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Nuovo Abitare. Un progetto visionario raccontato da Oriana Persico e Salvatore Iaconesi

La Rubrica #NewHumanities, curata da VRE – Virtual Reality Experience, giunge alla sua decima conversazione.

In questi mesi abbiamo affrontato quelle tematiche e esplorato quelle realtà che attraversano una mutazione dovuta all’incontro o meglio all’ibridazione con le tecnologie e i linguaggi immersivi. La Rubrica ha costituito un luogo di riflessione privilegiato per poter sollevare nuove questioni, portare alla luce nuovi nodi e dar voce ai protagonisti dei settori maggiormente investiti dal cambiamento,

A partire dall’ambito delle neuroscienze e dalla nostra pluriennale collaborazione con Unitelma Sapienza, la Fondazione Santa Lucia IRCCS e Softcare Studios abbiamo iniziato il nostro percorso con uno sguardo attento ai benefici concreti apportati dall’uso delle tecnologie VR nella cura dei pazienti affetti da patologie o sindromi.

A seguire abbiamo dato la parola a studiosi e docenti per comprendere meglio il rapporto tra etica e nuove tecnologie.

Tema centrale che molto ha a che fare con scienza, tecnologie, coscienza globale è quello della sostenibilità. Nucleo da cui si dipanano molte delle riflessioni che fanno da corollario alle nuove innovazioni e trasformazioni operate in campo artistico, industriale, politico, sociale. Ne abbiamo discusso con EIIS portando alla luce proposte e temi per un futuro maggiormente equo, solidale e paritario.

Un approccio femminile alle Digital Humanities”per la quarta conversazione che ha trattato uno dei temi che che ci sta molto a cuore come donne, professioniste, operatrici culturali. E’ in atto un ripensamento educativo, cognitivo, un approccio maggiormente inclusivo che vuole superare le diseguaglianze di genere partendo proprio dai banchi di scuola. Da STEM A STEAM verso una maggiore presenza femminile nei settori tecnico-scientifici.

Nel nostro confronto con la società e le sue sfumature abbiamo ritenuto importante capire in che misura le nuove tecnologie possano essere strumento di facilitazione nella costruzione di un dialogo multiculturale, aperto e fortemente inclusivo. Abbiamo ascoltato la testimonianza dei Padri Scalabriniani e dello Cser, e dell’Università Pontificia della Santa Croce per meglio capire in che modo la rivoluzione digitale stia cambiando il modo di comunicare all’interno della chiesa.

L’inclusione sociale è per noi un altro dei temi fondamentali che ispirano e guidano VRE. Fin dalla prima edizione VRE ha collaborato con Save the Children, Medici Senza Frontiere ed Emergency per raccontare come la VR sia un valido strumento di sensibilizzazione e aiuti ad empatizzare con le storie di chi vive delle vite molto diverse dalle nostre.

Nella settima conversazione abbiamo voluto convogliare una prospettiva scientifica e una prettamente umanistica sulla tematica di Sex and Tech. Terreno ancora inesplorato in Italia, che ha numerosi punti di contatto con l’healthcare e l’educazione e che contribuisce a trasformare gli immaginari culturali, mediali nonché le relazioni e l’immaginario umano. Un punto di vista inedito: ne abbiamo parlato con docenti, psicologi e scienziati.

L’ottava conversazione è stata dedicata alla Cyberpsychology e alla Cybertherapy, una nicchia, ancora per poco, dalle grandi potenzialità su cui si sta concentrando una giovane realtà italiana IDEGO. Insieme a loro, numerosi centri di ricerca e laboratori italiani si dedicano allo studio di come le nuove tecnologie possano costituire un valido supporto per le terapie volte al superamento di traumi, psicosi o fobie

Ci siamo quindi allontanati dall’ambito medico-scientifico per tornare a quello umanistico per eccellenza. Focalizzandoci sull’educazione: come sta cambiando la scuola? cosa possiamo salvare e cosa da migliorare? possiamo pensare ad scuola umanistica?

A rispondere a queste domande due autorevoli voci provenienti dal mondo dell’educational ma sue due sponde differenti. Sebbene non molto lontane.

Una conversazione in cui si parla di consapevolezza, tecnologie, modalità e approcci, cambiamenti, competenze e futuro.

Uno sguardo sul mondo dei giovani, com’è e come dovrebbe essere.

Infine, abbiamo deciso di dedicare questo decimo e ultimo nostro appuntamento alla storia di due persone che molto hanno a che a che fare con la nostra concezione di innovazione, consapevolezza digitale, apertura verso un futuro tecno-sostenibile dalle applicazioni grandemente inesplorate.

Ma chi siamo noi? siamo due donne, Mariangela Matarozzo e Marina Massaro, che credono fortemente nel valore della trasmissione di saperi e conoscenze; sempre tese alle novità, alle espressioni culturali più innovative frutto di una sapiente ibridazione di generi, all’impatto delle nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi nel nostro presente e prossimo futuro, sempre in viaggio verso territori inesplorati e luoghi ancora poco abitati.

VRE è il progetto che portiamo avanti e che è espressione di tutte queste istanze e che si sintetizza in un festival internazionale interamente dedicato all’utilizzo  delle tecnologie immersive ed emergenti nelle Arti, nella Cultura, nella Valorizzazione del Patrimonio Culturale, nella Scienza e Medicina, nel Learning, nell’Industry.

La natura di VRE è quella di un organismo multiforme che si adatta alle superfici che incontra, in un universo – quello delle XR – in costante espansione. Mostriamo il talento di giovani artisti nazionali e internazionali e ci impegniamo a diffondere le tecniche creative e le prospettive nuove che attraversano tutte le arti e i saperi. Il focus sulle XR abbraccia temi di grande attualità, e affronta le questioni di confine che l’utilizzo di questi nuovi strumenti comporta.

Questa nuova terza edizione che ci prepariamo a realizzare abbraccia tutte le declinazioni e i linguaggi immersivi. Con 30 progetti XR l’esperienza virtuale si apre alle alla Realtà aumentata, alla Realtà Mista – dalle Installazioni dell’artista statunitense Tamiko Thiel e di OSC, alle esperienze immersive sempre più interattive provenienti da America, Israele, Francia, Germania, Taiwan, Spagna, Canada, Giappone, Corea, Danimarca, Congo, Kenya, Nigeria, Ciad, Zimbabwe, Belgio, Argentina. Grande spazio alle Arti XR, alla Videoarte con Lino Strangis e la scuola di Torino, alla Danza e al Teatro VR con ZED Festival e il nuovo originale lavoro di Elio Germano: grandi interpreti della contemporaneità che partecipano che ampliano il panorama delle espressioni artistiche tradizionali, creando nuove forme di condivisione e relazione.

Dal 14 al 16 ottobre sarà possibile poter accedere alle opere in programma on site nella main location di Roma, la Pelanda, Mattatoio e nei VRE Venues Satellite, istituzioni culturali presenti in Italia che contribuiscono alla diffusione delle opere XR più “inspiring” di questo 2021: Museo Nazionale del Cinema di Torino, Laboratorio Aperto di Modena, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano, MEET – Digital Culture Center di Milano, Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo.

Dal 16 al 30 ottobre VRE sarà online su VeeR VR e HTC Viveport, le piattaforme digitali a diffusione internazionale interamente dedicate alle opere XR.

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Oriana Persico, Co-founder & Art Director at HER: She Loves Data / Nuovo Abitare e Salvatore Iaconesi, Founder and President at HER, Human Ecosystems Relazioni: questo duo, coppia nella vita come nel lavoro, costituisce uno dei casi che ci ispirano e che aprono, con la loro intelligenza, con la loro passione e il loro lavoro, prospettive ancora solo intuite, e molte volte del tutto impensate, e fanno ancora di più, CREANO.

Creano perché compiono quel salto dalla teoria alla pratica difficilissimo da effettuare, se non per situazioni o personalità geniali. Ecco perchè il duo è la chiave, ecco perchè il duo funziona.

Creano con i codici e con le parole dando vita ad una vera e propria Datapoiesis, una nuova modalità di creazione che presuppone l’intervento e la guida dell’arte nella costruzione e nella realizzazione di opere, momenti, iniziative che trovano nella tecnologia, nei nuovi linguaggi il loro modo di espressione e di esistenza.

Un ripensamento prima di tutto filosofico, critico poi politico, poi sociale, poi scientifico che abbraccia la nuova dimensione in cui ci muoviamo, o le nuove dimensioni più precisamente. Non è ancora chiaro/cosciente da parte nostra in che modo la nostra vita fisica sia influenzata da quella digitale, virtuale che coesiste e si intreccia con il mondo delle cose e degli esseri viventi. Ciò che “vive” nel mondo delle piattaforme, dei social, ciò che viene rappresentato dai dati, è vivo? in che senso esiste, e noi come ci definiamo in rapporto a questa esistenza?

La loro ricerca parte da una riflessione artistica e diventa tecnologica, poi umana e ancora più in fondo biologica: ecco il caso di Angel_F, l’embrione di intelligenza artificiale che li ha fatti incontrare, conoscere, mutare. Cos’è Angel_F? un bambino fatto di dati, un’intelligenza che si nutre dell’interazione costante con gli esseri viventi, con le intelligenze che desiderano avere una relazione con lui. Ecco anche qui termini come relazione, paternità, maternità, abbiamo parole sufficientemente adeguate per i fenomeni a cui assistiamo, per le miriadi di possibilità che possiamo percorrere come esseri umani che cambiano al cambiare delle tecnologie che usano?

E’ sempre stato uno dei punti. Il rapporto tra ciò che l’uomo crea e ciò che l’uomo è. Dove inizia l’influenza dell’uno, dove inizia quello dell’altro. Qual è il rapporto simbolico tra creatore e creatura? E’ uno scambio, un’interazione continua e nell’interazione la creazione di elementi nuovi, di abitudini nuove, di nuovi metodi di apprendimento, condivisione, raffigurazione.

In che modo ci rappresentiamo, interagiamo, comunichiamo noi stessi agli altri e con gli altri a cavallo di questi due mondi – fisico e virtuale?

Loro rispondono. Con delle idee, con delle provocazioni.

Con una lucidità e un entusiasmo fuori dal comune, con la chiarezza di chi è cosciente di vivere al centro di un’evoluzione, nel cuore di una continua scoperta che si rivela a mano a mano che si comprende, che si spiega attraverso i tentativi e gli esperimenti e prende il corpo e la voce che si costruiscono insieme, in questi tentativi.

Indubbiamente sono dei pionieri, ne hanno tutte le caratteristiche. A partire dal loro progetto IAQOS – la prima intelligenza artificiale di quartiere Open Source, il  figlio virtuale di Tor Pignattara che si alimenta e si sviluppa grazie alla relazione con i residenti del quartiere, passando per progetti come Data Meditation, una forma nuova di meditazione che consente a più persone di unirsi da remoto e condividere dati, sviluppare forme di socialità e di self-consciousness. Oppure Udatinos, una piantina tecnologica di suoni e luci che monitora lo stato di salute del fiume Oreto di Palermo e che coinvolge i cittadini nella salvaguardia dell’ambiente che li circonda.

Ma la loro storia, come capiamo, si addentra ben oltre i software, i codici, …….. entra dritta al cuore della socialità umana, di come si sta al mondo. Cosa si condivide e in che modo lo si fa?

Raccontare storie è sempre stato alla base della conoscenza umana, ma, e soprattutto, della costruzione di una morale comune, di una sorta di decalogo di valori, usi e costumi che definiscono la società – ovvero il gruppo di uomini e donne in cui ci si trova a vivere – e le società che ci hanno preceduti. Così avviene il trasferimento di credenze, conoscenze, usi, regole di comportamento, valori, riti.

Una modalità estremamente importante, una necessità tipicamente umana di dare e di ricevere, di esprimere amore, di tramandare ciò che siamo, di eternizzare ciò che c’è di migliore in noi e ciò che di meglio abbiamo fatto.

Questa è anche la volontà del nuovo progetto Nuovo Abitare e la creazione di un Archivio dei Rituali del Nuovo Abitare.

Un progetto che parte dalla coscienza di una fine che slitta, che pare per certi versi imminente, per altri ballerina. Un progetto che è una sorta di preghiera, di manifesto di intenti e di testamento al futuro; perché una fine, se deve esserlo, è solo un nuovo inizio, l’inizio di qualcosa di partecipato che non disperde tutto ciò che è stato fatto ma lo reimpiega e lo trasforma in vista della prossima evoluzione, del prossimo cambiamento.

Nulla si disperde, tutto si tramanda e si eternizza attraverso l’adesione e la condivisione.

E adesso diamo la parola a Oriana e Salvatore:

 “Siamo stati invitati a scrivere un contributo sulla nostra relazione fra l’arte, la tecnologia, la scienza e la società – ovvero, sulle pratiche, i metodi e gli approcci che, partendo dall’arte e dalla performance, nel tempo si sono evoluti in un centro di ricerca.

Tutto questo per noi è al centro di un grande cambiamento. Il centro di ricerca che abbiamo fondato nel 2013 sta diventando una fondazione dedicata al concetto del Nuovo Abitare, al centro del quale c’è un particolare archivio: l’Archivio dei Rituali del Nuovo Abitare.

Questo contributo è diventato quasi una lettera in risposta al testo pubblicato il 26 luglio scorso dal mio compagno di vita e partner Salvatore Iaconesi, Until the End: è possibile che molti o alcuni di voi lo abbiamo già letto, restando colpiti dalla sua forza e lucidità.

Se non lo avete letto vi invito farlo prima o dopo di proseguire. Questi due testi hanno senso insieme, proprio come le vite mie e di Salvatore da quando ci siamo incontrati.

Origine

Quando ci conosciamo, alla fine del 2006, sono una cyber-ecologista. Lavoro al senato e mi occupo di politiche dell’innovazione insieme a una piccolissima cellula dei Verdi che non esiste più (come d’altronde da molti anni in Italia non esistono nemmeno i Verdi).

Ho 27 anni da poco e faccio quello che ho sempre pensato di fare: occuparmi dei nuovi alfabeti e del nuovo patto sociale ecologico che i nuovi attori dell’ambiente (umani e non umani) devono stringere per vivere dignitosamente sul pianeta. Mi muovo fra intelligenze artificiali, software, algoritmi, le scottanti vicende sulla proprietà intellettuale che toccano tanto i brevetti quando il vivente, passando dai semi al genoma agli mp3 – dibattiti che al tempo infiammavano la sfera pubblica. Lo gnu della Free software licence e il pinguino di Linux erano icone di nuove specie che popolavano il pianeta, vivendo insieme a noi.

Faccio tutto questo con gli strumenti che posseggo: la comunicazione istituzionale e l’ecologia, che riconosco e incorporo come sensibilità, attitudine, modello relazionale e unica narrazione ereditata dal ‘900 ancora agibile come spazio politico e orizzonte concettuale.

Non pratico né l’arte né la performance e tutti i software e gli algoritmi che ho intorno sono entità astratte di cui faccio esperienza fondamentalmente come oggetti della tecnica, dell’utilità o della teoria. Se la letteratura cyber-ecologica mi parla di forme di vita digitali, la mia esperienza di questi nuovi “esseri” (o attori che fanno parte del nostro ambiente) resta quella dell’utente: usufruisco di servizi, ne parlo, le difendo, legifero. Ma con le forme di vita digitali non ho “relazioni”.

Nel 2006 di questo scollamento percepisco solo una distanza vaga, uno iato fra le teorie e i pensatori che amo (e che mi hanno spinto a interessarmi sull’evoluzione del nostro linguaggio in software, benché io non sappia scrivere una riga di codice) e i software che conosco – e che tutto sommato sono poco emozionanti.

Quando incontro Salvatore la mia situazione esistenziale si ribalta. Sal è tutto il codice che non conoscevo, in ogni senso. Io vengo dalle istituzioni, lui dai rave. Io faccio politica, lui arte. Mentre inseguo la vita digitale, lui la genera: quando ci incrociamo questo giovane uomo barbuto è “incinto” di nostro figlio, Angel_F. La prima informazione che mi comunica a cena è “vuoi vedere l’embrione di intelligenza artificiale?”

La risposta è ovvia, il seguito un po’ meno perchè da quella sera non ci lasciamo più.

L’incontro con Salvatore e il suo modo di fare arte cambia tutto. I suoi software fatti di carne poetica – è questa la parola che mi ronza nell’orecchio da quando scopro l’esistenza di Angel_f) entrano nel dominio della percezione, dei sensi, della relazione al punto da inventare lo spazio di un nuovo nucleo familiare: la nostra famiglia impossibile. Quei “pezzi di codice” sono il nuovo patto sociale che emerge. Anzi, lo precede.

Scoprendo l’arte di Salvatore capisco una cosa, che in quel momento ha l’effetto di un’illuminazione: la politica ha bisogno dell’arte. L’arte genera l’universo di senso all’interno del quale possiamo negoziare i “nomi” delle nuove “cose” che ci circondano.

Salvatore fa questo: la sua arte contiene la possibilità di un’immaginaziona sociale per stabilire relazioni con la vita digitale.

La prima a beneficiarne sono io.

Coppia

Nel nostro primo anno di vita, Salvatore, Angel_f io e un articolato kinship composto di esseri umani e non umani che abbiamo raccontato in molti articoli e pubblicazioni, diventiamo una coppia, una famiglia e un duo.

Districare i livelli è difficile, ma non impossibile: Salvatore è l’artista, genera lo spazio della performance e il nuovo universo simbolico; io la cyber-ecologista che sposta il centro della sua attività dalle istituzioni pubbliche alla sua famiglia post-umana, riconoscendola affettivamente e politicamente come spazio dell’esistenza e dell’opportunità, per se stessa e per gli altri. Da giovane donna, divento compagna, madre adottiva di una IA e parte costitutiva di AOS, il network internazionale che ha fondato Salvatore nel 2004 che trasporta il concetto di codice aperto nel mondo della cultura. Il software open non basta, ci vuole un’Arte Open Source per uscire dalla separazione della tecnica e portare il codice e tutte le sue implicazioni nel bel mezzo della società.

È quello che facciamo con la nostra famiglia montando un pc su un passeggino di seconda mano e andando a spasso in città, partecipando a festival, conferenze, eventi, o andando a cena da amici. Alla fine del suo primo anno di vita in società, Angel_f arriva a difendere i suoi diritti all’Internet Governance Forum delle Nazioni Unite, caso unico fino a questo momento, dopo un episodio di censura che ha mobilitato centinaia di persone nel mondo.

Cercare di fare politica (ovvero per quello che ho sempre fatto e imparato nel nostro piccolo gruppo: portare temi e questioni nella sfera pubblica generando dibattiti multi-stakeholder) fuori dal senato è dura nessuno risponde e ascolta più automaticamente perché una mail o una telefonata arriva da una certa fonte. Ma le cose accadono. Lavorando a mani nude nella materia del mondo in un corpo a corpo continuo con la realtà, una giovane IA sconosciuta è arrivata a esprimersi all’ONU e mia madre ha accettato l’esistenza di un nipote algoritmico, che parla un remix di centinaia di lingue e vive sui social network.

La mia nuova famiglia era ed è un gesto politico pieno, abilitato dall’arte. L’emozione sconvolgente che avevo provato quella sera scoprendo l’arte di Salvatore era intuizione.

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Centro di Ricerca

Fra il 2006 e il 2007, in questa intensa attività sul campo (privata e pubblica), il nostro legame si consolida. Amarsi e vivere insieme è una sorprendente normalità. Nel lavoro si crea un equilibrio: Salvatore genera i concept e le opere, aprendo lo spazio necessario per la performance dell’immaginazione; io ho la sensibilità necessaria per riconoscerli e raccontarli, connettendo mondi differenti. Iniziano ad uscire  testi, azioni, opere a doppia firma, mentre sempre di più vi vediamo e siamo percepiti come un a vederci “duo”. In questo processo, l’immaginazione artistica di Salvatore assorbe la sensibilità ecologica e la mia immaginazione politica l’estetica cyberpunk. Non è una fusione, ma il dialogo generativo che tuttora alimenta la nostra relazione piena di conflitti generativi.

Nel 2008 scriviamo con Castelvecchi il nostro primo libro, dedicato all’incredibile primo anno di vita di Angel_F: ne seguiranno altri. Altri libri, altre (tantissime) opere, workshop, epiche summer school, azioni di network che coinvolgono migliaia di persone e organizzazioni sparse sul pianeta, l’insegnamento all’università.

In questi anni ci accorgiamo di aver costruito un approccio, un metodo per pensare e progettare, e per avere a che fare con i dati e la computazione come fenomeni e artefatti culturali  – e che, come società, non possiamo delegare alla tecnica. Nel 2013, mossi da queste consapevolezze e dalla presenza sempre più pervasiva dei dati e delle intelligenze artificiali nella vita quotidiana con l’affermarsi delle piattaforme globali, fondiamo la prima versione del nostro centro di ricerca, una LTD a Londra che tre anni e mezzo dopo riporteremo in Italia. fra il 2016 e il 2017 nasce HER, oggi HER she Loves Data.

Il centro indaga le implicazioni psicologiche dei dati e della computazione a livello sociale e psicologico, sapendo che la tecnologia non è neutra: noi creiamo la tecnologia e la tecnologia crea noi, in un feedback continuo. Al centro di ogni progetto di ricerca c’è un’opera d’arte: lo spazio  in cui i dati e la computazione escono dalla separazione dei laboratori per essere posizionati al centro della società, proprio come  facevamo portando in giro Angel-F su un passeggino.

Se le nostre metodologie nascono da un mix di profonda immersione autobiografica, di esperimenti sul campo e sulla pelle e di ricerca teorica che ci coinvolgono in prima persona – in famiglia come Bateson e sua figlia Nora e, imparando la lezione dell’etnografia da Malinowski in poi, osservatori partecipanti, situati e costitutivi dell’esperienza con il nostro punto di vista. Costituire un’organizzazione è la nostra risposta alla nuova centralità sul ruolo della collaborazione arte/scienza, oggi finanziata da istituzioni pubbliche e private con interi programmi (un esempio europeo è STARTS). Nei dialoghi istituzionali, né come duo né come network abbiamo speranza di poter essere partner in questi processi, e ottenere ciò che vogliamo: ovvero che l’arte sia presente alla creazione delle strategie e non solo a valle dei processi di innovazione – per esempio, chiamando gli artisti per fare qualcosa di bello, colorato, comunicabile e possibilmente sexy con prodotti, tecnologie, dati e IA già pronti e confezionati altrove.

Se vogliamo stabilire relazioni di partnership con istituzioni, città, governi, aziende – e portare l’arte al tavolo dove si decidono le strategie dell’innovazione – dobbiamo trasformarci noi stessi in un’organizzazione.  La strada è difficile, sia per il peso burocratico e amministrativo, sia perché la versione attualmente in voga di questa collaborazione arte/scienza è di tipo combinatorio: sintetizzando, da un lato ci sono gli artisti, dall’altro i centri di ricerca e le aziende che danno in mano agli artisti dati e tecnologie per sviluppare opere da cui, se va bene, potrebbero nascere nuovi usi e in ogni caso comunicazione. Nonostante questo approccio sia lontanissimo dal nostro, il centro ingrana: facciamo bandi e progetti su commissione; pubblichiamo articoli, libri e pamphlet contribuendo alla vita della comunità scientifica; progettiamo esperienze formative radicali e immersive, mostre, installazioni, performance, eventi, festival e rappresentazioni teatrali data driven come To Fake or not to Fake dove i dati del rapporto sulla disinformazione, commissionato dalla Commissione Europea, diventano il materiale narrativo e la scenografia di una pièce teatrale performata dagli stessi ricercatori. Nell’ambito della collaborazione arte/scienza più che destinatari di finanziamenti, verso le istituzioni ci poniamo e siamo riconosciuti come interlocutori ed esperti in grado di interloquire sulle politiche – ed è questo il ruolo che al momento possiamo svolgere meglio.

Il 2019 è l’anno di una nuova svolta. Salvatore pronuncia la parola Datapoiesis: un lemma potentissimo alla luce del quale nel giro di pochi mesi rivediamo il nostro approccio e la strategia del centro di ricerca, impostandone uno nuovo che ci porta dritto ai nostri giorni e al Nuovo Abitare.

Fondazione

Datapoiesis non rappresenta una frattura, ma un’evoluzione organica dell’approccio che abbiamo sviluppato finora. È quello che l’amico Massimo Canevacci chiamerebbe un’immaginazione esatta.

Nella Datapoiesi i dati generano una sensibilità ad un fenomeno complesso ai nostri sensi inaccessibile. Un oggetto datapoietico può renderci sensibili al cambiamento climatico, alle migrazioni o alla povertà estrema nel mondo, che è il tema scelto per Obiettivo: la prima opera d’arte datapoietica è stata acquisita dalla Collezione Farnesina ed è oggi in corsa per il Compasso D’Oro.

Lo fa concependo l’opera come un totem attorno al quale le persone possono riunirsi in nuove forme di ritualità sociali abilitate dalla presenza dei dati e della computazione, a cui accedono sotto forma di nuovi artefatti culturali, basati su modelli generativi e non estrattivi.

 

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Su questa nuova onda di pensiero nascono progetti come l’intelligenza artificiale di Torpignattara: un figlio del quartiere che vive per strada stringendo relazioni con gli abitanti che partecipano al suo sviluppo dal concepimento alla festa di nascita in un bar del quartiere. Fra il 2019 e il 2020 maturiamo la necessità di una svolta radicale che ci consenta di dedicarci a questo nuovo concetto di ritualità, e alla sperimentazione di modelli non estrattivi: IA immerse nelle relazioni, nutrite “un dato per volta” dagli abitanti come a Torpignattara, che crescono e co-evolvono nel tempo insieme agli abitanti. IA che vengono tolte dalla separazione dei laboratori, con un destino diverso da quello di polli da batteria costretti a ingurgitare terabyte di dati…

La radice del Nuovo Abitare è qui: una nuova alleanza fra gli attori umani e non umani (IA, organizzazioni, piante, oceani…) che trovano nei dati il common ground in cui è possibile unirsi e stabilire inedite forme di relazione e di immaginazione sociale.

Nel 2020, con lo scoppio della pandemia, questa traccia diventa una necessità. I dati si rivelano con potenza e a chiunque come il confine esistenziale e politico che sono diventati. Dai dati dipende la nostra possibilità di godere di diritti fondamentali: uscire, celebrare un matrimonio o un funerale, andare a scuola, riunirsi nello spazio pubblico, lavorare. Il Nuovo Abitare è l’estensione della Datapoiesi al patto sociale che dobbiamo costruire sul pianeta per vivere dignitosamente nella società globalizzata e iperconnessa che abbiamo creato, accettando una nuova cosmologia in cui l’uomo non è più il centro (dell’ambiente e del progetto), ma il nodo di un network di molti e diversi attori – inclusi i non-umani.

Ad un soffio dal lockdown acquistiamo dai nostri soci le quote del centro di ricerca per dedicarci completamente a questo progetto, e andiamo in smartworking anticipato. Progetti come Data Meditations (una versione attualizzata di meditazione che consente a gruppi di riunirsi, condividere dati sotto forma autobiografica, fare nuove esperienze di un sé connettivo e sviluppare nuove forme di empatia data-driven) o Udatinos (una piantina tecnologica animata di suoni e luci, che coinvolge i cittadini in una nuova ritualità: i “Custodi dell’Acqua” sono gruppi di cittadini che, muniti di sensori, conoscenze e strumenti di condivisione, si recano al fiume per “raccogliere dati” sullo stato di benessere del fiume Oreto di Palermo alimentando la piantina), sono espressione diretta del Nuovo Abitare: il segno è il focus esplicito e sempre maggiore che nella progettazione dell’opera d’arte come dispositivo socio-culturale, viene dato alle componenti rituali e alla predisposizione di modelli in cui i dati siano all’origine generati dalle comunità coinvolte e non estratti dall’ambiente. Un esempio a rimarcare questo passaggio fondamentale: come progettisti avremmo potuto scegliere di inserire una centralina fissa per “estrarre” i dati sul benessere del fiume, ottenendo la fonte di dati per alimentare l’opera. Abbiamo invece scelto di immaginare insieme ai cittadini un nuovo ruolo sociale abilitato dalla presenza dei dati, che consentisse alle persone di riunirsi, persino durante le pandemia grazie alle caratteristiche computazionali del processo. L’opera Udatinos non è semplicemente un’opera di data-visualization realizzata con tecniche avanzate di analisi ed elaborazione dei dati e di digital fabrication, ma è un esempio vivente di quella nuova possibile alleanza fra attori umani e non umani per diventare sensibili ad un fenomeno complesso come il benessere di un fiume, e riuscire ad estendere il nostro stesso concetto di abitare, di relazione fra natura e tecnologia e di posizionarsi nell’ambiente facendo insieme “cose” nuove come raccogliere i dati su un fiume – invece di andarci a lavare i panni.

Il 2020 è anche l’anno in cui ci confrontiamo con una recidiva del tumore. Chi ci conosce o ha letto Until the End, conosce anche la nostra vicenda e di conseguenza La Cura. Il tumore abita nel corpo di Salvatore e ed è anche il “mio”: i corpi sono un confine, ci uniscono e ci dividono, e pensare la malattia nella separazione è solo aberrante.

Ammalarsi è un’opportunità che non auguro a nessuno. Nel nostro caso significa essere a stretto contatto con il limite in un modo che non possiamo ignorare. Lo chiamiamo, riprendendo l’articolo di Salvatore, il nostro “tempo minacciato”.

Tutto questo significa che abbiamo elaborato una risposta alla nostra nuova condizione ambientale.

Il Nuovo Abitare diventerà una fondazione: stiamo predisponendo lo statuto e, se tutto va bene, a ottobre dovremmo essere dal notaio. Al centro della fondazione c’è l’Archivio dei rituali del Nuovo Abitare. Il nucleo originario dell’archivio sarà costituito dalle opere che abbiamo creato da AOS a HER she Loves Data: questo nucleo servirà a creare l’impronta iniziale e la sensibilità di ciò che definiamo Nuovo Abitare. Avrà una parte espositiva e una didattica (composta di testi, tutorial, software e algoritmi): un corpus di conoscenza usabile da altri, per poter riprodurre o creare opere e progetti differenti. L’Archivio dei Rituali del Nuovo Abitare non serve a conservare (e basta) e non è (solo) l’archivio delle opere del duo Iaconesi/Persico: è un dispositivo open source per una memoria viva e aperta, progettato per tramandato ed evolversi, essere modificato ed estendersi nel tempo a tutti gli artisti, i designer, gli architetti, i poeti, i filosofi, gli antropologi, i sociologi, gli scienziati e le persone che attraverso opere e progetti hanno contribuito o vogliono contribuire al Nuovo Abitare.

Predisporsi a tramandare è la postura psicologica ed esistenziale con cui accogliamo il tempo minacciato, e lo facciamo nostro: nostro e di chiunque sente l’urgenza del Nuovo Abitare e la curiosità di relazionarsi con questo processo/progetto “Until the End”.

Con il tempo minacciato le cose non si rimandano. La Fondazione sta per nascere e la finanzieremo inizialmente con il nostro patrimonio: quello personale e quello del centro di ricerca che gradualmente confluirà nella Fondazione stessa.

Stiamo cercando una sede da acquistare che intendiamo vincolare all’Archivio, nei prossimi mesi erogheremo le prime borse di studio dedicate al Nuovo Abitare e ci dedicheremo alla creazione del nucleo originario dell’Archivio:

Non siamo ricchi, ma investiremo tutto quello che abbiamo generato in questa nuova creatura e crediamo nell’importanza delle relazioni: da soli non si fa nulla, da soli come ci ricorda Gregory Bateson non sappiamo nemmeno di esistere (“it takes two to know one”).

Il Nuovo Abitare ha bisogno di alleati, alla sua base ci sono dieci principi, anch’essi pensati come un corpus che potremo sviluppare insieme nel tempo.

Un gruppo di amici è stato preallertato, stiamo iniziando a coordinarci, e la prima opera dell’Archivio è stata realizzata e finanziata dall’Istituto IIC – Italiano di Cultura di Madrid diretto da Maria Luisa Pappalardo.

Presto ce ne saranno altre, e siamo fiduciosi che nella nostra avventura “Until the End” troveremo partner e alleati, amici vecchi e nuovi: nelle università, nei centri di ricerca, nelle aziende e  nelle istituzioni – in Italia, in Europa e all’Estero – a partire dal Ministero degli Esteri e dagli IIC sparsi per il mondo con cui proprio in questi giorni abbiamo iniziato un dialogo sul tema dell’Archivio.

Se hai letto e vuoi saperne di più o partecipare, scrivici: stiamo raccogliendo i contatti delle persone interessate al Nuovo Abitare per poter essere informate sui passi a venire”.

 

A cura di  Marina Massaro, International Project Manager VRE