore o per partecipare all’espressione della genialità umana, a giudicare dalla valanga stupefacente di nuove creazioni quotidiane: ogni dodici mesi produciamo 8 milioni di nuove canzoni, 12 milioni di nuovi libri, 16.000 nuovi film, 30 miliardi di messaggi sui blog, 182 miliardi di tweet, 400.000 nuovi prodotti. In un mondo di abbondanza diventa fondamentale riuscire a filtrare (questo è il settimo verbo della contemporaneità digitale secondo Kelly) ciò che più è interessante in un certo momento. Le aziende che sapranno creare i migliori filtri saranno in grado di offrire un’esperienza migliore ai propri clienti.

Cosimo Accoto
Cosimo Accoto

Per capire in profondità la rilevanza crescente e allargata dell’orizzonte concettuale del “filtro”, credo sia utile iniziare a collocarla all’interno di quella che i mediologi hanno cominciato a chiamare “nuova era inflazionaria dei media”. Nel saggio Medialogies. Reading Reality in the Age of Inflationary Media, Castillo e Egginton così definiscono e periodizzano le età inflattive (e deflattive) nella storia dei media. Si tratta di fasi di forte discontinuità mediale attraverso cui le rivoluzioni tecnologiche producono un’espansione (e una morfosi) delle forme e delle dinamiche della medialità per come conosciuta fino a quel momento.

Quella contemporanea non è la prima e non sarà l’ultima era inflazionaria. Potremmo, anzi, dire che la civiltà umana ha fatto, nel corso della sua storia, esperienza ed esercizio di cicliche vertigini mediali inflattive, ogni volta nuove per domini espressivi e vettori trasmissivi. E però anche, ogni volta similari nella loro forza distruttrice e creatrice, al contempo, di rinnovati regimi di verità/falsità e, più in generale, di nuova produzione di senso e di reale. Scrivono Castillo e Egginton:

“Viviamo in un tempo di media inflazionari… Un’era mediale non diviene inflazionaria solo in ragione della moltiplicazione dei modi, delle velocità e del potere dei media. I media divengono inflazionari quando lo scopo della loro rappresentazione del mondo minaccia i confini delle nozioni di realtà della cultura precedente… Un’era mediale diviene inflazionaria non a causa dei cambiamenti che la tecnologia abilita, ma in ragione della crisi che i nuovi media provocano nel concetto di realtà ereditato dal periodo della precedente era inflazionaria…”. Io parlo più filosoficamente di “inflazione del catalogo del reale”.

In questa prospettiva, ritengo che le nuove tecnologie (comprendendo in maniera larga tutte le tecnicalità emerse ed emergenti: sensori e dati, algoritmi di apprendimento macchinico, protocolli decentralizzati, computazione quantistica, biologia sintetica…) costituiscono la nostra contemporanea vertigine mediale inflattiva. Tra i molti possibili, per fare un esempio recentissimo, cito l’esplosione dei volti e dei video ricreati sinteticamente e realisticamente attraverso le reti neurali artificiali generativo-avversative (tecnicamente dette GAN).

Volti e contesti sintetizzati in sovrabbondanza e filtrati, in questo caso, per soddisfare il senso di realismo a cui i fruitori umani di immagini e contenuti -potenzialmente infiniti in virtù della produzione dell’apprendimento macchinico del deep learning- sono familiari. Un’inflazione contrastata, in questo caso, col filtro del “realismo”. Un effetto di realtà che serve a far incontrare e soddisfare l’infinita creazione sintetica delle macchine (offerta) con la richiesta implicita o esplicita di realismo del lettore/fruitore di immagini e volti (domanda). Oppure, viceversa, applicare -per così dire- un filtro di “creatività” come accade per le sperimentazioni intorno all’arte e all’innovazione che sempre le reti neurali artificiali oggi consentono. Rispetto all’argomentazione di Kelly (filtri come sistemi di raccomandazione, targeting pubblicitario e tecniche di personalizzazione, assistenti virtuali…) dobbiamo allora aggiornare gli orizzonti tecnicali filtrativi.

Storicamente l’AI ha privilegiato la dimensione della conoscenza (da trasferire alle macchine) più che la dimensione dell’apprendimento (da coltivare nelle macchine). E così in molti ancora oggi ritengono che creatività e computazione siano antitetiche. Dove c’è calcolo, non c’è novità, potremmo riassumere. È una posizione consolidata a partire da Ada Lovelace, figlia del poeta Lord Byron e pioniera delle macchine calcolatrici nella prima metà dell’Ottocento. Alan Turing la chiamava “l’obiezione di Lady Lovelace”.

In sintesi, programmazione e computazione sono il regno della noiosa necessità: le istruzioni della macchina sono ripetizioni meccaniche del già noto e mai produrranno qualcosa di originale e inimmaginato. È certamente una posizione ragionata e argomentata, ma che sempre più è posta in questione alla luce dell’evoluzione contemporanea e, in particolare, delle macchine che “apprendono dall’esperienza”, come si dice con un’espressione sintetica.

Le macchine oggi sono in grado di esplorare con grande potenza di calcolo l’informazione presente nei dati, cominciano ad estrarne pattern e schemi interpretativi e di lettura del contesto, possono ricombinare e rimodellare, anche con aggiunta di randomicità (per contrastare bolle e camere dell’eco), stili e tecniche, sono in grado di produrre ex novo contenuti sintetici che richiamano ed emulano quegli stilemi.

Come ha scritto il matematico Du Sautoy in chiusura del suo recente libro, The Creativity Code. Art and Innovation in the Age of AI, se immaginiamo la creatività nelle sue tre dimensioni (esplorazione e ampliamento dei limiti, ricombinazione e contaminazione di modelli, rottura e fuoriuscita dalle regole), gli algoritmi di deep learning e le reti neurali artificiali ci sollecitano a rivedere i nostri vecchi pre-concetti sulla computazione per cominciare ad apprezzare delle macchine, non solo la ricorsività, ma anche la contingenza e l’apertura al nuovo e all’inaspettato, direbbero i filosofi. La computazione è e fa esperienza, a suo modo.

Naturalmente, la sola novità non basta e il tutto è più complesso: ad esempio, non è sufficiente un programma che sorprende nei suoi effetti il programmatore. La creatività è anche e soprattutto nell’impatto comunitario di senso che produce e che innesca al presente o in prospettiva.

In generale, nella mia prospettiva, i filtri sono la strategia antropica -culturale, sociale, economica, politica e così via- adottata per la produzione di senso dentro ondate mediali inflattive (dalle produzioni librarie alle piattaforme social alle simulazioni computazionali di volti e video) che riduce il tasso di complessità e di congestione nella lettura del mondo.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Trovo affascinante la sintesi proposta da Cosimo. Fra l’altro di GAN si parla anche in uno degli Episodi conclusivi di Ariminum Circus, Il Ritratto (non ancora disponibile in Rete), una riflessione sul quel “filtro” fra noi e il reale che è la nostra stessa faccia, sempre più una “interfaccia” fra noi e il mondo esterno, soprattutto quello digitale, virtuale, che così si conclude: “Almeno fino a quando, aveva previsto il Piccolo Ed, non saranno a disposizione di tutti le “reti antagoniste generative” (GAN): algoritmi concepiti per addestrare forme avanzate di Intelligenza Artificiale a combinare le caratteristiche iniziali di un volto (umano o finto) con quelle di un altro. Ognuno di noi avrà in tal modo decine di facce tanto ben elaborate da sembrare vere. Diverranno allora matrici per creare, grazie alle stampanti 3D, maschere in similpelle che ciascuno potrà indossare, proprio come fa Tom Cruise nella serie Mission Impossible. Maschere che, ben presto, saranno le nostre “vere” facce. Attaccate a corpi robotici, artificiali, transumani. Divini, forse”.

Detto questo, sia pure nel quadro concettuale che ci propone Cosimo, trovo interessante la lista dei possibili filtri elencato ne L’Inevitabile. Kelly fa un ragionamento di tipo generale, che può forse risultare ostico a chi non frequenta abitualmente le piattaforme digitali (ma vorrei sapere chi è, questo eremita del terzo millennio, che non ha mai fatto una ricerca su Google, mai fatto un acquisto su Amazon o mai visto una serie tv se Netflix). Ma se lo applichiamo al libro (o, come preferisce il guru americano, al processo del librare), credo che diventi immediatamente comprensibile:

– Filtro del custode: autorità, genitori, sacerdoti e insegnanti schermano il peggio (quello che loro ritengono il peggio) lasciando passare selettivamente solo «le cose positive». Quanti libri non abbiamo letto, da giovani o da adulti, perché qualcuno ha attivato uno di questi filtri?

– Filtro dell’intermediario: le cataste dei progetti rifiutati raggiungono il soffitto negli uffici delle case editrici, delle etichette discografiche e negli studi cinematografici. Dicono «no» molto più spesso di quanto rispondano «sì», svolgendo così la funzione di filtro riguardo a ciò che raggiunge la grande distribuzione. Ogni titolo in un giornale è un filtro che ha detto «sì» a quell’informazione e ignorato il resto. Ma soprattutto sono gli agenti letterari che rappresentano uno snodo cruciale nel sistema editoriale italiano, su cui si sorride un po’ in Ariminum Circus, fin dall’iniziale Test d’Ammissione, o in pezzi come il Finale della Prima Stagione, Recensione della Martin Eden Review.

Maria Gabriella Ambrosioni
Maria Gabriella Ambrosioni

In questo mondo di abbondanza, di sempre nuove piattaforme o canali social che offrono diversi generi di creatività e che quindi stimolano anche gli utenti alla creatività, gli agenti letterari si collocano in uno snodo cruciale. Adesso le persone che si avventurano nella scrittura di un romanzo, di un racconto per bambini o ragazzi, o anche di saggi, sono persone che non per forza hanno avuto un percorso di studi umanistici o letterari o svolgono professioni legate alla pubblicazione di testi. Noi riceviamo proposte di inediti da autori di professioni o formazioni molto variate, architetti, ingegneri, scienziati, avvocati, periti agrari, chimici, ma anche di autori con formazione non universitaria. A noi si rivolgono alla ricerca di rappresentanza ma anche alla ricerca di una valutazione di uno o più testi che hanno scritto. Dal nostro punto di vista, percepiamo un volume molto grande di persone che scrive e che vorrebbe pubblicare. E tra questo ampio numero, c’è sempre qualcuno che stupisce per il suo autentico talento. La proporzione ovviamente è molto bassa, ma è comunque sempre degno di meraviglia scoprirlo.

È chiaro che in questa moltitudine di aspiranti scrittori che si allarga ogni anno di più, il filtro dell’agente letterario si calibra in base alle richieste degli editori, ai generi che in un periodo più che in un altro sembrano improvvisamente andare in voga nel mercato, ma anche, ed è importante precisarlo, in base al filtro che ciascun agente adotta in base alle proprie preferenze letterarie e gusti estetici. Ci sono infatti agenti che lavorano su alcuni generi letterari più che su altri, anche se in linea di principio, forse il filtro personale che tutti noi agenti adottiamo, al di là dei generi letterari, è quello di un’affinità umana con l’autore, con il quale per lavorare bene e in armonia, è necessario provare una reciproca stima e fiducia. Rappresentare un autore significa accompagnarlo nel suo percorso creativo, orientarlo in alcune scelte importanti e non facili da compiere, o decidere insieme tra due o più editori, o anche quando è giunto il momento di cambiare editore. Ogni agente inoltre si comporta nella sua professione in base alla propria scala di principi, alla propria etica che in ogni professione fa la differenza. Quindi è molto importante che ci sia una profonda affinità anche in questo senso tra agenti e autori rappresentati.

Venendo più specificamente al tipo di filtro evocato da Kelly, quando l’obiettivo di un autore è approdare a una grande casa editrice, l’intermediazione da parte di un agente letterario si rende più che mai necessaria.

E’ noto che il ruolo degli agenti letterari è stato fin dall’inizio quello di supportare gli autori a mettersi in contatto con gli editori nel tentativo di trovare uno sbocco di qualità e remunerativo per le proprie opere, dato che gli agenti letterari rispettabili hanno contatti e conoscenze all’interno del mondo editoriale che la maggior parte degli scrittori non possiede. Gli agenti si tengono aggiornati circa le esigenze dei singoli editori e le tendenze del mercato editoriale; sanno quando stanno nascendo nuove collane, marchi e case editrici o quando un gruppo editoriale consolidato ha deciso per un ridimensionamento; stanno al passo con i cambiamenti delle politiche aziendali degli editori e dei cambiamenti interni legati al personale di questi ultimi. Negoziano anticipi e contratti di pubblicazione a vantaggio dei propri clienti e sono esperti nella cessione dei diritti sussidiari. Gli agenti letterari, in definitiva, sono i primi sostenitori di uno scrittore nel mondo sempre più complesso e competitivo dell’editoria.

Dall’altra parte, gli editori sono continuamente alla ricerca di nuove proposte e nuovi talenti. Vagliare le proposte di manoscritti una volta era compito primario degli editori, ma oggi sono gli agenti letterari il primo, importantissimo filtro per gran parte dell’industria editoriale. Di fatto, molti grandi editori non accettano invii spontanei di manoscritti e, comunque, se li accettano, danno loro la minima attenzione, preferendo esaminare, in via prioritaria, i progetti provenienti dagli agenti.

Infatti, gran parte del lavoro di un’agenzia letteraria ha a che fare con la ricerca di esordienti, il cosiddetto scouting, o con il rilancio di autori non ancora molto affermati.

Ecco, quindi, che la posizione dell’agente è centrale nella filiera del libro, perché lavora al libro dal momento dell’ideazione e affianca gli autori in tutto il processo che ne consegue. Essendo a stretto contatto con i diversi editori, l’agente possiede una visione allargata delle potenzialità e dei limiti del sistema.

In qualità di intermediario, l’agente letterario si ritrova quindi costretto a selezionare in maniera serrata le molteplici proposte che gli vengono inviate da aspiranti autori o autori con una carriera più o meno consolidata alle spalle, assumendo la funzione di primo filtro in assoluto del settore editoriale. Solo pochi testi che l’agente reputa eccellenti e veramente meritevoli di attenzione superano questa prima analisi che ha come obiettivo la conseguente presentazione agli editori.

È altrettanto importante sottolineare che l’attività di filtro di un agente varia anche in base alle esigenze o ai gusti letterari personali che, pur tenendo conto della situazione del mercato, seguono un percorso differente rispetto a quello di un’altra agenzia letteraria. Il filtro, fondamentale per tutto il sistema, assume forme diverse in base a chi opera questa funzione.  In questo modo, gli editori possono contare su proposte diverse provenienti da agenti con caratteristiche differenti e gli autori hanno la possibilità di ricercare tra le varie agenzie letterarie quella che più si addice al genere della propria opera.

Sebbene le gioie di essere un agente letterario siano profondamente intrecciate con la creatività, in definitiva anche l’attività di un’agenzia letteraria è un’impresa e, in un settore che opera all’incrocio tra arte e business, riuscire a gestire un’attività redditizia è sempre una sfida, soprattutto in tempi di pandemie globali e recessioni.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Ma gli agenti letterari non sono il solo filtro che agisce nel sistema. Kelly cita ad esempio fra gli altri:

– Filtro dei curatori: i punti vendita non offrono tutto, i musei non mostrano qualunque cosa, le biblioteche pubbliche non acquistano tutti i libri. Ogni curatore seleziona le proprie merci e agisce da filtro. Lo stesso vale ad esempio per i testi scelti dalla Redazione di un social network letterario come ad esempio Typee quali “testi del mese” o per essere pubblicati sul Typeebook annuale. O su Wattpad in base a un certo hastag, che può essere generico (tipo Narrativa generale) o specifico (Armageddon, per dire).

– Filtro del marchio: di fronte a uno scaffale pieno di merci simili, un acquirente sceglierà inizialmente il prodotto di un marchio che gli è più familiare, perché è il modo meno dispendioso per ridurre il rischio insito in un acquisto. I marchi filtrano la confusione. Questo vale anche per il “brand” autoriale: poiché, stando sempre su Typee, io amo le poesie di Davide Marchese o i racconti di MargheMesi, se ho poco tempo a disposizione sceglierò di leggere su quella piattaforma le loro opere, trascurandone altre magari meritevoli, ma che non mi sono ancora divenuti familiari.

Maria Gabriella Ambrosioni
Maria Gabriella Ambrosioni

Il meccanismo di riconoscibilità del marchio attira il consumatore in ogni campo e sicuramente ciò avviene anche per quei “consumatori” particolari che sono i lettori. Un libro di un autore sconosciuto o esordiente pubblicato da una grande casa editrice di successo catturerà facilmente l’attenzione di tanti potenziali lettori: se l’editore ha investito in questo nome, io lettore sarò portato a fidarmi.

Prima di tutto è necessario sottolineare che per noi professionisti del settore la percezione del potere del brand editoriale è indubbiamente molto più alta e condizionante. Rimane sempre considerevole in quella fetta ristretta dei cosiddetti “lettori forti” e progressivamente diminuisce se si considerano lettori meno consapevoli e più occasionali.

Rileviamo poi  che questo processo era decisamente più evidente ed efficace in passato e per varie ragioni.  Nel nostro presente, più fluido e liquido, in cui le sollecitazioni provengono da più fonti, particolarmente digitali, le quali danno uno spazio assai più ampio all’iniziativa personale non mediata, il potere consolidato di ciascun brand si va in un certo senso affievolendo.

C’è poi un altro aspetto che si è ingigantito negli anni recenti, in cui abbiamo assistito a un progressivo rinchiudersi del mercato nella affannosa “clonazione del best-seller”. Ciò ha comportato, sia a livello nazionale che internazionale, una sempre minore possibilità di identificazione di linee editoriali specifiche, soprattutto nel caso dei grandi gruppi editoriali, fino al punto che, nei casi più fortunati, l’autore prevarica il marchio stesso che lo ha pubblicato e diventa brand lui stesso: non importa più quale editore lo pubblica, non importa più nemmeno il titolo del suo libro, viene identificato semplicemente con “il nuovo di …”.

In questo senso, rovesciando la prospettiva, possiamo quindi sottolineare quanto sia più che mai importante oggi la funzione dell’editoria indipendente che fa della personalizzazione del proprio marchio e della individualità del proprio catalogo il suo punto di forza e la porta a svolgere, al di là del meritato successo del singolo marchio indipendente, un ruolo determinante nel panorama editoriale e culturale attuale.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Per concludere la rassegna dei possibili filtri che agiscono sul processo di lettura, citerei anche:

– Filtro del governo: i tabù sono proibiti, l’incitamento all’odio o le critiche ai leader o alla religione vengono rimossi, mentre sono promosse questioni nazionalistiche. Il tema della libertà di pensiero, anche nella forma dell’opposizione a ogni forma di passiva adesione al filtro del “politically correct”, non a caso è centrale nella saga di Ariminum Circus (è esplicitamente rivendicata ad esempio in conclusione dell’Episodio 10 Sirene Lesbiche in Volo, disponibile in versione multimediale anche su Wattpad).

– Filtro dell’ambiente culturale: ai bambini vengono dati messaggi diversi, contenuti diversi, scelte diverse in relazione alle aspettative delle scuole, delle famiglie e della società che li circonda.

– Filtro degli amici: i nostri pari hanno il potere di influenzare le nostre scelte; siamo molto propensi a scegliere quello che anche i nostri amici hanno scelto.

– Filtro di noi stessi: scegliamo sulla base delle nostre preferenze, secondo il nostro giudizio. Tradizionalmente, è il filtro più raro.

Cosimo Accoto
Cosimo Accoto

Marco, facendo un po’ di astrazione intorno alla comunicazione a proposito della relazione tra “marchio” e “filtro”, c’è forse qualcosa di più radicale che possiamo suggerire al presente e ancor più in prospettiva. Qualcosa che scardina antiche idee e pratiche. Fa riferimento a cosa accade al brand come filtro nell’era dell’algoritmo. Con una premessa: il paradigma corrente della comunicazione raffigura la tecnologia come canale che veicola informazione tra gli umani, come un “medium logistico”. L’obiettivo di questo modello veicolare è la sollecitazione e la cattura dell’attenzione dei consumatori. Per fare ciò si applicano strategie psicologiche, contenutistiche e persuasive consolidate.

Tuttavia, nell’orizzonte tecnico odierno, questa prospettiva meramente antropologica (o, come la definisco più propriamente, “antropo-logistica”) della comunicazione rischia di essere una visione sicuramente incompleta se non interamente obsoleta. Dalla pubblicità al giornalismo all’editoria, lo scardinamento prodotto dalle nuove ecologie tecnologiche è sempre più evidente. E non è solo uno smottamento della comunicazione, ma più in generale e in prospettiva un salto ontologico che ridisegnerà meccanismi di mercato, interazioni economiche, transazioni umane e non umane.

Certamente, la tradizionale prospettiva antropocentrata è comprensibile. Comunicazione e marketing sono stati forgiati in un mondo di attori economici esclusivamente “umani”. La questione è, però, che l’arrivo di agenti artificiali di varia natura (dati, algoritmi, protocolli, piattaforme, applicazioni, macchine) che sono agenti nuovi nel gioco dei mercati (anche di quelli librari) impone di cominciare a ripensare e reimmaginare non solo strategie e pratiche, ma, da ultimo, proprio il senso stesso della comunicazione.

In realtà, abbiamo già iniziato da tempo quasi senza accorgercene. Ad es., con lo sviluppo di siti web attrattivi non solo per consumatori in carne e ossa, ma anche per i bot che vengono a classificare le pagine per i motori di ricerca. Ogni sito web ha, di fatto, due audience: una umana e una inumana. In questo caso stiamo, cioè, catturando l’attenzione degli algoritmi di indicizzazione, non solo degli umani.

Queste pratiche sono in via di espansione dentro le nuove ecologie mediali con intelligenza artificiale incorporata in oggetti e ambienti. Il punto chiave qui è che, secondo alcuni, questo lascerebbe presagire addirittura una perdita di efficacia della “comunicazione simbolica” (branding, advertising, media, journalism) a favore della “comunicazione algoritmica” (sensing, filtering, sorting, matching). Nella comunicazione con gli umani il marchio (brand) è finora servito come meccanismo di riduzione di incertezza, complessità e congestione. Ad esempio, ha aiutato chi consuma a scegliere una specifica crema di nocciole (o un libro) in mezzo a tante possibilità proposte su uno scaffale.

Ma nelle interazioni di mercato sempre più automatizzate con bot, dati, software, sensori e intelligenza artificiale, il meccanismo di riduzione dell’incertezza diviene l’algoritmo (e non più/solo il brand). Algoritmi che selezionano, suggeriscono, anticipano, personalizzano servizi, applicazioni, esperienze. In effetti, sono tutti molto impegnati a ragionare intorno alle “macchine intelligenti”, ma sottostimano una dimensione forse ancor più rilevante. Vale a dire l’emergenza di “macchine retoriche” (vedi anche il saggio Rhetorical Machines. Writing, Code and Computational Ethics).

Tieni conto che questa prospettiva incrocia anche altri trend. Pensa solo anche al passaggio dall’era del possesso all’era dell’accesso. Facciamo il caso dell’auto. La mobilità on demand o as-a-service non lavora più tanto in branding (non si possiede l’auto, non vale più il carico simbolico e valoriale dell’auto brandizzata da acquistare), ma piuttosto valorizza l’efficienza degli algoritmi di localizzazione e funzionali dei servizi offerti dalle piattaforme (disponibilità temporale del veicolo, prossimità spaziale dell’auto e così via). Non sto immaginando la fine della comunicazione umana (almeno nel breve periodo), ma una sua ridefinizione dentro ecologie mediali che lasciano intravedere logiche nuove.

Nel caso dei libri, mi chiedo, cosa valorizzano da ultimo gli algoritmi di filtering dislocati tra piattaforme, applicazioni, device?

Alessandro Zaccuri
Alessandro Zaccuri

Mi inserisco nel dialogo facendo una premessa. Se avessi partecipato a un dibattito come questo una decina di anni fa, probabilmente avrei dato risposte molto diverse. Più in linea con l’entusiasmo di Kevin Kelly, per intenderci, e anche con l’impostazione generale che Marco Minghetti ha dato a questa discussione. Rispetto agli anni Dieci, nel corso dei quali l’elemento di innovazione risultava prevalente, in questa fase mi sembra più significativa una visione di continuità nei confronti di una tradizione culturale che, in sostanza, coincide con la storia stessa del libro, almeno così come è venuta a delinearsi a partire dal IV secolo dopo Cristo. Una volta attuato il passaggio dal rotolo al codice, il libro si è molto evoluto sul piano tecnologico, senza però contraddirsi mai. Ha attraversato, se si preferisce, un sistema di filtri molto articolato, che di volta in volta ne hanno rafforzato il ruolo, anche quando pareva che mirassero a ostacolarlo.

Detto questo, se facciamo un confronto tra le nostre aspettative e il presente, dobbiamo ammettere che non è ancora avvenuto il salto di scala che qualche anno fa davamo per imminente. Insisto su quell’ancora, perché la mia impressione è che nel libro digitale ci siano molte possibilità inespresse, molte risorse inesplorate. Oggi come oggi, siamo come intrappolati in una fase che ricorda i primissimi anni del cinema, quelli del teatro filmato. Al libro digitale è mancato finora un Méliès che scardini le regole, stabilendone di nuove.

Questo preambolo, a mio avviso, è necessario per affrontare la questione del filtro con la mente sgombra da pregiudizi. Un libro agisce sempre, e da sempre, come un filtro tra noi e la realtà. Non per niente la lettura è una metafora, se non addirittura un sinonimo, di quel processo di interpretazione continua dal quale dipende la nostra esperienza del mondo. Certo, la sovrabbondanza di testi favorita dalla rete ci sta obbligando a prendere consapevolezza dell’esistenza dei filtri. Ma per quanto ci appaiano limitanti le condizioni imposte – per esempio – dal mercato, non possiamo dimenticare quanto sia vasto il patrimonio di sapere che è andato disperso nel corso dei secoli. Al di là di censure o condanne intenzionali, poteva bastare che si smarrisse una sola copia di un testo per arrestarne del tutto la trasmissione. Questo non avviene più, o avviene solo in casi eccezionali. Per numerosi che siano, i filtri attuali sono comunque secondari a fronte della straordinaria disponibilità di testi che la rete garantisce.

Ma questi stessi filtri, a mio modo di vedere, sono anche una condizione indispensabile affinché, in tutto questo proliferare, qualcosa arrivi a qualche destinatario. Non è un paradosso: un’eventuale assenza di filtri non comporterebbe la piena disponibilità dei testi nel loro complesso, ma al contrario la totale irrilevanza del singolo testo nella sua unicità. Ogni volta che prendo in mano un libro, so benissimo che esiste una rete fittissima di concause che mi hanno portato a fare questa scelta. Sono quelle elencate da Kelly, alle quali, nel mio caso, si aggiunge il filtro della professione che svolgo. Come giornalista culturale, mi trovo spesso nella condizione di far indirizzare le mie letture da circostanze esterne (una pubblicazione recente, un tema di cronaca eccetera). Questo non intacca il mio senso critico, anzi: lo esercita, rendendomi capace di riconoscere la presenza e la funzione di un determinato filtro. Nel momento in cui si innesca questo meccanismo di reciprocità, non è più il lettore che impara dal libro, ma il libro che impara dal lettore, in un’osmosi che può arrivare a ribaltare la logica del filtro: sono io che filtro le informazioni, disinnescando ogni altro dispositivo preposto a questo compito. Il mio è un punto di vista particolare, lo ammetto, perché coincide con la militanza nel lavoro – o filtro – di mediazione. Non vorrei, però, che si scambiasse per invadenza del filtro il complesso delle relazioni che ciascuno di noi intrattiene con gli altri, anche sul piano degli scambi interpersonali.

Giovanni Francesio
Giovanni Francesio

Come dice Alessandro, i filtri di cui parla Kevin Kelly esistono, e si sono attivati, da quando esiste la moderna industria culturale, ossia da quando l’offerta culturale è diventata superiore alla domanda. Restando nell’ambito dell’editoria libraria, è inevitabile che il lettore per arrivare al libro che, consapevolmente o meno, sta cercando, debba passare attraverso, o comunque fare i conti con, i filtri elencati da Kelly. Credo quindi che il punto fondamentale sia quanto questi filtri vengono agiti dal lettore, o subiti, e da questo punto di vista i filtri sono molto diversi tra loro.

Il “filtro dell’intermediario” e il “filtro dei curatori”, per esempio, sono completamente fuori dalla sfera di controllo del lettore, che può solo sperare che intermediari e curatori (editori, agenti letterari, responsabili degli acquisti e delle esposizioni delle librerie…) svolgano il loro ruolo affiancando agli aspetti economici, per definizione di breve periodo, anche una visione culturale di lungo periodo, tenendo presente che una delle caratteristiche fondamentali del libro è quello di essere un prodotto non deperibile, potenzialmente eterno.

Gli altri filtri elencati da Kelly sono invece tutti, anche se in misura molto diversa tra loro, governabili o almeno influenzabili dal lettore, anche attraverso l’innesco di cortocircuiti tra i filtri stessi: a cominciare dal bambino, che potrà mettere in discussione il filtro del custode, quello dell’ambiente culturale e anche quello del marchio grazie al filtro degli amici, perché l’opinione collettiva che si forma all’interno delle nostre comunità elettive contribuisce in modo decisivo alla definizione del filtro di noi stessi, e di conseguenza alla nostra capacità di valutare criticamente gli stimoli, i suggerimenti, le indicazioni e le imposizioni che riceviamo dall’ambiente culturale e dall’autorità, genitoriale, professorale o governativa che sia.

Tutto ciò, naturalmente, non vale, o comunque vale solo in parte, nell’ambiente digitale, dove l’esplosione delle nostre relazioni all’interno dei social network, e l’intelligenza sempre più pervasiva degli algoritmi cambiano completamente lo scenario. Tutti i filtri elencati da Kelly, nel contesto dei social network, finiscono inevitabilmente per assumere un ruolo di secondo piano, venendo fagocitati all’interno dei due filtri digitali fondamentali, quello appunto dell’algoritmo e quello della “bolla social”, che, anche se ci sembrano trascendere ogni nostro controllo, in realtà sono entrambi frutto dei nostri comportamenti: l’algoritmo si basa su come noi ci muoviamo all’interno della rete, e la bolla, semplicemente, è il frutto delle nostre scelte relazionali.

Lea Iandorio
Lea Iandiorio

Prima di proseguire nella nostra conversazione sui filtri, credo sia utile innanzitutto definire l’oggetto a cui si applicano, il libro. «Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li avete inventati non potete fare di meglio. Non potete fare un cucchiaio che sia migliore del cucchiaio.» Così descriveva l’oggetto libro Umberto Eco durante un dialogo con Jean-Claude Carrière. Dialogo sulla storia del libro diventato poi libro Bompiani nel 2009. Questa è anche la mia visione sul libro (e l’ho letta pure nella Prima Conversazione citata da Francesco Morace) e la ricondivido perché credo che nonostante i tentativi di far evolvere il libro in un prodotto altro, questa tanto annunciata o agognata rivoluzione non sia mai (o ancora) avvenuta. Tutti gli oggetti che per molto tempo si pensava potessero mettere in crisi l’editoria, sono diventati strumenti che si sono affiancati al libro stesso.

Nel mio lavoro di fondatrice e direttrice editoriale della rivista digitale exlibris20.it ho un osservatorio privilegiato del mercato editoriale, in particolare della piccola e media  editoria con cui spesso ho un confronto sul futuro del mondo editoriale. Alla domanda “C’è una guerra in corso tra carta e digitale o crede che ci sia spazio per entrambi?”, gli editori hanno più o meno la stessa posizione: quindi riporto una delle ultime pubblicate, ovvero quella dell’editore della casa editrice NEO. “Rimarranno entrambi, magari con proporzioni diverse da quelle che vediamo oggi. Il cartaceo mantiene il suo fascino, resta un feticcio da bibliofili. Il digitale è comodo e più economico. Sono due facce della stessa medaglia, e hanno pari dignità. Alla fine, la cosa importante è la sostanza, non il supporto che utilizziamo per usufruire del contenuto”.

Quindi, aldilà della rivoluzione o della mancata rivoluzione dell’oggetto libro, è il contenuto che in questi ultimi anni è diventato bulimico. Come si sente spesso dire e come sottolinea Marco nella sua introduzione, oggi siamo invasi da libri, canzoni, film, messaggi, tweet, messaggi vocali… parole, storie, storytelling tanto che spesso non si riesce a scegliere “rischiando” spessissimo di perderne il valore o di perdere i contenuti “di valore”. Ma cosa sono i contenuti di valore? La risposta più corretta è: dipende. Dipende a chi stiamo scrivendo, qual è il contesto di riferimento, l’obiettivo della scrittura. Ma se devo soffermarmi sul libro, direi che per me il valore è dato oggi da due parole, complessità e responsabilità, da parte di tutti gli attori della filiera, non solo degli autori.

In questa bulimia di scrittura entra in gioco la necessità dei filtri di Kelly che, come dice Alessandro Zaccuri, sono  una condizione indispensabile affinché, in tutto questo proliferare, qualcosa arrivi a qualche destinatario. Questa necessità del filtro però, nasce dopo aver spinto tutti noi alla bulimia della scrittura. Come spesso capita nei meccanismi di una società capitalista, produciamo tanto da arrivare a farci del male, per poi aspettare quei pochi che trovano quella che ai più sembra la soluzione che stiamo aspettando. Vi ricordate il film Thank you for Smoking? C’è la scena dell’incontro tra il Capitano e Nick Naylor in cui viene raccontato che nel 1953 ci fu la prima inchiesta sulle sigarette del Reader Digest. L’inchiesta portò le compagnie del tabacco a creare i filtri che prima non esistevano per tutelare la salute e per continuare a vendere sigarette. Ecco, questo esempio dimostra quanto i filtri non servono a tutelare davvero la salute o nel caso della cultura a favorire – sempre – la scelta migliore: il filtro non blocca il contenuto – che sia esso positivo o negativo – ma funziona come atto di fiducia in chi il filtro lo mette. Per questo entra in gioco la parola responsabilità da parte di tutti gli attori della filiera.

E per questo ritengo che tra tutti i filtri, quello che Kelly cita come quello più raro, ovvero il filtro di noi stessi, sia quello che dobbiamo sviluppare. Per farlo è importante che ci sia compartecipazione di tutta la comunità. Martha Nussbaum, studiosa statunitense, ha introdotto in filosofia il concetto di «capacità umane», intese come patrimonio di potenzialità che appartiene a ogni individuo della specie e deve costituire oggetto di cura da parte della comunità umana e delle sue organizzazioni internazionali. La Nussbaum ha scritto una prima lista di «capacità umane» e riporto qui la sesta come monito per tutti noi che lavoriamo nel mondo della cultura: “Sensi, immaginazione e pensiero. Essere in grado di usare pienamente i sensi, di immaginare, pensare e ragionare – e di far ciò in modo «propriamente umano», ovvero in modo informato e coltivato da adeguata istruzione, che includa alfabetizzazione e conoscenze matematico-scientifiche di base, ma non sia affatto limitata a questo. Essere in grado di usare immaginazione e pensiero in relazione alla propria esperienza, alla produzione di opere di auto-espressione e a manifestazioni, liberamente scelte da ciascuno, di natura religiosa, letteraria, musicale e così via. Essere in grado di esercitare il proprio senso critico in modo protetto dalle garanzie di libertà d’espressione, sia sul piano politico sia su quello artistico, e la libertà di culto. Essere in grado di ricercare il senso ultimo della vita in modo autonomo. Essere in grado di avere esperienze piacevoli e di evitare dolori non necessari.”

Ivan Ortenzi
Ivan Ortenzi

Ho amato il libro di Kelly e ne ho ripreso i suoi contenuti principali rielaborandoli con la mia visione del futuro e del presente. Considero tutti i filtri qui espressi come un’unica interfaccia del tema sostanziale ovvero l’accessibilità ai contenuti che l’essere umano ha da sempre prodotto. Seguendo questo processo di elaborazione che stiamo mettendo in atto, e collegandomi alla citazione della Nussbaum che ci ha letto Lea, mi permetto di aggiungere un “filtro”. Il “filtro delle competenze”: un filtro che intendo nella sua natura dinamica e che sia profondamente individuale. A imparare si impara. Mai come in questo decennio ciò che si rende necessario è la capacità di aggiornare le proprie competenze per aggiornare le proprie competenze. Questo porta su un livello differente gli strumenti per l’apprendimento. Nella nostra vita, per quanto questa possa essere veloce, rapida ed esponenziale, il libro è il nostro strumento d’apprendimento principale.

Il libro è totemico nella cultura dell’essere umano. E continuerà a presidiare questo ruolo per sempre. Lea citava Umberto Eco, il quale diceva che le cose sono due, o il libro per quanto attaccato e strappato, resterà il libro o tutto quello che verrà assomiglierà al libro. Il libro era libro anche prima dell’invenzione della stampa. In termini di innovazione e sviluppo delle competenze abbiamo sicuramente destinato alla stampa il giusto ruolo nella dinamica dell’accessibilità.

Ma abbiamo decisamente  sottovalutato altri elementi che ne hanno contribuito all’estensione. Ad esempio, l’impatto degli occhiali da vista, meglio da lettura, e il loro ruolo sia per l’accessibilità sia per l’estensione del “filtro della competenza” a nuove fasce di persone giovani e anziani che erano escluse da esso. Citando sempre Eco, sono d’accordo con Francesco Morace, il libro rientra fra gli oggetti perfetti. Non possiamo pensare di innovarne lo scopo precipuo. Come il cucchiaio, la forchetta, le forbici o il martello. Oggetti che evolveranno nelle componenti accessorie e di progettazione ma non nella loro funzione base, la loro gnoseologia della funzione. Il libro è oggetto. La somma dei libri, la biblioteca, è oggetto. E quando dico oggetto ne comprendo anche la dimensione digitale.

Non a caso oggi utilizziamo la parola “design” o la definizione “oggetti digitali” anche quando parliamo di digitale. Quasi a forzare l’avvicinamento delle due dimensioni ma soprattutto perché in questa fase evolutiva abbiamo la necessità di trasferire strumenti e concetti della dimensione fisica e analogica anche al digitale per elaborare il loro contributo al filtro della competenza. Ciò che stiamo imparando è che questo scambio e questa integrazione non avviene per sostituzione o per integrazione. Se negli ultimi anni abbiamo parlato di phygital, come sommatoria, ci stiamo accorgendo che questa visione è limitata, limitante e superata. Fisico e digitale daranno origine ad un fattore combinatorio terzo, un ibrido. E avremo un libro oggetto ibrido. Se i filtri governeranno la dinamica tra fruizione e produzione dei contenuti di conoscenza, anche le aziende non potranno sottrarsi all’impatto dei filtri nell’esercizio della loro attività. Non so se la produzione o la gestione dei filtri potrà essere la chiave del successo di un’azienda. Ciò di cui sono sicuro è che si creeranno sempre contenuti per sfuggire ai filtri o per rendere i filtri non esaustivi. E questo contenuto lo chiamiamo innovazione.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Il tema delle competenze e dell’innovazione mi spinge a tornare per un attimo sul filtro dell’agente letterario: quanto sta aggiornando le sue competenze, se lo sta facendo, rispetto al «selvaggio nuovo mondo» digitale: da Wattpad ai social reading, dalla fanfiction alla Twitteratura?

Un mondo spesso oggetto delle feroci discussioni fra Lo Scrittore e la Sua Ombra in Ariminum Circus, come ad esempio nell’Episodio 5 della Seconda Stagione, La Casa del Simurg. Qui su NOVA100 abbiamo cominciato a scandagliarlo nella Conversazione Se il libro è condiviso e continueremo a percorrerlo anche nelle prossime del progetto #Librare, chiamando in causa  qualcuno dei giovani autori che, dopo aver spopolato su piattaforme come Wattpad, sono poi divenuti autori di bestsellers pubblicati in formato cartaceo da case editrici anche molto importanti come Mondadori o Einaudi.

Maria Gabriella Ambrosioni
Maria Gabriella Ambrosioni

In base alla nostra personale esperienza, ci sentiamo di dire che il fenomeno non riguarda molto noi agenti letterari italiani sul piano dello scouting. Gli agenti non hanno il tempo per leggere quello che viene “pubblicato” su Wattpad o altri social network letterari. Forse i colleghi anglofoni sono quelli più propensi a questo tipo di ricerca perché il loro mercato (anche e soprattutto in termini economici) è ben diverso dal nostro e quindi possono permettersi di dedicarle tempo e risorse. Gli editori invece possono pagare persone che leggano e selezionino qualcuno che emerge da queste piattaforme: infatti, da noi, sono o sono stati maggiormente gli editor delle case editrici a dedicarsi allo scouting di “talenti” nelle varie piattaforme.

Nonostante non abbia qui una funzione di filtro, l’agente continua però ad avere un ruolo quando gli autori, una volta selezionati dagli editori per la pubblicazione nella forma «tradizionale» di libro, si rivolgono a loro per la gestione di tutti gli aspetti contrattuali e propri della professionalità dell’agente stesso. E questo include d’altronde l’utilizzo dei social media per la promozione dei propri autori (anche quando questi provengano dal mondo «tradizionale») e delle loro opere, necessariamente di concerto con gli uffici stampa e i social media manager degli editori.

Infine, il «selvaggio» mondo del digitale ha accresciuto e diversificato la platea della «critica», il numero e tipo di interlocutori con cui agenti ed editori possono/devono interfacciarsi (bloggers, recensori online, bookclub su Instagram ecc.) per la promozione  e la visibilità del libro.

Infine, noi agenti osserviamo come tuttora, nonostante la maggior facilità di pubblicazione dei propri contenuti in ambito digitale, la possibilità di essere pubblicati da un editore tradizionale continua a rappresentare un obiettivo ambito dagli autori – lo indicava anche Marco nella sua riflessione. Lo constatiamo quotidianamente dal numero di proposte che riceviamo anche da autori già «online».

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Eppure il mondo letterario che gravita intorno a Internet e ai social media si muove. Accettato questo fatto, è difficile non essere d’accordo con Martha Nassbaum, ma anche con Ivan: due punti di vista che si possono utilmente incrociare. Da tempi non sospetti sostengo infatti che si possano avere autentiche relazioni umane anche attraverso Internet e in particolare i social media (vedi il mio vecchio saggio Il Mondo Vitale di Facebook e il post Il Social Network è un Mondo Vitale? – Alice annotata 41).

Ora, fra i filtri usati dai social media il più noto è il «sistema di raccomandazione» ed è largamente utilizzato, tra gli altri aggregatori, da Amazon, Netflix, Twitter, LinkedIn, Spotify, Beats e Pandora.

Twitter usa questo sistema per suggerirmi chi seguire sulla base di chi seguo già; Apple Music ne impiega uno simile per segnalarmi la musica che mi potrebbe piacere in base a quella che mi piace già; più della metà delle connessioni intrecciate su LinkedIn è dovuta a questo tipo di suggerimenti; il sistema di Amazon è responsabile della famosa barra «A chi è piaciuto questo articolo sono piaciuti anche»; Netflix usa lo stesso stratagemma, ma per i film.

Sono tutti algoritmi intelligenti che vengono eseguiti sugli storici giganteschi delle attività che tutti noi svolgiamo, in modo da predire verosimilmente quale sarà il nostro comportamento.

Cosimo Accoto
Cosimo Accoto

Ci sono due prospettive filosofico-speculative, distinte ma intrecciate, che mi sembrano centrali in questa riflessione su quello che sono gli ‘aggregatori’ e sul ruolo dei ‘filtri’. La prima è quella che ho caratterizzato come “il passaggio dalla società dell’archivio alla società dell’oracolo”. La seconda è connessa alla natura ultima delle piattaforme che sto esplorando con l’ipotesi che siano, in realtà, delle mega “macchine quantistiche planetarie” e che funzionano come “tecnoversi ad alta inflazionarietà” (per tornare al mio punto d’inizio). Partiamo dalla prima prospettiva.

Le nuove tecnologie dell’AI stanno costruendo un’architettura tecnologico-informatica (e un mondo) in cui l’informazione comincia a fluire, sistematicamente, dal futuro al presente e non più dal passato al presente come è stato finora. Usando sensori, dati e algoritmi di intelligenza artificiale, le macchine sono cioè in grado di intercettare l’informazione relativa a quello che sta per accadere e usare questa informazione per disegnare e progettare servizi e prodotti in modalità anticipatoria (e non solo posticipata e responsiva).

Come spiegano i filosofi digitali più avanzati queste macchine avranno la capacità di anticipare i nostri comportamenti, abitudini e desideri attraverso una dimensione temporale digitale nuova che è il ”feed-forward” o protenzione o anticipazione (non più il feedback). Vedi, ad esempio Mark Hansen e il suo Feed-Forward. On the Future of Twenty-First-Century Media o anche James Ash con il suo Phase Media. Space, Time and the Politics of Smart Objects. I nostri oggetti non saranno solo strumenti intenzionali, ma protenzionali. Non agiranno solo in tempo reale, ma in un tempo anticipato. Siamo oltre il “real-time”. Io dico che siamo nel “near-time”. Il trend del design anticipatorio (anticipatory design) ne è un chiaro segnale.

Le macchine sono e sempre più saranno in grado di “predire” ciò che accadrà anticipando bisogni e desideri. Perché è così rilevante questa dimensione? Perché come umani, non abbiamo solo la necessità di gestire il sovraccarico informativo del presente (information overload) attraverso i filtri, ma abbiamo anche e soprattutto la necessità di gestire l’incertezza informativa del futuro (world uncertainty) attraverso gli oracoli. Dalla medicina predittiva alla manutenzione preventiva, dalla mobilità allertativa alla cybersicurezza adescativa alla medialità raccomandativa, io sostengo che stiamo costruendo una civiltà algoritmicamente oracolare, non più archivistica. Mi chiedo: ma è proprio un predire o piuttosto un creare futuro quando le piattaforme, ad esempio, mi suggeriscono un libro? E qui veniamo alla seconda prospettiva.

Sono filtri o collassi? Per cominciare, una premessa. La metafora dell’ecosistema è sempre più adoperata per interpretare fenomeni economici ad alta inter-connessione e iper-modularità come, appunto, i business a piattaforma, i mercati a più versanti, le reti decentralizzate, i criptosistemi. E, sicuramente, quella ecosistemica è una lettura che offre significativi elementi analitici ed esplicativi. Insieme a questa, credo possa essere interessante incrociare ed esplorare anche un’ulteriore prospettiva. Traslando in questo caso non gli orientamenti biologici, ma le modellizzazioni quantistiche.

Un’interpretazione della meccanica quantistica sostiene, ad es., che un sistema quantistico probabilistico collassa in uno stato determinato solo quando è oggetto di misurazione. Se immaginiamo, allora, l’attuale computazione planetaria (le big tech citate da Marco come stack di infrastrutture/infostrutture distribuite di sensing e mining) come macchina astratta eminentemente misurativa, le sue operazioni di misurazione delle big tech sarebbero allora l’atto che fa collassare in uno specifico stato d’esistenza il multiverso delle possibilità del mondo (e del business). Io le definisco “stack inflattivi multiversali”, infostrutture/infrastrutture espansive che producono molteplici e paralleli universi (anche mediali).

È, allora, quell’atto di misurazione dei nostri comportamenti (profilazione, tracciamento…) che decide e porta all’esistenza un reale determinato rispetto alle sue multiversali configurazioni possibili? Cioè, la scelta del prossimo libro da leggere, del prossimo film da vedere, del prossimo brano da ascoltare e così via. In questo senso, occorre allora spostare il nostro focus analitico ed ermeneutico. Perché quello che è rilevante, in termini filosofici e ontologici, non è tanto “il dato” della misurazione (dei nostri comportamenti mediali), ma proprio e in sè “l’atto” della misurazione. O, meglio, è l’operazione di misurazione nella sua relazione con la produzione del reale. In questa prospettiva, anche il concetto classico di “touch point”, deve lasciare il passo a quello che ho definito “data switch”: le interazioni non sono un semplice entrare in contatto (tra piattaforma e beneficiari/utenti), ma uno scambio (consapevole o meno) di dati. Con tutte le criticità note, ovviamente.

Certamente si tratta di scenari utopici o distopici (da economic science fiction) a seconda delle visioni e posizioni che ciascuno può testimoniare tra potenzialità tecniche e vulnerabilità sociali. Perché in questione non è solo un tema di privacy (riservatezza, sicurezza), ma soprattutto di destiny (libertà, scelta): non solo, cioè, che/come si sappia che libri ho letto, ma che/come si determini quelli che leggerò.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Che fare dunque per salvare una parvenza di libero arbitrio? La via di uscita dal paradosso che indicavo già in Il tagging come produzione collettiva di senso- Alice annotata 21b è la produzione collettiva di senso (sensemaking) che passa per la narrazione (storytelling). Per fare questo occorre un narratore, anzi una comunità di narratori: Orazio dà l’eternità ad Amleto raccontandone le vicende e offrendo la possibilità ai suoi ascoltatori di esplorarne le molteplici verità possibili, commentandole e discutendo questi commenti (proprio come su Facebook).  Un ruolo analogo  svolge Marco Polo per il Kublai Kan de Le Città Invisibili (e Sam Deckard per l’Amministratore Delegato Bill H. Fordgates de  Le Aziende InVisibili).

La  convivialità (proprio nell’accezione del Convivio platonico) diventa così parola chiave delle conversazioni online. Tuttavia, la costruzione di percorsi di senso in Rete sembra porre tutti noi in una situazione non dissimile da quella di Alice nel momento in cui si addentra nel bosco in cui le cose non hanno nome (Looking Glass, cap. terzo). Quando digito la parola “amore” su Google, ottengo 212  milioni di ricorrenze: risultato che sembra sancire l’impossibilità di darne una definizione in qualche modo utilizzabile. Il sentimento più universale del mondo (fatto salvo, forse, l’odio) ha smarrito il suo Nome? A ben vedere non è così. La Rete non è il luogo in cui le cose non hanno più, in assoluto, il Nome: non hanno più il Nome  deciso dal Padrone del Linguaggio, ma, come nel Jabberwocky, ogni cosa assume due o più significati contemporaneamente, e non necessariamente quelli indicati da Humpty Dumpty.

Per quanto concerne i libri di Carroll, lo ha spiegato bene Elizabeth Sewell nel suo saggio The balance of brilling.  Uno degli aggettivi usati come esempio di parola portmanteau da  Humpty Dumpty é frumious. Carroll nella Prefazione allo Snark spiega che è una combinazione di  ‘fuming’ and ‘furious’, ma, osserva Sewell, questa teoria è del tutto insoddisfacente. Frumious non è una parola che presenta due significati “impacchettati” in essa: è un gruppo di lettere in sé per sé senza senso, ma che hanno la potenzialità di attrarre la mente verso alcune parole, di cui due possibili sono certamente fuming e furious, ma non sono le uniche due possibilità. Ciascun lettore può associare a frumious molti altri e diversi significati. Quando ciascuno mette in comune le proprie associazioni con quelle di altri,  il risultato non è la perdita di senso ma la generazione di nuovi significati collettivi.

Che è esattamente quello che succede in Rete ad esempio attraverso la tecnica del mash up, che rimescola i pezzetti delle memorie di stock  ricomponendoli in un nuovo flusso, come spiega il Piccolo Ed ne I Nottambuli, dando quindi loro una nuova vita, ovvero un nuovo significato (non a caso il Progetto Alice Postmoderna  è divenuto anche un mash up contest). Questo era già lo spirito de Le Aziende InVisibili.  Qui sono partito dall’idea di realizzare una nuova modalità di scrittura mutante che andasse oltre le barriere e le divisioni classiche del sapere (metadisciplinarietà). Ora, il modo più ovvio e radicale di riprodurre la poliedrica virtualità dei punti di vista con cui si può leggere il reale è fare scrivere insieme un numero il più possibile elevato di persone, provenienti da campi disciplinari diversi e da esperienze eterogenee, facendole interagire come se fossero i neuroni di uno stesso cervello, creando sinapsi creative al servizio di una opera finale collettiva, interconnessa e condivisa, dall’identità molteplice, certo, ma al tempo stesso unica e coerente. Si trattava dunque di affrontare il tema cruciale della narrazione collettiva in modo radicalmente innovativo, in linea con le pratiche collaborative di produzione open source e wiki che in tutti i campi stanno segnando le nuove frontiere della conoscenza e dell’innovazione.

Come ha ben messo in luce Tapscott nel celebre Wikinomics e poi ribadito da Kelly, il concetto di “mashup”, di contaminazione, trasformazione e trasferimento fra conoscenze, discipline e prodotti artistici o di altro tipo, è essenziale per lo sviluppo della conoscenza e dell’innovazione di cui parlava prima Ivan, nella nostra epoca neo-alessandrina. Sotto questo aspetto assai significativa è la presenza di Luigi Serafini (il grande artista italiano scoperto proprio da Calvino) nel romanzo collettivo che citavo prima, cui ha partecipato anche Alessandro ZaccuriLe Aziende InVisibili, con 190 immagini che commentano il testo, divenuto un “romanzo a colori”. Successivamente il progetto ha dato vita a una Web Opera, dove le Aziende InVisibili sono divenute visibili nel mondo virtuale di Second Life.

Ivan Ortenzi
Ivan Ortenzi

Quante volte usiamo il termine “collettivo”? Oggi cerchiamo di recuperare l’utilizzo di questo termine un po’ vetusto nei modi più differenti. Il concetto di collettività per chi appartiene come me alla generazione X ha sempre identificato una dimensione politica e social. Collettività è un sostantivo da millennio scorso. Un concetto collante di movimenti religiosi e ideologie politiche che integravano, quasi annullando, l’individualità in un collettivo o nell’idolatria. Oggi abbiamo ribaltato questa dinamica. La rete e i conseguenti siti peer to peer e social sono vere e proprie piattaforme sociali collettive che generano dinamiche che costruiscono collettività in modo distribuito, o liquido se preferite. La collettività diventa il mezzo e non il fine. Cerchiamo di dare una nuova dimensione al significato della parola “collettività”. Af esempio, la collochiamo insieme al “genio” per “Il genio collettivo” di Linda A. Hill. Oppure la uniamo al sostantivo intelligenza per identificare o per convincerci che l’ “Intelligenza collettiva” di  Pierre Lévy, sia una fonte di soluzioni senza fine. Preferisco quindi parlare di Intelligenza Connettiva più che collettiva. Ponendo l’attenzione anche sullo strumento della connessione che impatta sul risultato finale. Se fossimo connessi in modo diverso, magari telepaticamente, il risultato e la soluzione intelligente sarebbe diverso. Il mezzo attraverso il quale mettiamo in relazione in tempo reale le intelligenze individuali ha un suo ruolo. Quando questo mezzo era orale o fisico avevamo sempre un’intelligenza collettiva magari depotenziata ma che dava sempre origine a nozioni, notizie, miti, leggende, saghe e codici.

Ecco perché, seguendo quanto argomentato dal sociologo Derrick de Kerckhove, in quello che Marco ci rappresenta dovremmo parlare di intelligenza connettiva. Il mezzo, la rete globale, porta il canale della connessione dentro la collettività e, nello stesso tempo, dentro l’individuo. Consentendo all’individuo di partecipare alla rete e di riceverne i suoi benefici. Tag, classificazioni, algoritmi e indici risultano così essere i risultati collettivi e individuali che vengono prodotti. L’individuo è allo stesso tempo produttore e destinatario dell’ “Intelligenza”. L’intelligenza che sia individuale, connettiva o collettiva è sempre un “mashup” multi-contenuto, multiforme e multi-fonti. E non è poco visto che ciò che rimarrà prerogativa dell’essere umano in quanto umano sarà l’intelligenza.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Riprenderemo questi spunti di Ivan con lo stesso Derrick in una delle prossime Conversazioni. Ai fini del nostro ragionamento attuale, è forse utile riflettere sulla metodologia dei tag. L’attività di tagging (dall’inglese “tag”, contrassegno; in italiano taggare) in origine consisteva nell’attribuzione di una o più parole chiave, dette tag, che individuano l’argomento di cui si sta trattando, a documenti o, più in generale, file su Internet. Ma questa attività  ha assunto una importanza sempre maggiore su tutti i siti per catalogarli meglio e proporre altre informazioni correlate agli utenti. Fino a che i singoli utenti hanno cominciato ad usare il tagging per contrassegnare le proprie risorse digitali. Succede così che abbinando ad un certo contenuto un numero potenzialmente infinito di tag o parole chiave, di fatto io ridefinisco quell’oggetto mettendolo in connessione con l’esperienza e l’interpretazione che di quella cosa danno tutte le persone taggate.

Come nel bosco degli oggetti senza nome di Alice (vedi su questo La Spiaggia Iperurania e Nel Bosco degli Oggetti Senza Nome), le risorse così non hanno più un Nome, ma una molteplicità di Nomi (significati) in continua evoluzione e trasformazione. Siamo tutti come Adamo ed Eva nell’Eden. Lo spiega bene anche Carofiglio nel suo saggio su La manomissione delle parole e, insegna Edgar Morin sulla Spiaggia Iperurania di Ariminum a Hermann Melville e Jules Verne iTriangoli Misticidare il nome alle cose equivale a crearle. E ci consente di sfuggire all’ideologia strumentale del Pensiero Unico che, come insegna Orwell, può arrivare a spacciare la Guerra per la Pace, l’Amore per l’Odio e via dicendo. Come diceva Nietzsche, la ragione è dei forti: ma se è più forte la community di Internet del singolo Padrone del Linguaggio, quella che emerge è una ragione collettiva, anzi connettiva (cfr. L’individuo-valigetta – Alice Annotata 9d). O, come preferisco chiamarla io, un’Intelligenza Collaborativa.

Giovanni Francesio
Giovanni Francesio

Credo che sia ormai fuori discussione il fatto che la rivoluzione digitale stia sancendo una cesura della storia come poche volte è avvenuto nel corso dell’Antropocene. Non si tratta solo di un cambio di secolo, ma di un vero e proprio cambio di epoca, e la connessione perenne, il tagging, la tracciabilità, la profilazione e in sintesi l’emersione di quella che è stata giustamente definita “ragione collettiva e connettiva” ne sono la manifestazione più evidente e nello stesso tempo più profonda e radicale.

Inutile sottolineare le enormi implicazioni sociali, politiche e culturali che l’emersione della ragione collettiva comporta, a partire dallo sviluppo di quella identità molteplice che – anche nel suo rovescio, ossia la solitudine collettiva – si delinea come la cifra principale del tempo nuovo. Non credo però che, almeno fino ad oggi, la rivoluzione in atto abbia inciso profondamente sui processi creativi, che per quanto riguarda la produzione editoriale che si rivolge al mercato sembrano essere rimasti sostanzialmente immutati rispetto ai decenni, se non secoli, passati. Credo che le dinamiche di rete stiano influendo molto di più sul processo di formazione del gusto: la lettura diventa in rete un atto immediatamente collettivo, grazie al tagging e al commento perenne, e questo finisce per creare un lettore/fruitore la cui opinione e il suo giudizio mutano continuamente, con il mutare del thread di riferimento.

Alessandro Zaccuri
Alessandro Zaccuri

Vorrei comunque porre l’accento sul fatto che la narrazione può essere collettiva finché si vuole, ma da ultimo la fruizione resta individuale. Come accade quando si visita un’installazione artistica: non importa quante e quanto disparate siano le suggestioni che sono state predisposte, alla fine è il percorso del singolo visitatore a dare senso all’opera, è l’attenzione che ciascuno esercita a stabilire un’interpretazione, mediante un negoziato all’interno della quale la distrazione svolge un ruolo non meno cruciale. Se in rete tutti possono essere narratori, è nello sguardo di ciascun fruitore che il racconto collettivo trova la sua riconoscibilità.

Anche in questo caso, nell’ultimo decennio la mia posizione è in parte cambiata. Non dico che non parteciperei più a un esperimento di scrittura condivisa (anche perché l’ho fatto da poco, in effetti), ma non c’è dubbio che ho molto rivalutato forme di espressione e di racconto più essenziali, meno composite. Per me è diventata una questione di responsabilità e forse anche di rispetto nei confronti del lettore. Considerato che a quest’ultimo tocca il compito di ricomporre gli indizi disseminati nel racconto, il narratore non può ritenersi dispensato dal prendere a sua volta una decisione. Magari non più imperativa com’era in uso nel romanzo ottocentesco (ah, il meraviglioso dispotismo narrativo degli Hugo, dei Balzac…), ma almeno che vada un po’ oltre l’imperscrutabilità del finale aperto, dell’interpretazione che interpreta sé stessa all’infinito.

È un tema che trovo molto interessante, perché stabilisce un nesso indissolubile tra tecnica ed etica del racconto. Non tutto può essere glossa, non tutto può essere citazione o riscrittura. E lo affermo da medievista mancato, da cinefilo impenitente. Conosco benissimo il fascino dell’allusione, ho educato il mio sguardo sui capilettera miniati e sulle note a margine, mi appassiono quando riesco a riconoscere la citazione implicita in una pagina o un’inquadratura. Proprio per questo, non mi rassegno all’idea che sia finito il tempo dei racconti originali o, per dirla in modo meno altisonante, di prima mano. Non mi convince l’ipotesi che la mitologia del nostro tempo si riduca alla rievocazione e ai rimaneggiamento dei miti di un passato più o meno recente. Con tutta la prudenza del caso, non vorrei che fosse un vezzo intellettuale. La mia sensazione è che tra le generazioni più giovani siano nascendo forme di racconto la cui portata ci sfugge completamente e che rispecchiano un presente molto più emancipato dal passato a confronto del futuro che ci eravamo immaginati. In questo senso, sono fortemente favorevole al processo di nominazione. Dare un nome alle cose non è un esercizio di potere, ma un atto di umiltà: la realtà è più grande di noi, ci domina, possiamo conoscerla solo frammento per frammento, parola per parola, nome per nome.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

Come ricordavamo anche nella precedente Conversazione, Se il libro è condiviso, è proprio quello che scopre Jay al termine de La Spiaggia Iperurania (“Il linguaggio funziona perché è riempito di un senso condiviso, che risiede nelle cose e nelle persone con cui ci relazioniamo. È la loro Verità. A volte nascosta in superficie, a volte in profondità – ma c’è, esiste. Altrimenti tutto rimane privo di significato”) e che ribadisce Edgar Morin in Triangoli Mistici (“Ogni conoscenza è costruzione e traduzione: traduzione da un linguaggio ignoto, a cui prestiamo dei nomi. Siamo noi che assegniamo i nomi ispirati da certe qualità o proprietà che rinveniamo nelle cose”). 

Lea Iandorio
Lea Iandiorio

La metadisciplinarietà, parola chiave del tuo Humanistic Management, che peraltro è perfettamente applicata in queste Conversazioni sul futuro del libro, è un altro modo per dire la complessità. La prima volta che sono venuta in contatto con la parola complessità era il 1996 quando lessi per un seminario il libro Complessità. Uomini e idee al confine tra ordine e il caos di Morris Mitchell Waldrop, un libro culto di quel periodo (pubblicato da una casa editrice di culto, Instar Libri, fondata da un editore indimenticato, Gianni Borgo) perché forse era una delle prime volte che veniva pubblicato in Italia un libro scientifico con un linguaggio divulgativo. Ma ancor prima del contenuto la storia che portò alla scrittura del libro stesso ricorda la narrazione collettiva di cui parla Marco, perché Waldrop racconta di questo gruppo di scienziati provenienti da discipline diverse a raccontare il concetto di complessità dai vari punti di vista. E come possiamo definirla questa complessità? La complessità è uno stato medio tra l’ordine e il caos. Le relazioni tra le parti devono insomma essere non del tutto comprensibili cognitivamente ma neanche del tutto incomprensibili. Ho sempre trovato questa definizione molto visiva ed esplicita. Quello stadio medio per me rappresenta l’innovazione, il genio, l’emergenza (alla Morin), il bello.

Il “mashup”, le contaminazioni, il trasferimento di conoscenze sono senz’altro essenziali nello sviluppo della conoscenza e dell’innovazione. Ma evidenzierei due aspetti: il primo è l’importanza di un incontro tra le proprie diversità e peculiarità delle singole discipline, perché credo che l’incontro dei diversi linguaggi crei il “nuovo significato”, il “nuovo valore”; quindi ad esempio l’arte site specific, i data e la letteratura, l’immagine e il sonoro dal vivo. Il secondo è il ruolo del lettore nella costruzione della complessità. Nel senso che l’emergenza ovvero il significato di un’opera dipende dall’interazione tra il testo e il lettore e a livello più alto tra il testo e il sistema culturale.

Marco Minghetti
Marco Minghetti

La complessità di cui parla Lea è, nella contemporaneità digitale, ulteriormente accresciuta dalla presenza, nella relazione fra testo e lettore, da piattaforme e robotica, di cui si discute spesso alla Fortezza Bastiani, la taverna-lounge bar in cui si incrociano i destini dei protagonisti di Ariminum Circus. Eccone un estratto:

“«Gli algoritmi sono procedimenti di calcolo che permettono alle grandi piattaforme, tipo Facebook, Google, YouTube, Instagram, Twitter, di sapere dove siamo, cosa leggiamo, come viaggiamo, cosa desideriamo: la privacy è morta» interviene un signore con i capelli bianchi, che porta al collo un badge con il proprio nome (Alberto Lupo). Un congressista che ha partecipato a un evento alla Sala Convegni del Grand Hotel.

«Ehilà Beppe! Mi mancava il tuo ostinato neoluddismo. Morte della privacy, dici? Alla fine, è un piccolo prezzo da pagare, considerata l’utilità di Google Maps, il piacere degli amici su Facebook, la prontezza di Twitter» contrattacca un altro post-congressista, un piccoletto, un vero e proprio nano, che porta un paio di occhiali strutturati molto cool, con spesse lenti da miope.

«Se non ci fosse altro, sarei d’accordo. Ma quello che accade è sotto gli occhi di tutti. Gli algoritmi analizzano il nostro comportamento spingendoci a vedere, leggere e sentire ciò che desideriamo».

«Ottimo!» reagisce il Maestro all’argomento di Alberto Lupo, tentando un contropiede.

«Neanche per sogno. Una democrazia funziona perché qualcuno mette in discussione le nostre idee. Perché ci confrontiamo, discutiamo, vediamo cose diverse, ascoltiamo opinioni differenti; e magari cambiamo idea. Gli algoritmi fanno in modo che questo non accada. O accada poco».

«In realtà» ammette il nanetto miope, costretto in difesa «quando aprite il wall di Facebook, vedete una sequenza di notizie. Adesso, sul mio iPhone, trovo: “Mondrian antilirico” (Ariminum Herald), “William Shakespeare era una donna” (Ariminum Republic), “Il Futuro del Futurismo” (The Right Wing), “Avvistamento di Snauli al largo della Costa di Pollock” (Ariminum Today), “Il nuovo nero è il Pink Floyd” (Radio Deejay), “Vampiri dello Spazio e catastrofi bibliche” (The Holy Graal), “Novità su WhatsApp” (Tecnoandroid), “Donald Trump è una donna” (Ariminum Post). I temi di cui mi occupo, guarda caso»”.

Cosimo Accoto
Cosimo Accoto

Mi chiedo, da qualche tempo, in che modo e per che cosa competono, oggi, le infostrutture/infrastrutture planetarie che chiamiamo big tech? Sono dei monopoli, degli oligopoli o piuttosto -col neologismo di Nicolas Petit nel suo Big Tech and The Digital Economy. The Moligopoly Scenario– dei moligopoli? Se sono tali, qual è allora la natura ultima della nuova competizione moligopolistica e come si esercita nel mondo? Competono al/nel/col presente degli assetti industriali o piuttosto, paradossalmente come qualcuno sostiene, competono con imprese che ancora non esistono? E com’è fare questa emergente e sorprendente “competizione all’inesistente”, come l’ho chiamata?

Credo che gli economisti dovrebbero esercitare sul tema delle piattaforme e degli stack inflattivi uno sguardo interpretativo rinnovato e meno succube di letture e teorie improntate al passato. Comprendo che sia più semplice per loro appoggiarsi su paradigmi e modelli consolidati, ma sempre più obsoleti che tentare, a fatica e con rischio, di leggere la contemporaneità e dentro questa i semi della nostra futurità.

Le infostrutture competono per la creazione di mondi più che per la produzione di merci: il mondo, non il prodotto è l’orizzonte ultimo del gioco competitivo-inflattivo. Per questo è complesso, ad esempio, immaginare strategie regolatorie e politiche, di indirizzo o di contenimento dell’espansione inflazionaria delle big tech costantemente impegnate a travalicare confinamenti e settorialità passate (dalla logistica, alla socialità, alla medialità e così via).

D’altro canto, evocare l’idea di un governo della tecnologia in un’era di transizioni epocali è operazione tanto immediata quanto immensamente complessa. L’immediatezza è figlia del senso di urgenza e di vulnerabilità da cui ci sentiamo investiti, la complessità del tasso di incertezza e ignoranza su nature, legami e impatti delle emergenti tecnicità. Ma non solo.

Più fondativamente, il discorso del governo del tecnologico implica un’ambiguità di fondo. In questo caso, di dover qualificare il proprio oggetto oscillando, di volta in volta, tra due estremi: la tecnologia come “risorsa” e come “rischio”. A questa ambiguità, se ne aggiunge una ulteriore che riguarda, invece, proprio l’essenza del governo.

Per il filosofo della politica Machiavelli, il governare deve essere considerato un esercizio costitutivamente contraddittorio e arrischiato: al contempo -scriveva- ‘ruina’ e ‘remedio’. Dunque, ci troviamo di fronte ad un combinato e arrischiato assemblaggio: da un lato la tecnologia come risorsa e rischio, dall’altro il governo come rovina e rimedio. Lontano da porti sicuri, una navigazione positiva e proficua agli incroci possibili di queste correnti e venti richiederà, di certo, uno sforzo di pensiero e di azione senza pari.

Nel mentre, se in futuro le organizzazioni e le fabbriche potranno essere piattaforme ed ecosistemi di piattaforme aperti in cui le interazioni e gli scambi avverranno sempre più attraverso, ad esempio, protocolli e contratti intelligenti automatizzati (su tecnologie blockchain-like) oppure con interazioni tra oggetti smart e automi robotici, credo sia opportuno cominciare a ri-esaminare criticamente le assunzioni implicite su cui abbiamo fondato e fondiamo la nostra cultura economica.

E, da qui, forse anche rivedere la naturalità con cui guardiamo a istituzioni umane come “impresa”, “mercato”, “scambio”, “moneta”, “prezzo” e così via. Spesso non riusciamo più a leggerle come artefatti e prodotti della civiltà umana, storicamente e tecnologicamente emergenti e determinati.

Monete e prezzi sono “tecnologie” storicamente e socialmente determinate che gli uomini e le donne hanno sviluppato per rendere efficienti i costi transazionali e i costi informazionali legati a interazioni e attività economiche tra umani. Sono nate e si sono evolute (moneta come mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore) per adeguarsi alle nostre limitate capacità, neurobiologiche, sociali e culturali. Ma queste limitazioni e condizioni non necessariamente riguarderanno, ad esempio, le macchine e la cosiddetta machine economy.

Giovanni Francesio
Giovanni Francesio

Delle tre grandi “entità di rete” protagoniste della rivoluzione digitale (ossia Google, che punta al monopolio del sapere collettivo; i social network, che incidono come abbiamo detto sulla formazione di una coscienza di massa in continua auto-definizione; e appunto Amazon), Amazon ha la caratteristica unica di avere come destinazione il monopolio della produzione materiale, degli oggetti fisici. Questo, per certi versi lo pone in contraddizione con le altre entità digitali e con la coscienza collettiva nuova che esse contribuiscono a formare, perché nel caso di Amazon il tagging e la profilazione non hanno come fine ultimo quello relazionale, o cognitivo, come nel caso dei social network e di Google, ma quello di mettere in mano all’algoritmo una massa di informazioni che non prendono una direzione orizzontale, che non tendono all’allargamento e alla condivisione, ma prendono invece una direzione verticale, che tende a restringersi in modo piramidale, fino al vertice dove si trova quello che potremmo definire una sorta di nuovo “signore del linguaggio”.

Le polemiche e le discussioni sul ruolo di Amazon all’interno del mercato editoriale contemporaneo lasciano quindi, a mio avviso, un po’ il tempo che trovano. È un classico caso di chiusura della stalla a buoi abbondantemente scappati. Amazon tende sempre più a non essere percepito come uno dei tanti attori all’interno del mercato, con le sue specificità, ma come una sorta di mercato “totale”. Sia per il fatto di proporsi come l’unico luogo dove è possibile comprare tutto, sia per la sua forza pervasiva nei confronti dell’acquirente, profilato e condizionato come mai è stato fatto in precedenza, sia per la sua forza contrattuale nei confronti dei produttori, editori compresi, che ormai sembrano esistere, da un punto di vista commerciale, quasi “per concessione” del colosso di Seattle.

Alessandro Zaccuri
Alessandro Zaccuri

Non sarei così certo che gli scrittori odino Amazon, come afferma uno dei personaggi di Ariminum Circus citati in una delle Conversazioni precedenti, come non sarei sicuro che i giornalisti siano così stupidi come appaiono. Privilegi e rendite di posizione, tra l’altro, si sono talmente assottigliati che resta davvero poco da difendere. Anche nel lavoro intellettuale si sta ormai imponendo la stessa struttura piramidale che contraddistingue le piattaforme. Se vogliamo utilizzare le categorie di Michael Hardt e Toni Negri (ma attenzione, anche qui dobbiamo retrocedere agli anni Zero), la moltitudine è più che mai attiva e operosa, ma a tutto beneficio di un’oligarchia sempre più ristretta. Questa è una constatazione, non un giudizio.

Una delle conseguenze che se ne possono trarre è, a mio parere, che non si può competere con un sistema, quale che sia, giocando sul suo stesso terreno. Proprio perché la rete si presenta come un ipertesto realizzato (lo so, ipertesto è una parola che appartiene all’archeologia della contemporaneità, ma una delle astuzie del presente sta nell’occultare la propria genealogia), il narratore è chiamato a rivendicare la propria legittimità spostandosi in un’altra direzione. Quando parlo del ritorno a forme di scrittura più essenziali non mi illudo che un’intelligenza artificiale non sia in grado di comporre haiku impeccabili o racconti di nitore cecoviano, come già accade o probabilmente sta per accadere. Più semplicemente, mi domando se non si possa immaginare una letteratura, e quindi una lettura, per quando salta la connessione.

Da questo punto di vista, andrebbe recuperato e valorizzato il clima di incertezza che abbiamo sperimentato nei primissimi giorni del lockdown di marzo 2020, nel momento in cui tutto sembrava precario e instabile, e nulla più era dato per scontato. Ecco, quel sentimento di ritrovarsi soli con le proprie parole poteva essere un nuovo inizio. Non dovremmo limitarci a considerarlo un incidente di percorso.

Ivan Ortenzi
Ivan Ortenzi

Ci sono molte analogie tra l’utilizzo che si fa della parola privacy e della parola etica nelle discussioni contemporanee che riguardano l’innovazione, il diritto all’informazione e le dinamiche di mercato dei nuovi monopoli. Non voglio addentrarmi nella discussione che rinviamo ad altri momenti. Dico solo che la mia visione ritiene questi due concetti due strumenti e non due valori. Entrambi esercitano la funzione di regolare dinamiche e rapporti. Rappresentano due codici che nelle differenti fasi dell’evoluzione umana hanno cambiato perimetro, contenuti e modalità.

E questo succederà anche in futuro. Le piattaforme applicano questi due strumenti a proprio vantaggio non c’è dubbio su questo. E lo fanno proprio utilizzandone il perimetro che oggi abbiamo dimensionato. Non chiediamoci se sia giusto o sbagliato. Chiediamoci se ci sia un livello di ragionamento superiore o meglio di comune denominatore che possa rappresentare un codice di garanzia generale che l’utilizzo di questi strumenti non sia auto-alimentante. Lo jus prime nocti o altre aberrazioni del passato erano considerate etiche. In alcuni villaggi, o paesini e in molti nostri condomini la privacy non esiste perché l’assenza dello strumento privacy, o meglio il diverso utilizzo dello strumento, diventa utile per un obiettivo comune che possa essere la sicurezza o l’ottimizzazione dello spazio e del tempo.

In questo modo le piattaforme che sono espressione dell’Economia dell’attenzione, John C. Beck e Thomas H. Davenport, o del più famoso Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, utilizzano questi strumenti a proprio vantaggio. La privacy è talmente strumento che diventa moneta di scambio. L’effetto di questo scambio tra utente produttore dei contenuti e piattaforma distributrice e ri-elaboratrice dei contenuti è la bolla che ci viene costruita intorno e che ci fa agio. Viviamo tutti in multi-bolle informative costruite dai differenti strumenti e dalle differenti circostanze in cui ci troviamo e in cui ci connettiamo. Il problema non è la bolla ma la sua impermeabilità e quella sensazione di sicurezza che ci infonde. Se la bolla è singola, impermeabile e immutabile e accoglie solo quelli che la pensano come me o se viene popolata da un terzo solo con le persone simili a me allora ho un problema di sviluppo della mia capacità di visione e di pensiero critico. Non sfido e non vengo sfidato. Accetto i miei limiti e non vengo accompagnato fuori da essi. Il tutto in cambio di una fallace sicurezza. E muoio nel filtro delle competenze che non si aggiorna. E divento ignorante.

Come rompere questo circolo, queste bolle? Nello stesso modo con il quale sono state rotte nel passato situazioni simili: con la crescita delle competenze e delle informazioni esterne alle bolle. Chiamateli innovatori/trici, ribelli/e, irrequieti/e o intellettuali, sono loro che troveranno le soluzioni per ricodificare l’utilizzo degli strumenti e non certo gli attori della “governance” politica del digitale o dell’innovazione. E in questa nuova dinamica d’evoluzione i libri giocheranno sempre il loro ruolo. Nascosti, raccontati, consigliati o passati “di mano in mano” stampati e digitali.

Maria Gabriella Ambrosioni
Maria Gabriella Ambrosioni

Come Adali, per rispondere a Ivan, abbiamo trovato molto interessanti i due filtri “sociali” indicati da Kelly, quello culturale e quello governativo, che ci paiono storicamente interconnessi: l’azione di filtro del governo riflette l’ambiente culturale, il «sentire comune» e muta (spesso in ritardo) al mutare nel tempo di questo. Alcuni temi che erano tabù in un certo periodo storico non lo sono più oggi e di conseguenza è venuta meno la censura imposta per legge su contenuti che li evocano (la lista dei «libri proibiti» ancora nel Ventesimo secolo è notoriamente lunga). Citando Robert Darnton, professore emerito a Harvard e autore, tra gli altri, di I censori all’opera (Adelphi): «La letteratura non è qualcosa di puro: è un corpo vivente, che si evolve, e la censura ne è parte».

In Italia la libertà di stampa è sancita dalla costituzione nell’ambito del più generale principio di libertà di manifestazione del pensiero, ed è impedita ogni forma di controllo preventivo della autorità pubblica alla produzione di contenuti stampati sulla base di una valutazione di merito sul contenuto – fatti salvi i limiti alla libertà di espressione su pubblicazioni e altre manifestazioni «contrarie al buon costume». La censura in Italia è applicabile a tutti i mezzi di informazione e di stampa, dunque anche alla forma libro, quando sono in gioco «interessi costituzionalmente rilevanti», o la tutela dello Stato e della sua immagine, tuttavia la sanzionabilità dei reati di opinione, è un punto tuttora controverso e che ci pare lasciare dunque ampi margini all’espressione delle opinioni.

Osserviamo invece una crescente importanza del filtro culturale, ossia la concezione corrente/diffusa di quello che è ritenuto accettabile o meno), che produce una crescente tendenza all’auto-censura. Alcuni temi restano tabù e sono generalmente rifiutati dagli editori (la pedofilia è il più emblematico, ma anche l’aborto è un tema delicato, per portare due esempi ancora attuali oggi in Italia).

Certamente questo «conformismo culturale» non è paragonabile nei suoi effetti all’azione della censura intesa come azione dello Stato, che in alcuni Paesi ha avuto e ha tuttora conseguenze concrete sulla vita di alcuni scrittori (si veda il caso, noto anche in Italia, della scrittrice turca Aslı Erdoğan). Non è comunque trascurabile perché può finire (anzi, in alcuni casi finisce) per porre limiti alla pubblicazione di alcuni contenuti, perché gli editori (per lo meno nel mondo mainstream) non desiderano trovarsi accusati di diffondere materiali potenzialmente «offensivi».

La tendenza al conformismo non è naturalmente nuova né tipica dei nostri tempi, tuttavia ci pare oggi particolarmente insidiosa in particolare nella forma del «politicamente corretto» un filtro che produce conseguenze concrete sulla diffusione di alcune opere editoriali (e che ci pare a volte francamente eccessivo quando non addirittura grottesco).

Nel 2018 l’Associazione delle biblioteche americane (American library association) ha deciso di rimuovere il nome di Laura Ingalls Wilder, l’autrice de La casa nella prateria, dal premio per la letteratura per l’infanzia promosso dalla stessa associazione, causa delle raffigurazioni di nativi e afro-americani attraverso «atteggiamenti stereotipati» che si trovano (o meglio troverebbero, perché bisognerebbe porsi la questione del contesto storico) all’interno dell’opera.

Già nel 2015 Le Metamorfosi di Ovidio erano state “messe al bando” dal comitato che vigila sul multiculturalismo della Columbia University, una delle più prestigiose degli Stati Uniti.

La questione della cultural appropriation è oggi molto sentita nel mondo  editoriale anglosassone, e alcuni di noi agenti letterari abbiamo incontrato il rifiuto da parte di editori americani di acquisire opere, pur giudicate in sé molto buone, per questioni legate alla presunta «illegittimità» degli autori di affrontare i temi in questione – e in particolare nell’ambito dei libri per bambini e ragazzi.

Se questi atteggiamenti e queste pratiche sono più apertamente diffusi nel mondo nordamericano, segnali importanti ci sono anche in Europa.

Una associazione di biblioteche spagnole ha iniziato a rimuovere libri per bambini dove si rinveniva una rappresentazione di genere ritenuta scorretta (includendo tra i libri rimossi anche favole classiche). All’opposto, abbiamo tutti letto del programma dei sindaci di Venezia e Verona Brugnaro e Sboarina di ritirare dalle biblioteche pubbliche rivolte ai bambini volumi che parlino di omogenitorialità.

Genere, minoranze, identità etniche, questioni animaliste (abbiamo letto di una battaglia scatenatasi oltre vent’anni fa contro Moby Dick) ci impongono una nuova considerazione della libertà di parola?

Lea Iandiorio
Lea Iandiorio

Concludo queste riflessioni riprendendo il finale di quelle di Alessandro Zaccuri: “Più semplicemente, mi domando se non si possa immaginare una letteratura, e quindi una lettura, per quando salta la connessione. Da questo punto di vista, andrebbe recuperato e valorizzato il clima di incertezza che abbiamo sperimentato nei primissimi giorni del lockdown di marzo 2020, nel momento in cui tutto sembrava precario e instabile, e nulla più era dato per scontato. Ecco, quel sentimento di ritrovarsi soli con le proprie parole poteva essere un nuovo inizio. Non dovremmo limitarci a considerarlo un incidente di percorso”.

Il non dare tutto per scontato sarebbe un pensiero positivo e costruttivo da abbracciare in questo periodo di pandemia. Potremmo un giorno ritrovarci senza digitale e cosa rimarrebbero se non i libri e le librerie di quartiere? Ma soprattutto il non dare tutto per scontato dovrebbe essere un motore per trovare quelle soluzioni a cose che diamo per scontato. Amazon manterrà per sempre il suo monopolio o avrà portato ad altri a trovare soluzioni innovative con un sano senso di competitività? La risposta sembra scontata, ma pensiamo al nuovo progetto di Bookdealer, la piattaforma che mette in connessioni le librerie indipendenti. Pensiamo ai servizi inventati dalle librerie stesse durante il periodo del lockdown. Certo non rivoluzionari, magari, ma alternative sì. E sono le alternative che generano il cambiamento perché “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari umanità. Mette l’accento sulle nostre diversità piuttosto che sulle nostre somiglianze.” Come dice Chimamanda Ngozi Adichie.

Immagine di Marcello Minghetti