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Il Custode dell’Asilo d’Infanzia Kandiskij: Tim “Nanny” O’Nan. Ariminum Circus, Stagione 1 “Who is Who”. Episodio 7

Ariminum Circus è un romanzo in progress. Con lo pseudonimo Federico D. Fellini, sto pubblicando gli Episodi che lo compongono sul social network letterario Typee, per testarne il gradimento e ricevere suggerimenti utili a stilare la revisione finale del testo. Le molte migliaia di visualizzazioni, ma soprattutto l’ampio consenso che sta registrando presso la community di Typee, mi hanno spinto a dare ulteriore visibilità al progetto. In particolare l’Episodio “Jay e Daisy” è stato inserito nel TypeeBook 2019 (che raccoglie il meglio di quanto pubblicato sul sito). Successivamente gli è stato assegnato il Premio letterario The Good Paper  (è uno dei dieci racconti pubblicati sulla rivista The Good Life scelti fra gli oltre undicimila presenti su Typee). 

 

"Aveva davanti a sé un piccolo uccello meccanico dorato, ibrido tra una papera e un gufo: Donald Suck, il portafortuna da cui non si separava mai. Il Custode lo caricava una prima volta a inizio serata: la bestiola si animava sollevando la testa e battendo le ali a un ritmo frenetico, fino all’esaurirsi della carica. Tim gli dava ancora vita girando  la chiavetta all’arrivo di ogni nuovo bicchiere da svuotare – quindi con una certa frequenza. La musica che ne accompagnava il movimento era metallica e stridente. Causava un grande fastidio agli altri amici, ma lui non se ne dava per inteso: a ogni giro di vodka corrispondevano alcuni minuti di quella molesta messinscena". Illustrazione di Marcello D. Minghetti
“Aveva davanti a sé un piccolo uccello meccanico dorato, ibrido tra una papera e un gufo: Donald Suck, il portafortuna da cui non si separava mai. Il Custode lo caricava una prima volta a inizio serata: la bestiola si animava sollevando la testa e battendo le ali a un ritmo frenetico, fino all’esaurirsi della carica. Tim gli dava ancora vita girando la chiavetta all’arrivo di ogni nuovo bicchiere da svuotare – quindi con una certa frequenza. La musica che ne accompagnava il movimento era metallica e stridente. Causava un grande fastidio agli altri amici, ma lui non se ne dava per inteso: a ogni giro di vodka corrispondevano alcuni minuti di quella molesta messinscena”.
Illustrazione di Marcello D. Minghetti

Era scoccata la mezzanotte. Le celebrazioni per il genetliaco del Maestro alla Fortezza Bastiani cominciavano a entrare nel vivo. Nani, soubrette, transessuali, sosia e ammiragli si erano susseguiti sul palco con numeri televisivi: di bassa lega, ma che proprio per questo avevano riscosso la calda approvazione dei presenti. Più tiepido, per usare un eufemismo, era stato invece l’apprezzamento per due attempati ballerini di un tip tap elegante, colto, ma decisamente poco trendy. L’animatore della serata, un vecchio attore obeso e drogato, li aveva anzi ruvidamente invitati a interrompere anzitempo la loro danza, che solo il Piccolo Ed aveva applaudito con convinzione. I due erano stati costretti a riparare nelle toilette esterne al locale, accompagnati da boati di disapprovazione, lazzi e persino lanci di bottiglie vuote. Il dee jay provvide a diffondere immediatamente una versione hip hop di Rawhide per distrarre gli astanti.

Il Capitano approfittò della pausa per offrire al Maestro il dono che aveva in serbo: un vestito nuovo, acquistato in un bazar di Tulum. Glielo fece indossare, obbligandolo a sostituire l’abito candido, peraltro macchiato senza rimedio di gocce temporali colate dall’orologio molle.

«Il contrasto tra il rosso della tunica e il manto blu esprime la grazia celeste inviata agli uomini, l’umano ricoperto dal divino. Dovresti dismettere una volta per sempre quel peplo bianco a cui sei tanto affezionato. Ti rende simile a Moby Dick, simbolo di un mondo in cui tutti i colori sono scomparsi e dove regna il gran silenzio mortifero degli abissi».

L’estimatore di Melville scherzava. A differenza di tutti gli altri marinai, lui stesso quando era a bordo portava una giacca nivea impermeabile all’acqua, che lo rendeva visibile in qualunque angolo si trovasse della Thousand Sunny, la sua nave. «Il mio sudario» lo chiamava con lo humor nero che aveva affinato negli ultimi anni.

«Gli abissi oceanici… L’unico luogo, tuttavia, dove risiede la possibilità della rinascita» replicò il festeggiato, che non aveva colto la battuta.

«Solo la tela bianca può essere colorata!» confermò il Pescivendolo.

Parole che vennero coperte dall’arrivo di una musica dixie-trance, più adatta a un funerale che a un compleanno. Ma la vodka scorreva in abbondanza già da tempo e i presenti non erano schizzinosi esperti di jazz contemporaneo. Battimani, hurrà e urletti entusiastici salutarono l’avvento di quelle note.

Gli strumentisti stavano entrando nel locale soffiando nei corni elettrici. I musicanti più attempati venivano avanti per primi, con abbigliamenti tradizionali; seguivano i giovani, con jeans e capelli lunghi colorati di verde acido, blu elettrico o magenta. Tutti suonavano camminando al seguito di quattro ragazzi bardati con divise da chierichetto, che tenevano sollevata una portantina: su questa poggiavano due grandi altoparlanti. In mezzo alle casse, troneggiava una pala di legno dove era disegnato il volto del Maestro. Non era una raffigurazione realistica, ma iconografica, nel senso tradizionale. Come la prima icona non era stata realizzata dalla mano dell’uomo, ma da Gesù stesso, ponendosi sul volto un velo; così quell’immagine stilizzata alludeva al Maestro senza restituire fedelmente l’originale visibile. Ne tratteggiava l’anima. Era una manifestazione della tensione verso una riunificazione con il divino attraverso la ragione. Preso atto della cui impossibilità, restava solo la via dell’ebbrezza. E i convitati la imboccarono allegramente.

A parte il Roc, che si era ritirato nel patio sul retro per dare requie al perdurante mal di testa, solo Tim, il Custode, non era in sintonia con il clima festoso. All’arrivo del Capitano era sembrato preda di una gioiosa euforia; stato d’animo durato però pochi minuti, sostituito da una sorta di attonita e dolorosa melanconia. Che ci fosse qualcosa che non andava sarebbe stato evidente a chi lo conosceva bene da un dettaglio. Aveva davanti a sé un piccolo uccello meccanico dorato, ibrido tra una papera e un gufo: Donald Suck, il portafortuna da cui non si separava mai. Il Custode lo caricava una prima volta a inizio serata: la bestiola si animava sollevando la testa e battendo le ali a un ritmo frenetico, fino all’esaurirsi della carica. Tim gli dava ancora vita girando  la chiavetta all’arrivo di ogni nuovo bicchiere da svuotare – quindi con una certa frequenza. La musica che ne accompagnava il movimento era metallica e stridente. Causava un grande fastidio agli altri amici, ma lui non se ne dava per inteso: a ogni giro di vodka corrispondevano alcuni minuti di quella molesta messinscena. Il fatto che non avesse avuto la forza di attivare il meccanismo neppure una volta, quella sera, era il chiaro indizio di una grave indisposizione.

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