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Una Teografia dei genî d’Italia

Genius Loci e sregolatezza V

Di Piero Trupia 

Dopo una lunga traversata nel paesaggio desertico e polveroso, si giunge al Porto Commerciale di Liquor. Luogo liquido senza una goccia d’acqua[…] di ponti lignei che scavalcano canali metafisici […] Gli abitanti si muovono leggeri per le strade di un villaggio di un bianco andaluso, appaiono e scompaiono come luci nella notte. Gli uomini, le donne, i bambini presentano contorni indefiniti […] Non piove da secoli […] Si cerca l’acqua, si sognano i pozzi, si immaginano i fiumi che forse un tempo solcavano il deserto. Chi arriva non può sopravvivere […] eppure gli uomini sono qui da un tempo immemorabile.

Marco Minghetti & The L.M.S., Le Aziende In-visibili, Episodio N. 40 
 

A Palermo il binomio ‘Genio e sregolatezza’ raggiunge un vertice d’inaudita intensità: devozione quasi fanatica al Genio della città e sregolatezza come progetto di vita e pratica di sofisticata leggerezza.

Passo per piazza Castelnuovo e noto un assembramento attorno a un tavolo dei Radicali per una raccolta di firme. Chiedo a un cittadino che ha appena firmato di che si tratta. Risposta sregolata come da copione “E chi nni sacciu! Firmavu.” Una leggerezza metafisica che dipende dal Genio della città o è un omaggio al medesimo.

Il popolo non ha alcuna idea di cosa esattamente sia il suo Genio e i dotti, dopo averne a lungo disquisito, se non accampano spiegazioni molto ipotetiche, allargano le braccia. “Non siamo riusciti a individuarne l’esatta origine”.

Sono quattro le raffigurazioni scultoree del XV secolo presenti in città. La quinta, sistemata a Villa Giulia, è una ripresa del tema del 1778, commissionata a Ignazio Marabitti e caratterizzata da sovrabbondanza barocca.

Alessandro dell’Aire sostiene che la comparsa quasi contemporanea delle quattro raffigurazioni statuarie non ha storia antecedente.

Pur trattandosi di un vecchio, hanno dimensioni minori rispetto a quelle umane. Così del resto si conviene a un genio-genietto.

“Genio” è voce dotta, il popolo chiama quelle statue “U Vecchiu Palermu”  a indicarne il carattere originario e originante.

La statua più piccola è oggi sistemata in un pianerottolo dello scalone del Palazzo delle Aquile, sede del municipio, e il popolo lo chiama “u nicu”, il piccolo. È della fine del XV secolo e da qualcuno viene attribuito, ma soltanto per ragioni stilistiche, a Domenico Gagini e Gabriele Di Battista. Un secondo è in una nicchia in piazza Garraffo, alla Vucciria, ed è la versione più antica, un terzo è nella Cappella Palatina, il quarto , quello cui i palermitani sono più devoti, è al centro di una fontana a Piazza della Fieravecchia , dal 1860 Piazza della Rivoluzione. Qui si radunarono i palermitani nel 1848 per ribellarsi al governo borbonico, invocando il sostegno del proprio Genio. Venne rimosso infatti, al tempo della restaurazione, nel 1852, e occultato in un magazzino, ma fu rimesso al suo posto nel 1860.

L’iconografia presenta qualche variante su un nucleo stabile. Anziano, corona regale in testa, barba divisa, scettro nella destra e la sinistra che trattiene un serpente, la cui coda è attorcigliata a una gamba del Genio e il cui capo è poggiato sul petto all’altezza del cuore. Il genio guarda lontano, mostrando in tal modo familiarità con il serpente. I piedi della figura sono immersi nell’acqua di una fontana se c’è o figurativamente se non c’è.

Il Genio del municipio porta una scritta in linea con la simpatia dei palermitani verso i forestieri, bilanciata dall’aggressività verso i concittadini. “Panormus Conca Aurea suos devorat alienos nutrit”. Alla base un cane con la didascalia “Fidelitas”.

In un manoscritto anonimo, registrato alla data 1703 e conservato alla Biblioteca Comunale, il genio viene identificato con Saturno, padre dei tempi, degli Dei e degli uomini. Quel Saturno che, secondo Diodoro siculo (1° sec. a.C.), diede le prime istituzioni civili alla Sicilia e fondò Palermo. L’etnologo dell’800,  Giuseppe Pitrè, sostiene che il Genio nutre il serpente con il sangue del suo cuore  e per questo si lascia tranquillamente mordere. E così il serpente, simbolo massimo dell’infedeltà, viene accolto e nutrito, mentre il cane viene trascurato.

Altri studiosi sostengono, più per via di congettura che di documentazione, che il serpente fu donato ai palermitani da Scipione L’Africano per essere stato aiutato contro i cartaginesi che stavano in casa, mentre il condottiero veniva da Roma. Sul tutto sovrasta la crasi di pagano e cristiano, come nella grotta di S. Rosalia, protettrice cristiana della città così come il Genio ne è il protettore laico. La grotta sul Monte Pellegrino, ove si era rifugiata la Santa per sfuggire al matrimonio, e dal 1629 sua Cappella, era un luogo di culto punico alla fertilità femminile.

Così il Genio spiega e tutela le non poche contraddizioni e bizzarrie dei palermitani, prima delle quali la simpatia verso lo straniero, da sempre accolto in Sicilia. “Mi va a geniu” significa mi è simpatico. A prescindere. E se qualcuno viene da fuori a chiedere una firma, la si dà, per pura cortesia. Non so se in altri luoghi d’italia è presente un Genio raffigurato in marmo. So che esiste dappertutto in Italia come presenza metafisica. L’uno e l’altro, il materiale e l’immateriale, andrebbe ricercato, individuato nelle sue qualità specifiche, nei suoi influssi sulla popolazione e sul destino del locus. Sarebbe bello disegnare una Teografia dei Geni d’Italia. Progetto in sé ambizioso ma che potrebbe diventare agevole attraverso una collaborazione sul web.

P.S.: Ora una notazione su Le Aziende In-visibili, riferita all'episodio di oggi.
 
Caratteristica di scrittura e di stile dell'opera è la leggerezza del passaggio continuo, e nei due sensi, dal reale al virtuale. Viene a configurarsi una realtà bidimensionale che vanifica l'ipotesi cartesiana del genio maligno che ci fuorvierebbe dalla giusta percezione delle cose e dalla realtà. Nessun inganno qui è possibile, poichè nessuna delle due dimensione è la vera o la più vera. Lo sono entrambe.
Naturalmente, l'efffetto potrebbe essere esilarante e, questo sì, fuorviante, non nel senso del falso, ma nel senso dell'inopportuno trovarsi  nella dimensione al momento non conveniente, inconveniente, sconveniente.