Il management dell’innovazione come humanistic management

Nel giorno in cui si  chiude ufficialmente la mia esperienza come Direttore Responsabile del social media ideaTRE60, viene pubblicato sul blog di HBR un intervento dal titolo: Want Innovative Thinking? Hire from the Humanities. L’autore dell’articolo considera le competenze umanistiche come essenziali per gestire l’ambiguità e la complessità sempre crescente nelle organizzazioni, in termini non teorici ma molto pratici, tanto che conclude così: “A person who has studied a foreign language or literature can run your overseas offices, or help with your global strategy by providing local insight or business analysis. Philosophers can help you with ethics. Historians can help you understand the past while giving you a picture of the future”.

Poichè penso che le coincidenze non siano mai casuali, la lettura di questo breve articolo mi ha stimolato a riprendere una riflessione che avevo già avviato qualche tempo fa sulle pagine del mensile Paradoxa e che potremmo così sintetizzare:  che spazio c’è oggi per il “mestiere del filosofo”? Ma soprattutto, per esprimerci con le parole di Weber, “quale è il significato del lavoro filosofico”? E’ un tema che mi coinvolge fortemente sul piano personale: laureatomi in Filosofia nel 1987, mi ritrovo ventiquattro anni dopo a riflettere su un cammino professionale che potrebbe sembrare persino un po’ folle, dato che mi ha condotto a svolgere per più di vent’anni attività molto diverse in un gruppo come Eni – dalle esperienze iniziali di selezione del personale fino alla Direzione della prestigiosissima Scuola di Management Enrico Mattei; a impostare un lavoro di ricerca sfociato nella creazione di una cattedra (Humanistic Management) presso l’Università di Pavia; a conseguire la tessera di giornalista, dopo avere collaborato a testate che vanno da Mondo Economico a Il Sole 24Ore, avere fondato e diretto house organ e riviste per enti come Agip, Eni, l’Associazione Italiana per la Direzione de Personale (AIDP); a scrivere una decina di libri che spaziano dalla saggistica alla narrativa, ma tutti caratterizzati dall’essere fuori da ogni classificazione “di genere” e dall’essere stati realizzati in collaborazione con personalità eccellenti (da artisti come Milo Manara e Luigi Serafini, al Premio Nobel per la Letteratura Wislawa Szymoborska, a economisti e politici come Paolo Savona ed Enrico Letta, a filosofi come Pier Aldo Rovatti e Carmelo Vigna, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo); all’aver rivestito ruoli di Socio Fondatore, Segretario Generale e Vicepresidente in Associazioni come la già citata AIDP, ma anche come l’Associazione degli ex Alumnai della Scuola Mattei e The Reinnassance Link, quast’ultima co-fondata insieme al sociologo Francesco Morace e altri amici esponenti di primo piano del design, della fotografia, dell’economia; a rivestire il ruolo di Direttore Responsabile di ideaTRE60, il primo social media italiano dedicato alla generazione di innovazione sociale, per conto della Fondazione Italiana Accenture…

Questa, dunque, la mia esperienza. In grande sintesi, aver sempre tenuta viva l’attitudine ad una riflessione filosofica sperimentata concretamente sul campo della vita mi ha condotto ad esiti professionali vent’anni fa del tutto imprevedibili. Rispetto all’impostazione data dalla redazione di Paradoxa al problema del “lavoro filosofico” così come alla visione molto pragmatica di HBR circa l’utilizzo degli “umanisti” in azienda, credo emergano con evidenza da questo rapidissimo excursus “autobiografico”due considerazioni (al momento) conclusive.

La prima. Rispetto ai due corni del dilemma posto dai redattori di Paradoxa, ovvero: una “filosofia in situazione”, che faccia scendere il possessore di competenze filosofiche dai cieli della metafisica alla terrena realtà della vita sociale, versus l’impostazione weberiana classica, secondo cui la professione della filosofia è possibile unicamente come vocazione specialistica da espletare in ambito universitario, tenendola nettamente distinta da altre professioni intellettuali come ad esempio quella dello statista, io mi pongo decisamente a favore della prima ipotesi.

La seconda. L’idea di una “filosofia in situazione” come quella espressa da HBR resta  spiccatamente weberiana, poiché la colloca nel contesto di ruoli specialistici (oserei dire burocratici, nel senso appunto weberiano del termine): il philosophical counseling, il coaching organizzativo, la formazione aziendale, la consulenza etica nelle strutture sanitarie. Io ritengo invece (e ho cercato di testimoniarlo nel corso delle mia attività professionale) che ci possa essere “philosophy in action” solo a partire da una critica radicale dello specialismo e dalla ricerca creativa e personale di attività che traguardino un approccio metadisciplinare e transfunzionale. Una filosofia che supera se stessa, una filosofia senza virgolette che va oltre la filosofia tra virgolette.

 

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