Jurassic Journalism Vs. Facebook

Non passa giorno che il giornalismo nostrano non persegua con pervicacia degna di miglior causa il tentativo di demonizzare, banalizzandoli, strumenti concorrenti con cui non   vuole (o non sa) confrontarsi. Il giornalismo tradizionale sembra accorgersi di Facebook solo quando c’è da metterne in luce i pericoli o fare del sensazionalismo spesso fine a se stesso, naturalmente perfettamente controbilanciato da un fantozziano ossequio al potere costituito. Questo vale per la maggior parte dei giornalisti della televisione come della carta stampata, mentre fa eccezione un certo giornalismo radiofonico, a cominciare da quello del sempre benemerito Gianluca Nicoletti, che ha capito le potenzialità di Facebook non solo come moltiplicatore di audience, ma soprattutto come strumento di comunicazione che può dare alla radio quell’interattività che in prima battuta le manca.Un magnifico esempio di questa situazione lo offre il Corriere della Sera di oggi. Un titolone dedicato alla Ministra Gelmini che detta le materie della maturità su YouTube, saggiamente controbilanciato da una spalla dedicata al nuovo sito del Papa (The Vatican). E i normali Facebooker? Eccoli in azione in un articoletto che chiude la pagina dal titolo: “«Single» su Facebook: uccisa”. Ed ecco il terroristico incipit: “Attenzione. Cambiare status su Facebook può rivelarsi una scelta pericolosa. E passare da «sposata » a «single» è costata la vita a una giovane donna britannica, uccisa dal marito infuriato e geloso per quello che aveva letto sul sito Internet.” E la conclusione che fa dell’episodio una delle regole che evidentemente presiedono alla labile psicologia dei Facebookers: “Non è la prima volta che in Gran Bretagna accade un episodio simile nell’ultimo anno. Nel febbraio del 2008 infatti Wayne Forrester, 34 anni, uccise brutalmente a coltellate la moglie Emma, a soli quattro giorni dalla separazione. Non aveva perso tempo e anche lei, sulla sua pagina di Facebook, aveva scritto di essere single.” Morale: guardate i video della Gelmini e del Papa, ma state alla larga da Fb!

Un altro giorno sintomatico di questo attacco concentrico dei media tradizionali contro Facebook: il 7 gennaio. Mentre Repubblica e Corriere della Sera sbattevano in prima pagina titoli del tipo “Su Facebook l’ombra della Mafia”, La Stampa (già benemerita  per aver seppellito Second Life sotto la lapide “La tomba degli avatar”, il 7 settembre 2007) per parlare di Facebook non trova di meglio che pubblicare un lungo articolo dal titolo: “Sotto inchiesta i medici di Facebook”, come su tutti i medici che scrivono su Facebook fossero dei criminali (l’articolo poi riferiva di alcune foto pubblicate da infermieri dell’ospedale di Torino).  Lo stesso giorno il TG1 proponeva un servizio sull’uso perverso di Facebook da parte dei genitori che lo utilizzano per controllare i figli, mentre il TG3 non mancava di sottolineare i pericoli per la produttività portati dai nuovi mezzi di comunicazione su Internet: 8 ore alla settimana sarebbero perse in media dai lavoratori italiani che le dedicherebbero a e-mail, chat e naturalmente Facebook.

In conclusione sembra proprio che i nostri giornalisti (o i loro padroni) non vogliano rassegnarsi a prendere atto di quanto afferma Luca De Biase in apertura di Fenomeno Facebook , il fortunato instant book realizzato da NOVA-Il Sole 24 Ore: “Gli utenti italiani di Facebook sono passati in pochi mesi da 100mila a quattro milioni… Un’analisi della relazione tra la crescita degli abbonati italiani a Facebook e gli articoli dedicati a questo social network dai media tradizionali, pubblicata il 27 novembre 2008 su Nòva24 – il supplemento di tecnologia e innovazione del Sole 24 Ore – dimostra che gli italiani sono andati su Facebook indipendentemente dai canali che di solito guidano e alimentano le mode. Ci sono andati soprattutto per passaparola. Il boom di Facebook è un fenomeno che appartiene alle persone che lo stanno vivendo.”

 

  • Alex Badalic |

    cari amici, noto con una certa sorpresa che quanto scrivente non toglie e non aggiunge nulla a quanto ho scritto. La storia dei bambini afghani mi ricorda in un certo modo quella di un mio amico sikh di Chandighar arrivato da li in bicicletta nel 1975 e rimasto in Italia per una decina di anni. Era addirittura riuscito a farsi sponsorizzare dalla Coca Cola locale e ne portava molto fieramente una pubblicità sul davanti della bici.
    Mi domando però che lettura può avere un feuilleton su FB…
    Alex

  • Davide Francescutti |

    Beh, piano con dare del jurassic journalist a tutti! 😉
    Nel nostro piccolo ambitom locale invece guardate cosa abbiamo scritto sul Messaggero Veneto di Pordenone
    http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/-Friul-In–l-altro-volto-di-Facebook/2058651
    mandi

  • itmom |

    A me sembra che quando qualcosa sfugge al controllo dei media viene demonizzato.
    Dieci anni fa i giornalisti parlavano di internet come di un giochino e lo riducevano a poca cosa in confronto al giornalismo ‘vero’, quello tangibile della carta stampata. Adesso, che dopo dai e dai sono riusciti, dopo dieci anni, a capire internet, è troppo anche per loro accettare un’altra novità come facebook. Qualcuno dovrebbe però ricordare loro che i ritmi di internet sono leggermente più veloci e quindi esistono migliaia di fenomeni che esplodono senza chiedere il loro permesso.

  • Francesco Rigatelli |

    Segnalo due articoli che non la smentiscono, ma attutiscono la sua critica:
    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/200712articoli/28162girata.asp
    http://www.francescorigatelli.nova100.ilsole24ore.com/2008/12/risposte-alle-d.html
    Inoltre, domenica scorsa il peggio su Facebook lo ha dato “Tatami” su Rai 3: molto peggio del giornalismo. In ogni caso, prepariamoci: nel 2009 i giornali faranno morire e rinascere Facebook una decina di volte. Tutte resurrezioni che, ancora più dei gatti, gli regaleranno l’eternità.

  • carlotta mismetti capua |

    mi piace questo commento, che vivo sulla mia pelle, facendo la giornalista. i titoli che citi però, devo dirti, sono format standard, forma mentis, o nessuna mentis: voglio dire che il tono e lo schema e poi le parole scelte e il tipo di indirizzo che si suggerisce è pari a quello di altri temi e fatti, gli immigrati, la violenza… è uno schema di lavoro e anche uno schema narrativo, vecchiotto.
    lo vivo sulla pelle anche perché su facebook e non sui giornali – tranne una prima piccola parte – ho raccontato una storia a puntate che un tempo sarebbe stata chiamata un feuilletton, ma poteva essere un blog temporaneo o una inchiesta a puntate. ho dovuto traslocare le altre puntate su fb, e con più soddisfazione che la carta stampata mainstream, che pure è il mio mestiere.
    la storia ora si chiama ‘la città di asterix’, e racconta di 4 ragazzini afgani trovati su un bus, a roma, una sera qualunque, arrivati a piedi da tagab, via iran, camminando per 5000 km.
    lo racconto perché la carta stampata ha talmente tanti schemi e tante risposte pronte, invece che domande aperte, che finisce che una cosa come questa ora è su fb. come altre, a fare rete e contatti e a mobilitare e animare vite e comunità, come un tempo forse sapeva fare un giornale, e ora meno, quasi pochissimo.
    la prima puntata di questa storia è stata pubblicata sulla carta stampata nazionale, e come prevedevo il giorno dopo è stato titolato, come prevedevo, perché è lo stesso titolo per tutto: afgani minorenni, due punti, è tratta, punto esclamativo sotto inteso.
    invece qui la realtà è ancora e sempre rivoluzionaria
    senza punti esclamativi, paletti, schemi, medici e mafie su facebook, capirai che se ne fa la mafia di facebook, che ha il 3% del Pil nazionale italiano
    saluti

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