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Dalle Città Invisibili alle Aziende In-Visibili – 8 Occhi (parte terza).

Il corpo è una dimensione su cui oggi sembrano imperversare le metafore determinate dalla logica della vetrinizzazione. Il corpo sembra oggi complessivamente indirizzato verso il perfetto confezionamento dell’Artificial Kid immaginato da Bruce Sterling. Vistoso oggetto di consumo totale, artificialmente modificato, eternamente giovane, diffusamente erotizzato ma perfettamente desessualizzato come l’immagine di una pin-up, perennemente esposto allo sguardo di uno sciame di videocamere personali, il corpo del personaggio creato da Sterling, puro packaging, sembra mostrare, esasperandolo, il futuro della nostra vetrinizzazione somatica.

 

Eppure, anche in questo caso, siamo davanti all’estremizzazione di un atteggiamento culturale fortemente radicato nella modernità, prima ancora che nella contemporaneità. Come ha osservato sul Domenicale de Il sole 24 Ore Remo Bodei  “Per modellare il loro corpo le donne hanno a lungo indossato  corsetti che comprimevano i polmoni e l’intestino, causando difficoltà di respirazione e disturbi vari, che degeneravano talvolta in vere e proprie malattie. Vestiti morbidi e confortevoli liberano oggi il corpo da tali strumenti di costrizione e gli consentono di muoversi con scioltezza, ma una corazza interna si è sostituita a quella esterna. L’ossessione della forma fisica spinge, infatti, a diete mortificanti, a pratiche salutistiche che implicano ore di defatigante ginnastica e di noiosi massaggi. Cambiano i metodi e si condannano con orrore quelli del passato: eppure la felicità continua a essere cercata secondo modelli socialmente condivisi (vetrinizzati, ndr) di bellezza o di accettabilità.

 

Collegato al tema del corpo è  l’ultimo territorio che la vetrinizzazione sta cercando di illuminare: quello della morte. Ma, scrive ancora Bodei, pensare alla morte “non è oggi alla moda. Essa è altrove, nascosta, e la carne macellata pare che nasca, rosea e innocente, sui banchi del supermercato”. Così  le incursioni nelle sue logiche, nello spazio sacro della morte,che siano artistiche (Von Hagens, Hirst o Cattelan) o massmediatiche (le esequie di Papa Giovanni Paolo II), non sembrano ancora sufficienti a riscattare il dispendio assoluto di un gesto capace ancora di fermare eternamente il circuito dialettico del consumo desiderio-appagamento-frustrazione-nuovo desiderio. Nel nostro romanzo collettivo, questo tema è ben colto da Josephine Pace nell’Episodio  42 –Di chi sono gli occhi che guardano?:

 

In un’ansa tra poggi rosa e un cielo sempre troppo azzurro sono stati inaugurati i nuovi uffici finanziari della Clo & Olc United, colosso della commercializzazione di enantiomeri, ovvero molecole chirali. Tutti vetri, trasparenze, scintillii. E specchi.

Gli specchi sono ovunque. Ogni impiegato entrando è costretto a specchiarsi almeno venti volte prima di arrivare alla sua stanza e parecchie altre volte prima di accomodarsi alla sua scrivania. Uscendo nei corridoi, si imbatte ad ogni istante nella propria immagine riflessa e nelle immagini degli altri. Che lo voglia o no, ognuno vede come gli altri accolgono il proprio aspetto, intuisce cosa ciascuno cambierebbe volentieri di sé, indovina l’umore dei colleghi dalla minima piega degli angoli delle loro bocche, percepisce le inquietudini delle colleghe dal loro rapido scansare con le dita le ciocche disobbedienti dal volto.

Il metodo di lavoro, fondato su una valutazione a trecentosessanta gradi, è molto rafforzato- dice il management- da tutto questo specchiarsi, osservarsi, farsi osservare mentre ci si osserva e da tutto questo osservare gli osservati. È una tecnica di monitoraggio continuo, è una voragine di sguardi desideranti, è un gioco che crea inconsapevoli dipendenze psicologiche ed affina una spietata curiosità.

L’ininterrotto osservarsi-desiderando-sapere, desiderando penetrare gli altri, ha fatto sì che per difendersi alla Clo & Olc tutti vestano quasi allo stesso modo, uomini e donne, giovani e meno giovani. Gli abiti sono diventati scudi. C’è una tacita intesa sui colori: preferiscono il beige, è elegante, dicono, non impegna, dicono, non è eclatante e luttuoso come il non-colore, il bianco, non è carico e sensuale come il nero, non è stimolante come il rosso né pacificante come il blu né inquietante come il giallo né disperante come il verde, dicono. Ma lo dicono a se stessi – già perché qui alla Clo & Olc non ci si parla se non per micro messaggi via sms: è il management che lo vuole, vuole che ogni impiegato di qualunque livello possa sviluppare al massimo il più intellettuale dei sensi, la vista, in modo che poi guardando cifre e numeri, contemplando indici di bilancio, fissando grafici e prospetti si possa meglio decidere sulle acquisizioni da fare.

Così tutti hanno piccoli telefonini attaccati sul dorso della mano per potere tener sempre fisso l’occhio sullo schermo o sulla tastiera, modernissimi aggeggini che fanno pensare a quei gioielli portati alle mani dalle donne orientali: intrecci di catenelle che legano insieme anelli per tutte le dita e formano ragnatele dorate sulla pelle abbronzata. Solo occasionalmente gli sguardi svicolano dai monitor, si affrancano dagli specchi, dalle immagini riflesse e gelidi, quasi lame, si incrociano l’un l’altro, in un gioco crudele a chi riesce a sostenere di più lo sguardo altrui, un muto osservarsi barricati dietro le scrivanie, finchè lo scatto felino d’una pupilla che si sente già preda fa sì che la giostra d’occhi onnivori si fermi e che ciascuno ritorni al proprio breakeven point. Che lo si voglia o no.

Unica speranza di trasgressione per gli impiegati della Clo & Olc è che piova, che uscendo dal palazzo di vetro si possano aprire gli ombrelli dai colori più sgargianti, provvisti dei manici più strani, forniti di frange, spille e pendagli e di ogni genere di orpello che suonerebbe del tutto inadeguato all’essenzialità degli sguardi consentiti. In quel caso, al riparo dagli sguardi non voluti si cerca solo quello del collega più simpatico e magari ci si ripara insieme, si sta vicini, ci si può perfino parlare e chiedersi “come stai?” e ascoltare la risposta, ci si può scambiare una ricetta per la sera, quella per conquistare un lui troppo indeciso, ci si può suggerire la meta più bella per le vacanze del prossimo ponte, quella per stupire una lei troppo esigente, e ancora si può dare spazio ad ogni sorta di complicità o rivalità, una gara stranissima a vedersi qui tra i consueti specchi, vetri, trasparenze, sussurri, cenni.

Ma i coloratissimi ombrelli degli impiegati della Clo & Olc giacciono nelle borse e nelle ventiquattrore, gemono dietro le cerniere, premono contro bottoni automatici in attesa di una liquida purificazione che non avviene più, qui nella valle dell’azzurro perenne.

 

(8 – continua)