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La dittatura dello Standard e il Nonsenso di Alice – Alice Annotata 17b

Insieme a Carlo Sini e Marshall  McLuhan abbiamo visto nel post precedente come Alice abbia colto un principio epistemologico chiave della postmodernità: l’impermanenza del senso, la sua continua mutabilità. A questo principio la modernità solida oppone la fede nello Scientific Management, ovvero  nella dittatura del Pensiero Unico, della One Best Way, dello Standard (cfr Alice, la humanistic manager – Alice annotata 10). E proprio dello Standard su la Repubblica  Federico Rampini, a margine di un saggio di Lawrence Busch, dal titolo Standard: Recipes for Reality,  tesse l’elogio, come estrema deriva di una Ragione illuministica che pensa di poter ridurre il caos del mondo ad un ordine pre-costituito.

Scrive Rampini: “il nostro mondo è regolato dagli standard. Sono essenziali quasi come l’aria che respiriamo, e infatti quasi come l’ aria sono diventati invisibili, li diamo per scontati. Ci sembra assurda l’idea che possano “non” esistere. Ve l’immaginate se ogni città avesse una regola diversa sul colore dei semafori? A Roma si passa col verde ma a Milano bisogna aspettare il blu e a Parigi il segnale dell’alt è viola a strisce marroni? Eppure ci fu un’ epoca non lontanissima in cui il mondo era proprio fatto così. Non solo una Babele di leggi e linguaggi, di regole e costumi, ma anche di pesi e misure. Un mondo dominato dall’ imprevedibilità, dalla non traducibilità, dalla non riproducibilità delle cose. La frontiera tra quel mondo e il nostro, coincide con l’Illuminismo da una parte, la rivoluzione industriale dall’ altra. In questo senso gli standard sono figli di un pensiero progressivo e ottimista, ma si sposano perfettamente con lo sviluppo del capitalismo”. E continua così per un bel pezzo.[i]

Ora, non c’è dubbio che per poter comunicare, lavorare, creare sono necessari dei codici comuni, dei riferimenti condivisi, un contesto (o uno sfondo) da tutti accettato come tale. Tuttavia Rampini sembra non vedere il rischio della reificazione dello Standard  come presupposto dell’instaurazione di quelle Istituzioni Totali che lui stesso spesso ha criticato. Dopo il lungo epinicio in lode dello Standard, si limita infatti ad osservare: “Siamo quindi tutti favorevoli agli standard? Dipende. C’ è una corrente critica del capitalismo, che vede negli standard una forma di banalizzazione, impoverimento, distruzione della creatività. In una economia troppo standardizzata, la concorrenza può spostarsi esclusivamente sul prezzo, a scapito della qualità. Oppure, il rischio è che gli standard “concordati” fra grandi gruppi industriali non siano i più efficienti. Un altro tipo di perversione si verifica nell’istruzione – quella americana in particolare – con l’adozione di test standardizzati: per cui lo sforzo dell’insegnamento si concentra sull’addestrare gli studenti a passare i test. Ma la più tenace resistenza contro gli standard viene da alcune correnti del pensiero conservatore. Come descrivere altrimenti, il rifiuto da parte della destra americana di tutta la mole di ricerche scientifiche sul cambiamento climatico? O la battaglia sempre aperta per l’insegnamento del creazionismo nelle scuole, contro la teoria dell’ evoluzione? A supporto di queste campagne, emerge quasi sempre il rifiuto di una dimensione universale della scienza. L’Illuminismo non ha ancora vinto”.

La conseguenza paradossale del discorso di  Rampini (la cui fede assoluta nel Razionalismo Illuministico non mi sembra molto lontana dalla fede di Lenin nelle avanguardie che devono illuminare il popolo… con le conseguenze che conosciamo) è che criticare l’omologazione alla dittatura dello Standard sia da beceri conservatori.

Io invece, con la buona compagnia di Carlo Sini, Marshall McLuhan, Wislawa Szymborska, William Shakespeare, George Orwell, i Nativi Digitali abituati alle logiche del web 2.0 (co-creazione, fiducia, trasparenza, peer-to-peer…) fra gli altri (certo non mi viene in mente il nome di nessun banchiere o scientific manager),  la penso esattamente all’opposto. Conservatore sarà lei, caro Rampini. Credo infatti indispensabile non perdere mai di vista che la ricerca di possibilità alternative sia essenziale per garantire non solo innovazione e creatività nelle aziende, ma anche libertà, democrazia e benessere per tutti: in altre parole, le condizioni per vivere in un Mondo Vitale e non in un Panopticon benthamiano, si possono dare solo seguendo l’esempio della “insensata” Alice molteplice, hacker, sensemaker.

Ha affermato  Philippe Claudel, autore del romanzo L’inchiesta, ambientato in un’azienda dove alcuni dipendenti si sono tolti la vita (trama tutt’altro che fantastica, se si ricorda il caso delle decine di suicidi avvenuti in Telecom France non molto tempo fa) e definito su la Repubblica “una favola surreale che diventa un incubo à metà strada tra Kafka e una versione molto cupa di Alice nel paese delle meraviglie”: “Mi interessa la letteratura che strappa il velo al reale, provando a guardarlo da un altro punto di vista. Mi sento molto vicino a Lewis Caroll e Orwell… anche se spesso il sovrannaturale e il fantastico restano confinanti nel mondo dell’ infanzia, Alice nel paese delle meraviglie è soprattutto un libro per adulti. Il fantastico è il continente di tutti i possibili.”

Per cogliere “il cuore nero delle aziende”, che coincide con quello della nostra società occidentale, ci occorre seguire la guida di Alice: la sua  fiduciosa apertura verso le diversità,  la sua continua esplorazione delle molteplici verità del mondo,  la sua ricerca di un senso “insensato” che si costituisce muovendosi in un continuo caleidoscopico gioco di spostamento del futuro rispetto al passato,  dello sfondo rispetto alla figura, del testo rispetto al contesto.  Altro che fiducia assoluta negli Standard cui Qualcuno (l’Esperto Pianificatore di Taylor, il Razionale Illuminista di Rampini, l’Uomo d’Oro di Platone, l’Avanguardista Rivoluzionario di Lenin, il Perfetto Ariano di Hitler…) ha il potere assoluto di omologare il pensiero di tutti gli altri, rendendoli indistinguibili come i Tweedledum e Tweedledee di Alice  (o i Rosenkrantz e Guildernstern di Amleto) e lasciando come unica via di fuga il suicido, fisico o mentale.