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Il Roc. Ariminum Circus, Stagione 1 (Who is Who), Episodio 2

Ariminum Circus è un romanzo in progress. Con lo pseudonimo Federico D. Fellini, sto pubblicando gli Episodi che lo compongono sul social network letterario Typee, per testarne il gradimento e ricevere suggerimenti utili a stilare la revisione finale del testo. Le molte migliaia di visualizzazioni, ma soprattutto l’ampio consenso che sta registrando presso la community di Typee, mi hanno spinto a dare ulteriore visibilità al progetto. In particolare l’Episodio “Jay e Daisy” è stato inserito nel TypeeBook 2019 (che raccoglie il meglio di quanto pubblicato sul sito). Successivamente gli è stato assegnato il Premio letterario The Good Paper  (è uno dei dieci racconti pubblicati sulla rivista The Good Life scelti fra gli oltre undicimila presenti su Typee). 

Il Roc era fra loro ma, al tempo stesso, era ognuno di loro.
Il Roc era fra loro ma, al tempo stesso, era ognuno di loro. Disegno di Marcello D. Minghetti.

 

Sul lungomare di Ariminum, nei pressi della Rossa Fortezza Bastiani, il Roc fissava l’azzurrità dell’orizzonte. Assunta la posizione totemica ­­– eretto in tutti i suoi trenta centimetri di statura, la testa alta, le ali spiegate – l’uccello albino dal volto antropomorfo stava impegnando ogni risorsa psicofisica disponibile nello sforzo di emergere dalle vaste e insidiose paludi della memoria in cui era sprofondato.

Cosa ci faceva lì, in quel limite interstiziale fra Essere e Nulla, Luce e Ombra, Terra e Oceano? Si sentiva scombussolato e tuttavia in un habitat confortevole, vicino al centro spirituale del Cosmo. Questo era buono. Le zampe erano ben piantate al suolo? Abbassò il capo, lentamente. Gli artigli erano affondati nella sabbia. Macchie biancastre dall’odore sgradevole erano raggrumate nei pressi. Era roba sua? Forse sì. O forse no. Aveva avuto un compagno, un amico o un fratello, che però non era con lui. Quei sedimenti potevano essere i suoi resti mortali. Improbabile. Piuttosto, sembravano scivolare da un orologio molle lì vicino. Cosa significava tutto ciò? Che stava evacuando brandelli di pensiero, se non anche altro. E che la sua mente procedeva su sentieri che si biforcavano e che si intrecciavano nello spazio e nel Tempo in infinite diramazioni, nessuna delle quali però conduceva dove avrebbe voluto. Cioè dove? Non lo ricordava più. Tornò al quesito iniziale. Cosa ci faceva lì?

Chiuse gli occhi. Si concentrò per focalizzare le fluttuazioni dello spirito su immagini che gli fornissero qualche indizio utile. Si materializzò la sagoma di uno specchio. Lo attraversò e venne catapultato a testa in giù in un Paese meraviglioso. Riconobbe il luogo natio. Remotissimo, tanto lontano da non essere neppure regolato dalle leggi della geometria euclidea. Un mondo cristallino, simmetrico, armonico, fatto di stelle e di conchiglie, di icosaedri e di frattali, di cubi neckeriani e nastri di Möbius, di trasformazioni individuali e di metamorfosi collettive riflesse in superfici concave e convesse, di giorni in negativo e di notti in positivo, di bianchi e di neri, con qualche bagliore rossastro o verderame qua e là: tanto perfetto da togliere il fiato.

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