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… E ricorda il tuo nome! – Alice annotata 38

Remember who you are

Un viaggio nella complessità

Seguire Alice in   Wonderland significa per noi andare oltre le colonne d’Ercole della standardizzazione omologante erette dallo scientific management. Un viaggio che ci fa approdare nel vasto continente della Complessità, che    Edgar Morin definisce prendendo le mosse dalla differenza fra razionalità e razionalizzazione.

“La razionalizzazione innanzi tutto    accorda    il primato alla coerenza logica sull’empiria, tenta di dissolvere      l’empiria, di rimuoverla, di respingere ciò che non si conforma alle regole,    cadendo così nel dogmatismo.

Del resto è stato notato che c’è qualcosa di     paranoico che è comune ai sistemi di razionalizzazione, ai sistemi di idee che     spiegano tutto, che sono assolutamente chiusi in sé ed insensibili    all’esperienza.

Non è un caso che Freud abbia usato il termine di   razionalizzazione per designare questa tendenza nevrotica e/o psicotica per cui    il                  soggetto si intrappola in un sistema esplicativo chiuso, privo di qualsiasi    rapporto con la realtà, pur se dotato di una logica propria.

In qualche modo la      grande differenza tra razionalità e razionalizzazione è che l’una è apertura,     l’altra è chiusura, chiusura del sistema in se stesso. Vi è una fonte comune    della razionalità e della razionalizzazione, cioè la volontà dello spirito di possedere una concezione coerente delle cose e del mondo. Ma una cosa è la     razionalità, cioè il dialogo con questo mondo, e altra cosa è la razionalizzazione, cioè la chiusura rispetto al mondo”.

A partire da questa differenza, prosegue Morin, “la razionalità complessa parte    dall’idea che non c’è adeguazione a priori tra il razionale e il reale.

Parte             dall’idea che la conoscenza non è il riflesso del mondo. Ogni conoscenza è al    tempo stesso costruzione e traduzione: traduzione a partire da un linguaggio      ignoto, a cui prestiamo dei nomi. Siamo noi che assegniamo i nomi a partire da certe qualità o proprietà che rinveniamo nelle cose. Dunque     la conoscenza è una    traduzione costruita e la razionalità in particolare è un modo di costruire la       traduzione con un certo numero di qualità verificatrici e correttrici”.[i]

L’uomo come “animale nominante”

In queste riflessioni (assai lontane dal “nuovo realismo” proclamato da Maurizio Ferraris e che abbiamo discusso nei post di questa serie che vanno da

 I nostalgici del  pensiero forte – Alice annotata 22b            fino a

La sincerità di Alice e il realismo di Robinson – Alice annotata 24)

torna la “nominazione”   come tema fondativo: secondo la         Bibbia è ciò che ci rende propriamente umani (vedi anche      L’Identità Molteplice, Parte prima – Alice annotata         8a). Adamo prima   di   cadere in tentazione crea il Paradiso terrestre che Dio gli ha donato “nominando” oggetti e animali:

“19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato      ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 Così l’uomo      impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte   le   bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. 21 Allora   il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò;     gli           tolse   una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Il Signore Dio plasmò      con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23 Allora l’uomo disse:    «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle   mie   ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta» (Genesi, 2:19-23).

In Nulla due volte  osservo come     anche il Premio Nobel Wislawa Szymborska ponga nella capacità di creare e      ricreare il mondo attraverso la descrizione che ognuno di noi ne fa, quindi    attribuendo in primo luogo “nomi alle cose”, ciò che ci rende propriamente    umani, differenziandoci dai “granelli di sabbia” di una delle sue più belle e      significative poesie.

Piergiorgio Odifreddi in un saggio su Alice a questo proposito nota: “Una vera e propria lezione sui  nomi è tenuta dal Cavaliere Bianco, che canta la canzone Sedendo sul cancello, che ha per nome Un vecchio molto vecchio, che ha per nome Occhi del merluzzo: vengono così distinti tre livelli: della cosa (semantico), del nome della cosa (sintattico), e del nome del nome  (metalinguistico).

Come se non bastasse, la canzone è chiamata Modi e        mezzi: oltre ai nomi, esistono infatti anche i soprannomi. In realtà, anche      Sedendo sul cancello non è altro che un nome perchè la vera canzone la si può solo cantare o ascoltare: il che mostra come tutte le distinzioni siano in realtà stratificazioni interne al linguaggio, e non arrivino mai a toccare   il    mondo reale.

Per questo la Zanzara del Capitolo III di Attraverso lo Specchio domanda   ad   Alice, giocando sul doppio significato del verbo: “a che serve che le cose abbiano un nome se poi non rispondono ad esso?”, e la introduce nei bosco        delle cose senza nome, che non sono altro che le cose in sè stesse, indipendentemente    dall’uomo   che le nomina”.

E  Manguel    incentra il suo noto commento ad Alice sul concetto che abbiamo già tante volte espresso: le parole sono importanti!.

“Alice (like us) is armed with only one weapon for the journey: language. It is with words that we make our way through the Cheshire Cat’s forest and the Queen’s croquet ground. It is with words that Alice discovers the difference between what things are and what they appear to be. It is her questioning that brings out the madness of Wonderland, hidden, as in our world, under a thin coat of conventional respectability. We may try to find logic in madness, as the Duchess does by finding a moral to everything, however absurd, but the truth is, as the Cheshire Cat tells Alice, that we don’t have a choice in the matter; whichever path we follow, we will find ourselves among mad people, and we must use language as best we can to keep a grip on what we deem to be our sanity. Words reveal to Alice (and to us) that the only indisputable fact of this bewildering world is that, under an apparent rationalism, we are all mad. Like Alice, we risk drowning ourselves and everyone else in our own tears. We like to think, as the Dodo does, that no matter in what direction or how incompetently we run, we should all be winners and we should all be entitled to a prize. Like the White Rabbit, we give orders left and right, as if others were obliged (and honored) to serve us. Like the Caterpillar, we question the identity of our fellow creatures but have little idea of our own, even on the verge of losing that identity. We believe, like the Duchess, in punishment for the annoying behavior of the young, but have little interest in the reasons for that behavior. Like the Mad Hatter, we feel that we alone have the right to food and drink at a table set for many more, and we cynically offer the thirsty and hungry wine when there is no wine and jam every day except today. Under the rule of despots like the Red Queen, we are forced to play mad games with inadequate intruments—balls that roll away like hedgehogs and sticks that twist and turn like live flamingoes—and when we don’t succeed in following the instructions, we are threatened with having our heads chopped off. Our education methods, as the Gryphon and the Mock-Turtle explain to Alice, are either exercises in nostalgia (the teaching of Laughing and Grief) or training courses in the service of others (how to be thrown with the lobsters into the sea). And our system of justice is like the one set up to judge the Knave of Hearts, incomprehensible and unfair in a way that anticipates Kafka. Few of us, however, have Alice’s courage, at the end of the book, to stand up (literally) for our convictions and refuse to hold our tongue. Because of this supreme act of civil disobedience, Alice is allowed to wake from her dream. We, unfortunately, are not”.

Il nome come estrema difesa dell’individualità

Questo sogno da cui non possiamo svegliarci diventa, nelle parole di Ivan Illich, quello “spettacolo d’ombre produttrici di domanda e generatrici di carenza recisa dall’intenzione     personale (corsivo mio), che ci appare di conseguenza come una «danza della morte»” e    che   coincide con la società della modernità solida descritta da Bauman.

Ma una strada per uscire dall’incubo tayloristico-orwelliano in cui viviamo c’è, ed è sempre Carroll ad indicarla. “… and remember who you are!”       è l’ultimo consiglio dato dalla Regina Bianca ad Alice  nel     secondo capitolo di Attraverso lo Specchio, che in molti traducono:“… e ricordati il tuo nome!”.

Perché lo   scientific management        inizia il suo attacco alla singolarità liquida e molteplice       della persona partendo da qui, sostituendo il nome proprio  con  un  codice, un numero di matricola, un ruolo, un grado: lapidi    diverse da apporre sulla fosse comune in cui giacciono le nostre individualità.

Dunque solo nel nostro      esserci,    direbbe Heidegger,    troviamo la risposta alla crisi che, citando sempre Illich, “ha le sue radici nel fallimento dell’impresa moderna… nel grande progetto di sostituire la soddisfazione razionale e    anonima    (corsivo mio) alla risposta occasionale e personale che si è trasformato in un implacabile processo di asservimento del produttore e di intossicazione del consumatore… a spese della   convivialità“.

In Full Metal Jacket       il grande Stanley Kubrick mostra magistralmente la modalità operativa attraverso cui si realizza il “processo di asservimento”, necessario a fini dello scientific management, in un contesto organizzativo il cui archetipo è tutt’oggi replicato dalle    grandi    aziende pubbliche e private: la caserma.

Il primo tempo è dedicato al corso di formazione che il sergente Hartman (che suona come “hard man”, uomo duro, uomo solido: i nomi sono importanti!)  impartisce alle    reclute, con il linguaggio volgare che spesso risuona sulle bocche di quadri e dirigenti negli uffici aziendali (cfr. il celebre video in cui l’ex Direttore Marketing di Telecom Luciani arronza le maestranze, con una arroganza pari solo all’ignoranza).

La prima lezione di Hartman è proprio incentrata sulla demolizione della singolarità    individuale attraverso la riduzione della persona al ruolo (quello  di   soldato   che   deve fare l’amore solo con il suo fucile) e lo stravolgimento/ribaltamento    del nome proprio. L’uomo di colore da quel momento in poi si chiamerà “Soldato  Biancaneve” (doppia umiliazione  e doppio      attacco all’individualità: al colore della pelle e al sesso di appartenenza);    quello grasso diventa  “Palla di neve”; quello spiritoso “Jocker”; e via dicendo.

Un percorso che si conclude con l’assassinio di Hartman da parte di Palla di neve, atto di ribellione contro lo scientific manager     estremo e senza speranza: Palla di neve infatti subito dopo si spara un colpo di fucile in bocca, che ne decreta la morte fisica ma ancor prima la morte spirituale.

Solo nel finale sardonico e      nonsense – quindi perfettamente carrolliano  – del film (il soldato Jocker che marcia al ritmo di una musichetta disneyana), Kubrick sembra indicare la via del possibile cambiamento: l’ironia, l’irrisione del potere che ne smaschera la vuotezza. Un finale improntato ad un atteggiamento  non troppo diverso, se ci pensiamo, da quello con cui il popolo della Rete sbeffeggia la tracotanza arbitraria del potere, talora arrivando anche ad infrangere sistemi consolidati di comando e controllo  (vedi

 Il Padrone del linguaggio nella Rete – Alice annotata 28 e

 I                        limerick         di          Twitter – Alice annotata 29).

Questa è anche l’indicazione offerta da          Gary Hamel,               per il quale solo un “radicale cambiamento nella nostra capacità di cambiare” può spazzare via cento anni di taylorismo (I principi dello Scientific Management     risalgono   al 1911), consentendo alle aziende di tornare a produrre innovazione nell’era dell’economia creativa.

Proprio dunque come fa    Alice la Creativa,     la Nativa Digitale,       la Sensemaker che, dopo una lunga serie di cambiamenti personali, è pronta a spazzare via il regime vessatorio della Regina Rossa, facendone saltare per aria l’esercito (gesto finale che ripete con i pezzi che si muovono sulla scacchiera del Paese che incontra attraversando lo Specchio):  mero  mazzo di carte numerate e senza nome.

Alice annotata       38. Continua

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[i] In Nulla due volte, cit., p. 217.

Foto in alto: Oz Montana, “And Remember Who You Are”, Indoor Graffiti