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Wislawa Szymborska: dalla prosa del taylorismo alla nuova poesia manageriale

Tutto il mondo oggi piange la scomparsa di Wislawa Szymborska, la più grande poetessa del Novecento insignita nel 1996 del Premio Nobel.

Non starò qui a ripetere quanto in queste ore molti qualificati esperti, critici e giornalisti hanno scritto sulla grandezza della sua poesia, che sa unire in maniera unica levità e profondità, comicità e tragedia, pessimismo cosmico e ricerca continua del significato della vita. Una vera incarnazione postmoderna della Alice di Lewis Carroll, alla rilettura delle cui avventure non a caso ci stiamo dedicando da qualche mese: curiosa, ironica, piena di dubbi ma  pronta a cercare delle soluzioni al nonsenso apparente che ci circonda con rinnovato ottimismo, disponibile a farsi stupire dalle Meraviglie che sotto il velo opaco della quotidianità ci può riservare ogni momento della nostra vita.

Poichè  ho avuto la fortuna di poter collaborare con lei e con il compianto Pietro Marchesani (il suo impareggiabile traduttore italiano) nella realizzazione del volume Nulla due volte, che tentava l’incredibile azzardo (aspramente osteggiato da molti degli esperti di cui sopra, per ragioni che forse si comprenderanno meglio se si avrà la pazienza di leggere quanto segue di sotto) di reinterpretare la prosa manageriale alla luce delle sue poesie, vorrei limitarmi qui a ricordare alcune osservazioni sviluppate in quel libro, relative ad una sua composizione, dal titolo:

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.
 

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la letteratura, lo ammette. Non lo sa. Non sa cosa è la poesia. Tanto meno, dunque, a cosa serve. Meno che meno, possiamo supporre, a che possa servire in azienda. Non fa parte della schiera di “esperti” che, come scrive Francesco Varanini a margine della sua raccolta di poesie      L’irresistibile ascesa del direttore marketing cresciuto alla scuola del largo consumo, vorrebbero fare sapere agli altri “meglio di loro stessi cosa sia meglio per loro”. E neppure di sicuro è fra coloro che “in base alla propria qualifica, o magari ad una semplice autocertificazione, ci offre il suo aiuto (naturalmente al giusto prezzo) per farci da guida nelle oscure segrete della nostra anima” (Zygmut Bauman).

Mentre invece rappresenta un ottimo esempio del vero poeta, che non accetta di ingabbiare l’esistente in un ordine dato: la poesia va alla ricerca degli infiniti percorsi che l’impermanenza della realtà rende possibile tracciare. Un’altra poetessa, Emily Dickinson, così esprime questa idea: 

Nella prosa mi chiudono

come quando, bambina,

mi chiudevano dentro lo stanzino,

perché volevano stessi “tranquilla”.

Tranquilla! Avessero potuto sbirciare,

vedere la mia mente che frullava,

tanto sarebbe valso rinchiudere un uccello,

per tradimento, dietro uno steccato.

“Oh, oh, la poesia in azienda non solo è inutile: è pericolosa!”, osserverà lo scientific manager dedito al culto della pianificazione burocratica e del controllo rigido, invece che alla riflessione sui fini da perseguire, all’esplorazione delle potenzialità dell’impresa e alla ricognizione dei mezzi necessari per tradurle in atto, al rafforzamento di una leadership flessibilmente disposta a percorrere le imprevedibili biforcazioni dei sentieri che si snodano nel giardino del futuro (a rischio di spingersi là dove tutti i percorsi, segnati sopra il rigoglioso verde in forma d’ingegnosi labirinti, sono cancellati, o perché da tempo immemorabile non più calcati da alcun piede, o perché vergini).

Risposta: certamente è così, se è la stabilità ciò che si vuole preservare, dei campioni della quale la nostra poetessa ha già scritto l’epitaffio: Ogni loro previsione è andata in modo totalmente diverso/o un po’ diverso, il che significa anche totalmente diverso (Le lettere dei morti). Ma se è la creatività, l’innovazione, il coraggio di svelare le ipocrisie dell’organizzazione presente per edificarne una più forte e rivolta al futuro, fondata su trasparenza, fiducia e attenzione reciproca dell’uno per l’altro, ovvero convivialità; se è questo ciò che serve, l’immissione di dosi massicce di poesia in azienda diviene l’unica salvezza.

Quando scrive:        Ho toccato il mondo come una cornice intagliata,    sembra che Szymborska alluda alla teoria del frame di Erving Goffman (lo stesso cha ha lavorato anche sul concetto di Mondo Vitale), secondo cui la realtà non è unitaria, ma è costituita da un complesso di cornici (frames) innestate una sull’altra: non esiste quindi alcuna “verità vera”, ma solo interpretazioni che sono valide per ciascun individuo. Si tratta di un’illazione destituita di fondamento; eppure l’associazione è rafforzata dall’esame della composizione poetica in cui ci si domanda, come in un gioco di specchi o labirinto borgesiano, cosa la poesia sia. La sua articolazione tripartita adotta la medesima modalità con cui ci viene insegnato da bambini a fare l’analisi logica e grammaticale (classificando le varie parole, assegnando ciascuna di esse a una delle nove parti del discorso, indicando, per ogni parola così classificata, tutte le caratteristiche morfologiche, come genere, numero, tipo). Cosa c’è di più facile? Per noi adulti, almeno, provvisti di una normale istruzione scolastica. Eppure, se ci cimentiamo nell’esercizio proposto dalla professoressa Szymborska, facciamo una scoperta vertiginosa: ciascuno dei termini, che sembrano rimandare a definizioni inequivocabili nel quadro di una frase scontata, di un luogo comune (ad alcuni piace la poesia), è carico di ambiguità.

Alcuni. Pronome. Maschile. Plurale. Il singolare è proprio del linguaggio arcaico e oggi in sua vece si preferisce la forma “qualcuno”. Benissimo. All’apparenza. Ma, in pratica, questi “alcuni” quanti (e chi) diavolo sono? Non tutti, il che non ci aiuta molto; non la maggioranza bensì una non meglio identificata minoranza; saranno almeno due su mille? …forse! Meglio passare al verbo: piace. Terza persona singolare del verbo piacere. Non ci si può sbagliare, per quanto si tratti di un verbo subdolo, intransitivo ed irregolare. Ma cosa significa, piacere? Per il vocabolario, innanzitutto, “recare diletto ai sensi” o “appagare il senso estetico”. Sì, ma il conforto procurato da una pasta in brodo è diverso dalla protezione che una vecchia sciarpa offre contro il gelo (proveniente dall’esterno o dall’interno, come sa bene Linus, benché lui preferisca una coperta): tanto meno è assimilabile alla sensazione piacevole provocata dalla visione del colore azzurro. A meno che abbia ragione Paolo Conte quando mette insieme tutte queste cose: “Entra e fatti un bagno caldo/c’è un accappatoio azzurro/fuori piove, è un mondo freddo…. (Via con me)”. E’ sempre il vocabolario, inoltre, ad insegnarci che “piacere” può significare “incontrare il consenso, l’approvazione altrui, specificamente sul piano morale”. Okey, però il consenso che scaturisce dalla competizione vittoriosa fra uomini lupi di altri uomini ha un carattere ben diverso da quello generato dall’empatia che proviamo verso altri esseri viventi, siano essi persone o animali (piace accarezzare un cane); ed è ancora differente dall’approvazione espressa dall’adulazione (piacciono i complimenti), contro la quale non si stanca di ammonirci Shakespeare. Niente da fare, ne sappiamo quanto prima.

Ed infine il soggetto, la poesia: chi può dire che cosa è? Nessuno: perché la poesia, come la vita, è inafferrabile, se ci si illude di racchiuderla in una frase, in un significato precostituito o, come fa lo scientific manager, in una formula. Ha scritto Borges: “Non possiamo definirla proprio come non possiamo definire il gusto del caffè, il colore rosso o l’amore per il nostro paese. Sono cose così profonde dentro di noi, che possono essere espresse solo da quei simboli comuni che tutti condividiamo”. La difficoltà è tale, che se ne può forse venire a capo solo seguendo Hans Magnus Enzensberger, quando indica queste Opzioni per un poeta:

Dire la stessa cosa con altre parole,

ma sempre la stessa.

Con sempre le stesse parole

dire una cosa tutta diversa

o in modo diverso la stessa.

Oppure tacere in modo eloquente.

 La poesia rivela o occulta? Se la seconda fosse l’opzione corretta, gli scientific manager allevati alla scuola del largo consumo…di risorse umane (che spesso è, direbbe Montale, uno scialo vano, più che crudele) potrebbero tirare un sospiro di sollievo. Chi meglio di questi tecnocrati, heidegerriani chiacchieroni, usa le parole, persino inconsapevolmente, non per rivelare o costruire, ma per contrastare l’emergere di qualsiasi significato, che non sia quello pre-determinato, assoluto, immodificabile (o ritenuto tale) imposto dall’alto? Per usare un riferimento biblico che piacerebbe a Szymborska e ricordato da Bauman (che lo riprende da Nigel Thrift, il quale a sua volta cita Kenneth  Jowith), essi  agiscono ancora nell’ottica del “discorso di Giosuè”, per cui il mondo  è ”centralmente organizzato, rigidamente delimitato e istericamente ossessionato dal creare confini impenetrabili”. Allo stesso modo Francesco Varanini, nel suo contributo al Manifesto dello humanistic management, cita una fonte biblica, il libro di Neemia, che “incide indelebilmente nella nostra mente questa scena: Esdra, il sacerdote, il ‘commissario ecclesiastico di Gerusalemme’, ritornato dall’esilio a Babilionia, in alto sul palco; accanto a lui schierati i rappresentanti del potere temporale. Nell’esilio Esdra aveva riscritto a suo modo la Parola, il vecchio Libro della legge, espungendo, sottolineando, censurando. Ora la folla lo ascolta. Lui parla come se possedesse la verità. Il popolo conosceva la propria storia, la conosceva a memoria. Non solo l’aveva vissuta, ma l’aveva creata in quanto opera letteraria, storia orale. Ma ora di questa storia, espropriata, conta solo la versione ufficiale, ri-scritta e poi letta dall’alto dal sacerdote.” Così lo scientific manager si comporta nelle organizzazioni attuali: “Immaginate di partecipare alla tradizionale Convention annuale. Sono invitati tutti i dipendenti. In un teatro, o nella sala convegni di un albergo, tutti sono stati riuniti per essere informati ufficialmente dell’andamento dell’anno appena chiuso, e per ricevere dal vertice aziendale messaggi in merito al futuro che li attende. Parlano il Presidente, l’Amministratore Delegato, il Direttore Generale, i Direttori di Divisione. Sono tutti schierati sul tavolo coperto di panno verde, in alto sulla pedana, ognuno con davanti il suo microfono e il suo cartellino con il nome. Non che ce ne sia bisogno. La folla conosce a memoria i loro nomi. Ma i simboli – metafore della distanza, della superiorità, del possesso della verità – contano. Come per Esdra e per Neemia e per gli altri esponenti del potere sulla tribuna di legno. Non c’è nessuna differenza.”

Si tratta tuttavia di un approccio  che la natura della società contemporanea -prismatica, molteplice, liquida, inafferrabile – determinata, in particolare, dall’affermazione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, rende del tutto illusorio. In azienda, la massiccia introduzione di strumenti informatici web-based ha costituito un punto di non ritorno, poiché consentono forme di conoscenza della realtà non più sequenziali, razionalmente ordinate e del tutto coerenti. La multimedialità, l’ipertestualità, il social networking, le diverse possibilità di interazione tra chi ascolta e chi racconta permettono a tutti noi di indagare la complessità in cui siamo immersi. Complessità intesa proprio come l’impossibilità per ogni sistema formale (dunque scientifico) di cogliere in modo adeguato tutte le proprietà del mondo reale. Non c’è analisi grammaticale che tenga. Platone nel Politico così descrive lo iato esistente fra la “realtà” e la sua rappresentazione simbolica: “E’ impossibile, per ciò che è del tutto semplice, adattarsi a ciò che non è mai semplice”.

E qui cadono gli attuali epigoni del taylorismo: essi non sanno sciogliere paradossi e ambiguità derivanti dall’incertezza, dal cambiamento continuo, dallo spazio esistente fra legge astratta e realtà concreta di quel “mondo vitale” che è l’azienda. Finiscono per cadere preda della mania di Bartlebooth (uno dei protagonisti del romanzo di Georges Perec La vita istruzioni per l’uso), che sceglie “di fronte all’inestricabile incoerenza del mondo (…), di portare fino in fondo un programma, ristretto, sì, ma intero, intatto, irriducibile (…), di organizzare tutta la sua vita intorno a un progetto unico la cui necessità arbitraria non avrebbe avuto uno scopo diverso da sé”. Per dieci anni, impara l’arte dell’acquerello; nel corso dei successivi venti, viaggia per il mondo dipingendo su fogli di carta Whatman ogni quindici giorni una “marina” e spedendo poi il quadro ad un artigiano specializzato il quale, dopo aver incollato l’acquerello su di una tavola di legno, lo scompone in un puzzle di 750 pezzi; nei vent’anni successivi, tornato in Francia, Bartlebooth rimette insieme, di nuovo uno ogni quindici giorni e nell’ordine nel quale sono stati creati, i puzzle: i quadri, ricomposti come fossero i dipinti originari grazie ad una sostanza speciale, sono rispediti nei luoghi nei quali erano stati dipinti e quindi immersi “in una soluzione solvente da cui non sarebbe riemerso che un foglio di carta Whatman, vergine e intatto. Così, non sarebbe rimasta traccia alcuna di quella operazione che, per cinquant’anni, aveva completamente mobilitato il suo autore”.

Come accade a molti manager, il delirio di onnipotenza legato all’illusione di potere controllare tutto (un tutto troppo trasparente e arrogante, Il melo), o anche una parte del tutto – un progetto, un programma, un insieme di attività magari finalizzate al perseguimento di obiettivi assolutamente inessenziali, come quelli di Bartlebooth – si dimostra tale. L’ultimo capitolo del libro ce lo mostra morto: tra le mani ha la sagoma di un pezzo a forma di W, mentre il vuoto dell’unico pezzo mancante del suo quattrocentotrentanovesimo puzzle (che “raffigura un piccolo porto dei Dardanelli vicino alla foce di quel fiume che gli antichi chiamavano Maiandros, Meandro”) disegna la forma di una X, segno di un’impossibile perfezione. Ma Bartlebooth è sconfitto non solo perché muore prima di ricomporre l’ultimo puzzle: il suo proposito è incrinato dall’irruzione della realtà, sotto forma di mille imprevisti che impediscono il compimento del suo programma. Il disegno astratto della regola viene corrotto dal contatto con le dinamiche del reale, evidenziando l’inconciliabilità, conclude Perec, “tra la vita e le istruzioni per l’uso, tra la regola del gioco che ci fissiamo e il parossismo della vita reale che sommerge, che distrugge continuamente questo lavoro di riordinamento”.

La capacità manageriale per eccellenza oggi consiste allora nel sapere descrivere, ridefinire, reinventare in maniera costante il proprio mercato, il proprio business, il proprio modello organizzativo, tenendo sempre aperti gli occhi sulle imperfezioni della realtà, mai completamente afferrabile ed esprimibile, come già aveva visto ancora una volta Platone (Settima Lettera). Una competenza letteralmente “poetica”, se si considera che, etimologicamente, “poesia” deriva dal verbo greco poiein, che ha il significato di ‘fare’, ‘creare’. Ne deriva che la poesia ha insito un carattere operativo; l’atto poetico è innanzitutto un atto creativo, inconciliabile però con ogni fordismo. Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine, dice Szymborska in Possibilità. Ed è naturale, poiché il discorso di Giosuè, spiega Bauman, è antitetico al “discorso della Genesi”, il discorso della creazione e della creatività: “laddove nel discorso di Giosuè l’ordine è la regola e il disordine un’eccezione, nel discorso della Genesi il disordine è la regola e l’ordine è un’eccezione”. “Sul poeta”, aggiunge la poetessa polacca, “l’interpretazione scientifica del mondo non esercita alcuna influenza. E’ un animista, un feticista che crede nelle forze segrete che sonnecchiano in ogni cosa, ed è convinto che con l’aiuto di parole opportunamente scelte riuscirà a risvegliarle. Il poeta può anche aver conseguito sette lauree, ma nel momento in cui si mette a scrivere versi l’uniforme del razionalismo comincia a stargli stretta. Ecco che allora si agita, sbuffa, slaccia un bottone dopo l’altro, finché alla fine non salta fuori dal suo vestitino, mostrandosi a tutti come un selvaggio ignudo e con l’anello al naso. Sì, proprio un selvaggio, come chiamare altrimenti una persona che chiacchiera in versi con i morti e i non nati, con gli alberi, gli uccelli e perfino con una lampada o la gamba del tavolo, senza ritenere tutto ciò un’idiozia?”