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IL MONDO VITALE DI FACEBOOK

Concludo questa trilogia di post dedicati a Facebook (che comprende Il rischio di Facebook e Per una via umanistica a Facebook), in vista della discussione generale che il mio avatar Hamlet Queler condurrà in Second Life domenica 11 alle ore 22 e a cui si potrà assistere in diretta qui dal blog de Le Aziende In-Visibili. Chi vorrà partecipare con domande senza poterci  raggiungere in Second Life (vedi istruzioni sul sito di Brain2Brain), potrà così seguire l’evento e formulare domande, cui risponderò in diretta,  tramite la chat di Facebook.

Fedro, il protagonista del leggendario “Lo Zen e l’Arte della manutenzione della motocicletta, così definisce la Qualità: “la Qualità non è una cosa. E’ un’evento. “ Per l’esattezza,  è l’evento che consente al soggetto  di entrare in relazione con gli oggetti della conoscenza, svolgendo dunque una attività ordinatrice: “il sole della Qualità non gira intorno ai soggetti e agli oggetti della nostra esistenza…E’ lui che li ha creati”.

     La domanda allora diventa: “Facebook può essere un evento?” Può contribuire a svolgere una attività ordinatrice del mondo produttiva di Qualità, di senso, di significato? La mia risposta ancora una volta è sì, ha questa potenzialità. Scrive Mario Es: “Nella vita fisica sono spesso prevalenti comportamenti di tipo egocentrico: utilitarismo, opportunismo (quando non comportamenti truffaldini), relazioni di comodo e superficiali, disinteresse per la collettività e per il “bene comune”, in poche parole l’”homo homini lupus” di hobbesiana memoria. In Facebook come in generale nel web 2.0, invece, liberi dal peso e dagli attriti che la fisicità comporta, può emergere il dottor Jekyll che ognuno di noi è ed ha dentro di sé. La competizione sfuma in rapporti di tipo collaborativo e cooperativo, le rivalità tendono a smorzarsi in nome di una sorta di “fratellanza virtuale”. La coscienza tende ad esprimersi nel social networking in forme più variegate e multi-identitarie ed i vincoli dei ruoli che la società spesso, se non sempre, impone ai suoi membri subiscono una spinta quasi pulsionale ad una loro “trasgressione” di tipo creativo. Nasce così la possibilità di creare uno spazio persistente in cui potere non solo osservare “l’altro sé” e gli “altri da sé”, ma in cui poter interagire con questi “altri” in maniera empatica. In qualche modo, la “dimensione altruistica” – sempre ben bilanciata da quella narcisistica – nel virtuale può divenire prevalente, rappresentando una sorta di contrappasso o, per riprendere il discorso “filosofico-orientale”, la parte yin rispetto a quella yang della realtà fisica.”

     Con tutto questo però non vorrei sembrare eccessivamente semplicistico. Che Mr Hide si scateni anche su Facebook purtroppo non c’è dubbio. Fra le tante storie che si potrebbero portare a testimonianza di questo assunto, scelgo lo strano caso capitato a Cristiano Quagliozzi, artista che ha pensato di creare un evento su Facebook per presentare la sua mostra “I concetti astrali”, tenutasi a Roma dal 30 novembre 2008 al 7 gennaio 2009. Tutto è andato bene  se non fosse che proprio un giorno prima della chiusura, il giorno dell’Epifania,  gli è arrivato questo messaggio, che riporto integralmente nella sua crudezza: “Vaffanculo………. Hai rotto i coglioni… non sei picasso… Quando leggerai questo messaggio, dopo varie ore, poserai la testa sul cuscino, e renditi conto del fatto che… Non sei il tuo lavoro… Non sei quello che fai, non sei quello che credi di essere, non sei quello che vorresti essere,,, Sei una schifosa merda egoista che fa a pugni con se stesso… Devi fare i conti con il tuo fottuto ego prima di essere quello che realmente sei… Perciò non rompere più i coglioni con le tue egocentristiche fottute mostre del cazzo… sono il creatore della quinta dinensione… Sono il creatore della nuova futura arte… I tuoi figli, ed i figli dei tuoi figli, mi leggeranno sui libri… eppure mi muovo silenzioso nei labirinti della mente… Non devi rompere più i coglioni con i tuoi concetti astrali del cazzo e le tue frivole, flebili certezze che ti trascini pesantemente dietro come pesanti macigni… Posso distruggere qualsiasi cosa di quello che credi di essere… se vuoi, possiamo incontrarci… Scontrarci… Confrontarci… Ma sappi un solo, piccolo dettaglio… Perderai… Perchè io ho sacrificato tutto ciò che possedevo, per avere accesso ad un mondo di cui tu ignori l’esistenza… Stai attento, perchè mi stai davvero facendo girare le palle… Domani, potresti non esserci più… Io… Sono Dio… Io sono il diavolo… Attento alle mattonelle che calpesti… Perchè potrei voler lasciarti cadere in qualsiasi momento io lo ritenga necessario… Basta cazzeggiare… Black spell…Fai i conti con te stesso… E quando sarai pronto, potrai fare i conti anche con me… Non sto scherzando… Ora, piscia i tuoi concetti astrali del cazzo, e vediamo, prima di essere davvero un artista, se sei davvero un uomo… Con te stesso… Fottiti, coglione bastardo figlio di puttana… Ti distruggo, come, dove e quando vuoi… “ Firmato: “Un amico che ama giocare con il fuoco delle candele all’interno di un pentacolo… All’interno di una verità che non immagineresti reale nemmeno nei tuoi sogni più verosimili… Julian Kinkaid…”. P.S. finale: “E adesso ti conviene fare i conti con la tua falsa misera identità del cazzo, prima di fare i conti con me… Arrenditi alla tua falsa, onnipotente identità del cazzo… Il consiglio di una persona, che può testimoniare il prodursi delle fiamme attraverso l’inferno, e che può garantirti una sicura via di fuga attraverso le nuvole…. Vaffanculo….”

     In ultima analisi, anche alla luce di fatti di questo genere, per capire se ed in che misura sia possibile un uso umanistico di Facebook, ci si deve chiedere: possiamo considerare Facebook un “Mondo Vitale”? Come viene indicato nel Manifesto dello humanistic management, in particolare da Piero Trupia, “Mondo Vitale” è, secondo Erwing Goffman, un sistema relazionale guidato nella sua performance collettiva da convincimenti condivisi aproblematici e da empatia sistemica (e qui “sistemica” equivale a “non occasionale” ma “strutturale”). Come in un quartetto d’archi, in una compagnia teatrale, in una équipe sportiva che vince, in un laboratorio di ricerca o in uno studio di professionisti associati. E, aggiungo, in molte piccole e medie imprese italiane nelle quali il genius della empatia sistemica vige, perché è connaturato al carattere nazionale e non è stato soffocato da uno scientific management d’importazione. E’ il sogno espresso nell’Episodio 107 de Le Aziende In-Visibili:

     “Piccoli mondi umanamente vitali crescono e cercano di resistere all’entropia montante del non senso: una jazz band, un’orchestra sinfonica, una squadra di football, una barca a vela, un laboratorio di ricerca, un’associazione no-profit, un circo, una compagnia teatrale, una comunità di pratica. Zone d’ordine, porzioni d’esistente che tendono ad una forma, ad un senso sia pure non definitivo, non fisso, non inghiottito in una fissità minerale o nella vuotezza spirituale, perché priva di cattiva coscienza, degli animali.”

     L’alternativa che si pone è fra  Istituzione Totale – “sistema organizzativo chiuso e formalmente amministrato” (Goffman) – e Mondo Vitale – “sistema aperto e regolato da empatia sistemica tra i suoi membri” (Ardigò). La questione centrale è proprio questa empatia, cioè la necessità di condivisione che crea i legami e, dunque, consente di procedere nell’analisi di sé e della società che ci circonda. Facebook è in grado di favorire questa empatia nella misura in cui i suoi membri si pongono in una dimensione dia-logica in senso profondo che nulla ha a che fare, è bene specificarlo,  con qualsiasi irrazionalismo. Oggi anzi più che mai è indispensabile il ricorso ad una razionalità che non si identifichi necessariamente con la scientificità “classica”, che rispecchia unicamente il passato, in cui lo stesso “know” del “know how” è appunto un “known”, un saputo e non un sapere dischiuso al futuro. Si potrebbe muovere a chi narra “scientificamente” il mondo lo stesso rimprovero rivolto da Wislawa Szymborska ad un aspirante romanziere: “Nei suoi racconti si sta stretti, si soffoca, non ci sono problemi. Non c’è una finestra sul mondo e quindi nessuna prospettiva potrà aprirsi allo sguardo”. Finestra sul mondo, apertura, dialogo. Il mondo vitale non è il “mondo privato” bensì il “mondo comune” a tutti gli esseri umani. E’ il ‘territorio o lo spazio’ dov’è possibile controllare le risposte dell’altro e rispondere alle sollecitazione di chi pone domande e chiede risposte. Ovvero lo spazio dove con facilità le esperienze umane trovano un loro significato, e non sono gli oggetti a costruire la realtà, ma il soggetto a dare il nome, o meglio a definire, la realtà. Il mondo vitale possiamo intenderlo come una provincia di significati, tra altre provincie di senso. Tutte insieme formano e danno origine alla trama relazionale e culturale di una società. Senza tale profonda produzione di senso e di vita, tutto si riduce a scambio di equivalenti (contratto) o a veri rapporti di dominio.

     Ma può esistere empatia in assenza di relazione diretta, personale, fisica? La psicologia risponderebbe di no. Però Jung parla di “sincronicità” (anche nella sua famosa introduzione agli I Ching, Il libro dei mutamenti, centrale nella riflessione de Le aziende In-Visibili): quel filo che lega tutte le cose del mondo (“simultaneità di un certo stato psichico con eventi esterni paralleli”). In tale prospettiva è possibile produrre senso, anche se il mezzo usato ne è privo, come Facebook. Ma perché le esperienze umane trovino il loro significato è necessario il concorso di diversi fattori uniti, che nel caso di Facebook sembrano in prima istanza venire meno. Al limite, ciò che non possiamo avere, possiamo pensarlo come se ci fosse, ma non porterebbe risultato. Ma ecco: le esperienze umane trovano senso se c’è dall’altra parte un rispecchiamento di sé e ciò può esserci solo se tutte le parti che formano il nostro Io (che è per natura molteplice e contraddittorio) sono espresse. E qui si ritorna alla questione della scissione: Facebook scinde le parti di noi, con il rischio di chiudere la strada dell'”unificatio oppositorum”. Solo se riesco a produrre senso, relazioni e vita riconducendoli alla mia più autentica Unità Impermanente, creo con Facebook un mondo vitale.

     Crocevia di menti, aggancio per incroci produttivi di sviluppo di progetti o semplicemente di relazioni, per il puro piacere di trovarsi: ebbene, anche questo può essere Facebook. Sono in molti ad emozionarsi nel raccontare un incontro indimenticabile con compagni delle elementari perduti di vista da decenni, con commilitoni con cui si è fatto il militare, con persone naufragate nel mare magno della vita e ripescate in rete: incontro vero e non “Carramba che sorpresa!” style. Tutto grazie a Facebook, che si posiziona così in una dimensione distintiva rispetto ad  altri social network tipo Ning. E’ proprio la logica di fondo ad essere diversa: Facebook parte dall’individuo e porta alla creazione di gruppi, Ning fa il percorso esattamente contrario: si tratta infatti di una piattaforma per la creazione di social network personalizzabili. Ogni singolo autore ha la possibilità di creare la propria community decidendo come comporre il sito, ovvero scegliendo le singole componenti su cui andare ad inserire i propri contenuti, selezionando i partecipanti, eccetera. Lo strumento è molto interessante, però di fatto favorisce troppo spesso la creazione di piccoli mondi chiusi in se stessi. Se la differenza fra “razionalizzazione” e “razionalità”, come insegna Edgar Morin, è che la prima è “chiusura” al mondo” mentre la seconda è “apertura al mondo”, non c’è dubbio che Facebook possiede una potenziale razionalità non riduzionistica, relazionale, eticamente fondata, decisamente superiore agli altri social network.

     Si tratta, ancora una volta, di abbandonare il modello organizzativo (e prima ancora cognitivo) scientifico del lavoro, caratterizzato da un approccio che tende a distinguere e moltiplicare gli specialisti e teso verso la ricerca di one best way e best practice, a favore di un modello di management umanistico, caratterizzato al contrario da un approccio metadisciplinare (che garantisce la commistione di competenze, professionalità e profili curriculari diversi su progetti condivisi non parcellizzati). Soltanto la metadisciplinarietà può favorire non solo la nascita di un contesto creativogenico, ma anche una ampia visione della società in cui viviamo: delle sue premesse, dei suoi modi di essere, dei suoi fini. Il che non significa che tutti sappiano fare tutto, bensì che le persone siano in grado di relativizzare il proprio contributo rispetto a discipline diverse e competenze altrui, sentendosi profondamente arricchite da questa sinergia, per sviluppare attività e progetti fortemente improntati anche dal punto di vista etico.

     Fra i segnali che indicano questa direzione di crescita porrei la sempre maggiore attenzione che il mondo del non profit sta dedicando al web 2.0 e a Facebook in particolare: realtà come Medici Senza Frontiere, Emergency, Avis, Banca Etica e molti altri stanno attrezzandosi con la creazione di gruppi e la promozione di cause,  eventi ed aree di discussione dedicate, tutte funzioni che già l’attuale piattaforma di Facebook prevede, anche se sicuramente esistono ampi spazi di ulteriore miglioramento. William Nessuno si chiede “quanto (almeno per ora) l’uso di Facebook per il conseguimento di fini sociali o etici abbia a che fare con un risultato concreto, a parte il ricevimento del messaggino “La tua causa Pincopallo ha raggiunto i 1500 membri e ha ottenuto un ometto-segnalino in più”. In questo i blog sono molto più “movimentisti”, smuovono delle energie e spesso vedono la creazione di gruppi di persone che si incontrano nel reale.” Ancora volta, tutto condivisibile (basti pensare a come Beppe Grillo ha saputo valorizzare lo strumento del blog, al di là dei contenuti che diffonde e su cui si può essere o meno d’accordo) ma bisogna anche tener conto che l’affermazione di Facebook su larga scala è recentissima. Traguardando il futuro, ben vengano iniziative come quella Non-profit & Social Networkla cui ideatrice, Gaia Saviotti, dichiara di aver avviato “con l’intento di farne un gruppo di ricerca, poiché questo settore, in Italia, sta prendendo campo adesso, mentre in altri paesi è un fenomeno largamente diffuso già da tempo. Qui ci occuperemo di non-profit, reti sociali, social media, ICT e tutte quelle tecnologie che vengono impiegate nel Terzo settore.”