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Per una via umanistica a Facebook

Concludevo qualche giorno fa il post intitolato il  IL RISCHIO DI FACEBOOK, esprimendo la speranza che una via umanistica a Facebook fosse possibile. Il post ha destato una ampia discussione di cui cerco di riassumere i termini.

Si deve innanzitutto affrontare il problema delle costrizioni del dispositivo tecnologico Facebook rispetto agli spazi di creatività individuale. E’ molto faticoso farlo, ma credo si possa mostrare che questi spazi ci sono, e ci sono proprio là dove si riesca a fare un uso analogico del digitale. Là dove il network Facebook è in realtà network che mette in connessione persone e non pagine web. Per realizzare questo fine si possono seguire diverse strade. Pensiamo solo alle funzionalità più semplici: Facebook ed i Social Network in generale potrebbero affinare le categorie delle connessioni distinguendo tra maggiori possibilità di determinare il valore di ogni connessione in “analogia con le relazioni sociali fisiche” (conoscenti, simpatizzanti, colleghi di lavoro, amici, nemici, non amici, amici in rete ecc.).

Ad un livello più profondo, si potrebbe osservare che se la creatività è tale solo quando riesce in una perfetta “unificatio” tra i nostri opposti interiori, Facebook risponde alla necessità di separazione (benché si differenzi da altri social network come il popolare Linkedin proprio perché consente in teoria l’esposizione del sé a 360 gradi e non di una porzione di esso – quella professionale nel caso di Linkedin): separiamo da noi le parti “brutte” (i demoni, direbbe Hillman) mettendo in mostra solo alcune foto, dicendo (rappresentando) solo alcuni aspetti della nostra vita, etc. Questa scissione viene effettuata anche dagli altri “amici” di Facebook, col risultato che si incontrano non 2 (o 5.000) persone “intere”, ma 2 (o 5.000) “parziali” di persone. In tal senso, la comunicabilità è impossibile, ed anche la creatività, intesa come “procreazione” (Segal) di quella parte di sé nata dall’aver unito le parti opposte di ognuno. Ma ecco il paradosso: la creatività può nascere solo dove c’è la separazione (altrimenti non potrebbe avvenire la congiunzione), quindi Facebook, come strumento che divide, può facilitare la creatività. Tutto però dipende dal saper unire i nostri opposti. Anche nelle aziende: le persone raggiungono gli obiettivi solo se uniscono i ruoli di lavoratore/persona, attingendo al Sé. Portando alle estreme conseguenze questo ragionamento dovremmo ammettere che il passaggio realizzatosi con Facebook si è determinato non tanto in una rappresentazione di sé senza mediazione, quanto in una “parziale rappresentazione di sé”: è tale parzialità che garantisce la protezione, ed è, in una certa misura, corrispondente ad una falsa identità. Il nome è vero: ma a quel nome sono associate esperienze, frasi, foto, scelte da una sola parte di noi, o peggio dal Grande Fratello, il Censore di Facebook, che decide cosa possiamo pubblicare e cosa no. E peraltro si potrebbe aggiungere che il controllo totale sulla realtà, soprattutto la nostra realtà interiore, o anche solo su di una porzione di essa, è sempre illusorio. Come scrive Wislawa Szymobrska nella poesia Tutto, ripresa e commentata in Nulla due volte:

“Una parola sfrontata e gonfia di boria.

Andrebbe scritta tra virgolette.

 Finge di non tralasciare nulla,

di concentrare, includere, contenere e avere.

E invece è soltanto

un brandello di bufera”

D’altro canto è pure vero che ad esempio nel lavoro aziendale si riescono ad ottenere obiettivi prefissati solo quando si realizza una autentica Unione col Tutto, sia con la mansione assegnataci, sia soprattutto, con gli aspetti di Sé: quelli che si accettano e quelli che si scansano ma che si presentano comunque sotto forma di rapporti con i colleghi di lavoro deleteri, con stress lavorativo, mobbing, e via discorrendo. Ciò che da noi togliamo si ripresenta sotto forma distorta, perché è sempre presente in noi.

Un episodio di qualche giorno fa mette bene in chiaro questo tema. Facebook rimuove automaticamente tutte le sessualmente esplicite. Tuttavia è scoppiato un putiferio quando Facebook ha cominciato a togliere dalle pagine dei propri iscritti alcune foto ritenute «oscene»: mamme che allattano neonati., «Mostrano un seno intero, con capezzolo e aureola, quindi vanno rimosse ». «Violano le condizioni di Facebook sul divieto di pubblicazione di materiale osceno, pornografico e sessualmente esplicito », ha spiegato Barry Schnitt, portavoce di Facebook. Ma le mamme censurate gridano all’orrore e stanno mobilitando mezzo mondo per protestare. Capopopolo della rivolta è Kelli Roman, 23enne californiana. Lei è stata una delle prime a subire la cancellazione delle foto in cui veniva ritratta mentre allattava la sua bimba, un annetto fa, quando nella sua pagina su FACEBOOK non le ha più trovate. Chiesta una spiegazione, le è stato risposto: «Immagini contrarie alla nostra politica». Tanto è bastato per scatenare la giovane mamma che subito ha lanciato una petizione ufficiale sul sito: «Hey Facebook, allattare al seno non è osceno! ». Un fiume in piena: oltre 105 mila persone hanno firmato e protestato contro la censura. Non solo. Il 27 dicembre 2008 si sono ritrovati online per una manifestazione virtuale: in undicimila hanno cambiato il loro profilo aggiungendo foto mentre allattavano, uno o più figli. E contemporaneamente, chi ha potuto ha raggiunto Palo Alto, quartier generale di Facebook, per un allattamento di massa davanti alla sede. In quelle stesse ore, tante immagini «oscene» sparivano però dal sito. Così le arrabbiatissime mamme hanno aperto una pagina internet dove pubblicare tutte le foto censurate. Che aumentano di ora in ora. «Ci chiediamo — spiega Kelly Roman —, cosa ci sia di osceno nel mostrare una mamma che allatta un bambino. Abbiamo il diritto di mostrare i nostri piccoli mentre mangiano al seno, esattamente come quelli che succhiano il biberon ». Ma Schnitt di FACEBOOK replica: «Noi interveniamo solo su segnalazioni di altri utenti che si sono lamentati». E poi, aggiunge, «di solito permettiamo le foto di madri che allattano», è solo una questione di quantità. «Seno nudo, con capezzolo e aureola»: troppa nudità tutta insieme. Molte immagini mostrano enormi seni con attaccati più figli contemporaneamente. Qualcuno potrebbe non gradire tanta ostentazione. La politica di Facebook è condivisa pure da MySpace: censurate e tolte anche lì foto troppo esplicite e «nude».

Questo episodio indica con molta chiarezza che il problema vero è nell’uso del medium: nel senso, o meglio nei sensi, che attribuiamo alla nostra presenza in Rete. Sensi che possono configgere con chi si assume il ruolo di Censore, pre-definendo, nel più puro spirito tayloristico, i limiti entro i quali certi significati sono ammissibili e altri no. Ben diversa la prospettiva dello humanistic management, in base alla quale, se dovessimo indicare le modalità per vivere in maniera etica, autentica e attiva la contemporaneità, le indicheremmo nella riflessione diffusa sugli obiettivi che l’organizzazione sociale cui aderiamo si deve porre e sui mezzi per perseguirli; nella responsabilità condivisa rispetto ai suoi fini anche non strettamente economici; nell’autosviluppo che diviene cura verso gli altri. Un processo a livello sociale deve fondarsi su una approfondita riflessività individuale. Non a caso il gesto di scrivere, documentare, conservare quanto vissuto si è affermato nel corso della storia come la manifestazione più alta della percezione della propria soggettualità. Sotto questo aspetto, abbiamo osservato nel Manifesto dello humanistic management, vi è più  da apprendere da una pagina delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, o da quei “diari” (o più esattamente, CMS, Content Management Systems) individuali e collettivi che sono gli attuali blog su Internet, che da mille volumi di letteratura manageriale tradizionale.

Tuttavia, oggi l’identità  è caratterizzata da un eccesso della figura dell’ego. Le persone desiderano vivere non più una sola vita, ma tante vite insieme. E’ la metafora del telecomando. Ciascuno desidera vivere insieme tante esperienze quanti sono i canali televisivi e saltare dall’una all’altra vedendole tutte. La persona vive perciò una condizione di endemica instabilità: l’identità è in continua riproposizione, frammentata in appartenenze diverse, spesso sovrapposte, talvolta contraddittorie. L’identità, come ci ricordavano già Salinas e Borges, è molteplice come  un labirinto in cui bisogna sapersi orientare: o, meglio, che occorre quotidianamente costruire scegliendo tra diverse alternative, che spesso però meriterebbero tutte di essere perseguite, senza che l’una escluda l’altra. Perché, a forza di escludere, potrebbe non rimanere nulla al centro del labirinto. Il palinsesto e il blog diventano così gli archetipi della vita più desiderata. Quella in cui tutto è significativo perché la cosa importante non sono i singoli programmi o i singoli “post”, ma il montaggio che ogni individuo produce delle sue esperienze. Dunque, il rischio  connesso all’uso analogico (nel senso che ho cercato di spiegare sopra) delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione è che esse possono condurre alla perdita del più autentico sé, della propria singolarità, confusa con qualche nickname o avatar in cui si assume una identità fittizia.

Ora,  i Social Network come Facebook, se riescono a sfuggire ai rischi opposti dell’appiattimento digitale sul “mero reale” , da una parte, e dell’ossessiva compulsione ad apparire a tutti ed in ogni luogo sempre-e-comunque nella propria dimensione più luminosa, apollinea e superficiale, dall’altra, con la conseguente entropia di ogni possibile significato autentico, offrono a ciascuno la possibilità di rendere più profondo e articolato il proprio modello espressivo. Pensiamo a Omero: avendo a disposizione una memoria elettronica, il modello compositivo fondato sul montaggio di blocchi standard avrebbe potuto essere portato a più alti livelli di complessità e tutte le possibilità combinatorie teoricamente previste dal modello avrebbero potuto essere esplorate. E questo non viola l’autonomia dell’autore: ogni autore resta se stesso, libero di “chiudere” il testo come vuole: ovvero di comprendere, o di escludere, materiali narrativi e piste di lettura. Insomma: usando un word processor, Omero, come Dante o Proust, si sarebbe trovato a disposizione una più vasta gamma di materiali coerenti con il suo progetto, un repertorio più vasto di collegamenti tra gli elementi, senza che ciò venisse a togliere la facoltà di scegliere, confezionando una redazione finale, alcuni materiali, alcuni collegamenti. Vale l’analogia: come l’autore vede potenziata dall’information technology la sua autonomia creativa, altrettanto fa il manager. Le informazioni e le conoscenze non sono più chiuse in procedure, ma plasticamente messe a disposizione del decisore. Del creatore di mondi. L’individualità, la multi-individualità, è in entrambi i casi incrementata dalla protesi tecnologica.


[1] Minghetti e Cutrano, Le nuove frontiere della cultura d’impresa, ETAS, 2004