Prolegomeni al Manifesto del Pop Management 169. Engagement Pop — Opinion Piece di Caterina Boschetti

Introduzione

di Marco Minghetti

Valorizzazione delle persone. Work-life balance. Inclusione. Organizzazione human-centric.

Quattro formule. Quattro schermi. Quattro modi per dire qualcosa che suona come un impegno senza impegnare nulla. Chi scorre le offerte di lavoro su LinkedIn le incontra a decine ogni giorno, varianti di un vocabolario che si è cristallizzato nel linguaggio automatico di organizzazioni che hanno imparato il vocabolario dei valori senza interiorizzarne le pratiche. Caterina Boschetti chiama questo fenomeno human washing — e fa bene a dargli un nome. Il naming è già un atto di governance: si nomina il problema, poi lo si può arginare.

E il naming vale anche al contrario: quando una parola smette di nominare e comincia a mascherare, va dismessa. È il caso di “inclusione” — una delle quattro formule da cui siamo partiti. Come ho argomentato in occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza e poi a Ethical HR Milano, includere viene dal latino includĕre: chiudere dentro. Presuppone un recinto, un “noi” che concede l’ingresso. Il Pop Management preferisce parlare di apertura all’unicità: lo spazio in cui le differenze contribuiscono per diritto, la singolarità diventa pratica quotidiana. L’human washing nasce anche qui (vedi il post di Caterina Boschetti su LinkedIn che ha suscitato un grande dibattito): si adotta il vocabolario della diversità senza sciogliere la logica del recinto. Si apre la porta, ma la porta resta.

Il linguaggio lavora in entrambe le direzioni: può mascherare ciò che esiste o rendere invisibile ciò che accade. Lo ricorda Annalisa Aceti — co-autrice del Prolegomeno 145 sulla Forza della Gentilezza — quando osserva che nelle lingue classiche manca una parola specifica per lo stupro: un’assenza che ha contribuito a rendere la violenza contro le donne irriconoscibile come violazione della persona. L’human washing opera con la meccanica opposta ma simmetrica: dove l’assenza di parola cancella il fenomeno, l’eccesso di parola lo copre. Lì mancava il nome per vedere il danno; qui il nome c’è, ma serve a occultare la distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si pratica.

Il pattern che emerge dal suo contributo è identico a quello che abbiamo osservato, da una prospettiva diversa, nei Prolegomeni 151 e 161 sull’adozione lenta dell’AI in azienda. Anche lì, il paradosso centrale era lo stesso: strumenti accessibili, sperimentazioni diffuse a livello individuale, eppure impatto sistemico quasi assente. L’organizzazione dichiara di trasformarsi, i singoli si adattano, le strutture restano ferme. Tra l’accelerazione individuale e l’inerzia istituzionale si apre un gap che la comunicazione non può colmare — anzi, lo aggrava quando viene usata per mascherarlo. L’employer branding che promette ciò che l’organizzazione aspira ad essere, invece di ciò che pratica, è questo: comunicazione usata come schermo invece che come ponte.

Nel Prolegomeno 150, a proposito del distant writing e della responsabilità editoriale, avevo formalizzato una distinzione che ora trovo applicabile anche al marketing HR: delega l’esecuzione, non il criterio. Nel lavoro con i sistemi AI, il rischio della resa cognitiva nasce quando si adotta un output senza verificarne il criterio sottostante. Lo stesso rischio vale per l’employer branding: delegare la narrazione dei valori all’ufficio comunicazione, senza che i comportamenti di leadership li incarnino, è resa valoriale. Si ottiene un testo coerente. Ma una cultura incoerente.

La questione della coerenza inter-dipartimentale che Boschetti pone con forza — marketing, HR e management di linea che parlano lingue diverse e costruiscono aspettative diverse — è, in fondo, un problema di governance dell’orchestrazione. Lo stesso problema che nel Prolegomeno 139 avevamo identificato come sfida strutturale nell’era degli AI agent: non è una questione di piattaforme, ma una disciplina manageriale fatta di processi, ruoli, interfacce e responsabilità dichiarate. Quando queste tre funzioni non condividono un sistema di criteri esplicito, l’output del sistema — che si tratti di un’architettura AI o di una campagna di employer branding — diventa opaco anche per chi lo produce.

Il punto di arrivo più radicale viene dal Prolegomeno 165, dove avevo formalizzato il concetto di “singolarità organizzativa”: la soglia oltre la quale la delega del compito diventa delega del giudizio, e diventa via via più facile dire “non sono stato io”. In termini di human washing, questa soglia è quella in cui l’organizzazione ha delegato così a fondo la propria narrativa valoriale — all’agenzia, al consulente, alla piattaforma di employer branding — da aver perso la capacità di riconoscersi nel proprio racconto. Il dipendente che legge la job description e non si riconosce è la cartina al tornasole. L’organizzazione che ha smesso di riconoscersi nei propri comunicati ha raggiunto la singolarità.

Boschetti propone una via d’uscita semplice nel principio, impegnativa nell’esecuzione: misurare l’autenticità. Pulse survey, analisi delle recensioni su piattaforme terze, audit culturali — strumenti per misurare il grado di coerenza tra narrazione e realtà, con l’intenzione reale di agire sui risultati. È la stessa logica del Prolegomeno 160, dove il gruppo di social reading del romanzo E viene descritto come sistema di feedback strutturato: non si raccoglie il parere dei lettori per confermare le proprie scelte, ma per verificare la distanza tra l’intenzione e l’effetto. Tra ciò che si è costruito e ciò che viene percepito. Il mercato del lavoro, a ben vedere, sta diventando un sistema di social reading permanente, con Glassdoor e LinkedIn come piattaforme dove la distanza tra promessa e realtà diventa pubblica, tracciabile, irreversibile.

Una ultima nota sulla nostra Pop Opinionist. Caterina Boschetti da oltre quindici anni lavora come responsabile marketing in realtà di respiro nazionale e internazionale, è fondatrice del blog Becomeen dedicato alla sostenibilità lavorativa e al benessere HR e autrice del libro L’azienda che vorrei — come dire addio a boss tossici e vivere felici. La incontro come relatrice a EthicalHR Milano, dove ha aperto il suo intervento con una domanda semplice alla sala: alzi la mano chi, nei primi tre mesi in un nuovo ruolo, ha pensato almeno una volta: Non me l’avevano detto così.

Molte mani sono rimaste alzate. Leggete perché.

HUMAN WASHING:

QUANDO IL MARKETING HR TRADISCE I PROFESSIONISTI

Il divario tra la narrazione valoriale delle aziende e la realtà vissuta dai lavoratori è diventato uno dei fenomeni più rilevanti — e più costosi — del mercato del lavoro contemporaneo.

di Caterina Boschetti

C’è un istante in cui molti professionisti realizzano di essere stati ingannati. Da una bugia esplicita no — piuttosto da qualcosa di più sottile e pervasivo: un’atmosfera costruita con cura nelle pagine LinkedIn aziendali, nei video di employer branding, nelle descrizioni di lavoro piene di termini come “cultura aperta alla diversità”, “work-life balance”, “ambiente stimolante”, “leadership empatica”. Poi il primo giorno in ufficio arriva, e con esso la sensazione — spesso silenziosa ma nitida — di non riconoscere il posto che ci era stato raccontato.

Ho avuto modo di affrontare questo fenomeno durante il mio intervento a EthicalHR, a Milano, dedicato al tema del marketing etico nel lavoro. Ho aperto con una domanda semplice alla sala: “alzi la mano chi ha mai cambiato lavoro”. Tutte le mani si sono alzate. Poi ho chiesto “alzi la mano chi, nei primi tre mesi nel nuovo ruolo, ha pensato almeno una volta: Non me l’avevano detto così.” Molte mani sono rimaste alzate.

Sorprende poco. È la norma. Ed è da questa norma — silenziosa, diffusa, quasi accettata come inevitabile — che vale la pena partire per capire cosa non funziona nella comunicazione tra le organizzazioni e le persone che cercano di sceglierle.

Il Mismatch come Fenomeno Strutturale

Vale la pena dare un nome al problema senza giri di parole. Il mismatch tra comunicazione aziendale e realtà lavorativa non è un incidente marginale, né il risultato di qualche manager disonesto in modo singolare o di una singola campagna mal calibrata. È un fenomeno strutturale, radicato nei modi in cui le organizzazioni costruiscono la propria identità pubblica e nel fatto che il mercato del lavoro non penalizza — almeno nel breve periodo — chi esagera.

I dati sono eloquenti. Secondo il Gallup State of the Global Workplace Report 2025, solo il 21% dei lavoratori a livello globale si dichiara engaged nel proprio lavoro. In Italia la percentuale crolla: solo il 10% dei lavoratori italiani risulta coinvolto in modo attivo. Eppure, scorrendo i profili aziendali su LinkedIn o i siti carriere delle stesse organizzazioni, il linguaggio è quello di luoghi fiorenti, comunità vibranti, ambienti dove “le persone vengono prima di tutto”.

Il contrasto non potrebbe essere più stridente. E non è solo una questione di comunicazione esterna goffa o entusiasta: è un problema che ha conseguenze economiche, umane e culturali molto concrete.

Il Costo Umano delle Promesse Non Mantenute

Durante lo speech a EthicalHR, ho scelto di usare una formula che cattura bene la posta in gioco: stiamo vendendo giorni di vita, non contratti. E quando le promesse non vengono mantenute, quei giorni in un certo senso li sottraiamo alle persone.

Siamo oltre la retorica. Considerando che la media dei lavoratori trascorre oltre 90.000 ore della propria vita al lavoro — circa un terzo dell’intera esistenza adulta — la qualità dell’esperienza lavorativa non è un dettaglio accessorio del benessere individuale. È una componente centrale di quello che significa vivere bene o vivere male.

Il costo del mismatch si misura anche in termini molto pratici. Il costo della sostituzione di un dipendente oscilla tra il 70% e il 200% del suo salario annuale, includendo recruiting, formazione, perdita di produttività e impatto sul team. I tempi di sostituzione variano tra i 3 e i 6 mesi. E una quota significativa delle partenze — stimata intorno al 35-40% — avviene proprio a causa di promesse non mantenute: aspettative create durante il processo di selezione che si scontrano con una realtà molto diversa.

L’Anatomia del Human Washing

Il termine greenwashing descrive la pratica di aziende che si dichiarano sostenibili sul piano ambientale senza che le proprie pratiche lo giustifichino. L’human washing funziona in modo analogo: organizzazioni che proiettano verso l’esterno — e talvolta verso l’interno — un’immagine di attenzione alle persone, di cultura con sicurezza psicologica, di commitment verso diversità ed equità, senza che questa immagine corrisponda all’esperienza reale di chi ci lavora.

Il fenomeno si manifesta a vari livelli. C’è l’human washing di facciata, quello più esplicito: le campagne di employer branding costruite con cura mentre i livelli di burnout interni sono ai massimi storici. Poi c’è l’human washing sistemico, più difficile da identificare: un linguaggio costruito per restare vago, termini come “dinamico” o “stimolante” che suonano bene ma non dicono nulla, promesse di “crescita professionale” che non si traducono mai in percorsi di carriera concreti.

Esistono segnali chiari di questa deriva linguistica. L’uso di termini e formule che creano aspettative senza specificare nulla di concreto, l’assenza di dettagli sui modelli di lavoro reali, sulle politiche di feedback, su formazione ed empowerment davvero attivi. Al contrario, una comunicazione davvero etica si riconosce da frasi come “Il nostro ambiente è collaborativo — e questo si traduce in pratiche specifiche come…” seguite da esempi verificabili, dati, processi reali.

DEI e Sensemaking: Quando i Valori Diventano Decorazione

Su questo tema è imprescindibile richiamare il contributo di Clemente Perrone nel Prolegomeno numero 54 di questa rubrica, dedicato al rapporto tra DEI — Diversity, Equity and Inclusion — e sensemaking organizzativo. Perrone individua con nitidezza la tendenza delle organizzazioni a trattare i programmi DEI come iniziative di comunicazione piuttosto che come trasformazioni strutturali, con il rischio di un’appropriazione simbolica dei valori della diversità, svuotati del loro significato e riutilizzati come segnalatori di reputazione.

Questo meccanismo si inserisce con coerenza nel quadro dell’human washing: la valorizzazione delle differenze diventa un tema da campagna LinkedIn, la neurodiversità diventa un hashtag, il wellbeing diventa una palestra aziendale o un abbonamento a un’app di meditazione. Nel frattempo, le strutture di potere, i meccanismi di valutazione, i processi di promozione restano invariati nella sostanza.

Il punto non è che le aziende siano in malafede per forza. In molti casi il problema è più sottile: le organizzazioni comunicano i valori che aspirano ad avere, non quelli che davvero praticano. E questa distanza tra l’aspirazionale e il reale, quando non viene riconosciuta e gestita con onestà, si trasforma in inganno — anche involontario.

Il Lavoro come Atto Politico

C’è una prospettiva ulteriore che aiuta a comprendere perché il mismatch valoriale sia diventato così urgente nel momento attuale. Lorenzo Tedeschi, nel Prolegomeno numero 56, affronta il tema del lavoro come atto politico: la scelta di dove lavorare, per chi lavorare, a quali condizioni, è diventata per le nuove generazioni una dichiarazione identitaria, un posizionamento etico nel mondo — altra cosa rispetto a una decisione di carriera o calcolo economico.

Questo trasforma in modo radicale la posta in gioco del mismatch. Se fino a qualche decennio fa il lavoratore poteva tollerare una certa distanza tra i propri valori e quelli dell’organizzazione per cui lavorava — perché il lavoro era “solo lavoro”, un mezzo per un fine — oggi questa separazione è sempre meno accettabile, soprattutto per le generazioni più giovani.

I dati lo confermano: il 54% dei candidati italiani valuta l’allineamento tra valori aziendali e personali come fattore chiave nella scelta del posto di lavoro. Il 67% mette l’equilibrio vita-lavoro tra le priorità assolute. Il 58% cerca opportunità concrete di crescita professionale. Sono le condizioni dell’accordo psicologico che ogni lavoratore cerca di stringere con la propria organizzazione — nulla di superficiale.

Quando queste condizioni vengono presentate come soddisfatte durante il recruiting e poi si rivelano illusorie, si sta perdendo un dipendente e qualcosa di più: si sta spezzando un patto di fiducia difficile da ricostruire — che lascia tracce visibili nelle recensioni su Glassdoor, nei post di LinkedIn, nelle conversazioni che i professionisti hanno tra loro.

Una Nuova Grammatica del Lavoro

Quello che stiamo vivendo non è solo una crisi di comunicazione. È una crisi di grammatica — nel senso più profondo del termine: un cambiamento nei modi in cui il lavoro viene descritto, compreso, negoziato e vissuto.

I codici attraverso cui le organizzazioni parlano di sé stesse sono ancora in gran parte fermi a un paradigma novecentesco — gerarchico, produttivista, fondato sull’idea che il lavoro sia un obbligo da ottimizzare — mentre le aspettative dei lavoratori si sono evolute verso paradigmi del tutto diversi, più fluidi, orientati al significato, alla comunità, all’impatto.

L’human washing nasce anche da questo scarto: le aziende cercano di parlare il linguaggio nuovo dei valori e del purpose, ma lo fanno senza aver davvero modificato le strutture sottostanti. Il risultato è una lingua ibrida e incoerente, che i lavoratori imparano presto a decodificare — con conseguente crollo di credibilità.

Il Management in Frantumi e la Crisi dell’Autenticità Organizzativa

Nello Barile, nel Prolegomeno numero 146, offre una lettura visuale e culturale di grande illuminazione: le immagini del management contemporaneo sono in frantumi, incapaci di dare rappresentazione coerente all’esperienza reale delle organizzazioni. C’è una produzione immaginifica enorme — le foto stock di team sorridenti, gli open space luminosi, le lavagne piene di post-it colorati — che ha perso ogni contatto con la realtà lavorativa di milioni di persone.

È una crisi dell’autenticità organizzativa che va ben oltre l’estetica. Riguarda la capacità — o l’incapacità — delle organizzazioni di costruire narrazioni credibili, coerenti con l’esperienza che producono. E in un’epoca in cui la verifica è immediata — basta aprire Glassdoor, leggere i commenti sotto un post aziendale, ascoltare un ex dipendente — questa incoerenza ha un costo reputazionale sempre più alto e sempre meno gestibile con ulteriore comunicazione.

Il Ruolo del Linguaggio: Tra Engagement e Inganno

Annamaria Gallo, nel Prolegomeno numero 39, ha esplorato il rapporto tra linguaggio ed engagement, mostrando come le parole scelte nelle comunicazioni interne ed esterne non siano neutre: costruiscono realtà, creano aspettative, plasmano le relazioni di fiducia — o le erodono. Un’analisi che trova eco nel contributo di Cappello e Mazzei (Prolegomeno numero 77), dove emerge con chiarezza che il coinvolgimento autentico dei lavoratori si produce attraverso la coerenza tra parole e azioni, tra quello che viene detto e quello che viene fatto.

Questa prospettiva è fondamentale per capire perché l’human washing sia così controproducente anche dal punto di vista strategico, non solo etico. Il mismatch tra comunicazione e realtà non produce neutralità: produce disengagement attivo. I lavoratori che si sentono ingannati non diventano indifferenti — diventano critici, cinici, e in certi casi dannosi in modo attivo per la reputazione dell’organizzazione.

Gallup lo quantifica: il costo globale del disengagement dei lavoratori è stimato in circa 8,8 trilioni di dollari l’anno — il 9% del PIL mondiale. Un problema economico di prima grandezza, non una questione HR.

Dalla Diagnosi alla Soluzione: Cosa Significa Fare Marketing Etico

La proposta che porto avanti su questi temi è netta nella sua semplicità: smettere di vendere l’azienda come vorremmo che fosse e iniziare a raccontarla come è — con onestà, specificità, e la volontà di fare promesse che si è in grado di mantenere.

Questo non significa rinunciare all’aspirazionale. Significa contestualizzarlo. “Stiamo lavorando per costruire una cultura più coinvolgente — ecco cosa abbiamo fatto finora e dove siamo ancora in difficoltà” è di gran lunga più credibile — e più attrattivo per i candidati giusti — di “Siamo un’azienda aperta e attenta alle persone.”

Le azioni pratiche sono tre, e hanno il pregio di essere concrete. Prima: creare annunci di lavoro trasparenti e specifici, che attraggano candidati davvero allineati piuttosto che masse di persone male informate. Seconda: condividere i piani di crescita professionale con dati e percorsi verificabili, come impegni misurabili e tracciabili. Terza: stabilire politiche di equilibrio vita-lavoro che siano reali e tracciabili — pratiche con kpi misurabili, verificabili nel tempo.

A queste aggiungerei alcune dimensioni altrettanto essenziali.

La prima è la coerenza inter-dipartimentale: il mismatch nasce spesso dalla disconnessione tra il marketing che gestisce l’employer branding, le risorse umane che gestiscono il recruiting, e i manager di linea che gestiscono la vita quotidiana delle persone. Queste tre funzioni parlano spesso lingue diverse e costruiscono aspettative diverse nei candidati e nei dipendenti. Un marketing etico richiede che queste tre voci siano allineate — il che a sua volta richiede che l’intera organizzazione abbia una comprensione condivisa e onesta di chi è e come funziona davvero.

La seconda è la misurazione dell’autenticità. Oggi esistono strumenti — dalle pulse survey alle analisi delle recensioni su piattaforme terze, dai net promoter score interni agli audit culturali — che permettono alle organizzazioni di misurare il grado di coerenza tra la propria narrazione e la propria realtà. Usarli con metodo, e con l’intenzione reale di agire sui risultati, è un prerequisito del marketing etico.

La terza è la responsabilità della leadership. L’human washing è spesso una patologia top-down: i valori vengono dichiarati dal vertice e delegati alla comunicazione, senza che i comportamenti dei leader li incarnino ogni giorno. Le culture con sicurezza psicologica non si costruiscono con le campagne, si costruiscono con i comportamenti — e i comportamenti vengono dall’alto.

Verso un Patto di Fiducia Rinnovato

Il mercato del lavoro è, nella sua sostanza, un mercato di fiducia. I candidati scelgono dove investire il proprio tempo — la propria vita — basandosi sulle informazioni che ricevono e sulla credibilità di chi le fornisce. Le organizzazioni che costruiscono questa fiducia con onestà hanno un vantaggio competitivo strutturale nel lungo periodo: attraggono le persone giuste, le trattengono più a lungo, ne ottengono un contributo più autentico e sostenibile.

Le organizzazioni che invece costruiscono la propria attrattività su narrazioni che non reggono al confronto con la realtà stanno giocando un gioco a somma negativa: guadagnano visibilità nel breve termine e perdono credibilità nel medio, con un costo crescente che si scarica su persone concrete — lavoratori che hanno investito aspettative, energie, spesso anni della propria vita, in un posto che non era quello che sembrava.

Il marketing etico nel lavoro non è una nicchia per idealisti. È la condizione minima per costruire organizzazioni credibili, sostenibili e capaci di attrarre e trattenere le persone in un mercato che — con lentezza, con rumore crescente, attraverso le recensioni su Glassdoor e i post virali di chi ha vissuto promesse tradite — sta imparando a distinguere chi parla per davvero da chi fa solo bella figura.

La domanda che ogni responsabile HR e ogni comunicatore dovrebbe porsi prima di pubblicare qualsiasi contenuto di employer branding è semplice: se uno dei nostri dipendenti leggesse questo, si riconoscerebbe?

Se la risposta è no, il problema non riguarda la comunicazione. Riguarda la coerenza. E la comunicazione non lo risolverà — anzi, lo aggraverà.

168 – Puntate precedenti

1 – DALLO HUMANISTIC AL POP MANAGEMENT
2 – MANIFESTI, ATLANTI, MAPPE E TERRITORI
3 – IL MANAGER PORTMANTEAU
4 – WHICH WAY, WHICH WAY?
5 – LEADERSHIP POP (LEZIONI SHAKESPEARIANE)
6 – OPINION PIECE DI RICCARDO MAGGIOLO
7 – LEADERSHIP POP (APERTURA, AUTONOMIA, AGIO, AUTO-ESPRESSIONE)
8 – OPINION PIECE DI JOSEPH SASSOON
9 – OPINION PIECE DI CESARE CATANIA
10 – OPINION PIECE DI VANNI CODELUPPI
11 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO GIAUME
12 – COLLABORAZIONE POP. L’IRRESISTIBILE ASCESA DELLE COMMUNITY INTERNE
13 – COLLABORAZIONE POP. L’EMPATIA SISTEMICA
14 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE PRIMA
15 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE SECONDA
16 – OPINION PIECE DI MATTEO LUSIANI
17 – OPINION PIECE DI MARCO MILONE
18 – OPINION PIECE DI ALESSIO MAZZUCCO
19 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA STRANGES
20 – OPINION PIECE DI FRANCESCO VARANINI
21 – ORGANIZZAZIONE  POP. COMANDO, CONTROLLO, PAURA, DISORIENTAMENTO
22 – OPINION PIECE DI ROBERTO VERONESI
23 – OPINION PIECE DI FRANCESCO GORI
24 – OPINION PIECE DI NELLO BARILE
25 – OPINION PIECE DI LUCA MONACO
26 – OPINION PIECE DI RICCARDO MILANESI
27 – OPINION PIECE DI LUCA CAVALLINI
28 – OPINION PIECE DI ROBERTA PROFETA
29 – UN PUNTO NAVE
30 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CURA)
31 – OPINION PIECE DI NICHOLAS NAPOLITANO
32 – LEADERSHIP POP. VERSO L’YPERMEDIA PLATIFIRM (CONTENT CURATION)
33 – OPINION PIECE DI FRANCESCO TONIOLO
34 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVIVIALITA’)
35 – OPINION PIECE DI LUANA ZANELLATO
36 – OPINION PIECE DI ANDREA BENEDETTI E ISABELLA PACIFICO
37 – OPINION PIECE DI STEFANO TROILO
38 – OPINION PIECE DI DAVIDE GENTA
39 – OPINION PIECE DI ANNAMARIA GALLO
40 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: IL READING!
41 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVOCAZIONE)
42 – OPINION PIECE DI EDOARDO MORELLI
43 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CO-CREAZIONE DI VALORE)
44 – OPINION PIECE DI MARIANNA PORCARO
45 – OPINION PIECE DI DONATO IACOVONE
46 – OPINION PIECE DI DENNIS TONON
47 – OPINION PIECE DI LAURA FACCHIN
48 – OPINION PIECE DI CARLO CUOMO
49 – OPINION PIECE DI CARLO MARIA PICOGNA
50 – OPINION PIECE DI ROBERTO RAZETO
51 – OPINION PIECE DI ALBERTO CHIAPPONI
52 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO ANTONINI
53 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA PILIA
54 – OPINION PIECE DI CLEMENTE PERRONE
55 – OPINION PIECE DI FABRIZIO RAUSO
56 – OPINION PIECE DI LORENZO TEDESCHI
57 – OPINION PIECE DI EUGENIO LANZETTA
58 – OPINION PIECE DI GIOLE GAMBARO
59 – OPINION PIECE DI DANTE LAUDISA
60 – OPINION PIECE DI GIAMPIERO MOIOLI
61 – OPINION PIECE DI GIOVANNI AMODEO
62 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO LOTTO
63 – OPINION PIECE DI GIANLUCA BOTTINI
65– OPINION PIECE DI SIMONE FARINELLI
66– OPINION PIECE DI FRANCESCA ANNALISA PETRELLA
67– OPINION PIECE DI VALERIO FLAVIO GHIZZONI
68– OPINION PIECE DI STEFANO MAGNI
69– OPINION PIECE DI LUCA LA BARBERA
70 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: LA GRAPHIC NOVEL!
71 – LEADERSHIP POP. APOFATICA E CATAFATICA DELLA COMUNICAZIONE
72 – OPINION PIECE DI FEDERICA CRUDELI
73– OPINION PIECE DI MELANIA TESTI
74 – OPINION PIECE DI GIANMARCO GOVONI
75– OPINION PIECE DI MARIACHIARA TIRINZONI
76 – SENSEMAKING POP. LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE’
77 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA CAPPELLO E ALESSANDRA MAZZEI
78 – OPINION PIECE DI JOE CASINI
79 – OPINION PIECE DI MARTA CIOFFI
80 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE PRIMA)
81 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE SECONDA)
82 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (NOTE A MARGINE)
83 – ENGAGEMENT POP. IL MANAGER INGAGGIANTE IMPARA DAI POKEMON
84 – ENGAGEMENT POP. DARE VOCE IN CAPITOLO
85 – ENGAGEMENT POP. COMUNICARE, VALUTARE, TRASFORMARE
86 – SENSEMAKING POP. MALATTIA MENTALE E BENESSERE PSICOLOGICO SUL LAVORO
87 – SENSEMAKING POP. FOLLIA O DIVERSITA’?
88 – OPINION PIECE DI LUIGIA TAURO
89 – OPINION PIECE DI NILO MISURACA
90 – OPINION PIECE DI FRANCESCO DE SANTIS
91 – INNOVAZIONE POP. REMIX, RI-USO, RETELLING
92 – STORYTELLING POP. ARIMINUM CIRCUS AL BOOK PRIDE 2025
93 – OPINION PIECE DI SIMONE VIGEVANO
94 – OPINION PIECE DI LORENZO FARISELLI
95 – OPINION PIECE DI MARTINA FRANZINI
96 – OPINION PIECE DI EMANUELA RIZZO
97 – INNOVAZIONE POP. OLTRE LA PRE-INTERPRETAZIONE
98 – INNOVAZIONE POP. FORMAZIONE: ANALOGICA, METAVERSALE, IBRIDA
99 – ARIMINUM CIRCUS: LA VISUAL NOVEL!
100 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE PRIMA)
101 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE SECONDA)
102 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE TERZA)
103– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUARTA)
104– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUINTA)
105– OPINION PIECE DI ALEXANDRA NISTOR
106– FORMAZIONE POP. PARTE PRIMA
107– FORMAZIONE POP. PARTE SECONDA
108– OPINION PIECE DI FEDERICA GRAZIA BARTOLINI
109– OPINION PIECE DI FEDERICO PLATANIA
110– OPINION PIECE DANIELA DI CIACCIO
111– OPINION PIECE DI LUCIANA MALARA E DONATELLA MONGERA
112– IL RITORNO DEL CEOPOP
113– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 1)
114– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 2)
115 – LA COMUNICAZIONE DEL CEOPOP
116– CEOPOP E PARTI SOCIALI
117– CHE POP MANAGER SEI? L’ESTETA
118– STORYTELLING POP. UNA COMUNICAZIONE POP PER IL NON PROFIT
119– CHE POP MANAGER SEI? VISIONARIO/VISIONARIA
120– OPINION PIECE DI REMO PONTI
121– CHE POP MANAGER SEI? EMPATICA/EMPATICO
122– OPINION PIECE DI GIACOMO GRASSI
123– CHE POP MANAGER SEI? INNOVATORE/INNOVATRICE
124– SECONDA CONVERSAZIONE COLLABORATIVA SUL POP BRANDING
125– CHE POP MANAGER SEI? SIMPOSIARCA
126– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (1)
127– CHE POP MANAGER SEI? ESPLORATORE/ESPLORATRICE
128– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (2)
129– CHE POP MANAGER SEI? IRONIC DIVA/DIVO
130– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (3)
131– CHIUSI PER FERIE
132– OPINION PIECE DI ELENA BOBBOLA E MARIE LOUISE DENTI
133– CHE POP MANAGER SEI? PRATICO/PRATICA
134- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – INDUSTRIA
135- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO SERVIZI
136- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO PROFIT
137- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE PRIMA
138- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE SECONDA
139- LA CONSULENZA NELL’ERA DELL’AI AGENT
140- INNOVAZIONE POP NEL RETAIL
141- LA NUOVA ERA MEDIATICA
142- BRAND FORWARD!
143- OPINION PIECE DI ALESSANDRA LAZZAZARA E STEFANO ZA
144- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE PRIMA
145- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE SECONDA
146 – NELLO BARILE E LE IMMAGINI DI UN MONDO IN FRANTUMI
147 – INNOVARE NELLA PA
148 – OPINION PIECE DI SALVATORE RICCO
149 – OPINION PIECE DI LUCA MAGNI
150 – INNOVAZIONE POP. DISTANT WRITING E SOCIAL READING
151 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 1
152 – OPINION PIECE DI CRISTIANO GHIRINGHELLI, RAOUL NACAMULLI, LUCA QUARATINO 
153 – OPINION PIECE DI MICHELA MATARAZZO
154 – OPINION PIECE DI MARIA FRANCESCA IANNONE
155– OPINION PIECE DI MOIRA BUZZOLANI
156– OPINION PIECE DI LUCA GUERRASIO
157 – IMPARARE LA LEADERSHIP DALLE SERIE TV
158 – DA HAMLET A E: GENEALOGIA DEL DISTANT WRITING COLLABORATIVO
159 – OPINION PIECE DI PAOLO BORTOLOTTI
160 – DAL DISTANT WRITING AL SOCIAL READING: TRE LIVELLI DI INTELLIGENZA COLLABORATIVA
161 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 2
162 – DALL’AZIENDA NARRATIVA ALLA COMMUNITY INTERPRETANTE
163 – OPINION PIECE DI MARCO GRECO
164 – LE AI CHE RECITANO LA COSCIENZA
165 – LA SINGOLARITA’ ORGANIZZATIVA
166 – MANAGER ALL’ASILO!
167 – IL MANOSCRITTO E LA RESA SILENZIOSA
168 – L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLE VENDITE