Prolegomeni al Manifesto del Pop Management 174. Sensemaking Pop. Opinion Piece di Daniela Gensabella

Introduzione

di Marco Minghetti

Il burnout entra spesso nel discorso organizzativo come un tema di benessere. L’Opinion Piece di Daniela Gensabella costringe a ampliare l’orizzonte. Il suo testo non lo tratta come una fragilità individuale da compensare, ma come l’effetto leggibile di una struttura che non è più a misura d’uomo (se mai lo è stata). Il punto non è che le persone non reggono. Il punto è che il sistema chiede più di quanto sappia trasformare in senso, riconoscimento del lavoro svolto e possibilità di crescita personale. È qui che l’equivoco della resilienza viene smascherato: trattare la “resistenza allo stress” come una competenza rivela uno squilibrio organizzativo, scaricato sul lavoratore.

Questo passaggio si iscrive nella traiettoria dei Prolegomeni al Manifesto del Pop Management che, lo ricordo, affondano le loro radici nel Manifesto dello Humanistic Management. Procedendo per rapide pennellate: il Prolegomeno 1 ha aperto il cantiere del Pop Management spostando il management dal governo delle risorse alla produzione di senso; il Prolegomeno 13 ha introdotto l’empatia sistemica come capacità di leggere interdipendenze; il Prolegomeno 21 ha mostrato che comando e controllo  producono paura e disorientamento. E poi ancora: il Prolegomeno 56 ha definito il lavoro come atto politico, quindi come spazio di riconoscimento; il Prolegomeno 86 ha sottratto la salute mentale al recinto del privato; il Prolegomeno 159 ha riportato il corpo e la relazione dentro la leadership. Gensabella  mette alla prova questa linea di ragionamento su un punto in cui oggi molte organizzazioni cedono.

Il primo nome che Gensabella dà a questo cedimento è netto: neo-taylorismo digitale. La logica non è nuova. Nuova è la sua sede. Il controllo che nel fordismo agiva soltanto sui movimenti fisici entra nel lavoro cognitivo, nei software di monitoraggio, nei cruscotti, nella misurazione continua di tempi, risposte, task, reperibilità. Il risultato è un lavoro scomposto in unità sempre più piccole, una pressione continua che spezza il pensiero e sostituisce il progetto con la reazione. Il professionista non porta più a compimento un disegno: risponde a una raffica di impulsi.

Da qui si apre una seconda linea di argomentazione, altrettanto importante. Il lavoro, se è davvero un atto politico, non coincide con la sola prestazione. Coincide con il riconoscimento che quella prestazione riceve, con il posto che occupa dentro una trama collettiva di senso. Quando questo riconoscimento si interrompe, il rapporto tra persona e organizzazione si incrina. Il burnout comincia anche lì: nel punto in cui il contributo non trova risposta, nel punto in cui il lavoro continua a chiedere energia ma smette di restituire visibilità, reciprocità, orientamento.

Un terzo elemento riguarda il tempo. Gensabella mostra che il disagio contemporaneo non dipende soltanto da una cattiva distribuzione dei compiti, ma da una vera e propria colonizzazione della vita. Le organizzazioni non si accontentano più della prestazione nelle sue ore canoniche. Occupano gli intervalli, saturano i margini, erodono il confine tra lavoro e vita privata. La reperibilità infinita si presenta come autonomia; in realtà consuma le condizioni stesse della rigenerazione. Qui il burnout non coincide con la stanchezza. Coincide con la perdita di uno spazio di respiro, con l’impossibilità di sottrarsi al flusso delle richieste, con la progressiva cancellazione del silenzio necessario a riorganizzare il pensiero.

C’è poi il tema delle relazioni organizzative. Quando i team cessano di funzionare, il danno non resta sul piano procedurale. Passa nei corpi, nei nervi, nel sonno, nell’ansia. Il malessere fisico e quello emotivo non sono effetti collaterali: sono il sintomo visibile di una struttura che ha smesso di regolare il proprio clima interno. Per questo il richiamo alla embodied leadership  è decisivo. In situazioni di questo tipo, la leadership non può limitarsi a redistribuire pressione. Deve assumersi il compito di trasformarla, di restituirle forma leggibile, di impedire che diventi tossicità relazionale diffusa.

L’ultimo punto forte del testo di Gensabella riguarda il linguaggio con cui il management nomina il disagio. Un punto chiave su cui non mi stancherò mai di porre l’accento, come ho fatto ad esempio pochi giorni fa in occasione della presentazione della rivista Ethical HR.  Inserire la “resistenza allo stress” tra le qualità richieste significa normalizzare una patologia dell’ambiente e scaricarla sull’individuo. È un rovesciamento che il Prolegomeno smonta con nettezza. Lo stress non è una competenza professionale. È la risposta psicofisica a un’organizzazione che non sa governare carichi, urgenze, riconoscimento, tempo. Quando questa sproporzione si stabilizza, il burnout appare per quello che è: non un incidente marginale, ma il punto di rottura di un modello.

Questo Prolegomeno, però, non esaurisce il tema. Lo apre. E trova un naturale prolungamento nell’incontro del 30 marzo, “Combustione totale. La densità che soffoca l’integrità”: una Conversazione Collaborativa nello stile ormai classico del Pop Management (che, come la Settimana Enigmistica, comincia ad avere innumerevoli tentativi di imitazione). Le riflessioni che seguono non riassumono per intero i contributi dei relatori, ma anticipano alcune delle linee che saranno sviluppate nel confronto.

Davide Genta, che organizza e modera la conversazione, porterà in primo piano un nodo decisivo: la densità del lavoro. L’ipotesi è che il burnout non nasca soltanto da un eccesso quantitativo di compiti, ma da una sproporzione più profonda tra unità di lavoro richieste, tempo disponibile e capacità di elaborazione. Quando questa sproporzione si stabilizza, il problema non riguarda più l’agenda del singolo, ma il disegno organizzativo delle attese. Non si rompe soltanto l’equilibrio tra richieste e risorse. Si incrina anche la possibilità di attribuire senso a ciò che si fa. Manca lo spazio-tempo necessario non solo per fare bene, ma per capire che cosa si sta facendo e perché.

Qui il discorso si sposta oltre la prestazione. Le attese non sono mai neutre. Sono costruite collettivamente, inscritte nella cultura organizzativa, incorporate nei processi e nelle metriche. Per questo il burnout non può essere letto solo come deviazione biografica o fragilità privata. È un fenomeno collettivo prima di manifestarsi come sintomo individuale. Se un’organizzazione produce in modo sistematico densità e compressione, il disagio non è un incidente marginale: rivela una verità del sistema.

Claudia Viale, nel suo intervento, allargherà il campo con una domanda meno frequentata, ma necessaria: che cosa accade quando la combustione investe anche l’imprenditore o il professionista? Nei contesti più piccoli, ma non solo, la pressione non ricade soltanto su chi lavora a valle dei processi. Colpisce anche chi assorbe direttamente l’urto del mercato, la ricerca di clientela, il peso fiscale, gli adempimenti, l’incertezza. Letto in questa chiave, il burnout non riguarda solo il rapporto tra organizzazione e collaboratori. Riguarda la qualità complessiva del circuito con cui la pressione viene distribuita, assorbita o amplificata. Il tema che Viale porterà al tavolo non relativizza il burnout dei lavoratori; mostra piuttosto che la combustione può propagarsi lungo l’intera catena organizzativa quando il sistema scarica pressione senza trasformarla.

Maria Francesca Iannone, infine, svilupperà un terzo asse, particolarmente forte: la compressione del tempo come compressione dell’esperienza interiore. Il punto è che il tempo non è soltanto una risorsa scarsa. È la condizione che rende possibile una vita psichica capace di reggere il lavoro. Quando il tempo si contrae, si contrae anche lo spazio in cui l’esperienza può diventare attenzione, relazione, energia disponibile. Questo è particolarmente evidente nei lavori relazionali, dove la qualità della performance dipende dalla qualità della presenza.

Da questa linea emerge anche una parola che sarà centrale nel confronto: integritas. Nel discorso che Iannone svilupperà, essa non indica soltanto coerenza morale o armonia, ma interezza energetica. Il burnout può essere letto anche così: come incrinatura di questa interezza. L’energia non è un residuo soggettivo né una qualità accessoria. È una condizione strutturale della vita organizzativa. Quando il lavoro si riduce a performance misurata e il numero prende il posto del racconto, questa interezza si spezza. L’energia che dovrebbe tenere insieme ciò che una persona fa e ciò che sente di essere diventa distruttiva. In questo passaggio il burnout cessa di apparire come semplice affaticamento: diventa frattura tra azione e identità.

Per questo il confronto del 30 marzo non si presenta come un approfondimento laterale, ma come il naturale sviluppo delle domande aperte da questo Prolegomeno. Le linee qui anticipate — la densità del lavoro, la propagazione della pressione lungo tutta la catena organizzativa, la compressione del tempo, l’integritas come interezza minacciata — troveranno lì un’elaborazione più piena, affidata alle voci che le metteranno a tema in modo diretto. È anche in questo passaggio dal testo alla discussione pubblica che il Pop Management verifica sé stesso: quando un problema non viene solo nominato, ma consegnato a un confronto capace di renderlo più leggibile, più condiviso, più trasformabile.

30 marzo | ore 17:30

A Torino

Palazzina della Marchesa in Palazzo Saluzzo Paesana – Via della Consolata 1Bis – TORINO

In collaborazione con

Fineco Piemonte 

Combustione totale. La densità che soffoca l’integrità

Un confronto sul burnout professionale con un approccio multidisciplinare: psicologia, management, diritto del lavoro e HR.

Intervengono
Andrea Eitel Manildo
Hella Colleoni
Maria Francesca Iannone
Francesca Ricciardi
Claudia Viale

Modera
Davide Genta

Con la partecipazione di Marco Minghetti.

Iscriviti qui: https://lnkd.in/dvCH_Q2M

 

L’equivoco della resilienza

Se lo stress diventa una skill, l’azienda è in burnout

Daniela Gensabella

 

Neo-taylorismo digitale: quando il controllo soffoca il lavoro cognitivo

Esordire su questo blog — uno spazio che da anni ospita riflessioni sulla trasformazione del lavoro — impone una responsabilità dichiarata: andare sotto la superficie. Quando parliamo di “benessere organizzativo”, rischiamo di muoverci in un campo semantico minato. Per troppo tempo questa espressione ha funzionato come cosmesi aziendale, un correttivo applicato a strutture che, nella loro architettura profonda, restano estrattive. Il benessere organizzativo non è un biliardino in sala break né un abbonamento scontato in palestra. Se vogliamo parlarne seriamente, dobbiamo smettere di considerarlo un costo di manutenzione delle risorse umane e riconoscerlo per quello che è: la salute del sistema nervoso dell’impresa.

Con la ricerca sociale condotta con il Dipartimento Lombardia dell’Associazione Nazionale Sociologi (ANS), ho voluto portare alla luce lo scarto tra il dichiarato organizzativo e il vissuto individuale. I risultati, incrociati con i contributi precedenti di questa serie, indicano un’erosione dell’identità professionale che i correttivi marginali non arrestano.

Il malinteso primario del management contemporaneo è credere che il benessere sia un output isolato, slegato dalla struttura del potere. Come ci insegna il Prolegomeno n. 21 (‘Comando, controllo, paura, disorientamento’), modelli gerarchici basati sulla sorveglianza — fisica o digitale — producono un clima di insicurezza cronica.

Siamo dentro una forma di neo-taylorismo digitale. Se l’ingegneria di Frederick Taylor frammentava i movimenti fisici dell’operaio per cronometrarne l’efficienza sulla catena di montaggio, oggi la gestione del lavoro si è spostata nella sfera cognitiva. Gli algoritmi, i software di monitoraggio e i cruscotti aziendali hanno preso il posto del cronometro, ma la logica sottostante resta identica: la scomposizione dell’attività umana in unità misurabili, sorvegliabili, manipolabili. Il sorvegliante è incorporato nell’interfaccia dei nostri dispositivi. Misura quanto velocemente rispondiamo a una mail, quanti task digitali riusciamo a incastrare in un’ora. Questo modo di lavorare spezza il pensiero in frammenti: al posto di professionisti che portano a termine un progetto, produce esecutori che reagiscono a una raffica di impulsi dettati dal sistema.

Nella ricerca ANS, il dato emerge con forza: il 61,2% dei lavoratori percepisce un’assoluta iniquità nella distribuzione dei carichi di lavoro e delle responsabilità. Questo numero non è una statistica inerte; è il sintomo di una patologia del potere che affonda le radici nell’eredità taylorista mai del tutto smaltita, quella che oggi pretende di ingegnerizzare anche la creatività e la disponibilità emotiva. Quando il controllo diventa l’unica metrica, l’individuo perde la bussola della propria utilità. Il benessere non attecchisce in un terreno dove la paura del giudizio algoritmico è il motore principale dell’agire quotidiano.

La transizione che questa serie conosce come passaggio dallo Humanistic al Pop Management (Prolegomeno n. 1) indica la direzione: smettere di gestire risorse come fossero carbone da estrarre fino all’esaurimento, e guidare persone attraverso narrazioni condivise. Meno cronometri digitali, più ascolto. La leadership non si esercita contando i clic; si costruisce in relazioni che abbiano senso.

Il lavoro come atto politico: il vuoto del riconoscimento

Il lavoro non è solo un contratto economico: è un atto sociale. Citando il Prolegomeno n. 56 (nell’opinion piece di Lorenzo Tedeschi), il lavoro è un atto politico. Lo spazio in cui si esercita la cittadinanza, in cui l’identità incontra la collettività.

Se il lavoro è politica, il benessere si misura dal grado di autodeterminazione e di riconoscimento che un’organizzazione garantisce. Qui la ricerca rivela la frattura più acuta: a fronte di un 74,1% di lavoratori consapevoli di apportare un contributo di valore, solo il 21,2% percepisce che questo gli venga riconosciuto. Questa asimmetria tra valore offerto e valore percepito è una ferita identitaria. Un lavoratore che non si sente visto è un lavoratore che si disconnette. Il 41,4% degli intervistati dichiara che lascerebbe il proprio posto immediatamente se ne avesse la possibilità.

Il benessere non è un bonus una tantum. È un contratto sociale in cui merito e riconoscimento smettono di essere variabili aleatorie e diventano pilastri strutturali della relazione tra persona e impresa.

Cronopolitica: la colonizzazione del tempo

Un pilastro del malessere contemporaneo, emerso con forza dai dati raccolti, è quello che definisco estrazione cronologica. Le organizzazioni non si accontentano più delle ore canoniche di prestazione: tentano di colonizzare ogni spazio residuo di vita, saturando i pori dell’esistenza quotidiana.

Il dato ANS sulla difficoltà di equilibrio vita-lavoro — riuscita per soli il 39,7% dei rispondenti — consegna una realtà inequivocabile: il confine tra spazio professionale e spazio privato non è stato abbattuto per liberare l’individuo, ma per trasformare l’ambiente domestico in una fabbrica diffusa. La casa cessa di essere rifugio e diventa l’avamposto terminale dell’ufficio, dove la reperibilità infinita viene spacciata per autonomia. Privare l’individuo del diritto al silenzio, alla disconnessione e alla noia generativa — quel tempo vuoto in cui il pensiero si riorganizza — significa privarlo della possibilità strutturale di rigenerarsi.

L’espropriazione del tempo colpisce con particolare ferocia la componente femminile del campione (69,8%), schiacciata tra la richiesta di performance costante e il peso del caregiving. Quando un’organizzazione ignora i tempi della cura, non sta gestendo dei turni: sta attuando un’erosione programmata della salute mentale. La psiche umana non regge un regime di allerta costante, dove la notifica di un’app di task management invade il momento del pasto o del riposo.

Rivendicare una cronopolitica del benessere significa riconoscere che il diritto a essere offline non è una gentile concessione aziendale, ma un pilastro inalienabile del nuovo contratto sociale. Senza la tutela del vuoto, la creatività si isterilisce. Senza il presidio del silenzio, la capacità di ascolto svanisce, lasciando il posto a un rumore fatto di urgenze fittizie. Un’organizzazione che satura ogni minuto del dipendente sta eliminando la sua capacità di essere un individuo autonomo, riducendolo a un ingranaggio reattivo.

Empatia sistemica: curare il sistema nervoso dell’impresa

Il concetto di empatia sistemica (Prolegomeno n. 13) non riguarda la filantropia aziendale. Riguarda la capacità dell’organizzazione di percepirsi come un organismo vivente, in cui il disagio di una parte compromette la stabilità del tutto.

I dati ANS lo confermano: il 51,7% dei partecipanti ritiene il proprio team non funzionale — segnale di una collaborazione interrotta. A questa cifra corrisponde una reazione somatica speculare: il 52,6% del campione accusa sintomi di malessere fisico direttamente legati all’attività professionale, il 47,4% si dichiara emotivamente debilitato. Tra l’inefficienza delle relazioni in ufficio e la salute delle persone esiste un filo diretto. Se l’organizzazione spezza i legami di fiducia, quella pressione si trasforma in ansia, insonnia, logoramento. Il malessere fisico è il sintomo visibile di un sistema nervoso organizzativo che ha smesso di funzionare come insieme integrato.

Qui serve quello che Paolo Bortolotti definisce leadership embodied (Prolegomeno n. 159): il leader che smette di guardare le persone come pezzi di un ingranaggio e si prende la responsabilità di regolare la tossicità relazionale, agendo come un regolatore emotivo presente. La ricerca ha rilevato che quasi il 40% dei lavoratori ha vissuto esperienze di mobbing o discriminazione: un’epidemia silenziosa che richiede leader presenti nella relazione umana, non solo nei processi.

Salute mentale e unicità: la prova del nove

Il benessere organizzativo autentico ha il coraggio di sollevare il velo su ciò che viene nascosto sotto il tappeto della produttività: la fragilità umana. Il Prolegomeno n. 86 ricorda che la salute mentale non è un tema privato né una colpa individuale da gestire nel segreto delle proprie mura domestiche, ma una responsabilità collettiva dell’intero ecosistema lavorativo.

L’incapacità delle aziende di gestire l’integrazione vita-lavoro è oggi la principale miccia per l’esplosione di disturbi d’ansia e quadri depressivi legati alla professione. Occorre denunciare una prassi distorta: l’inserimento della “resistenza allo stress” tra le soft skills richieste negli annunci di lavoro. Lo stress non è una competenza professionale; è la risposta psicofisica a un ambiente disfunzionale. Chiedere a un candidato di essere resistente allo stress equivale a dichiarare che l’organizzazione è incapace di pianificare i carichi, di gestire le urgenze, di creare un clima di supporto. È la richiesta di una corazza per sopravvivere a un sistema tossico.

Quando questa corazza cede, si entra nel territorio del burnout: un crollo del senso e del legame con l’organizzazione, lo spegnimento della fiamma interiore che avviene quando l’individuo sente che, nonostante l’iper-sforzo, non c’è reciprocità né cura.

In questo senso, l’unicità della persona — e la sua integrazione nel sistema organizzativo — cessa di essere un obbligo di legge o un esercizio di compliance burocratica e diventa un indicatore di salute sistemica. Come sottolineato da Simone Vigevano nel Prolegomeno n. 93, figure come il Disability Manager non sono accessori estetici, ma antenne sensibili di una cultura capace di accogliere la vulnerabilità come parte integrante dell’esperienza umana. Un’organizzazione che espelle la fragilità, che stigmatizza il disagio psicologico, costruisce un sistema rigido e privo di anticorpi relazionali. Integrare la fragilità significa costruire un’organizzazione antifragile, dove il riconoscimento del limite diventa il punto di partenza per una cooperazione più solida.

Per un nuovo manifesto della cura

La fotografia che la ricerca ANS Lombardia consegna è amara, ma costituisce il punto di partenza necessario per ogni riforma del pensiero manageriale. Quando il 69,8% dei lavoratori ritiene la propria retribuzione inadeguata — una cifra che esprime non solo disagio economico, ma svalutazione sociale — e il 72,4% dichiara di non sentirsi realizzato, siamo di fronte al fallimento di un intero modello di gestione. I correttivi marginali e il welfare paternalistico non bastano.

Serve un cambio di paradigma: dall’idea di risorsa da sfruttare all’idea di persona da far fiorire. Questo passaggio non è un lusso ideologico; è una necessità funzionale per la sopravvivenza delle imprese. Il benessere organizzativo deve smettere di essere un capitolo isolato del bilancio sociale e diventare l’indicatore principale della sostenibilità reale di un’impresa. Un’azienda sana, nell’ottica dell’economia civile, non è solo quella che produce utili per gli azionisti, ma quella che restituisce i propri collaboratori alla società civile più ricchi di senso, di competenze e di energia vitale.

La domanda che dobbiamo porci, con onestà intellettuale, è questa: che tipo di comunità stiamo costruendo dentro i nostri uffici e nei flussi digitali? Se il lavoro è un atto politico, ogni scelta organizzativa è una scelta su quale idea di umanità vogliamo promuovere. La cura non è l’opposto del profitto: è il suo unico fondamento duraturo. Il manifesto che emerge da questa ricerca è un invito a ricostruire il legame spezzato tra efficienza e dignità, tra dato e corpo, tra impresa e persona.

Nota sulla ricerca

I dati citati sono tratti dalla “Ricerca Sociale sul Benessere Organizzativo” condotta dal Dipartimento Lombardia dell’ANS, curata dalla Dott.ssa Daniela Gensabella. L’indagine è stata condotta su un campione nazionale di convenienza di lavoratori tra ottobre 2024 e maggio 2025. Il volume di prossima uscita offrirà l’analisi completa con le possibili strategie di intervento per le organizzazioni che intendono rimettere l’umano al centro.

L’autrice

Daniela Gensabella è sociologa, ricercatrice e docente. Il suo percorso inizia con un’importante indagine etnografica sulla dispersione scolastica in Sicilia, tema che ha segnato il suo costante impegno nel settore educativo come insegnante di scuola primaria. Attualmente è Dirigente Nazionale dell’ANS (Associazione Nazionale Sociologi) e Vice Presidente del Dipartimento Lombardia. Dal 2016 collabora con l’Associazione Culturale artists.sociologists, alle intersezioni tra linguaggi artistici e analisi sociale. È docente presso l’Accademia “Formalia”, dove cura corsi in ambito HR e metodologia della ricerca sociale.

174 – Puntate precedenti

1 – DALLO HUMANISTIC AL POP MANAGEMENT
2 – MANIFESTI, ATLANTI, MAPPE E TERRITORI
3 – IL MANAGER PORTMANTEAU
4 – WHICH WAY, WHICH WAY?
5 – LEADERSHIP POP (LEZIONI SHAKESPEARIANE)
6 – OPINION PIECE DI RICCARDO MAGGIOLO
7 – LEADERSHIP POP (APERTURA, AUTONOMIA, AGIO, AUTO-ESPRESSIONE)
8 – OPINION PIECE DI JOSEPH SASSOON
9 – OPINION PIECE DI CESARE CATANIA
10 – OPINION PIECE DI VANNI CODELUPPI
11 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO GIAUME
12 – COLLABORAZIONE POP. L’IRRESISTIBILE ASCESA DELLE COMMUNITY INTERNE
13 – COLLABORAZIONE POP. L’EMPATIA SISTEMICA
14 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE PRIMA
15 – COLLABORAZIONE POP. LE COMMUNITY AZIENDALI: UNO STATO DELL’ARTE, PARTE SECONDA
16 – OPINION PIECE DI MATTEO LUSIANI
17 – OPINION PIECE DI MARCO MILONE
18 – OPINION PIECE DI ALESSIO MAZZUCCO
19 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA STRANGES
20 – OPINION PIECE DI FRANCESCO VARANINI
21 – ORGANIZZAZIONE  POP. COMANDO, CONTROLLO, PAURA, DISORIENTAMENTO
22 – OPINION PIECE DI ROBERTO VERONESI
23 – OPINION PIECE DI FRANCESCO GORI
24 – OPINION PIECE DI NELLO BARILE
25 – OPINION PIECE DI LUCA MONACO
26 – OPINION PIECE DI RICCARDO MILANESI
27 – OPINION PIECE DI LUCA CAVALLINI
28 – OPINION PIECE DI ROBERTA PROFETA
29 – UN PUNTO NAVE
30 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CURA)
31 – OPINION PIECE DI NICHOLAS NAPOLITANO
32 – LEADERSHIP POP. VERSO L’YPERMEDIA PLATIFIRM (CONTENT CURATION)
33 – OPINION PIECE DI FRANCESCO TONIOLO
34 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVIVIALITA’)
35 – OPINION PIECE DI LUANA ZANELLATO
36 – OPINION PIECE DI ANDREA BENEDETTI E ISABELLA PACIFICO
37 – OPINION PIECE DI STEFANO TROILO
38 – OPINION PIECE DI DAVIDE GENTA
39 – OPINION PIECE DI ANNAMARIA GALLO
40 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: IL READING!
41 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CONVOCAZIONE)
42 – OPINION PIECE DI EDOARDO MORELLI
43 – ORGANIZZAZIONE  POP. VERSO L’HYPERMEDIA PLATFIRM (CO-CREAZIONE DI VALORE)
44 – OPINION PIECE DI MARIANNA PORCARO
45 – OPINION PIECE DI DONATO IACOVONE
46 – OPINION PIECE DI DENNIS TONON
47 – OPINION PIECE DI LAURA FACCHIN
48 – OPINION PIECE DI CARLO CUOMO
49 – OPINION PIECE DI CARLO MARIA PICOGNA
50 – OPINION PIECE DI ROBERTO RAZETO
51 – OPINION PIECE DI ALBERTO CHIAPPONI
52 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO ANTONINI
53 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA PILIA
54 – OPINION PIECE DI CLEMENTE PERRONE
55 – OPINION PIECE DI FABRIZIO RAUSO
56 – OPINION PIECE DI LORENZO TEDESCHI
57 – OPINION PIECE DI EUGENIO LANZETTA
58 – OPINION PIECE DI GIOLE GAMBARO
59 – OPINION PIECE DI DANTE LAUDISA
60 – OPINION PIECE DI GIAMPIERO MOIOLI
61 – OPINION PIECE DI GIOVANNI AMODEO
62 – OPINION PIECE DI ALESSANDRO LOTTO
63 – OPINION PIECE DI GIANLUCA BOTTINI
65– OPINION PIECE DI SIMONE FARINELLI
66– OPINION PIECE DI FRANCESCA ANNALISA PETRELLA
67– OPINION PIECE DI VALERIO FLAVIO GHIZZONI
68– OPINION PIECE DI STEFANO MAGNI
69– OPINION PIECE DI LUCA LA BARBERA
70 – INNOVAZIONE POP. ARIMINUM CIRCUS: LA GRAPHIC NOVEL!
71 – LEADERSHIP POP. APOFATICA E CATAFATICA DELLA COMUNICAZIONE
72 – OPINION PIECE DI FEDERICA CRUDELI
73– OPINION PIECE DI MELANIA TESTI
74 – OPINION PIECE DI GIANMARCO GOVONI
75– OPINION PIECE DI MARIACHIARA TIRINZONI
76 – SENSEMAKING POP. LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE’
77 – OPINION PIECE DI ALESSANDRA CAPPELLO E ALESSANDRA MAZZEI
78 – OPINION PIECE DI JOE CASINI
79 – OPINION PIECE DI MARTA CIOFFI
80 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE PRIMA)
81 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (PARTE SECONDA)
82 – STORYTELLING POP. VERSO IL POP BRANDING (NOTE A MARGINE)
83 – ENGAGEMENT POP. IL MANAGER INGAGGIANTE IMPARA DAI POKEMON
84 – ENGAGEMENT POP. DARE VOCE IN CAPITOLO
85 – ENGAGEMENT POP. COMUNICARE, VALUTARE, TRASFORMARE
86 – SENSEMAKING POP. MALATTIA MENTALE E BENESSERE PSICOLOGICO SUL LAVORO
87 – SENSEMAKING POP. FOLLIA O DIVERSITA’?
88 – OPINION PIECE DI LUIGIA TAURO
89 – OPINION PIECE DI NILO MISURACA
90 – OPINION PIECE DI FRANCESCO DE SANTIS
91 – INNOVAZIONE POP. REMIX, RI-USO, RETELLING
92 – STORYTELLING POP. ARIMINUM CIRCUS AL BOOK PRIDE 2025
93 – OPINION PIECE DI SIMONE VIGEVANO
94 – OPINION PIECE DI LORENZO FARISELLI
95 – OPINION PIECE DI MARTINA FRANZINI
96 – OPINION PIECE DI EMANUELA RIZZO
97 – INNOVAZIONE POP. OLTRE LA PRE-INTERPRETAZIONE
98 – INNOVAZIONE POP. FORMAZIONE: ANALOGICA, METAVERSALE, IBRIDA
99 – ARIMINUM CIRCUS: LA VISUAL NOVEL!
100 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE PRIMA)
101 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE SECONDA)
102 – La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE TERZA)
103– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUARTA)
104– La (P) AI INTELLIGENCE (PARTE QUINTA)
105– OPINION PIECE DI ALEXANDRA NISTOR
106– FORMAZIONE POP. PARTE PRIMA
107– FORMAZIONE POP. PARTE SECONDA
108– OPINION PIECE DI FEDERICA GRAZIA BARTOLINI
109– OPINION PIECE DI FEDERICO PLATANIA
110– OPINION PIECE DANIELA DI CIACCIO
111– OPINION PIECE DI LUCIANA MALARA E DONATELLA MONGERA
112– IL RITORNO DEL CEOPOP
113– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 1)
114– LA VISIONE DEI CEOPOP (VOLUME 2)
115 – LA COMUNICAZIONE DEL CEOPOP
116– CEOPOP E PARTI SOCIALI
117– CHE POP MANAGER SEI? L’ESTETA
118– STORYTELLING POP. UNA COMUNICAZIONE POP PER IL NON PROFIT
119– CHE POP MANAGER SEI? VISIONARIO/VISIONARIA
120– OPINION PIECE DI REMO PONTI
121– CHE POP MANAGER SEI? EMPATICA/EMPATICO
122– OPINION PIECE DI GIACOMO GRASSI
123– CHE POP MANAGER SEI? INNOVATORE/INNOVATRICE
124– SECONDA CONVERSAZIONE COLLABORATIVA SUL POP BRANDING
125– CHE POP MANAGER SEI? SIMPOSIARCA
126– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (1)
127– CHE POP MANAGER SEI? ESPLORATORE/ESPLORATRICE
128– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (2)
129– CHE POP MANAGER SEI? IRONIC DIVA/DIVO
130– SENSEMAKING POP. UNA NUOVA GRAMMATICA DEL LAVORO (3)
131– CHIUSI PER FERIE
132– OPINION PIECE DI ELENA BOBBOLA E MARIE LOUISE DENTI
133– CHE POP MANAGER SEI? PRATICO/PRATICA
134- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – INDUSTRIA
135- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO SERVIZI
136- L’INTELLIGENZA COLLABORATIVA MOTORE POP DEL CHANGE MANAGEMENT – NO PROFIT
137- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE PRIMA
138- LEADERSHIP POP E VIDEOGIOCHI. PARTE SECONDA
139- LA CONSULENZA NELL’ERA DELL’AI AGENT
140- INNOVAZIONE POP NEL RETAIL
141- LA NUOVA ERA MEDIATICA
142- BRAND FORWARD!
143- OPINION PIECE DI ALESSANDRA LAZZAZARA E STEFANO ZA
144- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE PRIMA
145- LA FORZA DELLA GENTILEZZA. PARTE SECONDA
146 – NELLO BARILE E LE IMMAGINI DI UN MONDO IN FRANTUMI
147 – INNOVARE NELLA PA
148 – OPINION PIECE DI SALVATORE RICCO
149 – OPINION PIECE DI LUCA MAGNI
150 – INNOVAZIONE POP. DISTANT WRITING E SOCIAL READING
151 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 1
152 – OPINION PIECE DI CRISTIANO GHIRINGHELLI, RAOUL NACAMULLI, LUCA QUARATINO 
153 – OPINION PIECE DI MICHELA MATARAZZO
154 – OPINION PIECE DI MARIA FRANCESCA IANNONE
155– OPINION PIECE DI MOIRA BUZZOLANI
156– OPINION PIECE DI LUCA GUERRASIO
157 – IMPARARE LA LEADERSHIP DALLE SERIE TV
158 – DA HAMLET A E: GENEALOGIA DEL DISTANT WRITING COLLABORATIVO
159 – OPINION PIECE DI PAOLO BORTOLOTTI
160 – DAL DISTANT WRITING AL SOCIAL READING: TRE LIVELLI DI INTELLIGENZA COLLABORATIVA
161 – L’ADOZIONE LENTA DELLA AI IN AZIENDA – 2
162 – DALL’AZIENDA NARRATIVA ALLA COMMUNITY INTERPRETANTE
163 – OPINION PIECE DI MARCO GRECO
164 – LE AI CHE RECITANO LA COSCIENZA
165 – LA SINGOLARITA’ ORGANIZZATIVA
166 – MANAGER ALL’ASILO!
167 – IL MANOSCRITTO E LA RESA SILENZIOSA
168 – L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLE VENDITE
169 – OPINION PIECE DI CATERINA BOSCHETTI
170 – INTELLIGENZA ARTIFICIALE E STILI COGNITIVI
171 – OPINION PIECE DI GIULIA ALOISIO RAFAIANI
172 – DAGLI STILI COGNITIVI ALLA GOVERNANCE COGNITIVA
173 – OPINION PIECE DI FRANCOIS RASTIER