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Retorica, Business e Humanistic Management

“Nonostante permanga – incredibilmente – un’assenza sistematica delle arti liberali nell’educazione manageriale del XXI secolo, a parte alcuni tentativi, non sempre efficaci, come per esempio lo Humanistic Management, molte realtà accademiche – soprattutto statunitensi – stanno incominciando a correre ai ripari”.

Così troviamo scritto nelle pagine conclusive di Retorica e Business, EGEA, 2014: conclusione piuttosto strana (fra l’altro del tutto gratuita e senza nessuna argomentazione a supporto, né di tipo retorico né di business) di un libro scritto da Flavia Trupia, figlia di Piero Trupia, ovvero uno dei fondatori dello Humanistic Management, e Andrea Granelli, che ha partecipato a diversi progetti  da me promossi per metterne a terra i concetti.

Delle due l’una: o si sono espressi male (e questo per gli autori di un libro sulla retorica mi sembrerebbe piuttosto grave) oppure  non sono aggiornati sui risultati ottenuti presso alcune fra le più importanti aziende italiane e a livello internazionale grazie a questo approccio (documentato nel volume L’intelligenza collaborativa, ora tradotto anche in inglese in una versione internazionale pubblicata per Cambridge Scholars).

Non casualmente, attraverso la mia cattedra attiva presso l’Università di Pavia da dieci anni, collaboro con tutti i principali player mondiali che offrono piattaforme collaborative e che propongono ai loro clienti l’approccio dello Humanistic Management come filosofia gestionale indispensabile per l’ottimale utilizzo degli strumenti tecnologici: da Cisco a IBM arrivando a Cornerstone.

L’interesse per l’approccio italiano allo Humanistic Management, per inciso,  è molto forte anche in Spagna, come dimostra ad esempio la recente intervista a Piero Dominici tradotta in spagnolo qui e la diffusione in quel Paese della Postfazione al mio libro di Michele Tiraboschi, Direttore del Centro Studi Marco Biagi, uno dei più noti e apprezzati giuslavoristi italiani.

A tutto questo potremmo aggiungere una lunga serie di casi concreti, come quelli raccontati da Piero Trupia in questo blog nella serie Genius loci e sregolatezza o le recentissime esperienze realizzate in aziende come GRMA (e, ancora in Spagna, Reale Seguros) e Banco Popolare dell’Emilia Romagna con la metodologia descritta più volte (l’ultima qui), raccontate anche in prima persona dai manager protagonisti dei progetti, come ad esempio in un recente post dallo stesso responsabile dell’Academy di GRMA.

Non posso esimermi inoltre dal ricordare che il Progetto di Social Learning Alice Postmoderna è stato segnalato dalla stessa Agenzia Italiana per l’Innovazione (Presidenza del Consiglio dei Ministri) come la più interessante azione per l’emersione del talento in Rete e che la mia ultima proposta di Storytelling transmediale, il Wikiromance Racconti invernali da spiaggia, sta registrando interesse e consenso.

Se dunque l’affermazione della coppia Trupia Junior-Granelli (anche lui Junior) appare, ripeto,  come minimo del tutto gratuita, superficiale e destituita da ogni fondamento, mi sento di perdonare loro perchè non sanno quello che dicono, evidentemente.

Tuttavia la cosa ancora più grave è che le proposte alternative di reale applicazione dell’Umanesimo alle aziende presenti nel loro testo (che pure nella prima parte propone una pregevole disamina della retorica classica e di alcuni suoi possibili utilizzi nella contemporaneità) sono al limite dell’impalpabile in termini di innovazione (come ad esempio l’esortazione a tornare a quanto McKinsey proponeva vent’anni fa, tipo le “mappe mentali”) o, peggio, addirittura reazionarie e che la stessa McKinsey  oggi ha sostanzialmente ripudiato a favore dei nuovi modelli di lavoro comunitario e collaborativo, che trovano il loro miglior fondamento nei concetti chiave dello Humanistic Management: di tutto questo però la coppia Trupia-Granelli sembra non essere edotta.

In conclusione, Retorica e Business risulta essere un’occasione perduta: non solo per mettere in pratica i precetti di Cicerone e Quintiliano, ma soprattutto quello di Wittgenstein secondo cui: “di ciò che non si conosce è meglio tacere”.