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Realtà Virtuale per risolvere problemi concreti: #NewHumanities nella Cooperazione Internazionale. Una conversazione con Lorenzo Catapano, Francesca Mapelli e Emanuele Rossini.

Come ogni mese, eccoci all’appuntamento con la riflessione su caratteristiche, potenzialità ed applicazioni concrete delle nuove tecnologie immersive (XR) in collaborazione con VRE – Virtual Reality Experience, il festival internazionale ideato e diretto da Mariangela Matarozzo che le declina in tutti i campi: dall’intrattenimento alla medicina, dall’arte al business fino alla valorizzazione del patrimonio culturale e turistico.
L’idea di questa rubrica mensile è di diffondere consapevolezza su quanto si stanno sviluppando le XR anche in ambiti ancora poco esplorati riconducibili alle cosiddette New Humanities: dialogo interculturale, Cooperazione Internazionale, relazioni virtuali. Dando la parola alle persone che possono raccontare concretamente il modo in cui le XR hanno cambiato i loro modelli di comunicazione e li hanno spinti ad innovare e ad includere questo tipo di tecnologie all’interno dei loro progetti.
Un appuntamento insomma, ci dice Mariangela, “con alcune tra le voci più autorevoli che spaziano dall’ambito scientifico a quello accademico senza tralasciare le voci del mondo dell’Arte. Questo mese parleremo di cosa sta accadendo in un settore specifico, quello della Cooperazione Internazionale e del suo rapporto con le nuove tecnologie immersive, uno degli  ambiti esplorati da VRE sin dalla sua prima edizione nel 2019.
Cinque giorni durante i quali ogni organizzazione ha  presentato al pubblico le iniziative realizzate attraverso l’ausilio della Realtà Virtuale, e dimostrato come questo strumento giochi un ruolo fondamentale nel coinvolgimento umano sviluppando quella empatia che rende capaci di comprendere le drammatiche situazioni vissute in Paesi lontani da noi.
E’ stato possibile vivere Un giorno nella vita di Ayan, una donna somala che fa parte di Save the Children e che combatte per salvare i bambini dalla gravissima siccità che sta colpendo il Paese; entrare con Emergency nel Children’s Surgical Hospital di Entebbe in Uganda e poter vedere da vicino il nuovo centro che mira a migliorare le condizioni di salute di migliaia di bambini che non hanno accesso a delle cure specialistiche; compiere un percorso interattivo, il Circuito delle Emozioni, che si articola in cinque tappe progressive a cui corrispondono cinque emozioni. Dolore. Rabbia. Paura. Gioia. Speranza.
Ma anche partire per un viaggio in Realtà Virtuale all’interno dell’ospedale di Medici Senza Frontiere di Bangassou, o nelle Cliniche mobili in Katanga.
Una direzione forse insperata dell’innovazione ma che sta ogni giorno di più orientandosi verso l’umano e che offre delle possibilità in termini diffusione e di engagement  fino ad oggi solo immaginate”.

Un giorno nella vita di Ayan_Save the children

Marco Minghetti. Un tema sempre più affascinante anche alla luce delle riflessioni sviluppate nel contesto del progetto #Librare e nell’ebook Dal libro analogico agli ecosistemi digitali, in un momento in cui l’attenzione mediatica è tutta su fenomeni (effimeri?) come Clubhouse e gli apparati basati sul senso dell’udito (podcast, audiolibri), dimenticando che dispositivi di Realtà Aumentata sono già presenti nella nostra esperienza quotidiana (le info sugli attori cui possiamo attingere guardando un film su Netflix o le definizione di singole parole di un romanzo disponibili su Kindle reader). Ma ben presto per ogni tipologia di canale ci sarà una declinazione ad hoc del messaggio: per esempio, l’esperienza di un libro didattico può ricevere grande impulso dalla possibilità di mettere a confronto informazioni differenti su piattaforme diverse. La parola scritta aumenta così la sua efficienza grazie all’interazione con grafici, dati aggiornati, esempi pratici multimediali, eccetera. Oppure, a livello giornalistico, il fact checking e la correlazione tra articolo e fonte potrebbe assumere finalmente un ruolo centrale nella comunicazione. E cosa avrebbe fatto Tolkien avendo a disposizione una piattaforma tipo Wattpad, con la possibilità di inserire mappe, genealogie, linguaggi del suo mondo fantastico?

Fantascienza? «Google Photo» ci informa Daniele Bigi «ricerca automaticamente oggetti, animali, persone all’interno di qualsiasi immagine, senza bisogno che questa sia classificata dall’utente in alcun modo.Tale software, frutto di ricerche svolte dal team Google Brain, di fatto riconosce pattern con la stessa precisione di un essere umano. Software basati su GAN (Generative Adversarial Network) creano un set di dati nuovi con caratteristiche simili ai dati di partenza. Si possono ad esempio ottenere immagini fotorealistiche di volti umani fittizi… Il Disney Research Lab, con cui noi di ILM abbiamo collaborato durante la lavorazione del film Disney Aladdin, ricostruendo in 3D il viso di Will Smith, ha recentemente presentato un algoritmo che consente di cambiare in automatico il volto di un essere umano in qualsiasi video».

Non solo. Mauro Carbone osserva che un dispositivo come feelreal.com potrebbe assicurare all’utente anche la percezione di altri ambiti sensoriali, tra cui quella di un “completo ambiente olfattivo”. Con l’affermarsi delle wearable technologies, saranno sempre più il nostro corpo e in particolare certi suoi organi a venire temporaneamente impiegati quali schermi connessi a dispositivi digitali, ossia quali “quasi-protesi” di questi ultimi. Tecnologie indossabili consentiranno di ascoltare la voce che ci legge un testo mentre visualizziamo le immagini sulla nostra retina, nonché percependo i suoni, le sensazioni tattili, olfattive e gustative evocate da quel testo, senza però isolarci dalla realtà fisica come fanno i caschi per la Realtà Virtuale. Realtà Virtuale, grazie a cui tuttavia si ottiene, a tutt’oggi, il massimo coinvolgimento dell’utente. Ci sono esempi che fanno presagire ulteriori potenzialità di questo strumento.

Fra questi, Valentino Megale cita il romanzo per bambini Wolves in the Walls dell’autore inglese Neil Gaiman, già vincitore di numerosi premi come quello per il Miglior Libro Illustrato per Bambini nel 2003 da parte del New York Times, che è stato trasposto in Realtà Virtuale, disponibile per l’ecosistema Oculus. Il contenuto offre la possibilità di rivivere la narrazione in prima persona e soprattutto come parte attiva della storia, senza stravolgere quest’ultima, ma partecipando con la giovane protagonista Lucy alle avventure descritte nel romanzo di Gaiman. Non solo si assiste alla storia, ma si entra a farne parte, una sensazione spesso vissuta anche attraverso la lettura di un libro, ma che risulta potenziata grazie all’immersività e interattività della Realtà Virtuale.

Insomma, quale sarà il futuro della relazione tra libro e Realtà Virtuale è ancora tutto da scoprire. Oggi, come anticipava Mariangela, vediamo cosa sta accadendo in un settore molto particolare, quello della Cooperazione Internazionale, conversando con Lorenzo Catapano, Head of Digital & Innovation di Save the ChildrenFrancesca Mapelli, direttore della comunicazione di Medici Senza FrontiereEmanuele Rossini, Responsabile area digital di Emergency.

VRE. La Virtual Reality (VR) ha creato una maggiore partecipazione e/o un maggior entusiasmo rispetto alla modalità non virtuale? Avete riscontrato un potenziale aumento dell’empatia tra il prima e il dopo l’esperienza vissuta? O una maggiore aderenza di volontari?

Lorenzo Catapano: Sicuramente la VR è un elemento che ad oggi desta un grande interesse, soprattutto da parte di persone che non hanno mai provato esperienze simili. In questo senso, sviluppare progetti di questo tipo, aiuta di per sé ad avvicinare sempre più persone alle nostre cause.

Inoltre, la possibilità di provare a portarle “sul campo”, nel giro di pochi secondi, solo indossando un visore, crea un effetto immediato di meraviglia e immedesimazione, in un contesto in cui la maggior parte di noi non ha mai avuto, e forse non avrà mai, modo di trovarsi.

D’altra parte, la nostra esperienza ci ha insegnato che la VR ha un effetto di maggiore engagement quando viene accompagnata anche da elementi che trovano riscontro nel reale. Ci è capitato ad esempio di organizzare un evento in cui gli utenti, dopo aver seguito “virtualmente” un nostro operatore sul campo, hanno potuto incontrarlo realmente. Oppure abbiamo preparato i nostri volontari che aiutavano l’utente a fruire dell’esperienza (indossare correttamente i visori, avviare il filmato…) anche dal punto di vista contenutistico affinché potessero poi integrare con informazioni, fornire risposte, dettagli e storie rispetto a quanto veniva vissuto tramite la VR.

Nel nostro caso, questa combinazione ha permesso di aumentare l’effetto empatico della VR sul pubblico, ed è particolarmente adatta ai temi che vengono proposti dalle ONG, temi che forse hanno particolarmente bisogno di un elemento in più di accompagnamento e spiegazione.

Il Circuito delle Emozioni (Medici Senza Frontiere)
Il Circuito delle Emozioni (Medici Senza Frontiere)

Francesca Mapelli: L’esperienza immersiva è stata senza dubbio una delle modalità più potenti che abbiamo sperimentato per avvicinare il pubblico alle situazioni di crisi in cui operiamo e alle persone a cui forniamo cure. Immergersi letteralmente nelle immagini a 360 gradi dai nostri progetti, luoghi reali ma così lontani sotto ogni punto di vista, è un’esperienza fisica immediata che produce emozioni visibili, sorpresa, empatia, commozione. A molti, togliendosi i visori, serve qualche minuto per lasciar vibrare quanto hanno vissuto e rientrare gradualmente nella loro realtà. Altri hanno un immediato desiderio di condividere con noi la loro emozione e sapere di più di quel paese e del nostro lavoro. Un racconto che arriva nel profondo e può senz’altro creare una più stretta connessione del pubblico con noi e le persone che assistiamo.

Emanuele Rossini. Aggiungo che la VR e tutta la famiglia di tecnologie a essa vicine, per vari motivi, riescono ancora adesso a generare un tipo di partecipazione diverso da quello delle modalità di storytelling più “tradizionali” a cui le persone sono abituate.

Innanzitutto, nonostante queste tecnologie siano ormai sempre più diffuse e non più appannaggio dei soli early adopters, per molte persone l’esperienza di un video 360 guardato attraverso un visore è tuttora una novità, una modalità nuova di vedere (e sentire) raccontata una storia. Già solo questo “effetto novità” è in grado di suscitare sorpresa e meraviglia in molti fruitori.

A questo va aggiunta l’indubbia capacità di questi strumenti nel creare un “set and setting” molto forte, isolato dal contesto circostante: i sensi e la concentrazione delle persone sono completamente dedicati all’esperienza. Spesso abbiamo visto – ed è capitato anche a noi stessi – persone che si muovono, si spostano, provano a interagire con l’ambiente, pur sapendo razionalmente che si tratta di un’esperienza virtuale.

La multisensorialità dell’esperienza, unita al senso di immersione totale, sono quindi in grado di catapultare i fruitori, per qualche minuto, al centro di una storia e di un mondo di cui si sentono parte attiva – specie quando la fruizione avviene in contesti guidati (es. eventi, banchetti…). Lo abbiamo visto, per esempio, con i video 360 gradi che abbiamo realizzato per mostrare i nostri progetti in Iraq e in Afghanistan.

Detto ciò, non credo però che usare termini comparativi come “maggiore” (partecipazione, entusiasmo…) – che ci portano a stilare una classifica di tecnologie e modalità narrative – sia il modo corretto per inquadrare il rapporto tra VR, fruitori e modalità di storytelling non virtuali. Come tutti gli strumenti, anche le tecnologie VR hanno delle proprie regole e non possono sostituire in toto le altre modalità di comunicazione e storytelling.

VRE. Spesso nelle storie ambientate in contesti drammatici, che siano romanzi o documentari, è difficile restituire dignità alle vittime. Attraverso l’utilizzo del corpo all’interno di un contesto simulato, la forza dell’embodiment e la potenza dell’ambientazione possono di fatto restituire questa dignità, superando l’asimmetria strutturale tra “noi”, privilegiati, e “loro”, impoveriti.

Marco Minghetti. Ricordo a questo proposito quanto abbiamo più diffusamente raccontato in La realtà virtuale: dalla ricerca scientifica alle applicazioni terapeutiche«Gli studi condotti nei campo della psicologia e delle neuroscienze hanno messo in luce alcuni degli effetti più evidenti che la realtà virtuale ha su di noi, come la sensazione di sentirsi fisicamente presenti all’interno dell’ambiente virtuale (sensazione di presenza) e di indossare e sentire come proprio un corpo virtuale (sensazione di incorporamento). Infatti, quando ci immergiamo nella realtà virtuale attraverso un visore VR, il nostro comportamento sarà fortemente influenzato da ciò che sperimenteremo: ad esempio, avremo paura di camminare su una trave sospesa nel vuoto o scanseremo la nostra testa se un oggetto virtuale prova a colpirci negli occhi. Questo fenomeno è stato denominato “sensazione di presenza”: l’illusione di sentirsi fisicamente presenti nell’ambiente virtuale che ci porta a rispondere in maniera realistica agli stimoli circostanti, con reazioni fisiologiche e cerebrali osservabili. Possiamo così ricreare degli ambienti virtuali con determinate caratteristiche, come ad esempio particolari ambienti sociali o ambienti architettonici, e studiare il comportamento dell’utente in maniera controllata. Come esempio applicativo possiamo citare un recente progetto di ricerca multidisciplinare che si sta conducendo con il Laboratorio di Realtà Virtuale UnitelmaSapienza, in cui si sfrutta la sensazione di presenza della VR come strumento di didattica innovativa, mirato allo sviluppo delle competenze finanziarie per bambini e bambine. In questo caso gli utenti vengono immersi in un ambiente virtuale ricco di stimoli e programmato per giocare e apprendere le nozioni di base della finanza e dell’economia, come ad esempio il consumo e il risparmio, l’investimento e il debito».

VRE. Chiarito questo, in che modo questo genere di storytelling immersivo può avvicinare emotivamente le persone nei contesti di cooperazione internazionale che voi presidiate?

Francesca Mapelli: È esattamente una questione di assenza di mediazione. L’esperienza immersiva non è un racconto, non è una voce che ascolto o un video costruito in una storia, sono immagini “pure” dove il montaggio passa quasi inosservato. Mi ritrovo in prima persona tra le tende di un campo rifugiati, su una canoa verso un villaggio remoto, in un ospedale che viene bombardato. Sto camminando anche io sulla rotta balcanica con le persone in fuga tutto intorno a me. In qualunque direzione giro lo sguardo sono lì insieme a loro, come loro, senza barriere o rappresentazioni.

Proprio per questo abbiamo usato per la prima volta i visori a 360 gradi per la nostra campagna #Milionidipassi sulla migrazione. Da tempo raccontavamo le storie delle persone in fuga da guerre e povertà, che come Medici Senza Frontiere assistiamo lungo tutte le tappe del loro viaggio. Ma per tanta parte del pubblico l’immagine principale restava quella dell’“invasione” nei nostri porti, degli “stranieri” che arrivano da noi. Abbiamo voluto portare gli italiani lungo quelle rotte, nelle situazioni drammatiche che le accompagnano, a viverle il più direttamente e personalmente possibile. E crediamo che questa immedesimazione abbia cambiato, almeno per quel momento, la percezione di molti o rafforzato l’empatia di chi era già solidale, magari spingendoli a fare ancora qualcosa in più.

Emanuele Rossini. Credo che buona parte della risposta a questa domanda possa essere ricondotta ai tre concetti di cui abbiamo parlato poco fa: multisensorialità, immersione nel “set and setting”, empatia. L’esperienza immersiva non si limita a raccontare, ed è in grado di fare qualcosa in più del semplice mostrare: fa entrare pienamente il fruitore in un mondo, in cui è possibile girarsi, osservare, partecipare, sentireimmedesimarsi. Tutto ciò rende più facile l’immedesimazione, il “provare a mettersi nei panni dell’altro”.

La capacità di questi strumento di muovere e smuovere qualcosa è evidente anche dalle reazioni al termine dell’esperienza: da un semplice “wow” a una partecipazione tale dal non potere trattenere la commozione, queste reazioni mostrano come queste tecnologie siano in grado di non lasciare indifferente lo spettatore e di creare una forte empatia, o quantomeno di aumentarne il potenziale.

Lorenzo Catapano. Le sempre maggiori possibilità che offre la VR, anche in termini di embodiment, saranno sicuramente fondamentali per ragionare su nuove modalità per ingaggiare nuove persone e farle empatizzare con la nostra causa. Tuttavia, nelle nostre precedenti esperienze abbiamo scelto di non utilizzare strettamente l’embodiment, non facendo calare l’utente né nella persona “aiutata” né nel nostro “operatore”, ma portandolo nel contesto che volevamo raccontare, nello specifico in Somalia, come accompagnatore che seguiva un nostro operatore in una giornata tipo.

In quel caso, la scelta è stata proprio quella di non  creare immedesimazione, che in alcuni contesti potrebbe risultare forzata, ma comunque avvicinare due realtà distanti, mostrare cosa realmente succede sul campo e come professionalmente e umanamente il nostro staff opera.

Nello storytelling che abbiamo scelto, la nostra priorità era raccontare una storia, un percorso, e non far vivere delle situazioni puntuali, che ad ogni modo, a quel tempo, sarebbe anche stato tecnicamente molto difficoltoso implementare. Da un’analisi di altre esperienze, di altre organizzazioni, abbiamo infatti maturato la convinzione che per avvicinare emotivamente le persone non basta far “entrare” virtualmente l’utente in un ospedale da campo africano o in un immenso campo rifugiati, ma serve una narrazione, una storia, ovvero un elemento ingaggiante di per sé, che attraverso la VR può essere vissuta più da vicino.

Lorenzo Catapano_2

Marco Minghetti. Domanda inevitabile. Nel periodo attuale, ha detto Rosario Sica in Come prendersi cura delle persone nel “next normal”, «l’attenzione alle persone è la vera chiave di volta.  Va in questa direzione il concetto di “Employee caring” che ho espresso nel mio libro: caring inteso non come ruolo genitoriale assunto dal datore di lavoro nei confronti del dipendente, ma come visione sistemica che, a partire dal conosciuto concetto di Employee Experience, va nella direzione di una presa in conto molto più completa dei bisogni delle persone, includendo un’attenzione alla sfera psicologica ed emotiva dei propri collaboratori che la pandemia ha reso quanto mai necessaria». Parole che assumono ancora maggiore spessore se riferite al particolare contesto in cui operate. Dunque vi chiedo: il connubio tra realtà virtuale e cooperazione internazionale all’interno dell’improvviso e inaspettato contesto pandemico può aiutare a mettere in pratica questo concetto di “caring”?

Emanuele Rossini. Se consideriamo la visione guidata nel corso di eventi, banchetti, fiere… che per noi è stata la modalità principale di uso di queste tecnologie, la pandemia ha indubbiamente rappresentato una battuta d’arresto nella possibilità del loro utilizzo.

Allargando la visuale, invece, credo che il contesto che ci siamo trovati a vivere – e nel quale tuttora viviamo – abbia velocizzato in un certo modo la spinta, che già c’era, alla ricerca di nuove modalità di utilizzo della tecnologia per avvicinare le persone tra loro e alle cause che sostengono.

Non dimentichiamo poi tutte le applicazioni di queste tecnologie agli ambiti legati alla gestione dei progetti nei Paesi in cui lavoriamo, dall’assistenza remota via strumenti di AR/VR alla formazione per citarne solo due, che credo avranno uno sviluppo significativo negli anni a venire.

Francesca Mapelli. La pandemia ha portato ognuno di noi, anche nei paesi ricchi, nella situazione che vivono ogni giorno i nostri pazienti in tutto il mondo: un’emergenza devastante di fronte alla quale ti senti impotente, la paura per noi stessi e per i nostri cari, le perdite, l’aver bisogno di protezione e cure e non averne subito per tutti, lo stravolgimento delle nostre vite e del nostro sostentamento. Il senso di solidarietà collettiva emerso in una primissima fase ha retto a fatica di fronte a bisogni e interessi individuali.

La sfida sarà tenere vivo quel ricordo della pandemia nella forma di attenzione per gli altri e aiuto reciproco, e forse gli strumenti immersivi potranno ancora aiutare. La pandemia ha insegnato tanto sulla solidarietà e l’inclusione, perché ha mostrato in maniera inequivocabile quanto siamo interconnessi, quanto ognuno debba fare la sua parte per proteggere se stesso e gli altri, e quanto è fondamentale che cure e vaccini arrivino a tutti in tutto il mondo. Quando per noi l’emergenza sarà sotto controllo e non avremo più bisogno di aiuto, per milioni di altri, questa o altre emergenze continueranno, spesso senza mezzi per fermarle, e non dovranno essere lasciati soli.

Lorenzo Catapano. Non c’è dubbio che le tecnologie di comunicazione, qualsiasi esse siano, hanno giocato un ruolo mai avuto prima durante il contesto pandemico. Il loro potenziale in termini di connessione di persone e realtà lontane o diverse è stato finalmente chiaro, anche agli occhi dei non addetti ai lavori. Al di là del nostro contesto, dove la Didattica a Distanza e lo smart working, con tutti i limiti del caso, hanno contribuito a dare un minimo di continuità alla nostra vita, anche nei contesti di cooperazione internazionale, si è vista una grande accelerazione nell’utilizzo di tecnologie di comunicazione più o meno avanzate.

In questo senso, credo che la VR, che ad oggi comunque rimane una tecnologia ancora per pochi, possa davvero dare un importante contributo nel medio e lungo termine. Connettere ed empatizzare con persone care o con realtà completamente diverse a cui si può dare un contributo anche a distanza, costituisce il concetto stesso di vicinanza e cooperazione. Proprio per questo, credo che il percorso della VR ed i suoi possibili utilizzi virtuosi siano davvero solo all’inizio.

VRE. Quali sono i vostri progetti futuri per quanto riguarda l’utilizzo della VR e della realtà aumentata? Ci sono delle storie in particolare che devono essere raccontate attraverso questa modalità?

Lorenzo Catapano. Anche se al momento non abbiamo una pianificazione concreta sui temi della VR o della realtà aumentata, se dovessi pensare a casi su cui sia utile portare ad empatizzare le persone, userei la VR per raccontare le emergenze in contesti di guerra, dove i bambini pagano storicamente il prezzo più alto. Fortunatamente nel nostro paese non abbiamo esperienze recenti di situazioni così drammatiche e solo i più anziani possono effettivamente ricordarle. E forse proprio per questo, vedere queste situazioni, quasi sempre dimenticate, dalla nostra posizione “più comoda” non ci aiuta a percepire la reale gravità di questi contesti e l’impatto che hanno sull’infanzia. Per questo credo che su questo fronte, provare a raccontare tutto ciò attraverso la VR possa contribuire a creare una maggiore consapevolezza e sensibilità nelle persone.

EMERGENCY-Uganda_Ospedale Entebbe
EMERGENCY-Uganda_Ospedale Entebbe

Emanuele Rossini. Ogni storia, se si trova la chiave giusta, può essere valorizzata da queste tecnologie. Emergency conta di usare questi nuovi linguaggi per raccontare l’avvio delle attività del nuovo Centro di eccellenza in chirurgia pediatrica che apriremo in Uganda la prossima primavera. Abbiamo già raccontato le prime fasi del progetto, dalla progettazione alla costruzione, usando dei video immersivi a 360 gradi, e il racconto dell’apertura attraverso questo strumenti è la naturale prosecuzione del progetto.

Francesca Mapelli. Il linguaggio visivo è in continua evoluzione e continueremo a cercare nuove forme di racconto, nuovi modi per avvicinare il nostro pubblico alle storie che vogliamo raccontare, le crisi umanitarie e il loro impatto su popolazioni e persone. Medici Senza Frontiere è nata proprio 50 anni fa da un gruppo di medici e giornalisti con il doppio mandato di curare e testimoniare, perché solo conoscendo un problema si può contribuire a risolverlo. Per il pubblico di oggi, sottoposto a stimoli di comunicazione ininterrotti, emozionare e coinvolgere attraverso la realtà della nostra azione sarà sempre fondamentale, soprattutto per le situazioni più urgenti, dimenticate, difficili da comprendere, quelle in cui mobilitarsi può fare la differenza o quelle che abbiamo vicino ma da cui ci separano barriere e pregiudizi, come nel caso della migrazione.

Marco Minghetti. Non c’è dubbio che l’attività che svolgete mette in particolare evidenza la necessità di quel nuovo umanesimo di cui ho discusso ad esempio in Etica e Tecnologie Emergenti. In quella conversazione, Gilberto Corbellini, Direttore Dipartimento di Scienze Umane e Sociale (Patrimonio Culturale CNR), Professore ordinario di storia della medicina, nonché docente di bioetica presso l’Università di Roma – Sapienza, ha affermato: «il termine umanesimo ha una semantica fluttuante nei secoli (cioè gli ultimi due). Dal mio punto di vista l’umanesimo rappresenta lo sviluppo di una psicologia e di una cultura da parte di comunità umane definite, che migliorano o diffondono l’autonomia, quindi la libertà e la capacità degli individui di scelta e controllo dei propri comportamenti e dell’ambiente nel quale essi vivono. L’uomo, a mio giudizio, rimarrà a lungo quello che è scaturito dalla selezione negli ambienti dell’adattamento evolutivo, e penso che la genetica conterà sempre più delle culture. Quando però una cultura riesce a essere quella adeguata a indirizzare l’uso delle predisposizioni genetiche individuali nei contesti pertinenti in una società tendenzialmente aperta, allora si produce una sinergia che fa progredire persone e società. Nel mondo moderno sono soprattutto le idee e gli strumenti della scienza che possono fornire le capacità necessarie a un autogoverno individuale e per partecipare ai processi di governo sociale. I progressi della condizione umana si devono in larga parte all’impatto della scienza sulle capacità cognitive, grazie a cui sono aumentate e si sono diffuse nell’ultimo secolo le prestazioni intellettuali e le capacità critiche. In questo senso, auspico che il nuovo umanesimo sia la continuazione di quello presente».

VRE. Ecco dunque che vi chiediamo: quali sono le opportunità e gli orizzonti di questi nuovi strumenti in relazione al raggiungimento dei vostri valori?

Emanuele Rossini. Potenzialmente sono davvero molti – e probabilmente molti di questi orizzonti e opportunità devono ancora essere colti e indagati. Alcuni temi su cui stiamo ragionando sono la scalabilità dell’esperienza, ovvero come far crescere il numero di persone che ne possono fruire. Non tutti, infatti, dispongono ancora in autonomia di strumenti tecnologici specifici (es. visori).

Stiamo poi riflettendo sulla creazione di allestimenti specifici che possano rendere ancora più forte l’esperienza, non solo nei minuti in cui lo spettatore indossa il visore ma anche prima e dopo, introducendo magari una certa interattività con l’ambiente.

Lorenzo Catapano: Ad oggi, non credo sia facile per nessuno riuscire a tracciare tutte le opportunità che questi strumenti possano offrire. Certamente, la maggiore diffusione di queste tecnologie, anche in termini di dispositivi disponibili in ambiente domestico, ne potrà favorire un utilizzo più largo, in contesti diversi da quelli in cui gran parte delle persone li sperimenta per la prima volta oggi.

Anche nel nostro caso, gli esperimenti che abbiamo sviluppato finora sono stati orientati alla sensibilizzazione di partecipanti a nostri eventi, che ovviamente si trovavano in una realtà diversa dalla propria casa, con una predisposizione peculiare alla fruizione dei nostri contenuti. Credo quindi che quando tali tecnologie saranno davvero alla portata di tutti e verranno utilizzate maggiormente nella vita di tutti i giorni, avremo anche una maggiore possibilità di integrare le nostre comunicazioni massive, sia di sensibilizzazione che di raccolta fondi, attraverso meccaniche più coinvolgenti che sappiano raccontare ancora meglio i nostri valori e l’impegno che ogni giorno, in ogni parte del mondo, i nostri operatori svolgono a favore dei bambini.

Francesca Mapelli. Ad oggi, non credo sia facile per nessuno riuscire a tracciare tutte le opportunità che questi strumenti possano offrire. Certamente, la maggiore diffusione di queste tecnologie, anche in termini di dispositivi disponibili in ambiente domestico, ne potrà favorire un utilizzo più largo, in contesti diversi da quelli in cui gran parte delle persone li sperimenta per la prima volta oggi. Anche nel nostro caso, gli esperimenti che abbiamo sviluppato finora sono stati orientati alla sensibilizzazione di partecipanti a nostri eventi, che ovviamente si trovavano in una realtà diversa dalla propria casa, con una predisposizione peculiare alla fruizione dei nostri contenuti.

Credo quindi che quando tali tecnologie saranno davvero alla portata di tutti e verranno utilizzate maggiormente nella vita di tutti i giorni, avremo anche una maggiore possibilità di integrare le nostre comunicazioni massive, sia di sensibilizzazione che di raccolta fondi, attraverso meccaniche più coinvolgenti che sappiano raccontare ancora meglio i nostri valori e l’impegno che ogni giorno, in ogni parte del mondo, i nostri operatori svolgono a favore dei bambini.