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IL RISCHIO DI FACEBOOK

Nel momento in cui scrivo ho più di 800 amici su Facebook. Sono presente qui da circa un anno, partecipo all’attività di diversi gruppi, pubblico regolarmente materiali sulla mia bacheca, interagisco con molte persone anche utilizzando il servizio mail soprattutto per motivi professionali. Questo per chiarire fin da subito che io Facebook lo uso e credo sia un mezzo che non ha ancora dispiegato tutte le sue reali potenzialità. Vorrei tuttavia mettere in luce la “dark side” del Fenomeno Facebook, il potenziale rischio che ne sottende un uso acritico, riprendendo alcune riflessioni proposte nel centoventiquattresimo Episodio de Le Aziende In-visibili.

L’Analogico e il Digitale, questo il titolo dell’Episodio, è incentrato su un dialogo fra la Psicologa Sintetica della omnipervasiva Corporation, all’interno della quale è ambientato il romanzo, e il Direttore del Personale Sam Deckard. La donna racconta delle battaglie che ha dovuto sostenere la Corporation per mantenere la sua supremazia nel corso del tempo. Analogamente alla “Teodora” de Le Città Invisibili di Italo Calvino (cui l’Episodio è ispirato), assalita da condor, serpenti, mosche, termiti e tarli, la grande azienda ha dovuto sgominare sempre nuovi nemici, ovvero modelli mentali ed archetipi, che ne hanno minato le fondamenta.
Il Primo Nemico che la Corporation ha dovuto affrontare è nato quando Magritte ha messo in evidenza la necessità di uno spazio fra la realtà e la sua rappresentazione.“Vede Deckard -mi diceva, sferruzzando all’uncinetto mentre ondeggiava placidamente su una sedia a dondolo- invasioni ricorrenti hanno travagliato la Corporation nei secoli della sua storia; a ogni Nemico sgominato un altro prendeva forza e ne minacciava la sopravvivenza. Naturalmente non parlo di aggressioni fisiche, ma spirituali. Di modelli mentali, di schemi cognitivi, di archetipi che nel corso del tempo hanno minato le fondamenta della nostra azienda. Uno degli assalti più formidabili fu sferrato da Magritte. Tutti conosciamo quel dipinto che rappresenta una pipa e in cui nello stesso tempo ci si dice: «Questa non è una pipa». Veramente ha ragione il quadro: ciò che ha disegnato Magritte non è una pipa, ma una sua rappresentazione.”
“Magritte indica lo spazio fra oggetto e rappresentazione: lo spazio dell’arte.”
“Esatto. Capisce la pericolosità dell’assunto. Se accettassimo anche in azienda l’idea che ogni procedura, ogni best practice, ogni organigramma è interpretabile individualmente, dove andremmo a finire? Sarebbe il caos”
“Dunque?”

La psicologa ribadisce il rischio dell’interpretazione individuale nel contesto aziendale (metafora di quello politico-sociale più ampiamente inteso), poiché se ogni organigramma, ogni best practice, ogni ordine di servizio fosse suscettibile di valutazione e quindi di critica da parte della singolarità, il modello “perfetto” ed univoco dello scientific management su cui la Corporation si regge verrebbe messo in discussione e la sua rigidità intrinseca si rivelerebbe fatale.
La soluzione proposta dal fordismo che la Psicologa rappresenta è appunto quella di abbattere il Nemico tramite il “real-time”, ossia la sincronizzazione del tempo che ha la meglio sullo spazio dell’arte. La Corporation si propone di sovvenzionare artisti a patto che le loro opere riproducano nei minimi particolari il reale. Presentandolo senza rappresentarlo.

“Dunque la Corporation ha reagito creando l’Istituto Mondiale per l’Arte Contemporanea. Grazie agli ingenti investimenti profusi, l’Arte sostanziale di un tempo, che si esprimeva attraverso l’architettura, la musica, la scultura, ha subito una progressiva deriva verso un’Arte meramente accidentale che ha sconvolto le forme della rappresentazione degli oggetti e dei fenomeni, a favore di una loro immediata presentazione, in cui un tempo superficiale, il real time, sincronico ed immediato, ha definitivamente la meglio sullo spazio, lo spazio profondo, diacronico, sostanziale ed immaginario delle grandi opere d’arte, sia letterarie che plastiche. Quando l’artista contemporaneo, da noi sovvenzionato, realizza, poniamo, una still life della propria camera da letto non reinventandola immaginificamente, come Van Gogh, ma riproducendola, con una installazione, nei minimi dettagli, specie i più sordidi, uccide lo spazio della creatività. Poiché, appunto, la presenta senza rappresentarla. Contribuisce così alla affermazione di un modello mentale coerente con il dogmatismo monodimensionale dello scientific management.”
Non potevo credere alle mie orecchie. Gettai uno sguardo al manichino, quasi a verificare quale fosse la sua opinione circa la sanità mentale dell’autrice di quelle poco sensate dichiarazioni. Immerso nella vista degli edifici urbani che apparivano fuori dalla finestra, silenzioso ed ineffabile, non mi sembrò propenso ad esprimersi in merito.”

Il Secondo è più potente Nemico della Corporation è sorto dall’affermazione della New Economy prima e della Wikinomics, poi.

“Sgombrato il campo dall’Arte Moderna, la Corporation dovette affrontare un nuovo nemico: l’avvento di Intranet e della realtà virtuale. Imprevedibili nuovi spazi per l’espressione personale e la fantasia si erano aperti. L’organizzazione del mondo, ovvero della Corporation, per qualche attimo terribile, scricchiolò”.
Si interruppe.
Aveva finito la lana. Si alzò, aprì la vetrinetta di un armadio e afferrò un gomitolo -‘o gnommero’, avrebbe detto mio nonno, che, secondo quanto raccontava mio padre quando ero piccolo, usava assumerlo a mistico emblema del garbuglio universale – che non era appoggiato ad alcun ripiano. “Dove sta il trucco?”, mi chiesi, prima di accingermi ad ascoltare il seguito, per capire fino a che punto la donna era andata fuori di testa.
Dopo essere tornata a sedere, riprese a parlare. “Ma prendemmo ben presto le contromisure. Prima facemmo in modo che la bolla della New Economy si gonfiasse a dismisura fino a scoppiare. Ecco il bel risultato che si ottiene volendo guidare perdendo il controllo! Poi entrammo direttamente in campo nemico. Cominciammo l’invasione dei mondi alternativi che proliferavano in Rete. Già oggi, quelle che erano nate come realtà immaginarie, sono sempre più riproduzioni digitali in scala 1:1 del nostro mondo. Ma soprattutto stiamo brevettando un nuovo software che coniuga la potenza di Google Earth e quella di una Playstation. Tramite questo software si può entrare, poniamo, nel Taj Mahal, osservare i video professionali del ‘National Geographic’ (o quelli dei turisti che lo hanno visitato), scoprire la storia nei dettagli grazie a un collegamento diretto a Wikipedia e ad altri testi in digitale ‘caricati’ accanto alle immagini (satellitari e non) del Taj Mahal. Insomma, questo nuovo prodotto non permette solo di vedere i luoghi ma anche di viverli”.
“E siamo solo agli inizi. Entro pochi anni nascerà qualcosa di molto simile al Metaverso, descritto dallo scienziato Neil Stephenson nel saggio ‘Snow Crash’ del 1992, ormai un classico della letteratura tecnologica. Il Metaverso era una città virtuale dalla dimensione di un pianeta, abitata da 120 milioni di avatar. Il mondo in 3D realizzato con il nostro nuovo software richiamerà la visione prospettata da Stephenson, ma andrà anche assai oltre: avrà lo stesso aspetto della realtà terrestre e funzionerà come piazza virtuale e porta d’accesso per ogni tipo di informazioni. Sarà anche accessibile sia attraverso le modalità immersive della realtà virtuale sia attraverso lo ‘spioncino’ dello schermo di un cellulare. In questo modo un avatar potrà passeggiare tra le strade di Manhattan, assistere a un’opera all’interno della riproduzione della Scala o aggirarsi per un safari nella savana insieme ad altri avatar. Le Maldive saranno esplorabili dal divano di casa, così come gli scavi di Pompei o il Louvre. Esperienze virtuali perfette, rappresentazioni identiche in tutto e per tutto alla realtà diretta, lontane anni luce dalla irreale grafica tridimensionale di adesso.”
“In uno scenario del genere, quindi, la linea di separazione fra realtà e mondo virtuale sarà sempre più sottile.”
“Ambiti del Metaverso saranno sempre più strettamente ancorati alla vita concreta del pianeta e riguarderanno tutte le attività. La gente si muoverà senza soluzioni di continuità tra rappresentazioni del mondo vero e rappresentazioni di mondi fantastici, fra i due, anzi, non ci sarà più differenza”.
“State insomma eliminando il meraviglioso, l’immaginario, l’onirico, il favoloso anche dagli schermi e dal
le memorie dei computer.”
“Si, e per questo appoggiamo la deriva attuale del social networking: MySpace, YouTube, Facebook, Flickr, Vimeo, Del.icio.us, Digg… Tutti fenomeni sostenuti in maniera occulta dalla Corporation. Anche queste declinazioni internettiane del reality show televisivo non sono più rappresentazioni ma mere descrizioni della realtà, specialmente quella più insulsa, dozzinale, squallida.”
Cominciavo a rendermi conto che quella follia aveva un metodo. L’irrealtà del banale aveva vinto sull’irrealtà del soprannaturale. Il lusso del futuro, pensai, sarà la possibilità di vivere la vita reale attraverso forme di esperienza originali, eccitanti, strane, singolari. Ma soprattutto concrete, tangibili, assaggiabili, odorabili, propriamente umane. Annichilito, rimasi in silenzio.
“Ma il vero trionfo del digitale è l’affermazione del porno senza grafia, fruibile ormai anche dal proprio salotto attraverso i canali satellitari: gli odierni film porno sono presentazioni esplicite dei rapporti sessuali, senza erotismo, senza magia, senza significato. Le vere protagoniste non sono neppure più le pornostar, ma le casalinghe, le ragazze della porta accanto. Più anonime sono, più successo hanno.”
“Si è realizzata la profezia di Borges al contrario: Uqbar è stata invasa dal mondo reale e non viceversa.”, riuscii a sussurrare.
“Allo stesso modo si è clamorosamente sbagliato Baudrillard: il delitto perfetto lo ha perpetrato la realtà contro la fantasia. Il virtualismo digitale ha semplicemente consentito di assistere alla presentazione del reale senza andare a vedere sul posto. Ha eliminato il rischio connesso all’esserci veramente. Ma anche al pensare veramente, che è sempre un interpretare. Questo percepire senza esserci veramente definisce un mondo di diniego nel quale ormai si cerca meno di vedere che di essere visti da tutti nel medesimo istante secondo le medesime modalità. Si è così giunti all’affermazione quasi definitiva del modus operandi dello scientific management, l’omologazione coatta al Pensiero Unico, che ha avuto l’astuzia di usare gli strumenti dell’Avversario, rivoltandoglieli contro”.
“Quasi?”…..

L’Episodio si conclude descrivendo l’avvento dell’Organizational Storytelling, applicato da Bush prima e da Obama poi per vincere le elezioni presidenziali negli USA, come modalità definitiva scelta anche in azienda per l’affermazione di un modello di pensiero omologante e univoco. Ciò che il romanzo non sottolinea (anche perché è stato scritto un anno prima dell’affermazione di Obama) è che lo Storytelling del nuovo Presidente degli Stati Uniti si è dimostrato vincente anche perché ha saputo cogliere le potenzialità di Facebook nella narrazione della sua particolare visione della storia e della società. La morale è chiara: nell’era della convergenza e della crossmedialità, l’adozione del digitale come sistema d’unificazione d’ogni descrizione del contenuto, la pratica di sinergie crossmediali come moltiplicatore delle economie di scala ed infine l’industrializzazione della convergenza sui terminali d’uso consentirà il controllo totale sul pensiero, l’immaginazione, la creatività ed in ultima analisi sulla realtà. Un controllo che nel mondo analogico era frammentato in mille interruzioni, sia nella codifica del contenuto, sia nella manipolazione e confezione, sia nella sua fruizione e che oggi invece è globale, totalizzante, Unico.
Sotto questo profilo il Fenomeno Facebook è illuminante. In molti si sono esercitati ad individuare le possibili ragioni del suo successo, ma di certo il vantaggio competitivo fondamentale è stato dato dal fatto che con Facebook si è passati dalla rappresentazione del sé sotto forme narrative (nickname, avatar, false identità) alla rappresentazione del sé senza alcuna mediazione interpretativa. Giustamente Francesco Morace in “Consum-Autori”, sostiene che “il progetto digitale” che meglio rappresenta la generazione dei 20-35enni, definiti “individualisti, egocentrici, narcisisti e consumisti” è appunto Facebook. Lo strumento che meglio di ogni altri ha saputo interpretare la insopprimibile esigenza contemporanea dell”individualismo di massa”, può venire sfruttato magnificamente da tutti coloro che, a vari livelli, hanno interesse a mantenere quella che Bauman definisce la tendenza al totalitarismo della modernità tradizionale, “solida”, in quanto “nemico giurato della contingenza, della varietà, dell’ambivalenza” e che “riduce le attività umane a movimenti semplici, standardizzati e in grande misura preprogrammati, da seguire ubbidientemente e meccanicamente”.
Oggetto della critica è dunque il paradigma imprenditoriale tradizionale, il cosiddetto scientific management, che pur mostrandosi del tutto inadatto a offrire letture convincenti dell’impresa e strumenti operativi efficaci per la sua conduzione, è diventato il paradigma mentale che regola la gran parte delle relazioni sociali anche extra-aziendali. Per usare un riferimento biblico utilizzato da Bauman, gli scientific manager come molti “scientific politicians” agiscono ancora nell’ottica del “discorso di Giosuè”, per cui il mondo è ”centralmente organizzato, rigidamente delimitato e istericamente ossessionato dal creare confini impenetrabili”. Puntano sull’affermazione di un modello basato sull’opposizione fra controllori e controllati, nonché fra pianificazione e controllo, su comando ed esecuzione, sulla divisione del lavoro fra funzioni, unità organizzative e singole “risorse” umane, sulla competitività esasperata all’interno dell’impresa e sul mercato fra le imprese stesse, sull’omologazione imposta all’unicità creativa. Appare evidente la stridente inadeguatezza di un tale procedere al cospetto di un mondo ‘complesso’, liquido, in rapido e continuo mutamento nel tempo e nello spazio. E vero che, ha scritto più recentemente lo stesso Bauman, si sta per certi versi verificando “la rivoluzione manageriale, ‘fase due’, surrettiziamente condotta all’insegna del ‘neoliberalismo’: i dirigenti sono passati dalla ‘regolazione normativa’ alla ‘seduzione’, dal controllo quotidiano alle pubbliche relazioni, dall’imperturbabile, iperregolato e routinario modello di potere panoptico, al dominio esercitato attraverso l’incertezza diffusa e sfocata, attraverso la precarietà e uno sconvolgimento incessante e scombinato della routine”. Ma il problema è che “la fase due” della rivoluzione manageriale convive con la “fase uno” sia pure in maniera schizofrenica, contradditoria, irrazionale. E poi, in definitiva, le due “rivoluzioni” portano in sostanza al medesimo esito, la scomparsa delle distinzioni, dunque delle diversità: l’una perché fondata sulla one best way, l’altra perché fa dell’incertezza generale una notte in cui tutte le vacche sono nere. E così accade specularmente in Facebook, dove, quando hai raggiunto la mitica quota di 5.000 amici, ti domandi se ha ancora un senso parlare di amicizia.
Se è vero che essere individuo equivale ad accettare una responsabilità inalienabile per l’andamento e le conseguenze delle interazioni sviluppate con gli altri, a partire da quelle amicali, è difficile non vedere come l’esistenza contemporanea sia sempre più pericolosamente in bilico fra una condizione di permanente connettività fra simulacri – tramite cellulari, e-mail, chat e i social network come Facebook – ed una fruizione delle immagini create dalle tecnologie della comunicazione che conduce al limite del solipsismo. Tornano a noi, il punto allora diventa: è possibile un uso di Facebook “analogico” e non “digitale”? Può essere Facebook uno strumento utile a supportare le basi della piena auto-consapevolezza perché fondata sulla relazione personale, diretta, intima e rinnovata ogni giorno con l’altro? Può aiutare a ricostruire quello spazio necessario fra la realtà e la coscienza individuale e collettiva, necessario per farvi risiedere e svil
uppare lo spirito critico, la creatività, l’innovazione? Come il Deckard del romanzo io voglio sperare di si:

“Il soliloquio della Psicologa era ormai inarrestabile: inondava l’ufficio, la Corporation, l’universo. Eppure da qualche parte, dentro di me, restava l’incrollabile fiducia nella possibilità di dare un vero significato alla identità molteplice ed in continua evoluzione dell’azienda attraverso lo sviluppo di ogni singolo partecipante alla sua vita. Sapevo che la ricerca di senso autentico è un bisogno inestirpabile dell’essere umano: come dimostra l’evoluzione plurimillenaria della poesia, di tutte le discipline artistiche, della filosofia, della teologia, della fantascienza. Se lo scientific management è digitale, pensai, deve essere possibile uno humanistic management analogico.”

P.S.: Ho postato questa stessa nota su Facebook. Sarà interessante vedere se e come si sviluppa il dibattito qui sul Metablog e là, su FC.