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Il disorientamento contemporaneo – Alice annotata 13

“Which way, which way?”,  domanda e si domanda incessantemente Alice persa nei meandri di Wonderland. Alice può essere assunta come l’icona del disorientamento contemporaneo, addirittura di un dubbio ontologico radicale, spettro  che ha minato  le fondamenta stesse della modernità fin dal suo sorgere. Marc Fumaroli ha descritto questa rottura come una “battaglia”, cominciata all’inizio del Seicento con la messa in discussione del potere ermeneutico della metafora, fra scienza e letteratura, fra chi  definisce l’uomo come “allegoria” o come “algoritmo”; battaglia che è proseguita fino ai giorni nostri. In particolare, scrive Fumaroli in chiusura di un articolo apparso su La Repubblica il 19 maggio 2011, “la storia della poesia e delle arti, da Baudelaire in poi, è la storia di una resistenza accanita a un mondo omogeneizzato e livellato, dove il linguaggio metaforico e allegorico si è degradato e venduto alla pubblicità e dove la comunicazione di massa regolata da algoritmi pretende di attribuire una lingua e un pensiero alla materia”.[i]

Nel Manifesto dello humanistic management  avevo sottolineato come una profonda crepa nell’edificio apparentemente solidissimo della modernità fosse stata scavata fin dal principio dal dubbio esistenziale di Amleto, da quello metodico di Cartesio e da quello metafisico di Don Chisciotte[ii],  divenendo così la cifra stessa del nostro “tempo fuori di sesto”. Giusto il titolo amletico[iii] dell’opera[iv] di un antesignano della postmodernità come P.K. Dick, in particolare il romanzo a cui si è ispirato il film The Truman Show, che mette in scena  la modernità taylor-fordista come Istituzione Totale ed il reality show (cui abbiamo accennato anche alla Nota 1) come versione catodica del carcere shakespeariano di Danimarca: un  (falsamente) meraviglioso anti-Wonderland  da cui Truman,  non diversamente da Alice, decide di fuggire (mentre Amleto vorrebbe, ma non sa come fare, se non attraverso quella che in buona sostanza appare come una morte cercata, un suicidio).

Ma, giunti in Wonderland,  si deve pagare il prezzo di ingresso: il disorientamento postmoderno come incapacità di scegliere (se non fra diversi tipi di Dipendenza), che è stato magnificamente espresso in opere che vanno da Infinite Jest [v] di Wallace (ancora Shakespeare, ancora Amleto, ancora Yorick[vi], pseudonimo di quel Laurence Sterne che nel Tristram Shandy[vii] manda in frantumi l’impianto del romanzo classico con modalità aggiornate ad oggi  proprio da Wallace in Infinite Jest) fino a Libertà del suo compare/amico Franzen[viii], passando per una miriade di romanzi minori come Indecision  di Benjamin Kunkel (che con molta esagerazione è stato persino descritto come un Giovane Holden postmoderno)[ix].

E  chi pensa che non ci sia miglior letteratura della cronaca trova conferme continue: il 15 maggio 2011 per esempio il Corriere della Sera ha pubblicato i risultati di una indagine svolta da Adecco su un campione di 6500 giovani, prevalentemente fra i 26 e i 35 anni, che ci parlano “di un mondo giovanile che sogna fino a 20 anni di diventare calciatore, modella o regista. Poi assaggia la vita e rivaluta il posto fisso da impiegato”. Il disorientamento è giunto ad un punto tale che persino la condanna a vita nell’archetipo per eccellenza dell’Istituzione Totale, il lager o Panopticon[x] (Bauman dixit) dell’azienda tayloristica, è preferibile all’insopportabile pressione della precarietà. L’articolo del Corriere mostra chiaramente “l’astuzia” dell’Istituzione Totale: prima conduce, come Lucignolo fa con Pinocchio, i giovani in un falso Paese dei Balocchi, tramite lo specchio deformante del Luna Park televisivo, che crea l’illusione di poter essere tutti “modelle o calciatori”; per poi, al momento dell’uscita dall’adolescenza,  non lasciare loro altra  scelta che l’incasellamento perpetuo nell’orribile Truman Show della vita reale. Così il suicidio, soluzione amletica che metaforicamente aleggia nell’opera di Wallace (e che è divenuta purtroppo ma non casualmente la scelta reale dello scrittore) corrisponde al suicidio esistenziale di chi non sapendo più individuare il discrimine fra “aspirazione e illusione”, finisce persino per “trasformare Fantozzi in aspirazione”.[xi]

Alice annotata 13. Continua

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[i] Marc Fumaroli, Siamo allegorie o algoritmi?, p. 64.

[ii] Cfr Le Variazioni Impermanenti ne Le Nuove Frontiere della Cultura d’Impresa, cit. http://www.marcominghetti.com/opere/il-manifesto-dello-humanistic-management/lunita-molteplice/seconda-variazione/

[iii] Hamlet:

Let us go in together,

And still your fingers on your lips, I pray.

The time is out of joint—O cursèd spite,

That ever I was born to set it right!

Nay, come, let’s go together.

Hamlet,  Act 1, scene 5, 186–190

[iv] Philip K. Dick, Time Out of Joint, Lippincott, 1959. Traduzioni italiane: Philip K. Dick, Il tempo si è spezzato, collana I Romanzi del Corriere n° 59, traduzione di Pinuccia Rebora, Corriere della Sera, 1959; Philip K. Dick, L’uomo dei giochi a premio, collana Urania (collana) n° 491, Arnoldo Mondadori Editore, 1968, pp. 185; Philip K. Dick, Tempo fuori luogo, collana La Memoria n° 437, traduzione di Gianni Pannofino, Sellerio Editore, 1999, pp. 298; Philip K. Dick, Tempo fuor di sesto, collana Collezione n° 16, traduzione di Anna Martini, Fanucci, 2003, pp. 236.

[v] 1996. Trad. italiane:Infinite Jest, collana Mine vaganti, traduzione di Edoardo Nesi, Annalisa Villoresi, Fandango libri, 2000, pp. 1434. Infinite Jest, collana Stile Libero big, traduzione di Edoardo Nesi con la collaborazione di Villoresi A., Giua G., Einaudi, 2006.

[vi] “Alas, poor Yorick, I knew him well.” Horatio responds, “A fellow of infinite jest.” Hamlet,  5.l.l59

[vii] Vita e opinioni di Tristram Shandy (1760-1767): questo romanzo non segue l’ordine temporale della vicenda narrata ma procede per associazione di idee; il primato dell’eroe viene meno poiché Tristram appare solo nel IV libro e scompare nel VI; la mimesi del reale viene rotta poiché l’autore inserisce riflessioni sulla grafica del testo. Alla base del Tristram Shandy c’è proprio lo smascheramento di ogni presunzione di realismo. Sterne, come Cervantes, opera una demistificazione del genere letterario più in voga ai suoi tempi. All’interno dell’opera i ritardi e i rimandi rappresentano la volontà di procrastinare la fine; una pagina completamente nera ricorda l’incombenza della morte. L’impianto di Alice, come ha ben visto Celati, è simile: procede per continue deviazioni dalla  meta, un movimento che però qui ha una valenza positiva: “il disambientamento di Alice compare come un movimento positivo: non è una progressione verso una meta, ma piuttosto una sospensione di ogni meta e significato… la positività dell’avventura può proceder solo a zig zag, non in linea retta… attraverso deviazioni che rilanciano l’avventura”, pp. 75-76.

[viii] Farrar, Straus and Giroux, August 31, 2010. In Italia è stato tradotto da Einaudi.

[ix] Random House, 2005. Traduzione italiana edita da  Rizzoli.

[x] La Frusta Letteraria in un Commento alla Nota 1, scrive: “C’è chi sostiene che il format televisivo “Il grande fratello” non poteva nascere che in Olanda (infatti è prodotto dalla società televisiva olandese Endemol che lo ha esportato in tutto il mondo), per via del fatto che in quel Paese si è già avvezzi a spiare la vita degli altri prima che nei reality nella realtà attraverso quei grandi finestroni delle case spalancati sulla pubblica via, che offrono squarci di vita alla mercé dello sguardo di tutti. E questi finestroni, con grandi vetri a quadri, sono il risultato di una architettura che deve avvantaggiarsi il più possibile della luce solare così scarsa in un paese umido e avvolto nelle brume per molti mesi dell’anno (mentre nei paesi mediterranei avviene tutto il contrario e ci si difende dal sole con scuri, persiane e veneziane ma si spia ugualmente la vita degli altri in maniera più obliqua e contorta, vedendo non visti)…”

[xi] Isidoro Trovato, Il lavoro e la rivincita del ragionier Fantozzi.