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Le radici di Biennale Innovazione

Parrà strano che uno statistico che si è occupato nella sua carriera soprattutto di Pubblica Amministrazione (e in particolar modo di Sanità) sia stato tra i principali promotori di un evento / community rivolto a manager e imprenditori come Biennale Innovazione. Ma strano non è. E le ragioni sono molteplici.

Di contesto: non si può oggi pensare a settori pubblici come in contrapposizione al mondo delle aziende e, se si pensa anche agli scenari proposti da


, gran parte degli aspetti evolutivi del contesto in cui si trovano ad operare le aziende coinvolgono settori pubblici. Stefano Campostrini, ordinario di Statistica Sociale e Sanitaria, è fra gli studiosi più profondamente convinti (e lo ha reso evidente in molti suoi scritti e manifestazioni pubbliche) che senza profonde innovazioni operate proprio in alcuni settori pubblici, difficilmente le innovazioni, anche quelle che avvengono quasi esclusivamente nelle aziende, potranno affermarsi e svilupparsi.

Personali: una persona che ha dedicato la sua vita alla ricerca non può che essere un sostenitore dell’innovazione. Senza ricerca non c’è innovazione, senza innovazione non c’è ricerca. Il binomio è stretto.

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MM: Da dove è nata l’idea di un evento di questo tipo?

SC: Dal bisogno di comunicare diversamente tra mondo della ricerca e mondi aziendali e manageriali. Quando ero Direttore della Scuola Dottorale di Ca’ Foscari (una struttura che raggruppa tutti i dottorati dell’Ateneo, da informatica ad arte, da economia a lingue, et cetera) ho toccato con mano quanto bisogno ci fosse di comunicazione tra questi mondi e quanto le classiche forme comunicative o di incontro (convegni e seminari) fossero ormai vuote ed inefficaci. E allora ho iniziato a sperimentare forme nuove, facendo toccare con mano ai dottorandi, ai colleghi e a qualche rappresentante del “mondo esterno” (aziende in primis) come le contaminazioni e gli scambi alla pari fossero i veri luoghi di dialogo e la base per costruire alleanze.

Ad esempio ho portato dentro all’università chef stellati che “raccontassero” (con composizioni gastronomiche e attraverso il dialogo con il pubblico) come loro vedevano le “scoperte” di alcuni dottorandi che, a loro volta, le raccontavano al pubblico attraverso installazioni o dimostrazioni che affiancavano le tavole preparate dagli chef.

 

Partendo dalla consapevolezza che anche il mondo della ricerca deve imparare a dialogare e ad aprirsi (cosa che cerchiamo di insegnare anche a i nostri studenti) mi sono divertito a provare forme nuove di dialogo

Insomma, gli ingredienti credo ci fossero tutti: 1) cercare luoghi di dialogo tra chi “studia” l’innovazione e chi la “pratica”; 2) farlo in maniera divertente per tutti; 3) lasciare a casa ogni pregiudizio e utilizzare al meglio tecniche di dialogo e comunicative. Dopo si è trattato (“solo”) di trovare dei compagni di viaggio competenti e capaci di intercettare network interessanti ed interessate. Ma devo dire che, nonostante i tempi folli e le minime risorse iniziali, abbiamo trovato solo persone entusiaste dell’idea, che ci hanno creduto da subito. E, francamente, la risposta entusiasta (prima, durante e dopo) mi ha convinto del fatto che era proprio il momento giusto. In Italia c’era proprio voglia di trovarsi assieme per riflettere, condividere e “guardare avanti” su queste tematiche. E c’era voglia di farlo fuori dai soliti schemi. Dall’evento (più o meno interessante) al quale si partecipa come spettatori all’evento che si costruisce assieme e, costruendolo, si fonda una community. Beh, la location ha aiutato e di questo siamo grati alla collaborazione con San Servolo servizi: d’altra parte Venezia è sempre stata patria di grandi innovazioni e da sempre ha accolto grandi innovatori…

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MM Che ruolo vedi allora per l’Università nel sostenere i processi di innovazione nel nostro Paese?

SC Credo che eventi quali quello della Biennale Innovazione (e il suo successo) segnino la strada. Oltre alle due principali missioni dei nostri Atenei, quelle della formazione e della ricerca, ce ne viene assegnata un’altra, quella del “dialogo con la società”. A volte questa terza missione si è prestata a tali e tante ambiguità che credo oggi sia difficile definirne i confini. Ma, e qui mi ricollego con l’esperienza biennale, credo che un fattore fondamentale per espletare questa terza missione sia quello di stimolo. Le università hanno dei grossi vantaggi in questo: sono indipendenti (per definizione, ma anche, soprattutto in Europa, per prassi sostanziale) e sono un formidabile hub di conoscenze perché ormai chi fa ricerca ad un certo livello la fa in reti internazionali, ed è in grado di raccogliere il meglio dove si trova. Ma in questo cammino le università devono trovare dei buoni alleati, per svariati motivi. Primo tra tutti dobbiamo ricordarci che si tratta di una “terza missione” e questo vuol dire che è bene che noi docenti universitari ci impegniamo anche e soprattutto sulle prime due. Poi, non siamo noi che dobbiamo investire soldi e risorse in queste iniziative (quelli che raccogliamo devono essere devoluti tutti alle prime due missioni): ecco perché vedo più un ruolo di stimolo che da unico e/o fondamentale organizzatore.

Anche per questo spero proprio che le prossime Biennali dell’Innovazione saranno gestite soprattutto con altri soggetti, con sponsorizzazioni e partecipazioni più sostanziali… insomma noi dovremmo metterci le idee e portare gli stimoli migliori, l’organizzazione dovrebbe essere il compito di qualcun altro. E, ancora una volta, quest’ultima considerazione può essere estesa ben oltre la Biennale Innovazione. Sono convinto che in Italia abbiamo tutti gli ingredienti (a cominciare dai cervelli) per essere protagonisti in un mondo che chiede sempre più innovazione, ci manca però la capacità di fare sistema e questo è il principale difetto italiano. In questo le università possono e devono fare da stimolo ed essere protagoniste, ma non è loro compito quello di tenere le fila, né di metterci risorse. Questo deve venire dai governi (nazionale e locali) e dai privati. Non dimentichiamoci che siamo tra gli ultimi paesi (tra quelli sviluppati) per ammontare di investimento sia pubblico che privato in ricerca!

 

MM Hai parlato di innovazione nella Pubblica Amministrazione, il perché forse è chiaro, ma come è possibile realizzarla, quali le strade principali?

SC Sì il perché è chiaro: non possiamo pensare che il Paese progredisca con una PA che segna il passo. Oggi chi si ferma non è che non avanzi, semplicemente indietreggia: in un mondo che corre e si evolve, l’evoluzione della macchina statale è fondamentale per tutti. Come? Certamente abbiamo alcune sfide davanti, prima tra tutte quelle della digitalizzazione, rispetto alla quale le nostre PA sono ancora al palo. E non si tratta solo di portare su supporto digitale molti documenti (come si sta già facendo) o di rafforzare le strutture telematiche (come si spera si farà a breve), ma si tratta di cogliere queste come opportunità di semplificare, cambiare, innovare la macchina, buttando fuori processi meramente burocratici e sperimentando e accogliendo processi innovativi di gestione. Un’altra strada, anche questa sulla quale bisogna investire da subito, è quella della formazione. Otri vecchie non vanno bene per un vino nuovo. Abbiamo bisogno anche nel pubblico di manager in grado di pensare diversamente, che sanno sì usare gli strumenti normativo-giuridici, ma che sappiano anche rinfrancarsi da questi, usando strumenti e procedure gestionali e di governance innovativi, che capiscano di sistemi informativi, di digitalizzazione, ma anche di gestione strategica, internazionalizzazione…

MM E chi può farla questa formazione?

SC Per chi è già manager pubblico i canali possono essere diversi. Certamente le agenzie formative attuali che si rivolgono ai dirigenti pubblici devono anche queste innovare proposte, contenuti e modalità, ma poi, come si diceva all’inizio, le competenze di un manager della PA non sono così diverse da un manager aziendale (non per niente diversi manager pubblici hanno partecipato alla prima Biennale dell’Innovazione) e dunque spero che in futuro ci saranno proposte formative per entrambi… ribadisco: credo nella contaminazione.

Poi c’è la formazione “di base”, che tocca a noi università. E qui credo ci sia molto da lavorare. Non ha più senso insegnare con logica disciplinare, pretendendo dai nostri studenti che incamerino quintalate di nozioni. Per formare i dirigenti del futuro, bisogna partire dai problemi, da come questi possono essere affrontati e risolti, utilizzando anche le conoscenze disciplinari, per carità non voglio buttar via tutto, ma prima viene lo sviluppo di competenze trasversali e interdisciplinari, poi il resto. In fondo, se uno ha sviluppato un buon spirito critico, le conoscenze, le nozioni, oggi può prendersele da internet con poca difficoltà. Con questi presupposti quest’anno a Ca’ Foscari abbiamo lanciato una nuova laurea magistrale in Governance delle Organizzazioni Pubbliche… vedremo come andrà (incidentalmente, il sottotitolo è digitalizzazione, innovazione, internazionalizzazione e questo fa ben sperare).

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MM Da ultimo, in un tuo intervento alla Biennale hai parlato di Innovazione e Tradizione, ce lo riassumi in poche battute?

Quando sono stato invitato a parlare su questo tema, me la sono cavata con questa battuta: “che cos’è altro una tradizione se non una innovazione ben riuscita e consolidata?” . In realtà è una semplificazione, perché non tutte le tradizioni nascono da un’innovazione, ma molte sì. D’altra parte, da buon veneziano, sono cresciuto vedendo una stretta relazione tra le due e, se si pensa, anche alla Biennale abbiamo ascoltato come si può innovare potentemente riscoprendo tradizioni (e anche ascoltare Bach come abbiamo fatto, prima delle nostre discussioni può essere d’ispirazione)… mettiamola così: alle volte è più facile guardare molto avanti quando si è appoggiati su solide basi. Anche qui, non sempre… in fondo ascoltando diverse testimonianze della Biennale, abbiamo visto come l’innovazione sia così multiforme, fondata su basi talvolta così diverse… e forse è per questo che qualcuno di noi ne è così affascinato.