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Alice Annotata – Intro

04 La pubblicazione dei primi tre post della serie Alice annotata e l’interesse da essi suscitato mi hanno indotto a creare una pagina dedicata, su Facebook, dove continuerò a raccogliere sotto forma di Note non solo i post che via via che saranno pubblicati, ma anche i commenti e gli approfondimenti della Community che si sta creando. Grazie ai contributi offerti dei membri della Community conto di procedere ad una seconda stesura molto più ricca di quella iniziale, che potrebbe dare vita ad una pubblicazione vera e propria. Prima di procedere oltre, è bene però fermarsi e introdurre brevemente gli interessati  al senso dell’iniziativa.

Un’idea mi accompagna da molto tempo: proporre una lettura “annotata” di Alice nel Paese delle Meraviglie, utilizzando le straordinarie intuizioni di Lewis Carroll per leggere quel Paese delle Meraviglie che è la nostra realtà contemporanea.  La postmodernità di Alice emerge ad ogni riga che Carroll le ha dedicato e basta pensare alle caratteristiche che la connotano per coglierne immediatamente l’attualità:  giovane, donna, mutante, curiosa, avventurosa, coraggiosa, riflessiva, è il vero emblema della trasformazione che ognuno di noi deve affrontare per affrontare le sfide che pone la crisi ormai conclamata del modello economico, sociale, politico e ancor prima cognitivo e culturale, dominante in Occidente  negli ultimi due secoli.

Per capire meglio il senso di questa intuizione è necessario ricordare il fatto che cento anni fa, nel 1911, l’ingegnere Frederick Taylor pubblicava i suoi Principi dello scientific management, opera che affondava le sue radice ne La ricchezza delle nazioni di Adam Smith ed era  destinata ad avere una straordinaria importanza. Il modello operativo ma soprattutto mentale che veniva in questo testo sviluppato sarebbe infatti divenuto rapidamente non solo il riferimento imprescindibile delle teorie e delle prassi manageriali nell’ambito industriale, ma avrebbe pervaso le organizzazioni sociali a tutti i livelli. Oggi quel modello e molto spesso le specifiche indicazioni operative date da Taylor (one best way, distinzione fra chi progetta e chi esegue, parcellizzazione delle attività, standardizzazione, eccetera) sono alla base del nostro vivere quotidiano sia all’interno che all’esterno del contesto lavorativo. Basta guardare le sequenze iniziali del primo mitico Fantozzi e confrontarle con le prime ore di ogni nostra giornata per avere una amara conferma di quanto il tayloristico modello Tempi e Metodi domini ogni aspetto della nostra esistenza.

La ragione di questo straordinario successo è ben descritta da Petrus, uno dei protagonisti del romanzo collettivo La Mente InVisibile: Taylor ha saputo dare consistenza (solidità, direbbe Bauman) in epoca moderna al “sogno dei costruttori di ordinamenti perfetti, di istituzioni totali, siano essi l’impero di Hammurabi o una cosca mafiosa: (quello) di poter disporre di sudditi perfettamente flessibili e del tutto autonomi, nel senso di semoventi, rispetto al compito e solo rispetto al compito. Sudditi religiosamente devoti oppure schiavi, iloti, meteci, liberti, servi della gleba, picciotti, operai manchesteriani, operai-massa, operai tayloristi, robot, manager integrati e integratori nella e della macchina organizzativa”[i].

Un esempio significativo di quanto il modello tayloristico del “comando e controllo” sia pervasivo e di quali siano le terrificanti conseguenze di questo vero e proprio cancro della contemporaneità è dato dal sistema di voto attualmente vigente in Italia, così descritto e commentato da Ernesto Galli Della Loggia in suo Editoriale apparso sul Corriere della Sera[ii]: “ Grazie alla legge elettorale in vigore si è eletti alla Camera o al Senato per il puro ed esclusivo fatto di occupare un determinato posto nella lista presentata da un partito, non per altro… In Italia non si eleggono dei rappresentanti, com’è noto: si vota un partito. Ci pensa questo, preliminarmente, a indicare nomi e cognomi. Ne deriva che se si vuole occupare un posto di parlamentare ciò che conta è una cosa sola: guadagnarsi il favore di chi sceglie i nomi dei candidati da mettere nella lista di partito, e ottenere un buon posto nella medesima. Cioè, in pratica, l’unica cosa che conta è ingraziarsi ad ogni costo chi comanda: vale a dire il capo o i capi del partito. E naturalmente non smettere di farlo neppure a elezione avvenuta, dal momento che molto comprensibilmente ogni eletto vuole sempre essere rieletto. Il risultato è che… il semplice deputato o senatore diventa un’entità del tutto priva di ruolo ed eterodiretta: non ha da fare altro che votare come gli viene ordinato, ogni suo contatto con la base è sostanzialmente inutile, non ha radici in niente, non ha alcun elettorato di riferimento, non deve rispondere a nessuno se non a chi lo ha fatto eleggere. Diviene in tal modo inevitabile — in fondo anche ragionevole — che il semplice deputato o senatore si dedichi allora a quelle attività diciamo così collaterali che possono procurargli direttamente un utile personale, ovvero renderlo «interessante» agli occhi di chi comanda: per esempio frequentare a vario titolo le sue varie stanze, mettere a disposizione appartamenti, persone e servigi di ogni tipo, offrire regali, creare occasioni, e poi intermediare a beneficio proprio incontri, appalti e commesse, agevolare amici e parenti, favorire nomine, e via dicendo. In Italia, il malcostume e la corruzione legati alla politica traggono un alimento continuo e potente innanzi tutto da questo degrado della funzione parlamentare, che da tempo è spogliata di quasi ogni autentico significato”.

Non sembri questo esempio fuori luogo, che anzi il sistema descritto da Galli Della Loggia appare come la realizzazione della procedura elettorale “perfetta” immaginata da Lewis Carroll il 3 giugno 1884: “Ho architettato un nuovo sistema ‘proporzionale’, in assoluto il migliore che io abbia inventato sinora. La novità principale sta nel concedere a ogni candidato il potere di trasferire a qualsiasi altro candidato i voti a lui attribuiti”[iii]. Non c’è dubbio che i vari Scilipoti, Responsabili e “trasformisti” di ogni risma farebbero la loro degna figura alla Corte della regina Rossa… Ed è grazie a queste figure che il caso italiano è diventato veramente emblematico: una intera società “democratica” trasformata in una Istituzione Totale, come nei peggiori incubi di Kafka e Lovecraft (che già negli anni Trenta denunciava fra le tendenze “discutibili” del suo tempo “la democrazia, standardizzazione del lavoro dovuta alla meccanizzazione, il futurismo, il generalizzato e violento mancato rispetto delle leggi”[iv]),  ma anche nel sogno di Alice. Tim Burton ha ben colto questo aspetto nel suo film dedicato a Wonderland, dove i cortigiani della Regina Rossa arrivano ad indossare protesi facciali e corporee per esibire delle pseudo-deformità fisiche (evidente metafora della loro deformità morale) in ossequio alla reale malformazione regale (la testa sproporzionatamente grossa su un corpo nanesco per rivestire la quale il Cappellaio deve ingegnarsi  ad inventare degli adeguati copricapo).

Ma tutte le Istituzioni Totali sono condannate ad implodere, a causa della loro intrinseca impossibilità ad aprirsi al mondo, ad anticipare o anche solo gestire il cambiamento. La conclamata crisi mondo occidentale  sotto il profilo economico, sociale ed etico, sta lì a dimostrare il fallimento del modello taylorista, senza che purtroppo si intraveda la possibilità concreta di trovare soluzioni alternative, almeno fino a che non saremo tutti coinvolti nella catastrofe collettiva che sempre più frequentemente viene annunciata.

Questo almeno sembra essere il sentimento dominante. Per quanto mi riguarda, fin dall’inizio del mio percorso professionale e di studio ho cercato di trovare delle strade che consentissero di evitare questa iattura E quelle strade (che mi hanno fatto passare attraverso Shakespeare, Szymborska, Calvino) mi hanno via via portato a mettere a fuoco un metodo molto simile a quello di Carroll: pensare e, nel limite del possibile, agire esattamente al rovescio, rispetto alle modalità dominanti, ovvero proporre uno humanistic management come approccio antitetico allo scientific management di Taylor. Che è quello che fa Alice fin dall’inizio: se è vero che “Lewis  Carroll non fece mistero che il Coniglio Bianco era il Coniglio di un mago”[v] e che per certi versi le avventura di Alice sono la messa in scena di un sublime spettacolo di magia, dove la bambina è l’assistente del Mago Carroll, ebbene l’incipit di Wonderland equivale ad una perfetta inversione: non sono il Mago e la sua assistente che tirano fuori il coniglio dal cilindro, ma, al contrario, è come se decidessero di inseguire l’animaletto dentro al cilindro per scoprire il magico mondo nascosto al suo interno.

Siamo così tornati al punto di partenza, all’idea di una Alice annotata in chiave postmoderna. Naturalmente di per sé l’idea di “annotare” le avventure di Alice non è originale: sia sufficiente pensare al lavoro fondamentale di Martin Gardner, intitolato appunto “Alice annotata”, così come alla ormai sterminata bibliografia carrolliana, che conta centinaia di saggi, articoli, commenti sotto forma di “annotazione” a singoli capitoli o a interi libri, piuttosto che a personaggi o temi carrolliani. Tuttavia, forse l’operazione culturale più vicina alle note che seguono  è la celebre serie di conferenze bolognesi di Gianni Celati  raccolte nel volume Alice disambientata nel 1977 (ristampato nel 2007), “antilibro” collettivo e utopico che ebbe una vasta eco in quel periodo storico ed è ancora ricco di attualissimi spunti di riflessione. Ecco, questaAlice annotata” vuole essere una lettura del capolavoro di Lewis Carroll alla luce dell’itinerario ventennale di riflessione che ho  sopra esposto e che vorrei discutere nei prossimi mesi insieme  a voi su una pagina dedicata di Facebook: per usare un topos retorico tanto abusato da essere oggetto di un famoso racconto umoristico di Campanile, ma che calza in effetti in questo frangente, queste note vogliono essere un punto di arrivo e di sintesi rispetto al percorso fin qui realizzato, ma anche un punto di partenza verso nuovi approdi di riflessione e conoscenza di quel Paese delle Meraviglie che è la contemporaneità.

Alice annotata.   Continua.


[i] Prima edizione ilmiolibro giugno 2011, p. 283.

[ii] 11 luglio 2011.

[iii] In La magia di Lewis Carroll, a cura di John Fisher, Theoria, 1986, p. 15.

[iv] H.P. Lovecraft, Teoria dell’orrore, Bietti, 2011, p. 478.

[v] Fischer, cit. p 36.