Alla luce dell’ombra – 5

Ombre_3Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.

Infatti le ombre sono “oggetti” (forse gli unici oggetti) non materiali, dinamici, bidimensionali, che presentano però aspetti che “sembrano” materiali, di percettività e di causalità. La nostra mente pare essere insomma fortemente incline a trattare le ombre come “cose che hanno una figura”, provocando in tal modo paradossi ampiamente studiati dai fisici[1]. 



[1]              cfr. D. Deutsch, Ombre, in La trama della realtà, trad. S. Frediani, Einaudi, 1997, pp. 31-51; R. Casati, L’ombra del dubbio, in La scoperta dell’ombra, Mondadori, Milano, 2000, pp. 51-63.

Del resto già la parola “ombra” è strutturalmente ambigua, ha un doppio “significato primo”: può significare sia l’ombra propria sia l’ombra portata. Si tratta di fenomeni differenti e connessi, che a livello simbolico possono differenziarsi, per ricostituire talvolta un orizzonte di unitario. Nell’orizzonte metaforico l’ombra portata, l’oscurità proiettata da un corpo opaco, rinvia alla luce: ombra e luce come coppia concettuale inscindibile e relativamente la luce come sorgente e ombra come negazione. Negazione, si noti, e non immediatamente sottrazione: l’ombra si presenta nella forma di una indipendenza, poiché è figura che rifiuta di ridursi a qualità del corpo opaco, eppure è necessariamente dipendente dal corpo, proiezione della corporeità. Schiacciata a terra segna il legame alla terra e insieme configura un potere che segna il limite della forza espansiva della luce. E quindi a rovescio: l’ombra come tenebra che ha confini, come tenebra limitata dall’insistenza della luce; essenziale all’ombra è infatti la linea d’ombra[1], una forma di soglia. Se l’ombra portata significa insieme dualismo e reversibilità tra luce e oscurità, l’ombra propria, quella parte del corpo non direttamente colpita dalla luce, intenziona la parte oscura delle cose, una faccia non visibile che dice l’impossibilità di una visione panoramica e la necessità di un incessante rinvio: metafora dell’adombramento, innanzitutto percettivo, impossibile del resto se l’ombra non fosse prodotta dalla luce, non fosse appunto limite di una luce espansiva per se stessa e non circoscrivibile in se stessa, ma solo relativamente nel suo incontro con il corpo, cioè nell’ombra che tale incontro produce: ombra quindi come relazione corpo-luce, come ente che è relazione. Da tutto ciò l’idea di penombra, fisicamente la regione prodotta dalla non-puntiformità della sorgente di luce, metaforicamente luogo dell’abitare umano. Dunque: legame al corpo, alla terra, limite della visione, rinvio alla luce costituiscono gli aspetti più evidenti della metaforica dell’ombra, destinati a ovviamente complicarsi nelle dimensioni simboliche della scrittura e dell’arte[2].


[1]              Come è noto, La linea d’ombra è il titolo di un racconto di Conrad.

[2]              Per il rapporto pittura-ombra, di cui qui non mi occupo, cfr. E. H. Gombrich, Ombre. La rappresentazione dell’ombra portata nell’arte occidentale, trad. M.C. Mundici, Einaudi, Torino, 1996; V. I. Stoichita, Breve storia dell’ombra, trad. B. Sforza, il Saggiatore, Milano, 2000; M. Baxandall, Shadows and Enlightenment,

Yale

University

Press,

New Haven

 

&

London

 

, 1995.

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