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Pino Varchetta: Lascia perdere Johnny

Immagini senza ascolto
Ti accade di incontrare donne e uomini che ascoltano, sensibili e aperti alle voci del mondo, capaci come Re Lear di sentire il battito delle ali delle farfalle dorate. E incontri persone che vedono solo, che non si fanno toccare dai mondi, che penetrano instancabili, come prese da un’ossessione performativa, che le distacca dalla realtà. E di questo nostro mondo non sanno cogliere né l’immensità, né i particolari. Sono persone invisibili a se stesse e che, non sapendo ascoltare, non sanno pensare.
Non sempre tale bestiario umano è volgare; talvolta ha anche stile e può apparire empatico, può sembrare in altre parole pensoso circa la possibilità di provare esperienze che possono essere sperimentate anche da altri. E se lo stile è tutto, talvolta è ingannevole e copre, di fatto, una separazione netta dal mondo, una chiusura mal celata da una capacità furba, o per meglio dire astuta, di stare al mondo. E si può andare al cinema e incontrare storie siffatte – e i cinefili ingordi corrono questo rischio nelle circostanze in cui la programmazione non corra più veloce del loro bisogno di ombre amiche sullo schermo. Un film che gira sugli schermi in questo giorni è la prima prova registica di un attore italiano a suo modo geniale e indubbiamente simpatico, Fabrizio Bentivoglio, che anima spesso personaggi tipici della commedia brillante italiana, con una recitazione sapientemente allusiva, di primi piani scorati, capaci di nutrire e raccogliere simpatia giù nel buio delle sale. Il film – Lascia perdere, Johnny – racconta la storia di un gruppo scalcinato, calato in una cultura partenopea di modo, che riceve un personaggio venuto dal nord, il cui incontro con un giovane, tenero e aperto all’imprevisto, produce un risalire della coppia al nord e uno sfaldarsi progressivo dei sogni del giovane. Il tutto in un’atmosfera agrodolce che oscilla tra il Fellini degli esordi (I vitelloni) e alcune citazioni dai Basilischi della Wertmueller. La camera di Bentivoglio si muove bene, narra con empatica disinvoltura, scava nei volti, penetra, ma, come si diceva all’inizio, non ascolta. Le voci del nostro mondo non sembrano stupire l’autore e i suoi personaggi che, chiusi in una sterile autoreferenzialità, non si elevano minimamente, non escono da un bozzettismo saputo, che alla fine non può non suonare presuntuoso e sterile. I personaggi sembrano consegnarsi passivamente alla normalità, senza tentare di automolestarsi, senza tentare di realizzare un qualche compito simbolico e progressivamente, lungo le immagini del racconto lassù sullo schermo, perdono qualunque irrequietezza, fino a una perdita del sé, minacciati da un orrore del mondo al quale non sembrano saper far fronte. E il mondo è sempre lì, pronto a ingoiarli, non ostacolato in questo dal sogno ad occhi aperti dell’immagine che conclude il racconto.