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Le Aziende In-Visibili sul Domenicale de Il Sole 24 Ore

Arch5     Il prestigioso Domenicale de Il Sole 24 Ore dedica una pagina al nostro romanzo collettivo Le Aziende In-Visibili.

Segnaliamo tuttavia che Innocenzo Cipolletta non è l’autore dell’Episodio 76 (come indicato nel giornale) ma dell’Episodio 75.  L”autore dell’Episodio 76 è Alessandro Rinaldi. Riportiamo quindi di seguito il pezzo di Cipolletta.

Joint the party.

La festa continuava. La musica era cambiata: la spada laser del dee-jedi stava attaccando I giorni del vino e delle rose, un pezzo rock dei Meat Loaf, in una nuova versione house, o techno, o hip-hop, roba del genere. I danzatori si erano scatenati, ma senza Miranda mi sembrava che il tutto avesse perso gran parte del suo fascino. Ok, dissi a me stesso nel tentativo di far tornare il mio livello d’autostima ad un livello accettabile, io ballo da solo.

Fu allora che entrò in scena Fordgates Junior. Fece il suo ingresso nel mio campo visivo come il protagonista di un film di Cronenberg o di un romanzo di McGrath: sbalestrato, incerto, palesemente danneggiato dentro. O forse lui stava benissimo ed ero io a proiettare su di lui il mio stato emotivo. Lo osservai trascinare i piedi, mormorando frasi sconnesse in un flusso bradifemico e ininterrotto, tra mozziconi di parole che affioravano di tanto in tanto a denti stretti. Si stava preparando allo show.

Quella sera indossava una tenuta da star del rock anni ’70. Avrebbe fatto la sua figura nella band di Ziggy Stardust, pensai. Era proprio un perfetto “Spider from Mars” con quello sfolgorante giubbino in pelle gialla spruzzata d’argento che si abbinava a pantaloni fascianti dello stesso colore, infilati negli stivali da motociclista, e ad una camicia di seta blu elettrico con collaretto di pizzo dello stesso bordeaux metallizzato delle calzature. Dal taschino della camicia spuntava un fazzoletto bislungo e scuro, che in quella sarabanda di colori sembrava a suo agio quanto un pipistrello uscito dalle tenebre infernali ed investito da un potente fascio di luce: come quello dell’occhio di bue che incorniciò la figura di Fordgates dopo che fu salito sul palco, allestito lungo la parete nord del salone, ed ebbe ad iniziato ad arringare il pubblico.

“Un’azienda che nasca e muoia su ogni prodotto, senza costi fissi, senza impianti, quasi senza indirizzo perché localizzata ogni volta là dove sta il cliente e disegnata apposta per lui. Solo idee che si manifestano quando vengono ordinate e si materializzano quando vengono acquistate, mentre il tutto scompare quando non ci sono produzioni da realizzare.”

Fordgates si muoveva sul proscenio con la prudenza di chi sta cercando di tessere con le parole ragnatele di rapporti intricati in cerca di una forma. Sembrava uno di quegli aracnidi cui avessero somministrato LSD o caffeina. L’assunzione di quelle sostanze, mi aveva edotto la Psicologa Sintetica della Corporation, ha vari effetti sulla struttura delle loro trappole per insetti, che diventano irregolari, presentano diversi buchi e perdono la propria funzionalità.

«È il sogno di molti imprenditori. Già realizzato in alcuni casi. Gli impannatori di Neverland immaginano e disegnano campioni di nuovo tessuto, girano per i clienti (stilisti, case di moda, ecc.) per proporre le loro idee e raccolgono gli ordini. Poi, mettono all’asta la possibilità di realizzare quanto hanno in mente presso gli artigiani tessitori per scegliere chi farà meglio, al minor prezzo ed entro la data stabilita, il prodotto da consegnare. A questo punto, l’azienda scompare e si riforma successivamente per la nuova stagione, su nuove idee e nuovi prodotti.”

Cosa ci voleva dire Fordgates? Forse che questa polverizzazione del mondo aziendale s’estende a tutti gli aspetti visibili della realtà, dalle minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l’onda mollemente spinge sulla bibula arena, ai fili impalpabili che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo – onde elettromagnetiche, suoni, luci, ombre, sentimenti, emozioni…. – mentre camminiamo attraverso spazi urbani che hanno ormai consumato se stessi, riflettendo la nostra immagine in  vetrine ricoperte di ragnatele e di muffa, indifferenti ai cartelloni pubblicitari che ingialliscono, alle  file di macchine abbandonate sommerse da spessi  reticoli di polveri tossiche, alla città ridotta a un rottame di plastica, alla gente che corre portando dei sacchi sulle spalle inseguita dai topi o scivola negli ascensori cigolanti e gementi dei grattacieli.

“La tecnologia e l’apertura globale dei mercati potrebbero consentire, oggi o domani, di produrre in questo modo anche macchinari complessi (auto, elettrodomestici, medicine e quant’altro) con tecniche simili. Ossia, si concepisce e si disegna un prodotto o un servizio, poi si raccolgono gli ordini, si sceglie chi ingegnerizza la produzione, dove produrre il tutto o le singole parti, dove assemblare, come fatturare e consegnare il prodotto.

In fondo l’impresario teatrale agisce in questo modo e domani anche le imprese potranno essere come una rappresentazione teatrale che si vede chiaramente quando si acquista un prodotto, ma poi scompare.

Così l’azienda, in realtà, vive essenzialmente nella testa dell’imprenditore e si manifesta quando c’è un ordine solo per quel cliente. Poi si dissolve, ma restano tracce di esperienze, di idee, di persone coinvolte, di luoghi utilizzati, per immaginare una prossima produzione.”

Mentre pronunciava queste parole, la luce del faro che lo illuminava lentamente si affievolì fino a spegnersi del tutto. Contemporaneamente una scansione ritmata di voce e sillabe tornò a levarsi dagli incubi e dalle leggende dei ghetti metropolitani. Fra sentori di Giamaica e di Reggae, invocazioni vodoo al ritmo sincopato dello scat si alternavano allo scratch: la paura dell’intera comunità afroamericana per il poliziotto bianco si sfogava massacrando con un incomprensibile slang metropolitano ciò che restava dell’originale base musicale dei Meat Loaf. Il disco di vinile trattato come un giocatolo sonoro trasformava le delizie del rapper in un sottile e crescente brivido di orrore che si trasmetteva all’atmosfera della casa. Il flusso dei pezzi soul, funky e chillout produceva un moviment, un’insurrezione notturna e collettiva della parte più nera delle nostre anime, che trovò la propria catarsi finale nell’urlo: “join the party!”.

Per qualche secondo, l’espressione musicale della way of life dei bassifondi cittadini sparì dalle nostre orecchie, per tornare nei quartieri malfamati frequentati da individui abbigliati con un eccesso di kitsch che comprende giacche in chiffon cosparse di piume sopra bustier sorretti da catene dorate, trench borchiati con gocce d´acqua incorporate, piercing, croci celtiche, cappotti costosissimi da pseudo-dropouts, tutti sfilacciati e programmati per andare lentamente in pezzi, jeans clowneschi portati sotto l’inguine, tanto scomodi quanto utili a mettere in bella mostra mutande sporche ma con il marchio bene in vista, giacche vintage anni ’70, cinturoni firmati Dolce e Gabbana o completi casual trafugati alla Nike.