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L’Unità Impermanente degli opposti si realizza sui social network – Alice annotata 43

Ike'sL’analisi svolta in L’empatia come fondamento di un Mondo Vitale – Alice annotata 42      ci ha ricondotto, arricchiti da nuovi elementi di giudizio, alla domanda precedente: Il Social Network è un Mondo Vitale? – Alice annotata 41, che a questo punto potremmo riformulare così: può esistere empatia in assenza di relazione    diretta,   personale,   fisica?

Quando, ancora nel 2008, posi la domanda a margine di una Nota postata su Facebook,  in molti concordarono con l’opzione negativa espressa da Renzo Montagnoli:

“ricordo    ancora   quando da bambino andavo a trovare in campagna i cugini. Allora non c’era la televisione e la radio era anche poco diffusa; la sera, soprattutto se faceva freddo, ci si riuniva nella stalla, le donne a parlottare fra di loro, gli uomini da un’altra parte.

Fra questi c’era sempre uno che faceva da      apparecchio radio, che raccontava quello che aveva letto sul giornale, che      narrava fatti accaduti anni prima.

In particolare, c’era un vecchio dagli    occhi    molto chiari in cui quasi mi specchiavo e che stavo ad ascoltare come rapito. Gli facevo anche qualche domanda e lui rispondeva sempre sorridendo. Una volta    gli ho chiesto della guerra (la prima guerra mondiale) e non mi ha risposto, ma dagli occhi incupiti ho capito il perché. Più comunichiamo a distanza più soli     ci sentiamo”.

Analogamente, alla domanda Pillola rossa o pillola blu: le relazioni digitali sono “autentiche”? – Alice annotata 18c, una delle     commentatrici del post, Elena Zoncada, ha reagito scrivendo:

“Qualsiasi rapporto autentico si basa su sensazioni, sentimenti, profumi… La tecnologia non trasmette nulla di tutto questo, anzi ci aiuta ancor di più ad estraniarci in un altro mondo, un mondo parallelo dove noi crediamo di parlare con qualcuno, di far capire a questo qualcuno cosa stiamo provando mentre diciamo determinate cose e invece? ci ritroviamo soli, soli davanti al pc o con in mano un telefonino a pensare a ciò che scriveremo al nostro lui, alla nostra lei, ai nostri amici sapendo, però, che possiamo scrivere e continuare scrivere… senza mai trasmettere realmente le nostre emozioni e senza sapere cosa sta provando la persona che riceve il nostro messaggio. Prima di tutto è necessario un contatto visivo, i nostri occhi devono vedere, dobbiamo ascoltare, analizzare… solo dopo tutto questo si potrà dare spazio all’immaginazione”.

Dubito che la risposta a chi avverte la mancanza di sensazioni, sapori, profumi nelle relazioni sviluppate in Rete possa venire dalle varie tecnologie in “Odorama” che periodicamente vengono proposte ormai anche per tablet e smartphone  (digitare “Odorama” su Google per credere) e che a me non paiono molto diverse da quella utilizzata nel 1981 dal mitico regista John Waters per il film    Polyester. Per chi non lo ha visto o per chi non c’era, rammento che la cosa funzionava così.    Allo spettatore in sala veniva consegnato un cartoncino numerato da 1 a 10. Grattando sui talloncini quando appariva il numero sullo schermo si potevano sentire gli odori annusati dai protagonisti del film; si spaziava dalla pizza col salame, al profumante per ascelle, alla colla fino ad arrivare alla cacca. Insomma, la più grande operazione di critica pop all’inautenticità delle tecnologie che io conosca.

E’ tuttavia Jung a parlare di “sincronicità”       (anche nella sua famosa introduzione agli I   Ching, Il libro dei mutamenti,     centrale nella riflessione de    Le Aziende In-Visibili):   quel filo che lega tutte le cose del mondo     (“simultaneità di un certo stato psichico con eventi esterni    paralleli”).

In tale prospettiva è possibile produrre senso, anche se il    mezzo usato ne è privo, come Facebook o una piattaforma collaborativa all’interno di una azienda.

Le       esperienze                      umane            trovano il loro significato nella misura in cui     consentono   l’espressione di tutti gli “stati psichici”, le parti che formano il nostro Io     (che è per     natura molteplice e contraddittorio, come ci ricordano non solo Stevenson e Freud, ma anche le ultime uscite cinematografiche di Batman e 007 in versione postmoderna).

E qui si pone la questione della scissione: Facebook, soprattutto dopo l’introduzione del Timeline, scinde le parti di noi (le foto, i luoghi, gli eventi, i pensieri del momento..) fissandole in una cadaverica memoria di stock, con il rischio di chiudere la strada alla memoria di flusso abilitante l’eraclitea “unificatio oppositorum”. Ma se riesco a produrre senso, relazioni e vita riconducendoli alla mia più autentica Unità Impermanente, creo anche con Facebook un Mondo Vitale. Realizzando così sul piano ontologico lo stesso risultato perseguito anche su quello epistemologico dalla nostra Alice Postmoderna (cfr. Oltre le dicotomie – Alice annotata 11b).

Non è un affare semplice, come sa bene l’eroina di Carroll, sempre in bilico fra divisione interiore del suo sè (i dialoghi con l’altra “più giudiziosa” Alice), smarrimento dell’io (anche nel quarto capitolo, che stiamo esaminando, viene confusa con un’altra, in questo caso la cameriera del Bianconiglio, cambia dimensioni, diventa una mostruosa gigantessa…) e ricostituzione di una personalità sempre rinnovata.

In prima istanza, secondo Maddalena      Mapelli, “non si può parlare di Facebook come luogo che favorisce l’empatia e la    relazione con l’altro, nel senso che, così come si presenta, Facebook mi sembra un facilitatore di narrazioni      standardizzate.”

Tuttavia, prosegue, “se poi pensiamo che dietro ogni account c’è    una persona, e se ipotizziamo che Facebook, come molti altri social, sia un facilitatore di reti sociali, allora sì: diventa vitale a seconda della    persona        che incontro.

Perciò può esistere un uso creativo e dialogico di Facebook, ma     dipende da una serie di condizioni, e non è un effetto garantito dal solo fatto di      aprirvi un account.”

Tanto più se si riflette sul paradosso messo in luce da Garrapa: ”la singolarità individuale può venir fuori se ognuno parla del sé quotidiano. Ma Facebook, nonostante tutta la “quotidianità” ostentata     (l’aggiornamento in real time del proprio stato, l’aggiornamento sulla     situazione sentimentale, i poke e i regali inviati agli amici del cuore…) è      in realtà extraquotidiano, poichè trascende quelle parti dell’io che non posso     condividere. Come se certe emozioni non potessero girare su altri sistemi    emozionali… come se un altro pc non leggesse i miei documenti”.

Ivonne Citarella contro-argomenta: “Io   ritengo   che Facebook vada al di là della somma dei suoi membri o dei membri che ciascun utente riesce ad avere.

In esso un insieme di soggetti entrano in contatto grazie alla rete e creano rapporti di comunicazione o relazioni interpersonali. Si supera con Facebook la classica definizione di comunità (Lewin) che come sappiamo tende a mantenere contatti all’interno di un ristretto gruppo che si     influenza reciprocamente (interdipendenza) ma che perde la sua coesione se   si   verifica l’allargamento del gruppo, motivo per il quale l’influenza diminuisce.

Facebook ha una peculiarità: possiede una dinamicità diversa da una comunità        ma     allo stesso tempo si comporta come tale.

Infatti in esso, oltre    a    condividere      uno spazio virtuale, si possono condividere interessi come succede in   una     comunità, ma a differenza di quest’ultima l’allargamento dei membri non lo    destabilizza anzi lo vitalizza.

La condivisione di risorse e la costruzione di conoscenza sono dinamiche influenzate dalla possibilità di accesso      all’informazione   da parte dei membri che vi partecipano e che possono trasformare il proprio status da semplici osservatori allo status di attore rilevante per     l’attività collettiva (vedi le interessanti analisi degli indici di Freeman     betweenness centrality– o dell’indice power centrality di Bonacich). Occorre   poi non dimenticare che è ritenuta difficile la realizzazione di scambi diretti tra più di cinquanta soggetti, ma Facebook lo sta realizzando!”.

Lo stesso vale nelle social organization, che si propongono appunto come luoghi in cui la mass collaboration, anche fra centinaia o addirittura migliaia di persone, si realizza grazie alla costituzione di community online edificate sull’adesione ad una value proposition in grado di creare un genuino engagement fondato, con un paradosso che piacerebbe a Carroll, anche sulla forza dei legami deboli.

In buona sostanza, come sempre quando si vuole creare un valore autentico, occorrono  impegno     personale e presa di responsabilità, che non possono essere imposti dall’alto ma emergere spontaneamente da ciascuno (se vogliamo, siamo dalle parti della kantiana “legge morale dentro di me” che rispecchia “il cielo stellato sopra di me”).

Chiudiamo (per il momento) riprendendo il tema del tagging

(Il        tagging     come    produzione    collettiva   di senso   –    Alice annotata 21b).

Come è noto, in Facebook “taggare” una persona su una Nota, significa coinvolgerlo personalmente.

In     teoria si tratta di Note dove “si parla di te” (ancora una volta si rivela la tendenza originaria di Facebook a premiare il narcisimo dei singoli), ma in realtà è diventato un modo per chiedere un parere diretto e personale ad un singolo individuo su un tema che sta a cuore al redattore della Nota. Poiché il numero di tag per Nota è limitato, essere taggati significa essere scelti, essere convocati, per usare un termine caro allo humanistic management.

Il    significato   di convocazione   qui   adottato non è quello giuridico (l’inglese to summon); né    quello     dell’Antico Testamento per cui Dio chiama i profeti a una missione di annuncio, di giudizio, di testimonianza.

Si è convocativi se   si   sa   suscitare   l’iniziativa   discorsiva e operativa dei collaboratori chiamati alla realizzazione di un    progetto.

Il Gesù Cristo dei Vangeli è l’esempio più luminoso di leadership    convocativa. Il leader convocativo  è colui che esercita la sua    capacità attraverso l’espressività linguistica intesa in senso ampio: parole, discorso, atteggiamenti e comportamenti.

E’ vero però che il convocatore, a    differenza    del    demagogo, non usa un linguaggio universale e massificante, ma sa interpretare la diversità degli interlocutori che chiama (convoca) a se.

La    sfida consiste nel saper realizzare questo particolare tipo di leadership in un    frame come quello di Facebook che per molti aspetti si presta proprio alla    massificazione, alla distruzione di una autentica alterità, spacciata per    individualismo (la “faccia” che viene messa in primo piano, che se non viene interpretata si appiattisce in un frame omologante).

Perché    un    sistema di relazioni si può definire convocativo solo se la parte della vita attiva in essa trascorso diviene palestra per la realizzazione personale ed occasione di esperienza comunitaria. In una parola, Mondo Vitale. La convocazione si iscrive così come elemento fondativo di uno humanistic management che non stimola, induce, prescrive e controlla comportamenti, da premiare o punire. Suscita iniziativa. Convocazione è infatti attivazione del protagonismo dell’interlocutore. E su Facebook, anche grazie ai tag, questo funziona.

Se lo si condivide, il ragionamento relativo a Facebook si può estendere a tutto il mondo social, riportando il tagging al suo significato più generale descritto da Scotti e Sica come “attribuzione di parole chiave alle risorse che vengono archiviate”. “L’aggregazione dei tag attribuiti dagli utenti alle risorse – proseguono i due autori di Community Management – crea una modalità di archiviazione che ha preso il nome di folksonomy (opposta alle tassonomie costruite a priori)”. Ecco allora che “essendo creata dagli utenti la classificazione riflette i modelli concettuali in uso nella comunità”: in altre parole, potremmo dire, ne incarna il “genius loci” e consente lo sviluppo della creatività collaborativa (cfr. Wonderland    e    il     genius    loci     della creatività – Alice annotata 26).

Dunque alla domanda, “i social   network   possono essere    dei    Mondi   Vitali?”, la mia risposta è sì: nella misura in cui, utilizzando tutte le potenzialità      tecnologiche e culturali dei social media, consentono empatia sistemica, leadership convocativa e creatività collaborativa.

L’esperienza quindi di una Unità Impermanente alla cui continua ri-definizione le persone contribuiscono passando attraverso la perpetua decostruzione e ricostruzione della propria individualità e delle relazioni con l’ecosistema di cui si è scelto di fare parte. Proprio come fa Alice, da vera humanistic manager ante litteram,  nelle sue meravigliose avventure.

Alice annotata      43. Continua.

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[1] Cfr. Piero Trupia,    Potere di convocazione,    Liguori, 2002