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L’arte è linguaggio e parla del mondo

Per la serie Euristica ed Ermeneutica della figura, un nuovo post di Piero Trupia

Filiberto Menna ha dominato la critica d’arte nella seconda metà del ‘900, accreditando il paradigma interpretativo della “linea analitica dell’ arte moderna” da Seurat , Matisse, Duchamp fino a Kosuth

(anni ’60).

Menna distingue l’arte moderna da quella, cronologicamente parallela, detta contemporanea.

Ritengo l’operazione menniana sciagurata per tre motivi. Prima di indicarli però, sentiamolo, compulsando il suo volume La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le icone, P.B.E.,1975.

“Ciò che conta non è la corrispondenza tra interno  [del linguaggio] ed esterno, tra il quadro e le apparenze fenomeniche, ma […..] la relazione interna di quelle unità [i segni, le forme, i colori dell’opera], le regole che presiedono all’organizzazione dei dati elementari su fondamenti […] sintattici” (p.11)

Cita Hegel (a sproposito). Il significato dell’opera sta nello “accordo che la cosa rappresentata ha con sé stessa” (p.23). In sintesi  ”Fare pittura significa […] fare un discorso sulla pittura.”  (p.83).

“Anche la tautologia rinuncia ora ad ogni garanzia ontologica, assumendo un senso diverso che non è più quello dell’identità della cosa con se stessa, ma del segno con se stesso; questo non sta più nel mondo, ma solo e interamente nel liguaggio.”(p.86).

Si giustifica così la “celeberrima “ installazione di Kosuth Una e tre sedie (1966): una sedia vera, materiale; il disegno della stessa e il termine “sedia” con la spiegazione tratta da un dizionario. Ciò per asserire che ”La denominazione di un oggetto, sia verbale che iconica, non si fonda sulla relazione diretta tra segno e oggetto […] ma piuttosto sulla catena delle sostituzioni, traduzione di un segno in un altro segno.” (nota alla figura 36).

E’ questa la teoria della  semiosi infinita  che Eco ha ricavato, abusivamente, dalla linguistica di  Sausurre e, in chiave semiotica, da Morris e Peirce. I segni, cioè le sillabe dell’ alfabeto e i termini di un dizionario, hanno significato nella loro distinzione individualizzante rispetto agli altri segni e termini in una catena infinita, senza alcun rimando o riferimento all’esterno del linguaggio, alle cose del mondo.

Il significato sarebbe esclusivamente sintattico ovverosia rimandi interni secondo le regole grammaticali. La semantica è stata cancellata così come quel grandioso progetto umano e divino, l’incarico conferito ad Adamo dal Creatore, di dare un nome alle cose del mondo.

E’ una elucubrazione filologicamente e filosoficamente campata in aria.

In primo luogo, Sausurre parlava del riferimento interno, da segno a segno, soltanto a proposito del codice linguistico. Gli altri autori citati, con qualche equivoco, a proposito del sistema semiotico che è una fase strumentale del sistema globale dell’operazione semantica.

Sausurre, peraltro, ammise l’esistenza, accanto alla langue, costituita dai segni del codice, di una  parole, l’ uso personale, carico

d’ intenzionalità, nella raffigurazione e nel discorso. La parole non è trattabile scientificamente perché singolare. Ma questa è una visione ristretta della razionalità che non è soltanto quella scientifica.

In secondo luogo, occorrerebbe sapere che la questione della referenza era stata risolta in modo radicale dal grande logico e matematico, platonista per sua ammissione, Kurt Goedel con la sua comunicazione al congresso di logica matematica del 1930 a Koenigsberg.

Affermò che ogni sistema sintattico non può giustificare se stesso e le operazioni logiche al suo interno. Ne deriva che, per significare, nel senso logico e in quello referenziale, si deve uscire dal codice linguistico e dal sistema sintattico. Questo avviene, in matematica con l’assiomatizzazione e con le definizioni; nel linguaggio discorsivo, compreso quello dell’arte, con la deissi, l’indicazione di qualcosa nel mondo, fuori del linguaggio.

Un esempio:

Di queste case / non è rimasto che qualche brandello di muro./ Di tanti che mi corrispondevano/ non è rimasto neppure questo. / E’ il mio cuore il paesaggio più desolato. (G.Ungaretti)

In questa lirica i termini non in corsivo sono deittici, indicano cose esistenti fuori del linguaggio, nel mondo. Alfred Tarski avrebbe subito dopo statuito che la verità di una proposizione in un sistema linguistico va ricercata e formulata in un sistema linguistico più ampio che comprende il primo. Come dire che ogni significato in un linguaggio è formulabile in un metalinguaggio. In terzo luogo, la giustificazione come provocazione, delle semplici installazioni come Le Tre Sedie di Kosuth è ammissibile soltanto come formulazione di una tesi – il segno non è la cosa – e non come raffigurazione di un mondo figurativamente evocato. Si tratta di linguaggio assertivo e non figurativo come quello dell’arte

Così la Pipa disegnata da Magritte (1928)  con la didascQuesta non è una pipa, è una banale informazione. Idem per lo Scolabottiglie di Duchamp (1914): è la raffigurazione di un utensile domestico. L’arte non c’entra.