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La città campo

Pino Varchetta su: Alexandra (regia di Aleksandr Sokurov)

La guerra è orribile. Solo le donne e gli uomini fanno la guerra alle donne e agli uomini, distruggendosi reciprocamente. Questo accade perché le donne e gli uomini hanno la mente e la mente è un problema, con la sua capacità di generare fantasmi, che quando non vengono elaborati, individualmente e collettivamente alimentano la guerra come elaborazione “paranoica” del lutto. La guerra esiste perché abbiamo un pensiero duale; perché riusciamo a pensare la guerra e la pace, in quanto fuggiamo il conflitto. Il conflitto è il terzo, che non c’è, e che va costruito: con dolore, con ansia, attraversando una zona grigia, che, evidentemente, alla donna e all’uomo fa più paura dell’orrore della guerra e della sonnolenza delle false paci.

Una vecchia signora, stremata da un viaggio faticoso quanto lungo, quasi sorretta di peso, è portata da due giovani soldati russi al campo. Ha con sé come bagaglio un carrellino con dentro poche cose. E’ arrivata, la vecchia signora, in visita a suo nipote Denis, che fa la guerra contro i ceceni con il grado di capitano. Il campo ha piantato le sue tende, le sue baracche, i suoi camminamenti, vicino alla capitale della Cecenia, Grozny, praticamente semidistruttuta da ondate ricorrenti di battaglie urbane e di bombardamenti aerei a tappeto. La signora è riuscita a superare gli ostacoli della burocrazia russa e ha avuto il permesso di visitare al campo il nipote diletto. L’ultimo film del grande Sokurov (è il regista de L’arca russa e Il sole) è tutto qui: non c’è storia, non c’è vicenda; c’è solo la ricerca, per così dire, etnografica, di questa donna curiosa che gira libera per il campo, parla con tutti, anche con il comandante, non rispetta nessuna regola, fino a sconfinare e a raggiungere un sobborgo della città semidistrutta per delle piccole spese quotidiane che la femminilità suggerisce come necessarie, incontrando la sua fornitrice, una donna cecena, e stabilendo con lei una caldissima quanto inaspettata ed emergente amicizia. La guerra non si rivela con il repertorio consueto, cui tanta cinematografia statunitense ci ha ormai abituato; non uno sparo, non uno scoppio, non una missione notturna alla ricerca del nemico, non incursioni aeree. Quello che si vede nel film attraverso le immagini per molti aspetti sognanti di Sokurov è l’apparato della guerra in movimento, il suo dispiegarsi quotidiano, una somma di gesti predefiniti, uno uguale all’altro, dentro i quali i singoli scompaiono ed emerge una collettività rassegnata, amorfa, che non sa rispondere alle domande che talvolta qualche ceceno coraggioso pone loro sul senso del loro restare lì, tenaci pur di fronte all’inutilità crescente dei loro sforzi. Le autoblinde partono rumorose, tracotanti, e non si sa dove vadano, e quando ritornano non si sa cosa abbiano agito. Tutto resta indefinito e ambiguo. Ma l’orrore della guerra ti assale, spettatore in sala, e ti entra nelle viscere: ti penetra attraverso gli sguardi sparuti dei giovani soldati, attraverso l’angoscia interrogante dei pochi ceceni che la macchina da presa incontra, attraverso lo sguardo empatico, ma capace anche di giudizio, della vecchia nonna che è andata a trovare il nipote capitano. E l’orrore della guerra ti arriva anche attraverso l’odore. Le immagini di Sokurov sono tante intrusive ed empatiche che senti l’odore di quei ragazzi, delle loro tute mimetiche impregnate di sudore, dell’olio con il quale meccanicamente e noiosamente le armi vengono lubrificate, di quelle loro scarpe enormi – che gli spettatori che hanno fatto nel nostro Paese il servizio militare ricordano come gli “anfibi” – che li conducono attraverso i camminamenti faticosi del campo, nella stagione estiva, pieni di polvere che avvolge in una nebbia costante ogni profilo, ogni tenda, ogni baracca. Non predica Sokurov, mostra solo l’orrore quotidiano di quella città campo, di quell’universo compiuto, di quell’istituzione totale, nella quale corpi apparentemente saldi ospitano anime fragili, entrambi in ogni caso, corpi e anime, impari di fronte alla terribile violenza della guerra.

Postato dalla personalità mutante di: Pino  Varchetta

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