Lei si chiama Leila ed è una bella donna indiana (forse un po’ troppo alta per gli standard del luogo) che vive in un piccolo villaggio rurale a sud del Gange.
Lui potrebbe chiamarsi Piero o in qualunque altro modo, e abita in una zona altamente industriale dell’Italia.
Lei è un personaggio di fantasia, protagonista del romanzo La moglie indiana.
Lui è una persona reale, magari un nostro collega o un conoscente. O noi stessi.
I due hanno però un paio di handicap (nei loro contesti) in comune: l’età troppo alta per il problema che li assilla e la mancanza di “strumenti” per sbloccare la situazione.
Leila “è stata vista” da diversi uomini dei dintorni, ma nessuno è mai arrivato a farle una domanda di matrimonio. Ora ha 35 anni e, nonostante la bellezza e la cultura (è laureata in letteratura inglese), è ormai troppo vecchia per essere accettata. Soprattutto però manca di uno strumento essenziale per essere ambita da un pretendente: la sua famiglia è povera e non può offrire una dote.
Piero è un manager o un professional, ha esperienza, è qualificato e nella sua carriera ha avuto un discreto successo. Eppure lui è stato considerato “obsoleto” dalla sua azienda e ormai da due anni è in mobilità. La sua “inadeguatezza” però, secondo i suoi ex datori di lavoro, non stava nelle sue capacità professionali, ma in un ineludibile dato anagrafico: l’avere 52 anni. All’azienda, cioè, costava troppo rispetto a un giovane che avrebbe avuto meno pretese.
E l’esperienza? E la professionalità? “Sì, certo, tutte cose egregie, ma… un giovane è più attivo e fa risparmiare”, dicono i selezionatori (perché anche lui come Leila in questi due anni “è stato visto” da diverse aziende che non l’hanno mai scelto).
Vedere come Leila è costretta a fare i conti con il suo “handicap” (così lontano eppure così simile a quello di Piero) può quindi motivare il nostro amico/collega a dedicare una parte del suo tempo di ricerca di lavoro a leggere La moglie indiana e, magari, farsi venire qualche idea per il suo futuro.
La motivazione che però fa consigliare la lettura del best seller (è stato tradotto in 21 lingue) scritto nel 2008 da Anne Cherian - anche lei indiana ma trasferita a Los Angeles – è più generale e non riguarda solo lo sfortunato manager che ha perso il posto.