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Pillola rossa o pillola blu: le relazioni digitali sono “autentiche”? – Alice annotata 18c

Nel post precedente (Il Malinteso necessario per intendersi – Alice annotata 18b) abbiamo visto come il secondo capitolo di Alice nel Paese delle Meraviglie si chiude aprendo la  strada ad una  evoluzione adattativa del rapporto Alice-Topo, basata sul mutuo consenso; una strada che passa per la narrazione delle nostre storie personali, per la messa a fattor comune di emozioni, sensazioni, ricordi che, una volta condivisi, costituiscano una nuova base per la costruzione di significato (sensemaking). “Un processo sociale: quello che dico, che seleziono e che concludo sono determinati da chi mi ha socializzato e come”[i].

Affermazione  ancora più vera nel mondo del social networking in Rete: “nel mondo digitale cosiddetto 2.0 di oggi,  il nostro Sé esiste solo in connessione a tutti gli altri”, dicevamo con De Kerchove discutendo sulla Pagina Facebook di Alice Annotata la Nota 9a (commento di Giovanna Guariniello).

E Maurizio Ferraris in Anima e iPad scrive: “Il tassista, figura del solitario per eccellenza (ricordiamoci di Taxi Driver, il film con De Niro del 1976), è ora perennemente connesso con amici e parenti, e spesso non ci degna di uno sguardo limitandosi a litigare con il navigatore come con un coniuge rompiballe. Questa connessione può avere esiti paradossali: a me è capitato tempo fa di tenere un seminario in un monastero vicino ad un eremo. Ora, gli eremiti avevano Internet, mentre al monastero non c’era campo, il telefonino non prendeva, per cui la buona domanda era chiedersi chi fosse, nella fattispecie, l’autentico eremita. Perché, in effetti, un eremita che può accedere al Web non è più davvero un eremita, proprio come un carcerato, che potesse aggiornare il proprio profilo su Facebook, o rapinare banche su Second Life, non sarebbe più davvero un carcerato. Il problema, semmai, è un altro ed è diametralmente opposto: il fatto di non essere mai soli, di essere perennemente bersagliati da mail e sms e di avere la possibilità, che si trasforma drammaticamente in dovere, di comunicare con il mondo intero” (pp.69-70).

L’ovvia obiezione, prosegue Ferraris è: questi rapporti elettronici, digitali, virtuali, sono “autentici” (accennavamo a questo importante quesito anche in conclusione del post Wislawa Szymborska, il primo amore e il Simposio del XXI° secolo, discutendo le opinioni della tecnopessimista “antropologa del Cyberspazio” Sherry Turkle)? E’ la stessa domanda che da sempre si pongono gli interpreti di Alice, i lettori di romanzi, gli amanti di tutte le arti. Inseguirla nella buca del Bianconiglio per giungere in un luogo distante “quattromila miglia” o attraversare insieme a lei lo specchio per ritrovarsi in un mondo alla rovescia è una fuga dalla realtà ostile, da un lavoro noioso o precario (o inesistente), da un partner rompiscatole? O invece un modo per scoprire qualcosa di autentico e vero, dunque normalmente nascosto (verità in greco è a-leteia, che Heidegger interpretava come non-nascondimento)?

La risposta di Ferraris, almeno rispetto ai rapporti digitali, è che possono essere autentici nella stessa misura in cui lo sono i rapporti “reali”: “quando due persone camminano insieme per strada e uno dei due risponde al telefonino, non c’è alcun serio motivo per sostenere che il rapporto autentico è quello della compresenza fisica e non quella della conversazione metafisica (cioè, nella fattispecie, mediata da strumenti tecnici)”. Condivido questo punto di vista, tanto che in un mio saggio di qualche anno fa intitolato Il Mondo Vitale di Facebook sostenevo appunto che anche sui social network è possibile creare delle relazioni creative, costruttive “autentiche” (vedi anche su questo la conversazione con  Angelo Romeo Società, relazioni e nuove tecnologie: Facebook e il social networking), al netto del puritanisimo censorio che infesta Facebook (vedi ad esempio le periodiche polemiche sulla rimozione di foto che ritraggono donne che allattano i propri figli, mentre viene tollerata la creazione di gruppi neonazisti o peggio).

Lo stesso vale per i rapporti che intratteniamo con l’arte e la letteratura in particolare. Prendiamo la nostra Alice. La Regina Bianca le offre un lavoro da cameriera (Attraverso lo Specchio, capitolo V) e come salario le propone due pence alla settimana e “marmellata ogni giorno”  (`Twopence a week, and jam every other day.’). Ma quando Alice risponde di non essere interessata nè al posto fisso, nè alla marmellata, la conversazione prende una piega strana:

`It’s very good jam,’ said the Queen. 

`Well, I don’t want any to-day, at any rate.’ 

`You couldn’t have it if you did want it,’ the Queen said. `The rule is, jam to-morrow and jam yesterday — but never jam to-day.’ 

`It must come sometimes to “jam to-day,” Alice objected. 

`No, it can’t,’ said the Queen. `It’s jam every other day: to-day isn’t any other day, you know.’ 

Un dialogo fantastico? Chiedetelo ai giovani ventenni disoccupati o ai cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro: vi risponderanno che nel migliore dei casi le aziende offrono contratti precari e a tempo, sostenendo che la marmellata del posto fisso è stata disponibile fino a ieri e lo sarà domani (dopo la stage annuale gratuito, dopo il contratto da precario sottopagato che però ti costringe a orari da schiavo egizio senza nessuna copertura previdenziale e con il ricatto del licenziamento immediato, dopo il periodo di prova…), ma oggi niente da fare. Non è un caso che proprio come Alice essi siano terribilmente confusi (`I don’t understand you,’ said Alice. `It’s dreadfully confusing!’ ). E ditemi cosa c’è di “autentico” in questa parte della concretissima  “vita reale”.

In termini più generali il dilemma “condivisione vs manipolazione” è certamente attualissimo. Risale a Platone e investe ancora oggi tutte le relazioni fra due o più individui, tanto più se mediate da qualsivoglia strumento di comunicazione, elettronico o tradizionale. Per quanto riguarda la Rete, conduce direttamente all’opposizione fra tecnofeticisti e umanisti tecnoanalfabeti che lo Humanistic Management si propone da sempre di superare. Segnalo su questo un bel post di Paolo Costa, uno fra i padri fondatori  del Manifesto dello Humanistic Management: L’online è parte dell’offline,  che l’autore ha rilanciato anche nel nostro Gruppo Facebook. Al tema  ha dedicato un bell’articolo sul Corriere della Sera anche Krystian  Woznickin, La fragile trasparenza (Domenica 26 Febbraio, 2012), di cui riporto le righe iniziali: 

“Nel 1980, quando il filosofo Gianni Vattimo pubblicò il saggio La società trasparente, Internet era ancora agli albori. La rivoluzione digitale si affacciava all’orizzonte, ma erano in pochi a vederla. La teoria della società trasparente formulata da Vattimo si adatta però molto bene alla nostra era digitale. Vattimo descrive una società in cui i mass media cominciano ad avere un nuovo ruolo, in cui non solo le grandi istituzioni, ma tutti gli attori della società diventano fonti di notizie. La trasparenza si realizza sulla base della reciproca visibilità. Tutti i componenti della società diventano visibili, e l’eterogeneo assieme sociale diventa trasparente. Con la storica affermazione dell’onnipresente Internet, l’ideale della totale trasparenza sembra essersi pienamente realizzato. Lo studioso di new media Christoph Neuberger ci ricorda che «Internet è l’unico mezzo di comunicazione di massa in cui la massa può effettivamente essere attiva».

Alcune testate tradizionali come la Cnn hanno capito il potenziale di questo fenomeno e adattano i loro formati al paradigma della trasparenza — per fare un esempio: il motto di iReport, piattaforma di Cnn usata da più di un milione di persone, è: «Condividi la tua storia». Anche i giornali si stanno preparando alla prossima fase evolutiva. D’altra parte sono con le spalle al muro: il loro tipo di comunicazione «chiuso» è minacciato da Internet. Social media come i blog, servizi di messaggi brevi come Twitter, social network come Facebook e fonti che rivelano informazioni riservate come WikiLeaks stanno accelerando la loro trasformazione.

William Uricchio, professore dell’Mit di Boston, parla di una «cultura partecipativa» che sta prendendo il sopravvento. L’uso di diffondere, condividere e mettere in relazione dei contenuti è vecchio come la Bibbia, ma solo ora — nella fase attuale della rivoluzione digitale — sta mostrando tutto il suo potenziale. Il popolare blogger e giornalista Jeff Jarvis sostiene che questo porterà a un nuovo modello sociale trasparente in tutti i suoi aspetti: una società in cui tutto è condiviso, messo in Rete e creato in collaborazione non solo amplierà la conoscenza collettiva, ma aprirà anche la strada a una maggiore tolleranza e giustizia”. In termini manageriali, questo porta all’avvento della social organization, fondata su mass collaboration e co-creazione di valore.

Tuttavia, continua Woznicki, “l’utopia positiva di una società trasparente rischia però di trasformarsi in ogni momento nel suo opposto. Osservare, ricercare, inoltrare, raccomandare, riflettere e inviare — tutte azioni della «cultura partecipativa» — sono alla base anche dei programmi di controllo e sorveglianza delle aziende e degli Stati. Più persone partecipano attivamente, più vivace è il dialogo delle diverse voci, più facilmente se ne possono ricavare dei profili accurati. Considerando la propensione a manipolare i propri utenti che hanno i media tradizionali, è probabile che anche i social media seguano questa tendenza, e in maniera ancor più efficiente: sono più vicini agli individui, sono il tramite che li collega.

Dove iniziano e dove finiscono i diritti fondamentali della persona ad essere protetta da interferenze nella sua vita e nella sua libertà — i cosiddetti diritti personali?

Constanze Kurz, ricercatrice informatica e portavoce di Chaos Computer Club (organizzazione di hacker tedeschi), non si stanca di denunciare le violazioni di questi diritti, e invoca la nascita di una nuova coscienza — di un’alfabetizzazione digitale. Il primo passo in questa direzione sarebbe, dice Kurz, «essere consapevoli dell’importanza della privacy; pensare a quale sia il confine e a quel che vogliamo tenere per noi». In Die Datenfresser (I divoratori di dati), il libro che ha scritto con Frank Rieger, hacker ed esperto di computer, Kurz studia come le azioni digitali dei cittadini si trasformino in profili e come questi profili divengano una nuova moneta capitalista”.

Insomma: richiesta(testimoniata in questi giorni anche dal successo dei vari Storify, Pinterest, ecc) di storytelling e sensemaking partecipativo (quello di cui stiamo discutendo almeno dalla nota Hard Boiled Alice – Alice annotata 15a in poi) per la creazione di Mondi Vitali anche digitali, di quella pillola rossa che il Morfeo di Matrix propone come accesso alla vera Wonderland e alla scoperta di “quanto è profonda la tana del Bianconiglio”, da una parte; la pillola blu del controllo da Istituzione Totale (vedi le nuove discusse regole sulla privacy di Google), neo-orwelliano (o alla Humpy Dumpty, per restare nel contesto della nostra Alice Postmoderna: cfr. Le parole sono importanti! – Alice annotata 14a e King, Murakami, Carroll: una oscura ghirlanda postmoderna – Alice Annotata bonus track), dall’altra.

Ma forse la risposta va data nello stile tipico di Alice, oltre le dicotomie: Internet, come il Paese delle Meraviglie, la letteratura e l’arte è, scrive Richard Brian Davis nell’introduzione a Alice in Wonderlan and philosophy: “an oh! so curious place filled with both dangers and delights. Here we encounter blue caterpillars who smoke hookahs, babies who turn into pigs, cats whose grins remain after their heads have faded away, and a Mad Hatter who speaks to Time. There is a White Queen who lives backward and remembers forward, and there are trials in which the sentence is handed down first with the evidence and verdict given out only afterward… Why should anyone to travel such a world?”

Torneremo su tutto questo la settimana prossima.

Alice annotata 18c continua.

Se vuoi partecipare al Progetto Alice Postmoderna iscriviti alla pagina Facebook    dedicata.


[i] Weick, 1997, p. 65. Un concetto che il Sam Deckard de La Mente InVisibile, alle presa con i suoi problemi di amnesia, formula in questo modo: “La traccia mnestica di quegli eventi sembrava essere sul punto di abbandonare la rigidità cadaverica in cui si era immobilizzata insieme al sistema più complessivo di rapporti individuali e di ricordi personali che, nel flusso di un movimento perenne, si coniugano con quelli degli altri esseri umani, costruendo così delle esperienze comuni. Perché il mondo si crea con la parola e c’è ben poca differenza fra creare, raccontare e ricordare.  Perciò, quando il processo mnemonico è bloccato e per qualche ragione – tipo un calo proteico tale da inibire la produzione del gene chiamato GRID2 o l’insorgere di malattie ereditarie come l’atassia cerebellare – il dialogo fra cervelletto e amigdala si interrompe, si può supplire al vivere una esperienza, o all’averla dimenticata, con il racconto, che ce la restituisce permettendo il superamento dei vincoli spazio-temporali, l’abbattimento dei limiti individuali e la costituzione della memoria collettiva”. (p. 31)