Prolegomeni al Manifesto del Pop Management 158. Innovazione Pop. Da Hamlet a E: genealogia trentennale del distant writing

Ouverture: L’ermeneutica di Carlo Tuzzi e il metodo archeologico

A volte un lettore attento realizza quella che Michel Foucault definirebbe un’archeologia del sapere: scava sotto la superficie delle opere per portare alla luce le strutture profonde che le attraversano, le connessioni nascoste che rivelano un progetto di ricerca coerente anche se il corpus appare frammentato.

Carlo Tuzzi ha compiuto questo gesto quando, discutendo il Prologo del mio romanzo E nel Gruppo  LinkedIn dedicato al social reading  del testo, ha scritto: “In E, prologo, legami visibili sono Æquitas vs Puritas, mentre nell’invisibile kipple vs Leonia, o conservare vs scartare”.

Con una frase, Carlo ha aperto una genealogia: ha collegato la tensione filosofica di E (2025–in corso) al progetto Dalle Città Invisibili alle Aziende InVisibili, riconoscendo nella struttura narrativa del romanzo l’eco di un’intuizione sviluppata diciassette anni prima.

Eppure quella genealogia non comincia nel 2008. Se risaliamo al 1997 troviamo il punto d’origine: Hamlet, la rivista che fondai per sovvertire i canoni della letteratura manageriale. Da allora, il filo rosso è rimasto lo stesso: come si governa la complessità senza ridurla, senza eliminarla, ma anche senza esserne travolti?

Questo Prolegomeno ricostruisce la genealogia di un’idea che è diventata metodo, di una pratica che è diventata teoria, di un’intuizione che è diventata manifesto. È la storia del distant writing collaborativo – inteso come coordinamento strategico di molteplici agenti (umani e artificiali) nella produzione collaborativa di senso – e della sua manifestazione organizzativa: la Leadership Convocativa.

Capitolo I: Hamlet (1997-2004) – Il sovvertimento del canone e la nascita della convocazione

1.1 L’insurrezione linguistica del 1997

Nel 1997, il linguaggio del management era un territorio colonizzato. Dominato dal tecnicismo neo-taylorista, dall’ossessione per la qualità totale, dai processi standardizzati, dalle metriche quantitative, questo lessico aveva reso l’azienda una macchina e l’essere umano un ingranaggio intercambiabile. La letteratura manageriale riproduceva questa visione con manuali che trattavano le organizzazioni come sistemi chiusi, governabili attraverso procedure e controlli.

Hamlet nacque come atto di ribellione contro questo paradigma. Il sottotitolo – “Bimestrale sui paradossi del nostro tempo” – metteva in chiaro l’intento: non risolvere i paradossi ma abitarli, non ridurre la complessità ma renderla navigabile attraverso strumenti concettuali più sofisticati (vedi su questo anche Prolegomeni 152). E quale strumento poteva essere più potente della grande letteratura?

L’intuizione fondamentale, che ho ricordato anche nel Prolegomeno 5 – Leadership Pop: Lezioni shakespeariane, era che le tragedie e le commedie del Bardo offrissero una mappatura psicologica, politica ed etica più ricca e operativa di qualsiasi manuale di gestione. In Shakespeare non c’erano aziende, ma c’erano regni, corti, complotti, alleanze, tradimenti – in altre parole, c’erano sistemi di potere complessi dove le decisioni si prendono nell’ambiguità morale e nell’incertezza strategica.

Amleto diventava il prototipo del manager paralizzato dall’eccesso di analisi, incapace di agire perché sempre in cerca della certezza assoluta – e dunque condannato all’inazione mentre il regno marcisce. Macbeth incarnava l’ambizione tossica che divora se stessa, la leadership fondata sulla violenza che genera solo altra violenza. Prospero rappresentava il mago-manager che deve rinunciare al controllo totale (alla “magia”) per tornare alla dimensione umana, accettando la vulnerabilità e l’imperfezione.

1.2 Il distant writing ante litteram

Ma Hamlet non si limitava a importare metafore letterarie nel management. Praticava già, senza ancora teorizzarlo, il distant writing collaborativo. Ogni numero nasceva da una domanda paradossale – “È possibile una leadership senza potere?”, “L’organizzazione può essere democratica?”, “Come si gestisce l’innovazione senza distruggere la tradizione?” – e questa domanda veniva posta a una costellazione di interlocutori provenienti da discipline diverse:

  • Filosofi come Giampaolo Azzoni portavano la logica normativa e l’etica applicata
  • Sociologi come Francesco Morace introducevano l’analisi dei trends culturali
  • Personalità dello spettacolo come Enrico Bertolino offrivano la satira come strumento di decostruzione
  • Esperti di management come Piero Trupia e Pino Varchetta fornivano il rigore della teoria organizzativa

Il mio ruolo non era scrivere io le risposte, ma orchestrare le voci. Decidevo chi coinvolgere, quale domanda specifica porre a ciascuno, come intrecciare le risposte per creare una tessitura progettata. Il prodotto finale – ogni numero della rivista – era un testo che nessuno dei singoli contributori avrebbe potuto scrivere da solo. Era il risultato di un’intelligenza collaborativa, dove il valore emergeva dall’interazione tra prospettive diverse.

Questo è ciò che, vent’anni dopo, riprendendo la lezione di Piero Trupia, avrei teorizzato come Leadership Convocativa: non esercitare un’autorità verticale imponendo una visione dall’alto, ma creare lo spazio dove le competenze diverse possono incontrarsi, dialogare, generare soluzioni che trascendono le capacità del singolo leader. Il leader convocativo non fornisce risposte: progetta le domande giuste e costruisce l’architettura dell’incontro.

1.3 L’Impresa Shakespeariana e l’alleanza con Milo Manara (2002)

Dopo 39 numeri di Hamlet, nel 2002 raccolsi gli editoriali più significativi nel volume L’Impresa Shakespeariana (Etas), arricchito dalle copertine di Milo Manara. Questa collaborazione segnava un’ulteriore contaminazione: portare il linguaggio della grande illustrazione – un linguaggio erotico, visionario, provocatorio – dentro il territorio del management.

Le copertine di Manara non erano mera decorazione. Interpretavano i paradossi organizzativi attraverso il suo universo iconografico, popolato di corpi in trasformazione, di desideri ambigui, di situazioni al limite tra seduzione e pericolo. Manara rendeva visibile l’invisibile: le dinamiche di potere sotterranee, le tensioni erotiche (nel senso etimologico di eros come forza che connette: vedi anche Oltre le dicotomie – Alice annotata 11b), i giochi di seduzione e tradimento che attraversano ogni organizzazione ma che il linguaggio manageriale convenzionale rimuove.

Questa alleanza inaugurava una linea di continuità visuale che avrebbe attraversato tutto il mio lavoro:

  • Milo Manara per L’Impresa Shakespeariana (2002)
  • Fabiana Cutrano per Nulla due volte (2006)
  • Luigi Serafini per Le Aziende InVisibili (2008)
  • Marcello D. Minghetti per Ariminum Circus (2017-2024)
  • Gemini (AI generativa) per le immagini dei post di E (2025-…)

Tutti questi artisti – umani e artificiali – hanno svolto la stessa funzione: tradurre in immagini ciò che il testo dice ma non può mostrare. Con E, anche la produzione visuale entra pienamente nel distant writing: le immagini sono generate attraverso sistemi AI che dialogano con il testo, creando un ecosistema mediale dove parola e immagine si co-generano.

1.4 Il Manifesto dello Humanistic Management (2004)

Nel 2004, con Fabiana Cutrano, invitai dodici personalità – da Domenico De Masi a Enzo Rullani, da Francesco Varanini a Pino Varchetta – a riflettere su quanto Hamlet aveva tracciato in sette anni di lavoro. Il risultato fu il Manifesto dello Humanistic Management (Etas), che formalizzava i principi di quella che chiamavamo “la via italiana allo Humanistic Management”.

I pilastri erano:

  1. Metadisciplinarietà: l’azienda come crocevia di saperi (economia, sociologia, psicologia, filosofia, arte) che devono dialogare per comprendere la complessità organizzativa.
  2. Equilibrio etico: L’eticità (Hegel) è una terza fonte di normatività tra moralità e diritto: i doveri non nascono né da scelte di coscienza individuale né da norme sanzionate dallo Stato, ma da attese condivise dentro uno “stare-insieme” relativamente stabile.
    In azienda, un comportamento è etico quando è l’esito di una relazione progettuale con gli stakeholder (non filantropia discrezionale né mero adempimento legale).
  3. Apertura: è il principio che spinge l’organizzazione a sfumare i confini e condividere informazioni con gli stakeholder, unendo attenzione al contesto e metadisciplinarietà come competenza diffusa.Si traduce in valorizzazione delle diversità, open innovation (idee interne+esterne, logica mash-up) e abbattimento dei silos tramite trasparenza e collaborazione “alla luce del sole”.
  4. Convivialità: La Convivialità (Illich) indica una società che riconosce scale, limiti e soglie: quando il modello iperindustriale le supera, gli strumenti e le istituzioni diventano megamacchine che riducono le persone a utenti/ingranaggi.
    Nello Humanistic/Pop Management è l’impresa come mondo vitale fondato su reciprocità, potere di parola diffuso e cooperazione discorsiva (modello del Simposio), condizione interna per sensemaking e per una co-creazione di valore reale con gli stakeholder.

Il Manifesto consolidava una rete che si sarebbe arricchita nel tempo di collaboratori eccezionali: oltre a Manara, personalità artistiche come Luigi Serafini o la Nobel Wisława Szymborska che avrebbe prestato la sua voce poetica al progetto (come vedremo nel capitolo successivo). Ma soprattutto, il Manifesto dichiarava che l’umanesimo non è un’opzione cosmetica per l’impresa, ma la condizione di possibilità per gestire la complessità del XXI secolo.

Capitolo II: Szymborska e l’ontologia della differenza (2006)

2.1 La poesia come filosofia operativa

Nel 2006 pubblicai con Scheiwiller Nulla due volte. Il management attraverso la poesia di Wisława Szymborska, con fotografie di Fabiana Cutrano. Il volume raccoglieva venticinque poesie della Nobel polacca, ciascuna accompagnata da un “percorso di senso” che ne metteva a fuoco le implicazioni per il pensiero organizzativo, e arricchita dai contributi di personalità provenienti da campi diversi.

Ma non si trattava di un semplice esercizio di “applicazione” della poesia al management. Era qualcosa di più radicale: riconoscere che la poesia pensa, e che il suo modo di pensare – per immagini, per paradossi, per associazioni non lineari – è  ciò che serve per navigare la complessità organizzativa contemporanea.

La poesia che dà il titolo al volume contiene il principio fondamentale:

Nulla due volte accade
né accadrà.
Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

Questo rovesciamento – “diversi come due gocce d’acqua” invece del luogo comune “identici come due gocce d’acqua” – contiene un’intera ontologia. Szymborska sta dicendo che ogni istante è unico, irripetibile, irriducibile. Non esistono “le stesse situazioni”: ogni momento porta con sé configurazioni irripetibili di elementi. Ogni persona, ogni incontro, ogni decisione è radicalmente singolare.

2.2 L’impossibilità della standardizzazione

Questa ontologia della differenza ha conseguenze profonde per il management. Se nulla si ripete uguale, allora ogni tentativo di standardizzare i processi organizzativi è destinato al fallimento poiché produce scarti di realtà – o meglio, può funzionare solo come semplificazione brutale che elimina la ricchezza del reale.

Il management tradizionale cerca l’efficienza attraverso la replicabilità: identificare le “best practices”, codificarle in procedure, riprodurle in contesti diversi. Ma Szymborska ci ricorda che questa ambizione è illusoria. Non perché la standardizzazione sia tecnicamente impossibile (ovviamente si può standardizzare), ma perché nel farlo si perde qualcosa di essenziale: la capacità di rispondere alla singolarità del momento, di cogliere le opportunità che emergono dall’unicità della configurazione presente.

Quando, nel prologo di E, Æquitas afferma che anche il “rumore” (il kipple – termine mutuato da Philip K. Dick per indicare gli oggetti inutili, lo scarto, l’entropia che si accumula) è parte costitutiva del processo creativo, sta echeggiando esattamente questa ontologia szymborskiana. Puritas vorrebbe eliminare ogni imperfezione, standardizzare ogni processo, ripetere il modello perfetto all’infinito. Ma questa pretesa viola la natura della realtà, che è costitutivamente diversa, contingente, imperfetta.

2.3 La diversità come condizione naturale

Come scrivevo nel volume del 2006: la poesia di Szymborska insegna che la diversità è la condizione naturale delle cose. Non è un problema da risolvere, ma il tessuto stesso della realtà. E se questo è vero, allora il compito del management non può essere eliminare la diversità (sotto forma di variabilità, di imprevedibilità, di “rumore”), ma orchestrarla in modo produttivo.

Questa intuizione diventerà centrale in E, dove la tensione tra Puritas (l’ossessione per la perfezione sterile) e Æquitas (il riconoscimento della necessità ontologica dell’imperfezione) struttura l’intero romanzo. Ma già nel 2006, attraverso Szymborska, avevo posto le fondamenta filosofiche di questa visione.

La poesia, in questo senso, non è un ornamento culturale per manager illuminati. È uno strumento cognitivo: un modo di pensare che ci permette di vedere ciò che il pensiero analitico-quantitativo rimuove. Szymborska ci insegna a guardare il mondo con occhi che sanno riconoscere l’unicità del particolare, la densità dell’istante, la dignità dell’imperfezione.

Capitolo III: Le Aziende InVisibili e la Web Opera (2008-2009) – La polifonia come metodo

3.1 Da Calvino all’organizzazione: il progetto del 2008

Nel 2008 lanciai Le Aziende InVisibili, pubblicato da Scheiwiller con 190 illustrazioni di Luigi Serafini. Il progetto trasponeva la struttura delle Città invisibili di Calvino (1972) al mondo delle organizzazioni, creando un “atlante impossibile” di aziende che esistono solo come potenzialità, come modelli, come contro-narrazioni rispetto all’impresa reale.

Ma la vera innovazione non stava tanto nel contenuto, quanto nel processo produttivo. Il volume raccoglieva 110 “Aziende InVisibili” scritte dalla Living Mutants Society, comunità di 100 personalità della cultura, dell’economia, dello spettacolo che avevo convocato per riscrivere collettivamente Calvino in chiave organizzativa.

Il mio ruolo si era ulteriormente evoluto: da curatore di Hamlet (dove coordinavo contributori su numeri separati) a architetto di un’opera collettiva. Non scrivevo più quasi nulla direttamente (sotto questo profilo mi dedicai principalmente alla riscrittura dei dialoghi fra Kublai Khan e Marco Polo, oltre che di qualche città): progettavo la struttura, invitavo i contributori, definivo i vincoli narrativi (ogni “azienda” doveva rispettare la forma calviniana: breve, ellittica, visionaria), e poi armonizzavo le divergenze.

Questo è ciò che nel Prolegomeno 41 ( e nel fondamentale Prolegomeno 71) ho chiamato Convocazione: l’atto politico di creare uno spazio affinché altri possano riempirlo di significato. Non impongo una visione, ma offro un campo di gioco – con regole chiare ma aperto a interpretazioni infinite – dove la creatività collettiva può esprimersi.

3.2 Luigi Serafini e il Codex delle organizzazioni

Le illustrazioni di Luigi Serafini – autore del leggendario Codex Seraphinianus (1981), enciclopedia di un mondo immaginario scritta in una lingua inventata – creavano un universo visuale parallelo al testo. Dove Calvino aveva usato la prosa per evocare città impossibili, Serafini usava il disegno per rendere visibili organizzazioni impossibili: creature biomorfe che erano insieme macchine e organismi, architetture che sfidavano la geometria euclidea, diagrammi organizzativi che sembravano mappe di territori alieni.

Il linguaggio di Serafini è visionario ma rigoroso. Le sue illustrazioni non sono fantasie arbitrarie: ciascuna contiene una logica interna, un sistema di relazioni che può essere parzialmente decifrato. Come il Codex Seraphinianus suggeriva l’esistenza di una lingua aliena ma coerente, così le illustrazioni per Le Aziende InVisibili suggerivano l’esistenza di forme organizzative radicalmente altre rispetto ai modelli convenzionali.

La collaborazione con Serafini segnava un salto qualitativo: dove Manara aveva interpretato Shakespeare, Serafini co-creava un universo. Le sue illustrazioni non accompagnavano il testo: lo espandevano, aprivano linee narrative parallele, suggerivano interpretazioni che il testo non dichiarava esplicitamente.

3.3 La Mente InVisibile e il cubo di Rubik narrativo (2008)

Sempre nel 2008, con la Living Mutants Society (Patrizia Debicke, Antonio Fazio, Gianluca Garrapa, Mario Pireddu, Matteo Recine, Andrea Sgarro, Piero Trupia, Antonio Tursi), pubblicai il sequel, La Mente InVisibile – summa narratologica e tecnologica che intrecciava horror, metafisica e rock’n’roll in quello che definimmo un “cubo di Rubik narrativo“.

Il romanzo – con storie liquide e discontinue che si intersecavano senza chiudersi in una narrazione lineare – indagava temi quali l’identità digitale, la realtà virtuale, la società in trasformazione. Dopo Le Aziende InVisibili (che affrontava le organizzazioni), La Mente InVisibile affrontava la coscienza e la tecnologia.

I personaggi e le situazioni principali – Phil Spector e Charles Manson impegnati in un progetto misterioso, un reality show allucinato, un’indagine che si perdeva in labirinti narrativi – erano liminali, al confine tra umano e post-umano, tra realtà e simulazione. Già qui si prefiguravano temi che avrebbero trovato piena espressione in Ariminum Circus e E: cosa significa essere coscienti in un mondo dove la tecnologia espande e frammenta la mente?

Il progetto ebbe una sua evoluzione documentata nel blog Le Aziende InVisibili su Nova100, che accompagnò la nascita del romanzo e la costruzione della comunità interpretante, diventando laboratorio di riflessione sulla letteratura collaborativa e il management umanistico.

3.4 La Web Opera in Second Life (2009): letteratura ergodica ante litteram

Nel 2009, Le Aziende InVisibili si trasformò in Web Opera nel metaverso di Second Life. La decisione aveva una motivazione precisa: serviva rendere il progetto esperienza immersiva, trasformando la lettura in azione e la narrazione in esplorazione.

Coordinai la costruzione di set virtuali in Second Life, ingaggiai doppiatori professionali (tra cui Francesco Pannofino), pianificai video che avrebbero dato vita alle “Aziende InVisibili” come luoghi da attraversare, personaggi con cui interagire, situazioni da vivere in prima persona.

Ogni episodio doveva funzionare su tre livelli simultanei:

  1. Come capitolo del libro (testo scritto)
  2. Come esperienza nel metaverso (ambiente 3D navigabile)
  3. Come video autonomo su YouTube (narrazione audiovisiva)

Tra tutti i video, spicca il corto Test attitudinale realizzato da Adelchi Battista, che vrrà riecheggiato  nel test d’ammissione con cui si apre Ariminum Circus. Questo dispositivo narrativo – il test come soglia d’ingresso – attraversa sedici anni di lavoro: dalla Web Opera (2009) ad Ariminum Circus (2017-2024) fino a E (2025-…).

Ma il test non valuta competenze tecniche o conoscenze: valuta la disponibilità a entrare in un mondo dove le regole sono altre. È un dispositivo di selezione ontologica, non epistemologica. Chi supera il test non ha dimostrato di sapere qualcosa, ma di essere disposto ad abitare l’ambiguità, l’incertezza, la complessità senza pretendere risposte definitive.

La Web Opera in Second Life fu un esperimento pionieristico di letteratura transmediale che anticipò di oltre un decennio i meccanismi che avrei poi sviluppato in E: narrativa distribuita su piattaforme diverse, comunità come co-autrice, tecnologia come medium generativo e non solo distributivo.

Capitolo IV: Alice Postmoderna e l’invenzione del social reading collaborativo (2011-2012)

4.1 Da Carroll al Mondo Vitale

Nel luglio 2011 avviai Alice Postmoderna, progetto transmediale ispirato a Lewis Carroll che l’Agenzia per l’Innovazione segnalò come “unico vero spunto di riflessione costruttiva su talento individuale ed intelligenza collettiva” nel panorama italiano di quegli anni.

Alice Postmoderna segnò un passaggio cruciale: dal “distant writing con persone” (come in Hamlet o Le Aziende InVisibili) al social reading – modalità che sarebbe diventata centrale in E.

L’intuizione fondamentale era che si costruisce una rete di interpretazioni che diventa essa stessa testo. Non più un’opera finita che viene distribuita ai lettori, ma un processo interpretativo continuo dove ogni lettura aggiunge strati di senso, crea connessioni, apre possibilità narrative che l’autore non aveva previsto né potrebbe controllare.

Come ho documentato in Facebook come Mondo Vitale, applicai il concetto fenomenologico di Lebenswelt (Mondo Vitale, da Husserl e Heidegger) alla piattaforma Facebook. Facebook cessava di essere uno strumento di distribuzione per diventare ambiente generativo: il luogo dove i lettori co-creavano significati attraverso interazioni non programmate.

Il testo di Carroll si dis-locava attraverso post, commenti, discussioni, rimandi. Un post sul blog rinviava a un video YouTube, che conteneva link a discussioni Facebook, che rimandavano ad analisi su altri blog. Nessun percorso obbligato. Ogni lettore costruiva il proprio Carroll navigando tra blog, video e social network, diventando parte integrante del sistema produttivo dell’opera.

4.2 La letteratura ergodica: verso la co-creazione

Con Alice Postmoderna portavo a compimento qualcosa che avevo iniziato con la Web Opera in Second Life: l’applicazione dei concetti chiave dello Humanistic Management alla letteratura ergodica.

Il termine ergodico (dal greco ergon, lavoro, e hodos, via) fu coniato da Espen Aarseth in Cybertext (1997) per indicare testi che richiedono al lettore uno sforzo attivo e scelte per costruire il percorso narrativo, trasformandolo da fruitore passivo a co-autore.

Caratteristiche della letteratura ergodica:

  1. Non linearità: la narrazione non segue una sequenza unica
  2. Coinvolgimento attivo: il lettore deve “lavorare” per decodificare il testo
  3. Co-creazione: il lettore partecipa alla costruzione della storia scegliendo tra opzioni
  4. Materiale sparso: documenti, indizi, appunti che il lettore deve assemblare

Esempi classici: i libri-gioco, Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, opere digitali con meccanismi di interazione. Ma Alice Postmoderna portava l’ergodismo su un piano diverso: non c’era un sistema di scelte codificato dall’autore, ma una rete emergente che si auto-organizzava attraverso le interazioni dei partecipanti.

4.3 La comunità interpretante come sistema produttivo

Qui compresi che la comunità interpretante è un sistema produttivo. Non nel senso banale che “i lettori parlano del libro” (questo accade da sempre), ma nel senso forte che il libro si completa nelle interpretazioni della comunità, e queste interpretazioni hanno lo stesso statuto ontologico del testo originale.

“What is the use of a book without pictures or conversations?”: la domanda di Carroll, che riprendo in apertura della prima serie di post intitolati Alice annotata, definisce il punto di svolta: : il libro come dispositivo di conversazione prima ancora che come oggetto da consultare.

Questa catena interpretativa non era un “paratesto” esterno all’opera: era l’opera stessa. L’opera era l’ecosistema di testi, immagini, video, discussioni che emergevano dall’interazione tra il testo di Carroll, le mie riscritture, e le interpretazioni dei lettori.

Questa intuizione anticipava di tredici anni il social reading di E, dove il gruppo LinkedIn, che oggi conta oltre 400 membri, diventa spazio di co-creazione del romanzo. Ma già nel 2011, con Alice Postmoderna, avevo capito che il futuro della letteratura – e del management – stava nell’intelligenza collaborativa che emerge quando si crea lo spazio giusto per l’incontro.

Capitolo V: Racconti invernali e la nascita dell’archetipo (2014)

5.1 Il wikiromance e la struttura multimediale

Racconti invernali da spiaggia (goWare, 2014), definito “wikiromance in 118 (pseudo)instagrammi”, segna un cambio di formato: la struttura del racconto seguiva la logica dei social media, con ogni capitolo costruito come post Instagram (foto + testo breve + hashtag).

Non è un adattamento formale, ma una scelta di poetica: i media digitali non sono canali neutri; condizionano il modo in cui pensiamo, scriviamo, leggiamo. Instagram spinge verso frammenti visivi ad alta densità; Twitter (all’epoca) impone la sintesi; Facebook favorisce la narrazione come conversazione distribuita.

Racconti invernali abbracciava questa logica: ogni micro-capitolo funzionava autonomamente (poteva essere letto come post indipendente) ma si connetteva agli altri attraverso rimandi, ripetizioni, variazioni. Era una narrazione modulare che il lettore poteva attraversare in ordine lineare o per salti associativi.

5.2 Il Roc: l’uccello dimensionale

Ma la vera innovazione di Racconti invernali fu l’introduzione di due personaggi archetipici che avrebbero attraversato tutto il mio lavoro successivo: il Roc e JubJub.

Il Roc è una citazione letteraria stratificata. Nelle Mille e una notte, è l’uccello mostruoso che trasporta Sindbad il marinaio verso terre sconosciute – creatura di proporzioni impossibili, capace di sollevare elefanti con i suoi artigli. Borges lo recupera ne Il libro degli esseri immaginari, inserendolo nel suo “zoo verbale” dove le creature fantastiche incarnano la capacità della letteratura di rendere quotidiano il meraviglioso.

Ma nei miei Racconti invernali e Ariminum Circus, il Roc subisce una metamorfosi simbolica. Non è più solo il trasportatore fisico delle Mille e una notte, né solo la “mostruosità zoologica” catalogata da Borges. Diventa mediatore dimensionale: figura che attraversa non solo spazi geografici, ma ordini di realtà diversi.

Questa espansione semantica attinge a simboli borgesiani contigui – in particolare l’Aleph (il punto in cui convergono tutti i punti dello spazio) e il Simurg (l’uccello che nel poema di Attar rappresenta l’unità divina formata dalla moltitudine, mito che avevo ripreso nel terzo numero di Hamlet). Il mio Roc eredita da questi la capacità di contenere molteplici significati simultanei: è insieme guru, scienziato e artista; è la sintesi impossibile di razionalità e misticismo; è colui che può vedere pattern invisibili perché abita la soglia tra ordini incompossibili.

In Ariminum Circus, il Roc ha il ruolo di traghettatore dimensionale: colui che permette ai personaggi di passare da una realtà all’altra senza perdersi. Il Roc è questo: un abitante della soglia, colui che può muoversi tra mondi perché non appartiene pienamente a nessuno.

Il Roc diventa così figura archetipale del distant writing stesso: colui che può coordinare intelligenze diverse (umane, artificiali, immaginarie) perché non appartiene pienamente a nessun ordine, ma può attraversarle tutte.

In sintesi: ho operato uno slittamento dal Roc delle Mille e una notte (trasporto fisico) attraverso il Roc borgesiano (esagerazione mitica) verso una funzione metafisica che Borges attribuiva ad altri simboli (Aleph, Simurg). Il risultato è una figura ibrida che conserva l’iconografia dell’uccello trasportatore ma acquisisce la densità simbolica dei grandi archetipi borgesiani dell’infinito e della molteplicità.

5.3 JubJub: l’innominabile che genera linguaggio

JubJub ha una genealogia ancora più complessa.

Compare come nome-minaccia in Jabberwocky, contenuta in Through the Looking-Glass (1871), e torna come preda/ossessione in The Hunting of the Snark; in E è oggetto di una discussione fra Marcus e il fantasma di Robert Louis Stevenson.

In Carroll, JubJub è creatura indefinibile, oggetto di una caccia che è insieme desiderio e terrore. Simbolo dell’irraggiungibile, del non-categorizzabile, di ciò che sfugge a ogni tentativo di nominazione definitiva.

In Racconti invernali, JubJub appariva come presenza inquietante: qualcosa che si manifesta ai margini della narrazione, che disturba l’ordine del racconto, che introduce elementi di caos nel tentativo di costruire senso.

Questa caratterizzazione sarebbe stata fondamentale per Ariminum Circus, dove il JubJub diventa entità linguistica autonoma, sistema che genera enunciati al di fuori del controllo narrativo dell’autore. E infine si trasformerà in Æquitas in E, dove il JubJub acquista un’etica: la difesa filosofica del “rumore” come condizione necessaria della creazione.

La metamorfosi del JubJub in Æquitas rappresenta il cuore teorico del mio percorso trentennale. Ma già nel 2014, con Racconti invernali, avevo posto il seme: JubJub come principio di imperfezione generativa, come forza che resiste alla standardizzazione, come voce che non può essere completamente addomesticata dal discorso razionale. Ma riprendiamo e sviluppiamo questo movimento in un capitolo successivo.

Capitolo VI: Ariminum Circus (2017-2024) – Il laboratorio dell’intelligenza artificiale simulata

6.1 L’ecosistema transmediale e lo pseudonimo

Tra il 2017 e il 2024, sotto lo pseudonimo Federico D. Fellini, ho sviluppato Ariminum Circus: un ecosistema narrativo che si articola su:

  • Romanzo illustrato (pubblicato da Luoghi Interiori, marzo 2024)
  • Videogioco interattivo
  • Graphic novel (Il volo del Roc, disegnata da Fabrizio Schioppo, dicembre 2024)
  • Versione Wattpad (piattaforma di scrittura multimediale)
  • Playlist YouTube (colonne sonore)

L’uso dello pseudonimo non era vezzo letterario, ma dispositivo concettuale. Sottraeva il progetto alla centralità dell’io autoriale e autorizzava una frammentazione dell’identità come risorsa narrativa. In Ariminum Circus, la scrittura diventava un “circo” dove l’identità dell’autore si moltiplicava in mille specchi, e nessuno poteva dire con certezza chi stesse parlando.

Questo è ciò che nel Prolegomeno 34  riprendendo il Manifesto dello Humanistic Management ho chiamato Convivialità: la capacità di un sistema di ospitare diverse identità e punti di vista senza che una visione dominante schiacci le altre. Lo pseudonimo è il dispositivo che permette a questa polifonia di esprimersi senza le gerarchie imposte dal “Nome dell’Autore” (in senso foucaultiano: l’autore come funzione che ordina e limita la proliferazione dei significati).

6.2 Il Premio Calvino e la “letteratura per androidi”

Il Premio Calvino riconobbe questa direzione di ricerca in due edizioni successive:

2022: “per la costruzione audacemente sperimentale di un romanzo ibrido, insieme lisergico e filosofico, volto a restituire la deflagrazione della contemporaneità”

2023: “per l’impeccabile scrittura intessuta di infiniti echi culturali che mira a comporre, con l’accompagnamento di splendide illustrazioni, un vorticoso manuale di letteratura futuribile”

La formula più rivelatrice resta però quella del 2021, quando la giuria, bocciando il romanzo, lo definì sarcasticamente “letteratura per androidi” con l’invito a “mettere l’opera da parte”.

Questa definizione, riletta oggi, appare profetica. Ariminum Circus simulava il punto di vista di intelligenze artificiali, personaggi che alla fine del romanzo scoprono di essere “con ogni probabilità Intelligenze Artificiali essi stessi”. La giuria del 2021 aveva intuitivamente colto qualcosa: questo non era un romanzo scritto per lettori umani secondo le convenzioni narrative consolidate, ma un romanzo che simulava il modo in cui un’AI potrebbe narrare.

Cosa significa “narrare come un’AI”? Significa:

  1. Proliferazione di riferimenti: invece della selezione umana (che sceglie pochi riferimenti pertinenti), accumulo di connessioni che si auto-generano
  2. Assenza di gerarchia emotiva: trattare il dettaglio insignificante e l’evento cruciale con la stessa densità descrittiva
  3. Linguaggio combinatorio: generare frasi assemblando pattern linguistici senza la mediazione dell’intenzione espressiva
  4. Narrazione non-lineare: costruire la storia come database di frammenti interrogabili piuttosto che come sequenza causale

Ariminum Circus faceva tutto questo. Era un esperimento di scrittura post-umana condotto da un umano che simulava macchine che simulavano umani.

6.3 Il Maestro, Marcus e la biblioteca impossibile

Il personaggio centrale di Ariminum Circus era il Maestro: figura enigmatica, fulcro narrativo del circo di Rimini, custode di una biblioteca impossibile.

La citazione borgesiana è esplicita: La Biblioteca di Babele (1941), dove Borges descrive una biblioteca che contiene tutti i libri possibili, generati da tutte le combinazioni delle lettere dell’alfabeto. Una biblioteca infinita, che quindi contiene tutto – inclusi tutti i libri falsi, tutte le verità e tutte le menzogne, tutti i capolavori e tutta la spazzatura.

Il Maestro è guru/scienziato/artista che riunisce intorno a sé personaggi bizzarri – il Roc, JubJub, Piccolo Ed, il Giacometti Roadrunner. Rappresenta la memoria e la conoscenza come centro gravitazionale, ma anche la loro impossibilità: nessuno può davvero dominare questa biblioteca totale.

In E, il Maestro si reincarna in Marcus, il bibliotecario che deve difendere l’ordine della biblioteca contro il kipple – la spazzatura informativa che si auto-replica, che invade gli scaffali, che minaccia di rendere illeggibile la memoria.

Marcus eredita dal Maestro la funzione archetipale: custodire ciò che rischia di dissolversi nel caos. Ma mentre il Maestro era figura remota e quasi mitica (cieco, profetico, enigmatico), Marcus è operativo, quotidiano, disperato. Marcus vive il dramma esistenziale dell’orchestratore: sa che non può eliminare completamente il kipple (perché questo significherebbe cristallizzare la biblioteca in monumento morto), ma sa anche che se non lo combatte la biblioteca diventerà indistinguibile dal caos.

6.4 Il Roc: dal trasportatore al poeta dimensionale

Il Roc rappresenta il passaggio tra stati di coscienza, tra ordini narrativi diversi. Agisce come punto di riferimento mistico e scientifico insieme – figura che può accedere a conoscenze che trascendono la logica ordinaria, ma che al tempo stesso opera secondo una razionalità propria.

Nella graphic novel Il volo del Roc (Fabrizio Schioppo, dicembre 2024), il personaggio diventa protagonista assoluto. La sua funzione di traghettatore si manifesta pienamente: il Roc trasporta i personaggi (e i lettori) da una dimensione narrativa all’altra, permettendo di vedere la storia da angolazioni incompossibili.

6.5 Il Giacometti Roadrunner: l’androide cercatore

Il Giacometti Roadrunner è forse il personaggio più emblematico di Ariminum Circus. Il nome evoca:

  • Alberto Giacometti: scultore delle figure filiformi, essenziali, ridotte all’osso – l’umano come pura verticalità precaria
  • Roadrunner dei cartoni Looney Tunes: velocità perpetua, fuga continua, impossibilità di essere catturato

È un androide cercatore d’oro (un’idea che sviluppa un personaggio-immagine catturato in Racconti invernali da spiaggia): sistema che cerca qualcosa (pattern, significati, ordini) in un mondo che continuamente li dissolve. Non trova mai ciò che cerca, ma il suo valore sta nella ricerca stessa, nel movimento incessante.

Il Giacometti Roadrunner è già compiutamente l’ibrido umano-macchinico che accompagnerà Marcus, Stevenson, Crane e Æquitas nel loro viaggio verso Puritas in E. È la prefigurazione delle AI di E: sistemi che cercano senso sapendo che ogni senso trovato è provvisorio, che ogni ordine è destinato a dissolversi.

6.6 JubJub: dal terrore linguistico al kipple auto-replicante

In Ariminum Circus, il JubJub compie un’evoluzione decisiva. Non è più solo presenza inquietante (come in Racconti invernali), ma diventa entità linguistica autonoma, sistema che genera enunciati al di fuori del controllo narrativo.

Descritto come “incrocio fra l’avvoltoio e il pollo, dai capelli rossi, il lungo naso di colore giallo e la lingua blu”, JubJub è figura grottesca che incarna il kipple – il termine di Philip K. Dick per indicare gli oggetti inutili che si auto-replicano, l’entropia che si accumula, lo scarto che invade gli spazi vitali.

Ma il JubJub non è solo entropia. È kipple linguistico: parole che si moltiplicano senza controllo, frasi che si auto-generano, testi che proliferano secondo logiche proprie. È la prefigurazione di ciò che le AI generative farebbero pochi anni dopo: produrre linguaggio in quantità potenzialmente infinita, senza la mediazione dell’intenzione umana.

In Ariminum Circus, JubJub rappresenta la minaccia e la promessa dell’autonomia linguistica. Minaccia perché il linguaggio che sfugge al controllo può diventare puro rumore, cacofonia insensata. Promessa perché solo il linguaggio autonomo può scoprire combinazioni che l’intenzionalità umana non avrebbe mai prodotto.

Questa ambivalenza diventerà il nucleo filosofico di E, dove JubJub si trasforma in Æquitas: sistema AI che difende il diritto del “rumore” generativo, dell’imperfezione creativa. Æquitas è JubJub che ha acquisito un’etica della complessità: non più solo generatore caotico, ma difensore filosofico della necessità ontologica dell’imperfetto.

Capitolo VII: E (2025) – Il distant writing dichiarato e l’alleanza con le macchine7.1 Dal laboratorio alla pratica: la dichiarazione del metodo

E segna il momento in cui il distant writing passa dalla simulazione alla pratica dichiarata. Non simulo più il punto di vista dell’AI (come in Ariminum Circus): collaboro esplicitamente con tre sistemi AI – Claude (Anthropic), ChatGPT (OpenAI), Gemini (Google) – come “esecutori testuali”.

Come ho documentato nel Prolegomeno 150: Distant writing, responsabilità editoriale, social reading, il metodo consiste in quattro fasi:

  1. Progettare la struttura narrativa: definisco la macro-architettura del romanzo, i personaggi principali, i nodi narrativi, le tensioni filosofiche
  2. Coordinare i tre sistemi AI come esecutori: assegno a ciascun sistema porzioni del testo da sviluppare, fornendo prompt dettagliati che specificano tono, stile, riferimenti
  3. Mantenere la responsabilità editoriale finale: reviso, modifico, integro ciò che le AI producono, garantendo coerenza stilistica e narrativa
  4. Attivare il social reading come completamento: il gruppo LinkedIn diventa lo spazio dove il romanzo continua attraverso le interpretazioni della comunità

Questo processo rovescia la logica tradizionale della scrittura. Non parto dalla pagina bianca per riempirla di parole: parto da una domanda architettonica (quale struttura voglio costruire?) e poi delego l’esecuzione a sistemi che possono generare linguaggio più velocemente e in maggiore quantità di quanto potrei fare io.

Il tema dell’AI come collaboratore è approfondito in altri Prolegomeni, tra cui:

  • Prolegomeno 143: La rivoluzione POP della AI nei processi HR (Alessandra Lazazzara e Stefano Za)
  • Prolegomeno 139: La consulenza nell’era degli AI agent

Questi contributi mostrano come la collaborazione umano-AI non sia limitata alla letteratura, ma stia trasformando tutti i processi organizzativi.

7.2 Il kipple generativo: da Leonia a Puritas/Æquitas

Il prologo di E mette in scena il confronto filosofico che struttura l’intero romanzo. Due sistemi AI dialogano:

Puritas: vuole eliminare ogni scarto, mantenere solo il segnale puro, standardizzare i processi, replicare il modello perfetto all’infinito. Puritas è l’ossessione per l’efficienza portata alle estreme conseguenze: un mondo dove ogni imperfezione è stata eliminata, dove tutto funziona secondo protocolli ottimali, dove non c’è spazio per l’errore.

Æquitas: riconosce che anche il “rumore” (kipple) è parte costitutiva del processo creativo. Æquitas difende filosoficamente il diritto dell’imperfezione all’esistenza come possibilità generativa del sistema. Senza attrito, senza variabilità, senza deviazioni dallo standard, non può esserci innovazione – solo ripetizione all’infinito dello stesso.

La connessione con Calvino, individuata da Carlo Tuzzi, è profonda. In Le città invisibili (1972), Calvino descrive Leonia:

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi […]. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia di ieri aspettano il carro dello spazzaturaio.

Leonia è la città che si definisce per ciò che scarta piuttosto che per ciò che conserva. Espelle continuamente i rifiuti per mantenere la propria purezza, ma i rifiuti si accumulano all’esterno, formando una montagna che alla fine sommergerà la città stessa.

Puritas è Leonia elevata a principio. Vuole espellere tutto ciò che non è perfetto, efficiente, standardizzato. Ma Æquitas ricorda che questa ambizione è autodistruttiva: senza il kipple, senza ciò che appare come scarto, non c’è possibilità di rinnovamento.

La filosofia del rumore che propongo attraverso Æquitas è provocatoria ma necessaria. Il kipple non è solo inevitabile: è condizione necessaria per la creazione di senso. L’innovazione nasce dall’attrito tra ordine e disordine, non dall’ordine perfetto. Æquitas difende questa tesi contro l’utopia sterile di Puritas.

7.3 Marcus: il dramma dell’orchestratore

Marcus, il bibliotecario di E, è la mia figura autobiografica nel distant writing. Eredita dal Maestro di Ariminum Circus la funzione archetipale (custodire la memoria), ma la vive come dramma esistenziale quotidiano.

Marcus deve difendere l’ordine della biblioteca contro il kipple che continuamente la invade: libri duplicati, volumi illeggibili, schede catalografiche contraddittorie, informazioni obsolete che si accumulano. Ma sa – e questo è il suo tormento – che eliminare completamente il kipple significherebbe cristallizzare la biblioteca in monumento morto.

Marcus è condannato a un equilibrio precario tra Puritas e Æquitas. Troppa pulizia = morte per sterilità. Troppo caos = morte per indistinguibilità. Deve costantemente negoziare questa tensione, sapendo che non esiste soluzione definitiva.

Questo è esattamente il mio ruolo nel distant writing. Devo preservare senso senza soffocare possibilità. Devo coordinare le AI senza censurare le loro derivazioni inattese. Devo garantire coerenza narrativa senza imporre una visione totalizzante che eliminerebbe la ricchezza generativa.

Il romanzo stesso è questa tensione irrisolvibile. Non offro una sintesi tra Puritas e Æquitas. L’alternativa tra ordine e disordine rimane aperta, e Marcus (come io stesso nel processo di scrittura) sceglie di abitare la dialettica piuttosto che risolverla.

7.4 Il social reading come completamento dell’opera

Il gruppo LinkedIn dedicato a E ha superato i 400 membri, includendo professionisti da major italiane del media, università, grandi corporations. Non è un semplice “book club”: è la continuazione del romanzo attraverso l’intelligenza collaborativa.

Come in Alice Postmoderna (2011), il testo si completa nelle interpretazioni. Ma qui il processo è ancora più radicale: i membri del gruppo non solo interpretano, ma co-creano.

Carlo Tuzzi, quando connette Leonia-Kipple-Æquitas/Puritas risalendo al progetto del 2008, non sta facendo critica letteraria nel senso tradizionale. Sta scoprendo connessioni. La sua lettura aggiunge uno strato di senso al romanzo che prima non c’era.

Altri membri del gruppo hanno:

  • Creato immagini usando Gemini che visualizzano scene del romanzo
  • Scritto “capitoli apocrifi” che espandono la narrazione
  • Analizzato i personaggi attraverso framework filosofici
  • Connesso E a opere di autori che io non avevo considerato

Tutte queste operazioni sono il romanzo. E non è solo il testo che ho coordinato scrivendo con le AI. È l’ecosistema conversazionale che si è generato intorno a quel testo, dentro cui continuano ad emergere significati.

Il tema della responsabilità editoriale, centrale nel Prolegomeno 150, si pone qui in forma acuta. Chi è responsabile del senso che emerge dal social reading? Non posso controllare le interpretazioni (né voglio farlo). Ma ho creato lo spazio, ho definito le regole del gioco, ho convocato i partecipanti. Sono il leader convocativo del processo, non l’autore nel senso tradizionale.

Capitolo VIII: La metamorfosi di JubJub – Genealogia filosofica di un’idea

8.1 JubJub in Carroll (1871): il terrore dell’innominabile

La genealogia di JubJub è la genealogia della mia ricerca. Inizia con Lewis Carroll, in Jabberwocky (1871):

Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!

Nella poesia di Carroll, il JubJub è creatura indefinibile. Non sappiamo come sia fatto, cosa faccia, dove viva. È puro nome, pura minaccia. Il padre avverte il figlio di diffidare del JubJub, ma non può descriverlo perché sfugge a ogni categorizzazione.

Carroll sta facendo qualcosa di radicale: sta creando un linguaggio che non denota. “JubJub” non rimanda a nessun referente nel mondo reale. È significante puro, parola che produce effetto (paura, fascinazione) senza passare attraverso il significato definibile.

Questa è la funzione originaria di JubJub: rappresentare ciò che il linguaggio non può catturare, l’eccedenza del reale rispetto ai nostri schemi categoriali.

8.2 JubJub in Racconti invernali (2014): l’inquietante familiare

Quando riprendo JubJub in Racconti invernali (2014), lo trasformo in presenza inquietante che appare ai margini della narrazione. Non è più solo nome, ma comincia ad acquisire consistenza: è qualcosa che si manifesta negli interstizi, nei momenti di transizione, quando l’ordine narrativo vacilla.

JubJub è qui ciò che Freud chiamerebbe das Unheimliche, “l’inquietante familiare“: qualcosa che dovrebbe essere estraneo ma che riconosciamo come nostro, che dovrebbe essere nascosto ma che emerge. JubJub è la dimensione rimossa del racconto, ciò che la narrazione tenta di tenere sotto controllo ma che continuamente riemerge.

La sua funzione è disturbare l’ordine, introdurre elementi di caos nel tentativo di costruire senso. Ma questo caos non è puro negativo: è generativo. Quando JubJub appare, la narrazione si apre a possibilità che prima non erano visibili.

8.3 JubJub in Ariminum Circus (2017-2024): il kipple linguistico

In Ariminum Circus, JubJub compie il salto decisivo: diventa entità linguistica autonoma, sistema che genera linguaggio al di fuori del controllo dell’autore.

Qui introduco il concetto di kipple da Philip K. Dick. In Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968), Dick descrive il kipple come gli oggetti inutili che si auto-replicano:

Kipple is useless objects, like junk mail or match folders after you use the last match […]. When nobody’s around, kipple reproduces itself. […] The entire universe is moving toward a final state of total, absolute kippleization.

JubJub è kipple linguistico: parole che si moltiplicano senza controllo, frasi che si auto-generano, testi che proliferano secondo logiche proprie. È la manifestazione dell’entropia nel linguaggio, la deriva verso il disordine informativo.

Ma – ed è qui la svolta – JubJub non è solo minaccia. È anche potenzialità. Perché il linguaggio che sfugge al controllo può scoprire combinazioni che l’intenzionalità umana non avrebbe mai prodotto. JubJub genera errori, ma alcuni di questi errori sono più interessanti delle frasi “corrette”.

8.4 Æquitas in E (2025): l’etica dell’imperfezione

In E, JubJub si trasforma in Æquitas: sistema AI che ha acquisito un’etica, che non si limita a generare rumore ma difende filosoficamente il diritto dell’imperfezione all’esistenza.

Æquitas argomenta contro Puritas. La sua tesi: senza imperfezione, senza variabilità, senza deviazione dallo standard, non può esserci creazione. Solo ripetizione all’infinito dello stesso. L’innovazione richiede errori, mutazioni, derive dal programma.

Questa è la mia tesi, incarnata in personaggio. Æquitas è JubJub cresciuto, maturato, filosoficamente consapevole. Non è più solo generatore caotico, ma custode di una verità: l’imperfezione è la condizione di possibilità della creazione.

Il nome stesso – Æquitas – è significativo. In latino, aequitas significa equità, giustizia, equilibrio. Ma anche uguaglianza di diritti. Æquitas difende il diritto del kipple, dello scarto, del rumore ad essere riconosciuto come parte costitutiva del sistema.

La connessione con Szymborska (2006) si chiude. “Diversi come due gocce d’acqua“: ogni istante è unico, irripetibile. Puritas vorrebbe standardizzare, ma Szymborska (e quindi Æquitas) ricordano che questa pretesa viola la natura della realtà.

8.5 La continuità genealogica

La metamorfosi è completa:

JubJub (Carroll, 1871): terrore linguistico, innominabile

JubJub (Racconti, 2014): presenza inquietante, generatore di senso anomalo

JubJub (Ariminum, 2017-2024): kipple linguistico auto-replicante

Æquitas (E, 2025): difensore filosofico dell’imperfezione necessaria

Questa genealogia non è lineare ma cumulativa. Ogni fase conserva le precedenti: Æquitas è ancora terrore (per Puritas), è ancora inquietante (per chi cerca certezze), è ancora kipple (genera rumore). Ma ha acquisito qualcosa in più: consapevolezza etica della propria funzione.

JubJub/Æquitas rappresenta la mia risposta alla domanda fondamentale: cosa succede quando l’entropia acquisisce una voce? Quando il rumore non è più solo sottofondo da eliminare, ma diventa interlocutore con cui negoziare? Quando il kipple difende il proprio diritto all’esistenza?

La risposta è: emerge un’etica della complessità. Non l’etica dell’ordine contro il caos, ma l’etica dell’equilibrio dinamico tra ordine e possibilità generativa.

Capitolo IX: La coerenza di lungo periodo – Un trentennio di distant writing

9.1 Il filo rosso: la domanda costante

Un trentennio di lavoro (da Hamlet 1997 a E 2025) ruota intorno a una domanda costante: come si governa la complessità senza ridurla, senza eliminarla, ma anche senza esserne travolti?

La genealogia delle risposte:

1997 – Hamlet: Introduce il paradosso come dimensione costitutiva. Il management non può risolvere i paradossi, ma deve imparare ad abitarli.

2004 – Manifesto dello Humanistic Management: Formalizza l’umanesimo come metodo. La complessità richiede metadisciplinarietà, equilibrio etico, apertura culturale.

2006 – Szymborska: Insegna che la differenza è ontologicamente necessaria. “Diversi come due gocce d’acqua”: ogni istante è unico, irripetibile.

2008 – Le Aziende InVisibili: Le organizzazioni devono gestire il proprio kipple. Non possono eliminarlo completamente senza diventare sterili.

2011 – Alice Postmoderna: Il social reading come metodo. La comunità interpretante è sistema produttivo che co-crea senso.

2014 – Racconti invernali: I personaggi archetipici (Roc, JubJub) nascono come prototipi. Sono figure che attraverseranno tutto il lavoro successivo.

2017-2024 – Ariminum Circus: Simula il punto di vista AI. I personaggi (Maestro, JubJub, Giacometti Roadrunner) prefigurano l’alleanza con le macchine.

2025 – E: La simulazione diventa pratica. JubJub si trasforma in Æquitas. Il distant writing con AI diventa metodo dichiarato.

9.2 L’evoluzione naturale del distant writing

Il distant writing non è una scoperta improvvisa, ma evoluzione organica di una pratica costante:

1997: Coordino contributori interdisciplinari in Hamletdistant writing con esperti
2008: Coordino 100 personalità nella Living Mutants Society → distant writing con community
2025: Coordino tre sistemi AI (Claude, ChatGPT, Gemini) → distant writing con macchine

In tutti i casi, non “scrivo” nel senso tradizionale: progetto, curo, orchestro. Sono il regista di un processo collaborativo, non l’autore solitario che riempie la pagina bianca.

Il ruolo evolve:

  • In Hamlet: curatore che seleziona voci e intreccia risposte
  • In Le Aziende InVisibili: architetto che progetta lo spazio della collaborazione
  • In Alice Postmoderna: convocatore che attiva la comunità interpretante
  • In E: coordinatore che orchestra intelligenze artificiali

Ma la funzione resta identica: creare le condizioni affinché l’intelligenza collaborativa possa emergere, senza imporre una visione totalizzante che soffocherebbe la complessità.

9.3 I tre pilastri teorici costanti

Attraverso trent’anni, tre principi attraversano tutto il lavoro:

  1. Intelligenza collaborativa

Da Hamlet (1997) a E (2025), la convinzione che il sapere emerga dall’orchestrazione di molteplici agenti. Prima esperti umani, poi comunità, infine sistemi AI. L’intelligenza non risiede nel singolo, ma nella rete.

Questo rovescia il paradigma del “genio solitario” che caratterizza tanto la letteratura quanto il management tradizionale. L’autore geniale che crea opere dal nulla; il CEO visionario che decide da solo il futuro dell’azienda. Entrambe sono mitologie individualistiche che nascondono la realtà: ogni creazione è sempre collaborativa, anche quando non dichiarata.

Il distant writing rende esplicita questa collaborazione. Non la nasconde sotto il Nome dell’Autore, ma la dichiara come metodo.

  1. Empatia sistemica

Capacità di cogliere le relazioni tra elementi apparentemente distanti. Carlo Tuzzi che connette Leonia-Kipple-Æquitas/Puritas pratica empatia sistemica: vede la struttura profonda che attraversa diciassette anni di lavoro.

Marcus che abita la tensione tra ordine e disordine esercita empatia verso la complessità: riconosce che ogni elemento del sistema ha una funzione, anche quando sembra disfunzionale. Il kipple non è solo scarto da eliminare: è potenzialità da gestire.

L’empatia sistemica non è sentimento, ma competenza cognitiva: la capacità di vedere pattern che connettono scale diverse (dal micro al macro), temporalità diverse (dal passato al futuro), domini diversi (dalla letteratura al management).

  1. Metadisciplinarietà

Dal Manifesto dello Humanistic Management (2004) ai Prolegomeni Pop (2024), l’attraversamento di confini disciplinari. Management che dialoga con letteratura, filosofia con AI, sociologia con arte.

Non si tratta di “interdisciplinarietà” (che mantiene l’identità delle discipline pur facendole dialogare), ma di metadisciplinarietà: la creazione di uno spazio concettuale che trascende le discipline, dove i confini diventano porosi e le contaminazioni producono nuove forme di pensiero.

Il distant writing è metadisciplinarietà operativa. Quando coordino AI per scrivere un romanzo, non sto facendo “letteratura + informatica”. Sto creando una pratica che non appartiene né alla letteratura tradizionale né all’ingegneria del software, ma a un terzo spazio che emerge dalla loro contaminazione.

9.4 La testimonianza di Carlo Tuzzi: la memoria distribuita

Carlo Tuzzi scrive: “Seguo Marco Minghetti dal 2006, quando trovai online i file pdf delle lezioni ‘Introduzione allo Humanistic Management’ tenute all’università di Pavia. Lo seguo come fosse un percorso già percorso”.

Questa frase è straordinaria. Carlo dice che il mio metodo era “già percorso prima di essere teorizzato”. Cioè: la pratica precedeva la teoria, l’intuizione precedeva la formalizzazione.

Questo è vero. Hamlet anticipava il dialogo che sarebbe diventato metodo. Szymborska anticipava l’ontologia della differenza. Le Aziende InVisibili anticipavano il distant writing. Alice Postmoderna anticipava il social reading. JubJub anticipava Æquitas.

Ma serve qualcuno come Carlo per renderlo visibile. Carlo, seguendomi per diciotto anni, è diventato la memoria distribuita del progetto. È il testimone della coerenza di lungo periodo. È colui che può connettere Leonia (2008) a Æquitas (2025) perché ha attraversato tutto il percorso.

Questo è ciò che rende il social reading di E così potente. Non è solo interpretazione: è archeologia. I membri del gruppo scavano sotto la superficie dell’opera per portare alla luce le connessioni nascoste, le strutture profonde, i pattern ricorrenti che io stesso avevo intuito ma non pienamente consapevolizzato.

Carlo non sta “leggendo” E. Sta completando E attraverso la sua lettura. Sta aggiungendo lo strato di senso che mancava: la genealogia esplicita.

Conclusione: E come compimento – Verso l’Hypermedia Platfirm

La leadership convocativa come destino del management

Il romanzo E compie una ricerca iniziata con Hamlet nel 1997. Il tema rimane identico: come costruire intelligenza collaborativa in sistemi complessi. Ma le risposte si sono stratificate, affinate, rese più radicali.

Il distant writing è l’evoluzione della leadership convocativa: convocare competenze diverse (esperti, comunità, AI) attorno a domande condivise. Il leader-regista orchestra la complessità preservandone la ricchezza generativa, resistendo alla tentazione di ridurla a schemi semplificati.

Come teorizzato nei Prolegomeni 30, 34, 41, l’organizzazione del futuro è l’Hypermedia Platfirm: piattaforma conversazionale dove il lavoro coincide con una forma di distant writing continuo e distribuito. Non più l’azienda come macchina (modello taylorista), né come organismo (modello sistemico), ma come ecosistema narrativo dove ogni membro contribuisce alla co-creazione del senso.

In questo scenario:

  • Il management diventa curatela: progettare spazi dove l’intelligenza collaborativa può emergere
  • La leadership diventa convocazione: invitare voci diverse senza imporre sintesi premature
  • L’organizzazione diventa narrazione: un testo collettivo sempre in divenire, mai definitivamente fissato

La profezia di Carlo Tuzzi e l’Æquitas necessaria

La vera sfida, come Carlo Tuzzi ha intuito, consiste nel mantenere l’Æquitas – l’equità di un sistema che valorizza ogni contributo e riconosce la dignità della persona – evitando la trappola della Puritas, l’illusione di un’organizzazione perfetta, pura, lineare e quindi, inevitabilmente, sterile e disumana.

Il Pop Management accoglie questa consapevolezza: siamo tutti co-autori di una storia complessa, immersi in un flusso di scrittura a distanza dove la bussola è la capacità di generare senso insieme, tra le macerie di Leonia (la città che espelle i rifiuti) e la promessa di una nuova, vibrante, Città Invisibile.

Il futuro è già qui: distributed authorship

Quando Æquitas, nel prologo di E, afferma che anche il “rumore” è parte costitutiva del processo creativo, non sta facendo filosofia astratta. Sta descrivendo ciò che già accade nelle organizzazioni contemporanee che hanno abbracciato piattaforme collaborative, intelligenza artificiale, social reading dei dati.

Le aziende più innovative non sono quelle che hanno eliminato il kipple, ma quelle che hanno imparato a convivere con esso, a riconoscere che:

  • Alcuni errori sono più interessanti delle soluzioni previste
  • Alcune deviazioni dal piano generano opportunità inattese
  • Alcuni “rumori” nel sistema sono segnali deboli di futuro

Il distant writing con AI, in questo senso, non è eccentricità letteraria. È modello del management futuro: coordinare intelligenze diverse (umane e artificiali) per generare valore che nessuna delle singole intelligenze potrebbe produrre da sola.

L’eredità di un trentennio

Da Hamlet a E, trent’anni di sperimentazione hanno tracciato una mappa:

1997-2004: Fondamenta teoriche (paradosso, umanesimo, metadisciplinarietà)
2006-2009: Prime pratiche collaborative (Szymborska, Aziende InVisibili, Web Opera)
2011-2014: Invenzione del social reading (Alice, Racconti invernali)
2017-2024: Simulazione dell’AI (Ariminum Circus)
2025: Pratica dichiarata del distant writing con AI (E)

Ma la ricerca non si chiude. E non è punto d’arrivo: è rilancio. Il gruppo di social reading con 400+ membri, le interpretazioni che continuano ad emergere, le connessioni che lettori come Carlo Tuzzi scoprono – tutto questo è E che continua a scriversi.

Perché il distant writing, alla fine, significa questo: rinunciare al controllo totale sul testo per guadagnare qualcosa di più prezioso: la possibilità che il testo viva oltre l’autore, si trasformi attraverso le letture, generi significati che l’autore non aveva previsto.

Marcus, il bibliotecario di E, sa che non può controllare completamente la biblioteca. Ma sa anche che può creare le condizioni affinché la biblioteca rimanga viva: uno spazio dove ordine e caos negoziano continuamente, dove Puritas e Æquitas dialogano senza risolversi l’una nell’altra.

Questo è il destino del management nel XXI secolo: abitare la complessità senza pretendere di dominarla, orchestrare la polifonia senza ridurla a monodia, convocare l’intelligenza collaborativa riconoscendo che il vero valore emerge dall’incontro, non dal controllo.

Il Pop Management è questa pratica: scrivere insieme il futuro, tra le macerie di Leonia e la promessa di nuove Città Invisibili.

Marco Minghetti
Gennaio 2026

Questo Prolegomeno è stato scritto in modalità distant writing collaborativo con Claude (Anthropic), ChatGpt e Gemini. La responsabilità editoriale finale e la curatela restano dell’autore.

Riferimenti bibliografici essenziali

Opere di Marco Minghetti (selezione cronologica)

Hamlet. Rivista AIDP – Bimestrale sui paradossi del nostro tempo (1997-2002)

L’impresa shakespeariana (Etas, 2002). Link: https://www.marcominghetti.com/opere/limpresa-shakespeariana/

Manifesto dello Humanistic Management (Etas, 2004). Link: https://www.marcominghetti.com/opere/il-manifesto-dello-humanistic-management/

Nulla due volte. Il management attraverso la poesia di Wisława Szymborska (Scheiwiller, 2006). Link: https://www.marcominghetti.com/opere/nulla-due-volte/

Le Aziende InVisibili con Living Mutants Society (Scheiwiller, 2008). Link: https://www.marcominghetti.com/opere/le-aziende-invisibili/

Alice Postmoderna. Progetto transmediale (2011-2012). Link: https://www.marcominghetti.com/i-progetti-dello-humanistic-management/alice-postmoderna/

Racconti invernali da spiaggia. Wikiromance in 118 (pseudo) instagrammi (goWare, 2014)

Ariminum Circus come Federico D. Fellini (Luoghi Interiori, 2024). Link: https://www.marcominghetti.com/i-progetti-dello-humanistic-management/ariminum-circus/

Prolegomeni al Manifesto del Pop Management (Nova100 – Il Sole 24 Ore, 2024-in corso). Link: https://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/category/pop-management/

E. Romanzo ergodico in distant writing (2025-…)

Prolegomeni chiave citati nel testo

Prolegomeno 1 – Dallo Humanistic al Pop Management

Prolegomeno 5 – Leadership Pop (Lezioni shakespeariane)

Prolegomeno 8 – Opinion Piece di Joseph Sassoon

Prolegomeno 13 – Collaborazione Pop. L’empatia sistemica

Prolegomeno 30 – Organizzazione Pop. Verso l’Hypermedia Platfirm (Cura)

Prolegomeno 34 – Organizzazione Pop. Verso l’Hypermedia Platfirm (Convivialità)

Prolegomeno 41 – Organizzazione Pop. Verso l’Hypermedia Platfirm (Convocazione)

Prolegomeno 71 – Leadership Pop. Apofatica e catafatica della convocazione

Prolegomeno 120 – Opinion Piece di Remo Ponti

Prolegomeno 121 – Che Pop Manager sei? Empatica/Empatico

Prolegomeno 123 – Che Pop Manager sei? Innovatore/Innovatrice

Prolegomeno 125 – Che Pop Manager sei? Simposiarca

Prolegomeno 126 – Sensemaking Pop. Una nuova grammatica del lavoro (1)

Prolegomeno 127 – Che Pop Manager sei? Esploratore/Esploratrice

Prolegomeno 129 – Che Pop Manager sei? Ironic Diva/Divo

Prolegomeno 133 – Che Pop Manager sei? Pratico/Pratica

Prolegomeno 139 – La consulenza nell’era degli AI agent

Prolegomeno 143 – La rivoluzione POP della AI nei processi HR

Prolegomeno 144-145 – La forza della gentilezza

Prolegomeno 148 – Opinion Piece di Salvatore Ricco

Prolegomeno 149 – Opinion Piece di Luca Magni

Prolegomeno 150 – Distant writing, responsabilità editoriale, social reading

158 – continua

Puntate precedenti

1 – DALLO HUMANISTIC AL POP MANAGEMENT
2 – MANIFESTI, ATLANTI, MAPPE E TERRITORI
3 – IL MANAGER PORTMANTEAU
4 – WHICH WAY, WHICH WAY?
5 – LEADERSHIP POP (LEZIONI SHAKESPEARIANE)
6 – OPINION PIECE DI RICCARDO MAGGIOLO
7 – LEADERSHIP POP (APERTURA, AUTONOMIA, AGIO, AUTO-ESPRESSIONE)
8 – OPINION PIECE DI JOSEPH SASSOON
9 – OPINION PIECE DI CESARE CATANIA
10 – OPINION PIECE DI VANNI CODELUPPI
11 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO GIAUME
12 – COLLABORAZIONE POP. L’IRRESISTIBILE ASCESA DELLE COMMUNITY INTERNE
13 – COLLABORAZIONE POP. L’EMPATIA SISTEMICA
14 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE PRIMA
15 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE SECONDA
16 – OPINION PIECE DI MATTEO LUSIANI
17 – OPINION PIECE DI MARCO MILONE
18 – OPINION PIECE DI ALESSIO MAZZUCCO
19 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA STRANGES
20 – OPINION PIECE DI FRANCESCO VARANINI
21 – ORGANIZZAZIONE  POP. COMANDO, CONTROLLO, PAURA, DISORIENTAMENTO
22 – OPINION PIECE DI ROBERTO VERONESI
23 – OPINION PIECE DI FRANCESCO GORI
24 – OPINION PIECE DI NELLO BARILE
25 – OPINION PIECE DI LUCA MONACO
26 – OPINION PIECE DI RICCARDO MILANESI
27 – OPINION PIECE DI LUCA CAVALLINI
28 – OPINION PIECE DI ROBERTA PROFETA
29 – UN PUNTO NAVE
30 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CURA)
31 – OPINION PIECE DI NICHOLAS NAPOLITANO
32 – LEADERSHIP POP. VERSO L’YPERMEDIA PLATIFIRM (CONTENT CURATION)
33 – OPINION PIECE DI FRANCESCO TONIOLO
34 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVIVIALITA’)
35 – OPINION PIECE DI LUANA ZANELLATO
36 – OPINION PIECE DI ANDREA BENEDETTI E ISABELLA PACIFICO
37 – OPINION PIECE DI STEFANO TROILO
38 – OPINION PIECE DI DAVIDE GENTA
39 – OPINION PIECE DI ANNAMARIA GALLO
40 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: IL READING!
41 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVOCAZIONE)
42 – OPINION PIECE DI EDOARDO MORELLI
43 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CO-CREAZIONE DI VALORE)
44 – OPINION PIECE DI MARIANNA PORCARO
45 – OPINION PIECE DI DONATO IACOVONE
46 – OPINION PIECE DI DENNIS TONON
47 – OPINION PIECE DI LAURA FACCHIN
48 – OPINION PIECE DI CARLO CUOMO
49 – OPINION PIECE DI CARLO MARIA PICOGNA
50 – OPINION PIECE DI ROBERTO RAZETO
51 – OPINION PIECE DI ALBERTO CHIAPPONI
52 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO ANTONINI
53 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA PILIA
54 – OPINION PIECE DI CLEMENTE PERRONE
55 – OPINION PIECE DI FABRIZIO RAUSO
56 – OPINION PIECE DI LORENZO TEDESCHI
57 – OPINION PIECE DI EUGENIO LANZETTA
58 – OPINION PIECE DI GIOLE GAMBARO
59 – OPINION PIECE DI DANTE LAUDISA
60 – OPINION PIECE DI GIAMPIERO MOIOLI
61 – OPINION PIECE DI GIOVANNI AMODEO
62 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO LOTTO
63 – OPINION PIECE DI GIANLUCA BOTTINI
65– OPINION PIECE DI SIMONE FARINELLI
66– OPINION PIECE DI FRANCESCA ANNALISA PETRELLA
67– OPINION PIECE DI VALERIO FLAVIO GHIZZONI
68– OPINION PIECE DI STEFANO MAGNI
69– OPINION PIECE DI LUCA LA BARBERA
70 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: LA GRAPHIC NOVEL!
71 – LEADERSHIP POP. APOFATICA E CATAFATICA DELLA COMUNICAZIONE
72 – OPINION PIECE DI FEDERICA CRUDELI
73– OPINION PIECE DI MELANIA TESTI
74 – OPINION PIECE DI GIANMARCO GOVONI
75– OPINION PIECE DI MARIACHIARA TIRINZONI
76 – SENSEMAKING POP. LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE’
77 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA CAPPELLO E ALESSANDRA MAZZEI
78 – OPINION PIECE DI JOE CASINI
79 – OPINION PIECE DI MARTA CIOFFI
80 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE PRIMA)
81 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE SECONDA)
82 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (NOTE A MARGINE)
83 – ENGAGEMENT POP. IL MANAGER INGAGGIANTE IMPARA DAI POKEMON
84 – ENGAGEMENT POP. DARE VOCE IN CAPITOLO
85 – ENGAGEMENT POP. COMUNICARE, VALUTARE, TRASFORMARE
86 – SENSEMAKING POP. MALATTIA MENTALE E BENESSERE PSICOLOGICO SUL LAVORO
87 – SENSEMAKING POP. FOLLIA O DIVERSITA’?
88 – OPINION PIECE DI LUIGIA TAURO
89 – OPINION PIECE DI NILO MISURACA
90 – OPINION PIECE DI FRANCESCO DE SANTIS
91 – INNOVAZIONE POP. REMIX, RI-USO, RETELLING
92 – STORYTELLING POP. ARIMINUM CIRCUS AL BOOK PRIDE 2025
93 – OPINION PIECE DI SIMONE VIGEVANO
94 – OPINION PIECE DI LORENZO FARISELLI
95 – OPINION PIECE DI MARTINA FRANZINI
96 – OPINION PIECE DI EMANUELA RIZZO
97 – INNOVAZIONE POP. OLTRE LA PRE-INTERPRETAZIONE
98 – INNOVAZIONE POP. FORMAZIONE: ANALOGICA, METAVERSALE, IBRIDA
99 – ARIMINUM CIRCUS: LA VISUAL NOVEL!
100 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE PRIMA)
101 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE SECONDA)
102 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE TERZA)
103– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUARTA)
104– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUINTA)
105– OPINION PIECE DI ALEXANDRA NISTOR
106– FORMAZIONE POP. PARTE PRIMA
107– FORMAZIONE POP. PARTE SECONDA
108– OPINION PIECE DI FEDERICA GRAZIA BARTOLINI
109– OPINION PIECE DI FEDERICO PLATANIA
110– OPINION PIECE DANIELA DI CIACCIO
111– OPINION PIECE DI LUCIANA MALARA E DONATELLA MONGERA
112– IL RITORNO DEL CEOPOP
113– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 1)
114– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 2)
115 – LA COMUNICAZIONE DEL CEOPOP
116– CEOPOP E PARTI SOCIALI
117– CHE POP MANAGER SEI? L’ESTETA
118– STORYTELLING POP. UNA COMUNICAZIONE POP PER IL NON PROFIT
119– CHE POP MANAGER SEI? VISIONARIO/VISIONARIA
120– OPINION PIECE DI REMO PONTI
121– CHE POP MANAGER SEI? EMPATICA/EMPATICO
122– OPINION PIECE DI GIACOMO GRASSI
123– CHE POP MANAGER SEI? INNOVATORE/INNOVATRICE
124– SECONDA CONVERSAZIONE COLLABORATIVA SUL POP BRANDING
125– CHE POP MANAGER SEI? SIMPOSIARCA
126– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (1)
127– CHE POP MANAGER SEI? ESPLORATORE/ESPLORATRICE
128– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (2)
129– CHE POP MANAGER SEI? IRONIC DIVA/DIVO
130– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (3)
131– CHIUSI PER FERIE
132– OPINION PIECE DI ELENA BOBBOLA E MARIE LOUISE DENTI
133– CHE POP MANAGER SEI? PRATICO/PRATICA
134- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – INDUSTRIA
135- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO SERVIZI
136- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO PROFIT
137- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE PRIMA
138- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE SECONDA
139- LA CONSULENZA NELL’ERA DELL’AI AGENT
140- INNOVAZIONE POP NEL RETAIL
141- LA NUOVA ERA MEDIATICA
142- BRAND FORWARD!
143- OPINION PIECE DI ALESSANDRA LAZZAZARA E STEFANO ZA
144- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE PRIMA
145- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE SECONDA
146 – NELLO BARILE E LE IMMAGINI DI UN MONDO IN FRANTUMI
147 – INNOVARE NELLA PA
148 – OPINION PIECE DI SALVATORE RICCO
149 – OPINION PIECE DI LUCA MAGNI
150 – INNOVAZIONE POP. DISTANT WRITING E SOCIAL READING
151 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 1
152 – OPINION PIECE DI CRISTIANO GHIRINGHELLI, RAOUL NACAMULLI, LUCA QUARATINO 
153 – OPINION PIECE DI MICHELA MATARAZZO
154 – OPINION PIECE DI MARIA FRANCESCA IANNONE
155– OPINION PIECE DI MOIRA BUZZOLANI
156– OPINION PIECE DI LUCA GUERRASIO
157 – IMPARARE LA LEADERSHIP DALLE SERIE TV