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Il manager e il romanziere – Alice annotata 39

Franz-haakenLa centralità    del nome proprio come depositario dell’identità, su cui abbiamo insistito in        E ricorda il tuo nome! – Alice annotata 38,       non deve farci cadere nell’illusione di poter ricondurre tutto il mondo ad un mantra, ad un algoritmo, ad una            formula

(Cfr. L’Identità Molteplice, Parte seconda – Alice annotata     8b                 e

La sincerità di Alice e il realismo di Robinson – Alice annotata 24).

Silvia Demozzi in Le avventure di Alice tra controllo e cambiamento    Una rilettura pedagogica del classico di L. Carroll, ricorda che “Gregory Bateson, nel metalogo Perché le cose hanno contorni?, fa     riferimento alla storia di Alice la quale, con le sue avventure, dimostra di    sapere molte cose su di noi, sul nostro porci come esseri umani.

«Secondo Bateson,    insomma, Carroll ci aiuta a riflettere su quanto e come il nostro Paese reale      funzioni usualmente in modo analogo al Paese delle Meraviglie, appena al             di              sotto dell’apparenza quotidiana».

Pensiamo alla strana partita di croquet in    cui Alice si trova a dover giocare nel regno della stravagante regina di Cuori: Bateson definisce la partita come un assoluto «pasticcio» (fenicotteri come         mazze, porcospini come palle, carte da gioco animate…), in cui tutto è bizzarro      e privo di logica (almeno di quella comune).

In realtà una logica esiste ed è    lo   stesso Bateson a sottolinearla. Il fatto che i fenicotteri possano girare la      testa in ogni momento, cambiando la direzione dei tiri, fa sì che ogni cosa sia «talmente ingarbugliata che nessuno ha la minima idea di ciò che può accadere».

E per rendere questo un reale pasticcio, occorre che ogni elemento che vi   prende parte sia vivo; e che sia in viva relazione con ogni altro elemento. I     giocatori, in questo senso, non possono imparare a cavarsela.

Ossia, non esiste un     qualcosa, nel nostro mondo reale di interazione tra esseri viventi, che      possiamo apprendere come definitivo ed assodato, non esiste una formula che     possiamo riutilizzare, ma esiste, piuttosto, la necessità di giocare costantemente all’interno del «pasticcio» e di riaggiustare il tiro ogni qual volta l’altro (l’altro-soggetto, l’altro-mondo o un’altra parte di sé) cambi      direzione[i]”.

E’ un tema       attualissimo: il mondo, anche il mondo liquido della Rete, sembra gestibile    e    ingabbiabile    sulla base di formule e algoritmi, come quelli con cui i motori di      ricerca supportano le nostre ricerche in Internet o quelli con cui un      ricercatore italiano  ritiene di poter         addirittura leggere (e manipolare) le emozioni umane[ii].

Il    problema con cui si confronta oggi lo    scientific manager    è insomma lo stesso che      hanno dovuto affrontare gli esperti di tutte le discipline scientifiche a    partire dalla fisica, con Heisenberg, nel corso del Novecento: fra il mondo semplice ma astratto descritto      dalle leggi scientifiche e il     “mondo dei plena” di husserliana memoria, fra il   mondo dei “granelli di sabbia” (descritto mirabilmente da Wislawa Szymborska), ovvero degli “oggetti senza nome” che Alice incontra nel Paese dello Specchio, e quello che nel Manifesto dello Humanistic Management chiamiamo il mondo vitale         abitato da persone, si apre uno spazio, lo spazio dell’interpretazione, lo spazio abitato da        quella che Ugo Volli ha definito l’”eccezione umana”.

Come ha osservato Piero     Trupia, “la    nostra   conoscenza procede per concettualizzazione delle cose del mondo che in sé sono plena e non concetti. Il concetto    astrae,   semplifica e lascia fuori pezzi di realtà”.

Ma questi pezzi a volte     ritornano, direbbe Stephen King, ad inquietare non solo i sonni ma anche le      veglie di coloro che, illudendosi di ridurre la realtà  ad un meccanismo semplice da manovrare, si      ritrovano ad essere stritolati in un incubo di cui non comprendono le logiche, poiché  estranee alla “one best way”.

Per questo     motivo si chiede allo humanistic manager di essere soprattutto un sensemaker,   un produttore di senso: contro la dittatura del “significato unico” imposto   dalle procedure,   dagli standard e dalle best practices, emerge la necessità di passare a nuove modalità di Management 2.0    che consentano    a    tutti   di generare nuovi percorsi di senso all’interno delle organizzazioni. Di     costruire imprese, cioè, in cui sia possibile scoprire le molteplici    possibili    strade che conducono alla piena valorizzazione del proprio potenziale e quindi    alla generazione di valore per l’azienda. Un valore che McKinsey stima in 1300 miliardi di dollari.

Ecco allora che attivare percorsi di change management,    mirati alla costruzione di una    collaborative o    social organization, significa mettere in atto la lezione proposta da Kundera nel suo saggio      Il   sipario,   quando ricorda il    modo in cui Fielding definisce l’arte del romanzo:

“Inventando il suo romanzo,    il romanziere scopre un aspetto sino allora ignoto, nascosto, della ‘natura      umana’; un’invenzione romanzesca è perciò un atto di conoscenza che Fielding      definisce ‘una rapida e sagace penetrazione della vera essenza di tutto ciò che     costituisce l’oggetto della nostra  contemplazione’”.

Come il romanziere dovrà allora comportarsi lo     humanistic manager:   ricercare      continuamente itinerari inesplorati per  andare verso l’anima delle cose,    attraverso scoperte che sono in certa misura sue proprie invenzioni: proprio come quelle del Cavaliere Bianco

(cfr. La creatività del Cavaliere Bianco – Alice annotata 25    e

Creatività, social innovation, social learning – Alice Annotata 36).

Scrive ancora Kundera: “simile a   una   donna che si trucca per poi affrettarsi verso il suo primo appuntamento, il     mondo… ci corre incontro già truccato, camuffato, preinterpretato”: è il mondo dei “fatti”

(cfr. queste Note da   I    nostalgici    del pensiero forte – Alice annotata 22b     a

La sincerità di Alice e il realismo di Robinson – Alice annotata 24).

Occorre dunque,    letteralmente, svelare il trucco,    ovvero, come già aveva compreso Cervantes prima di Fielding,    quando ha inventato l’arte     del   romanzo creando il Don Chisciotte (padre spirituale del Cavaliere Bianco),     strappare “il sipario della   preinterpretazione”.

Questo atteggiamento esistenziale è propriamente ciò  che fa di entrambi – il romanziere e il manager – dei poeti. Non diversamente   da    Alice che così afferma l’importanza della scrittura e della narrazione (storytelling)    per dare un senso (sensemaking) alle nostre esperienze (reali o sognate che     siano):

“There ought to be a book written about me, that there ought! And when I grow up, I’ll write one”. Lo scriverò IO, non   qualche     Esperto di tayloristica memoria. In questo consiste la gioia di scrivere, dicevamo in              Wislawa Szymborska,   la gioia di scrivere e il management 2.0.

Alessandro Baricco ha espresso molto bene il senso    di  questo gesto nel corso della puntata del 29.10.2011 di che Tempo che fa.

Al    termine di una lezione magistrale molto ispirata, da Maestro Zen,  sul “perché scrivere”, conclude: “scrivere libri significa scegliere fra quanto di più raro    c’è    nell’universo   e di più caro c’è nel nostro animo. E lo lavoriamo con le mani,   in un materiale affascinante che sono la lingua,   le parole,   il    suono   delle   parole, il respiro della storia.

E tutto questo solo perché vogliamo    testimoniare di cosa è capace un certo genio umano e per esprimere in qualche      modo il gusto di un Maestro. Di    quel   Maestro che in quel   momento siamo   noi”[iii].

Alice annotata           39. Continua

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