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Stati Uniti d’Africa

Statiuniti

di Gian Paolo Serino

Se l’Africa fosse qui e se noi fossimo loro? E se la nostra vita fosse la loro? In Gli Stati Uniti d’Africa Abdourahman Waberi, scrittore nato a Gibuti ma da tempo residente in Francia, racconta un mondo al contrario. Un universo dove Nord e Sud si sono scambiati i destini: da una parte la ricca, moderna e potente federazione d’Africa con le sue metropoli, le sue industrie, i suoi centri finanziari e le sue organizzazioni finanziarie.

Dall’altra Europa e America dilaniate dalle guerre civili, dalla miseria e dalle carestie che obbligano milioni di disperati dalla pelle bianca a cercare di raggiungere con ogni mezzo le coste africane. “Boat people scheletrici pronti a tutto, centinaia di migliaia di miserabili euroamericani affamati di speranza”. Provengono da un Mediterraneo martoriato dalle epidemie o dalle favelas di Zurigo, “dove la mortalità infantile e il tasso di diffusione dell’Aids sono altissimi”: la loro speranza è di finire in uno dei “centri di accoglienza per immigrati causatici” ma molto spesso, soprattutto uomini e donne provenienti dal Principato di Monaco, finiscono a prostituirsi per le strade delle metropoli africane dove ricchi imprenditori sfrecciano sulle loro “Malcolm X Supersonic”. Questo di Waberi non è soltanto un romanzo di fantascienza distopica, che rovescia storie e tempi in un universo all’incontrario, ma un duro e violento attacco alle nostre bocche affamate (di lettori). Attraverso un’ironia spesso feroce ci fa comprendere la follia e la cecità di certi nostri comportamenti da occidentali, dalle coscienze cullate da “adozione a distanza”. E denuncia come molto spesso il nostro stesso linguaggio da “aiuto umanitario” sia un modo violento di chiudere gli occhi davanti al problema Africa. Il merito del romanzo, oltre a una scrittura misurata nei minimi dettagli per mirare all’orologeria dell’anima, è far capire che il primo vero passo sarebbe aprirci alla cultura africana. Cosa che non abbiamo mai fatto: inorgogliti dal voler essere “autentici conquistatori” senza capire di essere (stati) solo dei “minorati del sentire”.