Alice la Hacker – Alice annotata 9a

What is the use of a book without pictures or conversations?”:  la domanda innesca la riflessione sulle forme assunte dell’identità nella contemporaneità postmoderna. Perché, come ha scritto Piero Trupia nel Manifesto dello Humanistic Management, il “post è una domanda, non una risposta”. Il post ci chiede innanzitutto come si ricompone la nostra identità dopo il suo annullamento ad opera della modernità otto-novecentesca che la ha progressivamente pietrificata, come una lapide sopra  una fossa comune, nella fabbrica fordista, nei campi di concentramento, nei nonluoghi di ogni genere e tipo, ivi inclusi quelli catodici e claustrofobici dei reality show. Noi cerchiamo una risposta inseguendo la singolarità molteplice, impermanente, metamorfica e metaforica di Alice. Che la rivendica esplicitamente all’inizio di Attraverso lo Specchio, contrapponendola all’identità esatta ma univoca, prescritta e monodimensionale della sorella più grande: “Alice aveva avuto il giorno prima una lunghissima discussione con la sorella, soltanto perchè aveva cominciato: ‘Facciamo finta  d’essere re e regine’: sua sorella, alla quale piaceva d’essere sempre molto esatta, aveva risposto che non potevano perché erano soltanto in due, e Alice era stata costretta finalmente a dire: ‘Allora tu puoi essere una, e io sarò tutti gli altri’”. Ambito di elezione per eccellenza di creazione ed evoluzione dell’identità molteplice è la Rete. I percorsi delle tecnologie virtuali, infatti, si sono oggi indissolubilmente legati ai percorsi della conoscenza, (anche di sè), facendo dei nuovi computer (nelle loro varie declinazioni: pc, tablet, smartphone, eccetera)  specchi sociali nei quali vivere e far vivere i propri riflessi: creare, cioè, estensioni di sé che si disseminano in tutte le direzioni. Con i rischi che ne conseguono. Puntualmente Claudia Consolini ha citato una osservazione di Rodotà a margine della Nota 8b: “Anche se può dirsi che il corpo si avvia ad essere una macchina “nano-bio-info-neuro”, per il concentrarsi su di esso degli strumenti offerti da queste diverse tecnologie, bisogna distinguere tra quello che può contribuire ad un suo potenziamento e quel che rende possibili controlli sempre più intensi; tra le decisioni che si esauriscono nella sfera dell´interessato e quelle che incidono sulla vita degli altri; tra le offerte che ampliano il potere di fare scelte libere e informate e quelle che incidono sulla persona trasformandola in un gadget. E così, mentre si continua giustamente ad insistere sull´acquisita centralità del corpo nelle nostre organizzazioni sociali e nel discorso pubblico, si deve riflettere seriamente anche sul fatto che la costruzione dell´identità delle persone è sempre più intensamente affidata ad algoritmi che ne definiscono i caratteri e ne individuano le dinamiche future”. In effetti si assiste, soprattutto grazie ad Internet, a un processo che potrebbe essere definito di “moltiplicazione del sé”: l’identità riscritta sul computer perde la propria fissità e permanenza, per esprimere, libera dai vincoli sociali e del corpo, la sua molteplicità: non vi è più un’identità singola, ma un’identità plurima; non più una persona sola, ma più persone che identificano il medesimo soggetto. Come accade ad Alice che, immersa nel mondo delle meraviglie, è, di volta in volta, grande, piccola, un fiore, un “mostro favoloso”, una pedina, la sua amica Mabel e, comunque, sempre se stessa: “…Alice ci racconta che bisogna essere sempre pronti alle trasformazioni: quelle che abbiamo progettato, quelle che spettiamo con ansia, quelle a cui ci prepariamo con studio e abnegazione, ma anche quelle inattese, che avvengono perché il mondo scorre o perché il mondo degli altri non coincide mai con il nostro…”, scrive Stefano Bartezzaghi. La frammentazione identitaria messa in atto nella contemporaneità soprattutto attraverso Internet non determina necessariamente  un sé alienato, ma un sé fluido e multiplo;  un sé che, come afferma Lifton in The protean self, si traduce in un “Sé proteiforme”: capace, come il Dio greco Proteo, di mutare forma a piacere, di giocare trasformazioni fluide, rimanendo però saldo nella sua coerenza (a differenza di quanto accade allo Zelig di Woody Allen, il cui io nella liquidità contemporanea si dissolve o al protagonista del dickiano A scanner darkly quando indossa la “tuta disindividuante”[i]). Un sé multiplo, ma integrato, la cui flessibilità e capacità di felicità provengono dalla possibilità di accedere ai suoi molti sé. Ha ragione Andréj Volkonskij, quando scrive, commentando la Nota n. 2: “Hacker” è oggi sinonimo di pirata informatico. Ma “to hack” significa in origine “aprire un sentiero, un cammino”, anche se lo si fa a colpi di macete o di ascia. Alice è “hacker”. Ne ha tutte le caratteristiche, compresi certi aneliti estetizzanti che corrispondono in pieno alle competenze tecniche di cui dispone appunto l’hacker nella sua “fisionomia” originaria e non deteriore”. Possono insomma darsi degli individui portmanteau, simili alle portmanteau-words che furono introdotte nel linguaggio poetico da Lewis Carroll con la celebre poesia Jabberwocky. La prima strofa suona così: “Era la brilla/e i fanghilosi tavi /Ghiravano e ghimblavano nel biava/Mensi e procervi erano i borogavi/E il momico rattio superiava”. E’ Humpty Dumpty a spiegare il significato delle parole “difficili” della poesia. In alcuni casi, dice, sono ibridazioni, due parole in una, come attaccapanni. Nel caso di fanghilosi il significato, il nuovo significato, non un “significato preso in prestito o in affitto”, è “fangosi e lisci”, laddove la somma dei due aggettivi dà un risultato, in termini di senso, unico e inedito, in quanto molto più ricco di contenuti, echi, risonanze, evocazioni della semplice somma delle parti (cfr quanto si diceva nelle Note 4a e 4b su contrazioni e raddoppiamenti). Proprio questo è del resto l’insegnamento essenziale che, secondo Pier Aldo Rovatti, Gilles Deleuze ricava da Alice e illustra nel celebre Logica del senso [ii]: “un dispositivo di parola che tiene paradossalmente il luogo sempre sfuggente della casella vuota (che rischia altrimenti di combaciare con una identità assente o posticcia, ndr). Si tratta, in particolare, delle cosiddette ‘parole esoteriche’, e delle ‘parole-bauli’ che ne sarebbero la punta più penetrante. Esempi che sembrano concretizzare la capacità infinitiva del verbo (divenir folli) di immettersi nella singolarità anonima dell’evento in cui ogni proposizione insiste: condensazione, e dunque sintesi, ma insieme condensazione e dunque disgiunzione. Lo snark né pescecane (shark) né serpente (snake), oppure l’altro esempio, su cui torna più volte Deleuze, che reso in italiano suona ‘fumioso’, contrazione di ‘fumante’ e ‘furioso’. Qui la balbuzie di Carroll raggiunge il risultato di uno spasmo, o magari di un inceppo della lingua, che si raddoppia o si contro-effettua in una parola instabile in cui le serie si congiungono per trovarvi, però, l’operatore squilibrante. ‘Fumioso’ è una parola-cerniera, un’altalena che apre e chiude al tempo stesso le serie: che può sbilanciarsi verso la serie del ‘fumante’, ma si sbilancia anche verso la serie del ‘furioso’. E che, in realtà, la realtà del paradosso e del senso, si sbilancia da entrambe le parti, facendo divergere le serie nel momento in cui le concatena”.[iii] Alice così pre-figura la fine dell’identità s(t)olida, univoca, pre-definita secondo i canoni dello scientific management e l’avvento di quella che Deleuze chiama “l’identità infinita”. Scrive Caronia, nel suo saggio Il corpo virtuale: “L’ideologia corrente (lo scientific management, ndr) domina le cose e le persone nominandole e descrivendolo: Tu sei un Io. Ma io non voglio più essere un Io, voglio essere infiniti Ii! Senza la possibilità di classificazioni, non si potrà più imporci identità precotte e predigerite”.

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[i] Cfr. Nulla due volte, p. 123. [ii]  Éditions de Minuit, 1969. [iii] http://erewhon.ticonuno.it/arch/rivi/campus/alice.htm